• Pubblicato il 10 aprile 2013
Bolom na Bolom 2

LE PELLI DI CARNEVALE di Porfirio Morrison Trejo

Traduco da “Leyendas del inframundo maya” di Porfirio Morrison Trejo questo racconto, che bene illustra il mondo magico dei maya choles.

Tumbalà, in Chapas, è un bel posto che colma il nostro piacere di contemplare, coi suoi paesaggi imponenti e satura il nostro spirito sedentario di avventure e misteri, con le sue leggende di formazione arcaica, addensatesi nelle menti degli antenati. Il ripetersi di coincidenze, la poderosa forza della suggestione e gli echi estranei, ai quali non si dava soluzione, hanno dato vita a leggende che, in forma di racconto, si sono venute tramandando di padre in figlio. I carnevali degli indigeni di lingua chol di Tumbalà si celebrano con tamburi, flauti e gusci di tartaruga, che vengono percossi con bastoncini, oppure con raspe simili a quelle con cui si sgrana il mais. I protagonisti di queste feste, a volte, si vestono da donna, con la gonna nera e le bluse bordate di vari colori, altri da uomini con camicia e pantaloni bianchi impeccabili ed i loro sombreri, abbelliti da listoni vistosi. Infine altri se ne vanno in giro coperti da pelli di animali, come giaguari, o felini di montagna, scimmie e con qualunque pelle trovino. Così coperti se ne vanno per le vie e le borgate, ognuno ballando alla sua maniera.

Uno di questi carnevali ha dato origine a questa storia. Una volta i “doppi” erano molto diffusi e venivano chiamati “nahuales”. La maggior parte degli indigeni ne aveva uno in forma di un qualche animale, soprattutto il giaguaro, perché è il pericoloso e terribile.

Successe che due fratelli se ne andassero verso casa in forma di giaguari, dopo una sorta di “scorreria” per la montagna. Si separarono, perché non vivevano assieme, ma il minore decise di proseguire da solo ancora un po’, prima di riprendere la sua forma umana per tornare a casa.

Spinto da questo desiderio, si avviò nuovamente verso le montagne e dopo un poco si sentì uno sparo. Istantaneamente una pallottola gli attraversò la testa. Fece un salto tremendo prima di cadere fulminato.

Il cacciatore, dopo averlo trovato, si accertò che il giaguaro fosse morto e, dopo averlo appeso ad un albero, lo scuoiò, per prendergli la magnifica pelle. Se ne tornò molto contento a casa, dove mise la pelle in tiro con delle stecche per asciugarla e, con molta cura, tolse ogni più piccolo pezzettino di carne rimasto attaccato. Voleva infatti usare la pelle durante il carnevale ormai prossimo.

Arrivò finalmente il giorno tanto atteso e, con la pelle ancor fresca, si diresse al villaggio in cui c’era la festa. Là si incontro con altri componenti dell’allegoria carnascialesca e, dopo aver bevuto della buona grappa per entrare in atmosfera, cominciarono a danzare al ritmo di tamburi, flauti e gusci di tartaruga.

Il fratello del giaguaro ucciso era venuto alla festa in forma umana ed osservando quelli che danzavano coperti da pelli di animali, riconobbe immediatamente quella del fratello. Un dolore improvviso e fortissimo lo colse, comprendendo quel che era successo: involontariamente una lacrima gli solcò una guancia.

Con quel fratello aveva trascorso molto tempo ed era venuto a capo di molte avventure, in innumerevoli occasioni. Provava una immensa tristezza ed amarezza a saperlo morto. Si mise ad osservare da lontano la danza, quasi immedesimandosi e, così facendo, fissò nella mente le sembianze dell’uomo che portava la pelle del fratello. Si allontanò lentamente dal villaggio, pensoso.

Quando la sera cessarono le danze, quello che portava la pelle del giaguaro fece sei grandi salti, dando così il segnale che per quel giorno la festa era terminata.

Piegò la pelle con molta cura. Era pieno di regali, come grappa, carne ed altre piccole cose, che è d’uso donare a quelli che indossano le pelli di animali per indurli a ballare. L’uomo si dispose a lasciare il villaggio per tornarsene a casa tranquillamente. In un passaggio del sentiero, l’uomo che aveva pianto aspettava pazientemente, ben nascosto. Quando vide arrivare quello che indossava la pelle, il protagonista del carnevale, uscì sul sentiero e simulò un incontro casuale. “Dove vai?”, gli chiese amichevolmente. L’altro gli rispose che ritornava dalla festa e che stava andando a casa. “E quella bella pelle, dove l’hai comperata?”, chiese di nuovo il primo. “Non l’ho comperata, rispose l’altro. Ho avuto la fortuna di uccidere un magnifico giaguaro tre giorni or sono e, nonostante sia fresca, ho voluto indossare la pelle già oggi”. “Hai avuto fortuna ed ora te ne vai a casa, non è così?”. “Proprio così. Guarda: ho grappa e carne che mi hanno regalato, vieni ad assaggiarle!”. “Bene, disse l’altro, ma allontaniamoci dal sentiero, qui passa molta gente e non mi piace che ci guardino mangiare.”

Terminato questo breve dialogo al’apparenza come buoni amici che però prima non si conoscevano, si infrattarono un poco nella foresta e giunsero ai piedi di un grande albero. Qui, quello che aveva la carne, posò la pelle di lato ed il fazzoletto in cui aveva avvolto il cibo per terra, assieme alla fiasca della grappa. I due si sedettero e bevvero un buon sorso di grappa. Ciacolarono animatamente, mentre erano intenti a mangiare la carne, fra un sorso e l’altro di grappa.

Quando furono sazi, quello che aveva invitato cominciò a raccogliere le sue cose e, quando si girò cercando con lo sguardo il suo compagno, questi scomparve, lasciando al suo posto un giaguaro imponente, che lo aggredì senza dar tempo al tempo, gli spaccò la testa con la sua forza fuori dal comune e gli cavò le cervella. Dopo affondò i suoi artigli nel petto di quello sventurato e gli tolse il cuore, che fece a pezzetti. Quand’ebbe finito di far tutto questo, tornò alla sua forma umana e mischiò le cervella coi pezzi di cuore e la carne che era avanzata dalla gran mangiata che avevano da poco terminato di fare. Subito dopo, col machete dell’altro, tagliò le dita dei piedi e delle mani del cadavere ed anche queste le mischiò con le altre. Dopo che ebbe fatto tutto questo, si mise il sombrero del morto e, carico delle altre cose di quello, come la borsa, il machete e la pelle, riprese a salire il sentiero.

La sua faccia, nel fare tutto questo, era andata assumendo le sembianze di quella della sua vittima, fino a somigliarle completamente.

Diresse i suoi passi, veloci, verso la casa del morto, perché prima d’ammazzarlo aveva avuto la precauzione di accertarsi su dove vivesse, quell’infelice, con la moglie e due bambini.

Arrivò quando la sera iniziava a inondare con la sua luce radente le montagne. Entrò in casa e simulò naturalezza. Si tolse il sombrero e chiese dove posarlo. Questa domanda parve strana alla moglie, che gli indicò dove posarlo e gli chiese come mai se ne fosse dimenticato, ma sentendo l’odore della grappa che aveva bevuto, pensò che fosse ubriaco. Lui, invece di rispondere, le consegnò le carni che aveva avvolte nel fazzoletto di tela e subito dopo mandò i due bambini a prendere della legna per il fuoco.

Quando i due bambini furono usciti, chiamò a se la moglie e la possedette carnalmente.

Quando ebbe terminato il congiungimento, lei iniziò a sospettare qualcosa di strano, visto che conosceva intimamente il marito e aveva notato un cambiamento, una differenza che la allarmava. Tuttavia dissimulò questo stato d’animo e si mise a preparare una minestra di chile, acqua e sale che il marito le aveva chiesto. Mentre lui mangiava rientrarono i bambini. Il minore aveva un rapporto speciale col papà, era solito abbracciarlo e dormire nell’amaca con lui. Quando il bambino si avvicinò all’amaca, l’uomo ne comprese le intenzioni e, per allontanare sospetti da lui, decise di assecondare il piccolo, lo accolse con se e lo aiutò a prender sonno. Poi, l’alcol e l’eccesso di cibo ebbero la meglio anche su di lui, e s’addormentò.

Mentre l’uomo dormiva, la donna svolse il fazzoletto che conteneva la carne e provò profondo orrore nel vedere le dita umane, miste a cervella, pezzi di cuore e di carne. Nello stesso momento, il bambino che dormiva fra le braccia del padre si svegliò e disse alla madre. “Sack sack tsutsel tatà”, che in lingua maya significa: “Quanto cresce il pelo a papà!”. Lei allora, pur stupefatta ma conservando lucidità, comprese il grande pericolo, si avvicinò al piccolo e, facendo segno di far piano e nessun rumore, per non disturbare il padre, gli disse di scendere dall’amaca. Il piccolo obbedì, lei lo prese in braccio e, tenendo l’altro per mano, uscì senza far rumore dalla casa. Si fermò un momento e, con un lazo che aveva preparato, legò la porta da fuori, per bloccarla. Fatto questo, prese i bambini e spiegò loro che quella notte dovevano viaggiare, sarebbero tornati l’indomani a casa. Si allontanarono da casa illuminando il sentiero con una fiaccola di pino resinoso, che la donna aveva preparato.

Stavano imboccando in sentiero principale, quando, come un segno della provvidenza, incontrarono un gruppo di uomini, fra i quali un compare di nozze. La donna si affrettò a raccontargli quel che era successo, i suoi sospetti e di come gli era stato mancato gravemente di rispetto. Il compare, udito tutto questo, decise di andare assieme agli altri uomini a vedere chi fosse l’uomo che, facendo quelle cose, aveva spaventato la donna. Con determinazione chiesero alla donna di accompagnarli e quella, che aveva già dato prove di freddezza, acconsentì e presero di nuovo la strada di casa.

Mentre si avvicinavano, iniziarono a sentire ruggiti, che come onde si propagavano nella selva. Prepararono allora le loro armi e continuarono ad avanzare fino alla casa, dentro la quale si sfogava la furia di un animale che si dibatteva terribilmente per uscire. Diressero la luce delle lanterne verso la porta e videro che iniziava a cedere. Allora puntarono i fucili in quella direzione e, quando la porta cedette con un violento schianto che la mandò a fracassarsi lontano, una scarica serrata di spari riempì l’aria. Le pallottole colpirono il petto e la testa di un giaguaro dalle dimensioni fuori dal comune, che cadde fulminato istantaneamente, con un ultimo ruggito impressionante, che riecheggiò nella selva.

Dopo essersi prudentemente accertato che la bestia fosse davvero morta, il compare manifestò il desiderio di tenersi la pelle. La donna disse che non c’era problema, perché lei ne aveva una altrettanto grande. Quando lo scuoiarono e confrontarono le pelli, si resero conto che erano quasi uguali. Vedendo così fresca la pelle portata dalla donna, ne chiesero la provenienza e, sentito il racconto, tutti compresero come davvero erano andati i fatti e che le dita ed i pezzi di cuore, come le cervella, erano una sorta di eccitante che serviva all’uomo per trasformarsi in giaguaro e viceversa. Se la vicenda si era conclusa senza ulteriori vittime, il merito era di quella donna coraggiosa e serena.

Il compare decise che quella pelle, che all’inizio aveva pensato di usare nel carnevale dell’anno successivo, lui non la voleva più. La lasciò nella casa, tirata con le stecche per farla asciugare.

Mentre albeggiava, gli uomini aiutarono la donna a raccogliere le sue cose per andarsene da quella casa. Il compare le propose di venire ad abitare da lui, mentre le costruiva una nuova casa non lontano da quella in cui aveva vissuto col marito. Lei però rifiutò, si sarebbe fermata da lui per una sola notte, poi sarebbe andata dai suoi parenti che abitavano in un villaggio più lontano, allontanandosi da quella casa che tante amare esperienze le aveva dato.

I mesi si successeero e, alla fine del nono, la notizia si diffuse prima con timidezza, poi come sempre, presto o tardi, si venne a sapere e non passò molto tempo che circolasse apertamente.

Quella povera donna, che era diventata vedova in modo così terribile, aveva partorito un mostro, una creatura abominevole, metà bestia e metà umana. Un essere che aveva il viso di una persona e le zampe di un orso. Il corpo, per quanto di forma perfetta, aveva un vello nero, con delle macchie a forma di fiore.

Per un disegno del destino, questo prodotto di una copula infernale morì e quando successe venne meno anche la madre, perché nel partorirlo le si erano lacerati gli organi interni.

 


  • Pubblicato il 23 marzo 2013
Chiesa e sagrato di San Juan Chamula

Sciamani e santi a San Juan Chamula

Sulle colline che circondano San Cristobal de las Casas, nell’altopiano centrale del Chapas, sono insediate due diverse e grandi tribù indigene di chiare origini maya, i Tzotzil ed i Tzeltal. Queste tribù contano decine di migliaia di persone ed a loro volta si compongono di gruppi diversi, con tradizioni proprie.

I Chamula Tzotzil sono uno di questi gruppi e vivono nella zona a nord-ovest di San Cristobal, dispersi in fattorie e ejidos, che sono terreni comuni di uso pubblico, nei quali alle famiglie viene assegnato uno spazio per coltivare e costruire la casa. Il loro centro abitato più importante e conosciuto è San Juan Chamula. Parlano una lingua che deriva direttamente da quella degli antichi maya e per secoli sono stati usati dagli europei, sia come schiavi che come lavoratori salariati, per le piantagioni di caffè e zucchero.

Oggi, crollato il prezzo del caffè e meccanizzata la coltivazione della canna, è difficile trovare un lavoro stabile. Molti maya degli altopiani del Chiapas hanno perciò iniziato a spostarsi verso Città del Messico e gli Stati Uniti. Sono piccoli di statura ma non piccolissimi, la pelle scura e neri gli occhi, bellissimi nelle donne, che ne hanno cura. Hanno tratti forti, decisi, le donne molto graziosi, talvolta così belli che nemmeno la fatica e la povertà riescono a piegarli. I maschi portano abitualmente giacche di pelle di pecora nera, con la lana lunga ma curata. Le chiamano chuj, dal nome della tribù maya Chuj del Guatemala, che le produce e vende ai Chamula. Le giacche nere vengono ornate nei giorni di festa con nastri colorati. Circolano anche giacche bianche di pelle di pecora, che indicano particolari e rilevanti funzioni sociali. Indossano pantaloni normalissimi ed adatti ai lavori che fanno, di cotone bianco o jeans. Quasi tutti portano un cappello, che tengono rispettosamente in mano in chiesa e nelle cerimonie.

Con la stessa pelle di pecora le donne si fanno le gonne e vestono uno xuipil, una blusa da loro ricamata con i disegni prevalentemente geometrici ed i forti colori della tradizione, che però nel corso dei secoli, ed anche degli ultimi decenni, si è molto evoluta. Ad esempio oggi le bluse vengono realizzate su una base di raso, che chiamano satin, con una fitta tessitura di ricami. Poiché è un lavoro estremamente complesso e se fatto a mano nella maniera tradizionale richiede almeno due mesi, non tutte possono permetterselo ed allora accorciano i tempi usando le vecchie macchine per cucire della Singer. Il satin venne conosciuto dalle donne Chamula quando alcuni missionari evangelici iniziarono a frequentare il villaggio, nel secolo scorso. Una fascia in lana, di colore uniforme, generalmente marrone, avvolge i fianchi ed il ventre delle donne sopra la blusa e viene fissata tendendo le frange. Infine uno scialle o un mantello, lavorato a maglia o tessuto a mano da loro stesse, molto elegante, di lana o cotone a seconda delle stagioni, di colore viola nelle più varie sfumature, avvolge le spalle. Scialle e mantello vengono usati anche per portare con se i bambini più piccoli e quando il sole è alto e forte nel cielo, piegati, coprono la testa.

La lana non era conosciuta dai maya, che non avevano pecore. Gli spagnoli non conoscevano il cotone ed i maya insegnarono loro a coltivarlo e tesserlo. Lo scambio è stato molto vantaggioso per i Chamula, che vivono a 2260 metri d’altitudine, in una zona molto umida, nella quale in inverno sono frequenti le gelate. Con la lana sostituirono le pelli di coniglio con cui si coprivano quando arrivarono i conquistadores.

Sono gente fiera e sia i Tzotzil che i Tzeltal sono stati protagonisti, nei secoli ed anche oggi, fino ed oltre la Guerra delle Caste, di una forte resistenza al potere degli spagnoli e dei bianchi.

San Juan Chamula è conosciuto per il sincretismo religioso di quanti si recano della chiesa principale del villaggio, per chiedere salute e buona sorte.

Attirato dalle molte cose lette prima e durante il viaggio, e tenendo in buon conto i consigli ricevuti a Na Bolom sulle regole di comportamento per gli estranei nel villaggio e soprattutto in Chiesa, sono arrivato a San Juan Chamula la domenica mattina presto. È infatti giorno di mercato e dalle fattorie, dagli ejidos e dai villaggi vicini, i Chamula ed altri Tzotzil vengono a rendere omaggio a San Juan Bautista e chiedergli particolari grazie.

Non conosco le ragioni storiche per le quali questo santo è diventato così importante per i Chamula-Tzotzil. Andando verso il villaggio si nota però che le colline sono molto verdi e ben coltivate ed a vedere verdure e frutti che le donne offrono al mercato si intuisce che la terra deve essere buona ed i campesinos capaci. Deve essere l’acqua la chiave: San Juan Bautista usava il Giordano per battezzare le persone ed i Chamula vivono in abbondanza d’acqua e con una notevole umidità nell’aria. Coltivando la terra, conoscono il valore dell’acqua e la sua relazione con la fertilità. Il villaggio, inoltre, sorge alla confluenza di due torrenti e può essere che in epoca preispanica il luogo fosse usato per riti legati all’acqua ed alla fertilità. Nel passaggio al cristianesimo i maya Tzotzil sostituirono certamente uno dei tanti dei del loro pantheon con San Juan Bautista ed è possibile che proprio la dimensione sacra della loro relazione con l’acqua spieghi questa scelta. Del resto, anche la città di San Cristobal de las Casas è dedicata ad un santo d’acqua, Cristoforo, un gigante che traghettò, con enorme fatica, oltre un fiume un bambino che, alla fine, gli rivelò d’essere il Cristo.

Il sincretismo dei Chamula si manifesta nell’evidente mescolanza di culti antichi e nuovi che caratterizza la religiosità di questa gente. Nella grande chiesa di San Juan e nei riti che vi compiono si manifesta il cuore del sentimento religioso dei Chamula. In chiesa non si fanno messe e gli oggetti che si trovano all’interno del tempio sono solo in parte quelli comuni nelle chiese cattoliche. Ad esempio non vi sono i banchi e l’altare, mentre sono ben 46 le statue che ritraggono i santi e la Vergine di Guadalupe, cui si aggiungono un Gesù bambino e due crocefissi. Esiste ovviamente la fonte battesimale: non poteva mancare in un tempio dedicato a San Juan Bautista. La domenica i nati nel corso della settimana vi vengono condotti dai padri, che così li riconoscono come propri davanti a tutta la comunità. Quando ho visitato la chiesa ho assistito a molti battesimi officiati semplicemente, uno di seguito all’altro, da un prete di chiare origini indigene, con le modalità tipiche della tradizione cattolica.

I riti che si svolgono in chiesa e le manifestazioni di religiosità esterne al tempio non si possono fotografare. Ci sono testimonianze di reazioni anche violente dei Chamula ogni qual volta scoprono qualcuno intento a fotografare o filmare nonostante il divieto. La spiegazione che frequentemente viene data del divieto è che, ai fedeli, sembra che essere fotografati tolga loro l’anima. È una espressione che va capita, non banalizzata, per almeno due motivi. Il primo è che una foto di un atto di fede difficilmente riesce a restituirne le ragioni profonde. Perciò vederla consente raramente, o quasi mai, di capire. Si risolve solamente in un’impressione fugace e nello stupore di chi guarda, mentre chi si ritrova ritratto sente tradite le proprie ragioni vere. Per questo quelle foto non mostrano l’anima e, non mostrandola per quello che è, la tolgono a chi invece vive la fede intensamente. L’intensità di un sentimento umano si accompagna sempre ad una complessità di motivazioni e solo pochi grandi fotografi riescono a restituire con una immagine sentimenti complessi, nel contempo rispettando chi è soggetto della foto. Conosco solo Danilo De Marco capace di farlo. Il secondo è che i riti che si svolgono dentro la chiesa, pur avvenendo in un luogo comunitario, assorbono moltissimo le persone che li compiono e traggono motivazione da fatti e problemi personali, come malattie oppure una buona sorte cui si aspira. Fotografare una persona in un simile momento può essere anche una violenta intrusione nella sua sfera individuale. Ciononostante, a corredo di questo scritto, si trovano, realizzati da altri, un filmato ed alcune foto rintracciabili sul web, dunque di pubblico dominio. Servono a rendersi conto visivamente di quanto qui descritto ed interpretato. Il pericolo vero è che queste manifestazioni di fede siano trasformate in folklore ad uso dei turisti, come le danze tribali degli indigeni nordamericani delle riserve, perciò non capite.

Per accedere alla chiesa si paga, in una sorta di ufficio turistico comunale, una autorizzazione all’entrata, fissata in 20 pesos, poco più di un euro.

Un muretto delimita il grande sagrato della chiesa, che occupa poco più della metà dello zocalo di San Juan. In corrispondenza con l’entrata principale del tempio, un arco interrompe il muretto ed immette sul sagrato. È qui che si riuniscono i mayordomos e le martomas. I primi sono capifamiglia maschi, riuniti in una specie di società cui è delegata una “guardia” del Santo. Portano alla cintola dei bastoni, che simboleggiano il loro potere sociale. Similmente, le seconde badano ad “accudire” il Santo, pensano a quelle che considerano sue necessità. Dopo aver disposto i mayordomos in fila orizzontale ed il volto rivolto alla chiesa la nuca scoperta ed il cappello in mano, el jefe, il loro “capo”, pronuncia una sorta di giaculatoria nella lingua locale, con la quale conferma la devozione a San Juan e ricorda i meriti acquisiti, sostanzialmente così autorizzando le richieste di aiuto formulate dalla gente del villaggio.

Completata questa lunga cerimonia, alcuni si avviano verso la chiesa, altri si disperdono nella piazza dove salutano i conoscenti. I primi entrano nel sagrato, al centro del quale sta una grande Cruz verde, alla quale è legato un ramo di pino. Attorno allo zocalo, in più punti, si trovano altre croci verdi, a gruppi di due ed in un caso, di tre, mentre quella al centro del sagrato è sola. Sul lato sinistro della chiesa c’è un giardino molto curato, pieno di fiori ed uccelli. Oltre il giardino, sul retro della chiesa, un grande spazio vuoto serve da magazzino all’aperto e vi sono accatastate decine di croci verdi.

Alcune famiglie, credo soprattutto quelle che provengono da villaggi vicini, portano nel sagrato cibi e bevande. Qui si trovano già tavoli e sedie. È un luogo di incontro, usato anche per pranzi famigliari e comunitari durante molte feste, soprattutto le tre principali: quella di San Juan dal 22 al 24 luglio; quella di San Matteo, dal 19 al 21 settembre ed il carnevale. Ma le ricorrenze di molti altri santi, le cui statue sono conservate dentro a delle teche nella chiesa, sono occasioni di festa durante l’anno a San Juan Chamula. Sul lato destro del sagrato, per chi guardi la chiesa, c’è un grande e solido gazebo, sotto il quale si esibiscono le orchestre durante le feste. Rigorosamente fuori dal perimetro del sagrato, ma adiacenti al muretto che lo delimita, ci sono alcuni piccoli chioschi che preparano cose essenziali da mangiare e bere e le passano oltre il muretto alle persone che le richiedono e che si sono sedute ai tavoli rossi della Coca Cola predisposti dai proprietari dei chioschi. Due mariachi, con chitarra e fisarmonica, allietano il pranzo delle famiglie con il loro classico repertorio romantico messicano.

A dar retta alle date dipinte sulla facciata, si iniziò ad edificare la chiesa nel secondo-terzo decennio del cinquecento, cioè a pochi decenni da quel 12 ottobre 1492 in cui Colombo scoprì l’America. Un restauro è terminato da pochissimo, nel 2012.

La chiesa è molto semplice e bella, bianca di calce, ma piena anche di colori e simboli che, se interpretati, predispongono a quel che si potrà trovare all’interno.

Il grande portale sormontato da un semicerchio è rinchiuso dentro ad un arco a tre fasce progressive: la prima a fondo verde, la seconda blu, la terza verde.

Simboli maya sul portale di San Juan Chamula

Lo stesso arco a tre fasce avvolge un balcone che sta sopra al portone, dal quale durante le feste ci si può affacciare. Ai lati del portale, due nicchie verdi a destra e due a sinistra. Infine, nella parte alta della facciata, trovano spazio tre campane e, in cuspide, un’unica croce cristiana ha alle spalle un globo in ceramica verde. Altri elementi decorativi in ceramica segnano ulteriormente la facciata. Scritte ricordano lavori avviati nel 1522 e conclusi nel 1524 ed un recente restauro.

Nelle decorazioni dell’arco a tre fasce è continuamente riprodotta la croce maya a forma di X, che è molto frequente nel Palacio di Palenque, con funzioni di varco nei muri per poter vedere oltre; e a Uxmal, utilizzata nelle decorazioni del Cuadràngulo de las Monjas.(foto qui sotto)

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Ho cercato di fissare le dimensioni dell’edificio, contando i passi necessari per arrivare da un limite piano fino ad un altro e su base proporzionale per l’altezza. Mi sembra che la facciata sia larga 15 metri ed alta 18. All’interno, dal portale fino ad arrivare al limite estremo dell’abside, ho contato 32 passi e perciò altrettanti metri: 25 per la navata e 7 per l’abside. L’altezza massima è inferiore a quella della facciata: al punto massimo, 15 metri. È insomma un edificio semplice e ben proporzionato, delle dimensioni di molte delle nostre chiese parrocchiali di paese. All’interno la luce naturale proviene solo da due importanti finestroni sulla parete destra, per chi sia di fronte all’abside. Migliaia di candele, molte attaccate al pavimenti ed altre sopra tavolini in corrispondenza dei santi cui si chiede intercessione, creano una atmosfera particolarissima nella chiesa.

Dentro, sulla destra, si incontra subito la fonte battesimale, separata e protetta dal resto della chiesa per mezzo di una piccola balaustra. Dall’ottavo passo in poi inizia una sfilata di statue di santi rinchiuse in 15 teche in legno e vetro. Sul fondo, sul lato destro prima che inizi l’abside, vi sono altre tre teche. Nell’abside, da destra a sinistra, nel primo dei tre piani di una struttura in legno che, con quattro colonne per piano, crea tre spazi, sono collocate tre teche: la prima a destra contiene la statua di San Juan Minor, che interpreto essere l’apostolo ed evangelista Giovanni. Al centro c’è la statua di San Juan Bautista ed a sinistra un crocefisso. Questo crocefisso ha una particolarità: la corona di spine è sostituita con una di mais. Il mais era sacro ai maya, che credevano che gli uomini fossero stati generati dal mais. Il Cristo con una corona di mais è una sintesi straordinaria di due mondi. Uno dei simboli della sua sofferenza ed umiliazione, la corona di spine, è sostituito con un simbolo di vita, cibo, fertilità (i semi). Quel mais, lo si voglia o no, finisce per alludere alla resurrezione ed è un segno di speranza su quel corpo straziato e sofferente. Chi ha posto quella corona di mais sul capo del Signore ha compiuto un gesto di straordinario rilievo culturale: c’è da chiedersi quanto ne fosse consapevole. Sulla parete di sinistra dell’abside un Gesù bambino è dedicato al Sacro Nome di Cristo.

Uscendo dall’abside, sulla sinistra, sopra ad un sarcofago che contiene un corpo alla cui identità non si riesce a risalire, ecco un altro crocefisso, questa volta tradizionale. Poi, sulla parete di sinistra della navata, che non ha finestre, ecco diciotto teche che contengono ventuno statue di santi e della Vergine. Nella parte finale della parete sinistra della navata sono accumulati oggetti e strumenti da utilizzare nelle processioni, come le portantine nelle quali inserire le teche dei santi durante le processioni.

Le statue lignee dei santi sono “vestite” con cura, quasi sempre al di fuori di ogni richiamo all’iconografia ufficiale cattolica. E’ un fatto molto comune nelle chiese messicane, anche fuori dal Chapas. Del resto, succede anche in Italia di trovare ad esempio madonne riccamente vestite. Particolare è invece che i capelli e le ciglia di queste statue siano veri, umani, forse dono di qualche donna o uomo che ha visto esaudite le preghiere, specie di ex voto. Quel che colpisce in queste statue è che alcune sono mutile, o scheggiate. Pare che, fino a non molti anni or sono, non fossero protette dalle teche. Erano così esposte all’ira dei fedeli che, avendo molto invocato una grazia da quel santo, non avendola ottenuta, sfogavano contro la statua la loro delusione. Le statue nelle teche della navata, che sono collocate ad altezza d’uomo, portano sul petto uno specchio, nel quale chi prega, invoca o anche solo guarda la statua del santo può riflettersi. Alcuni affermano che questi specchi sarebbero in continuità con antichi culti, ma c’è da chiedersi come i maya storici potessero avere specchi, a meno che non fossero lamine d’argento, di cui però non si trova traccia fra i reperti archeologici né notizie nei testi di storia ed antropologia. Vedo comunque questa cosa per la prima volta in un tempio cristiano e si presta a molte interpretazioni. La più ovvia è che, scorgendosi riflessa, la persona che invoca il Santo senta di essere presa in considerazione e sia spinta a pregare ed invocare con ancor maggior fervore. Questa però non è una spiegazione, ma una reazione. Può essere che quegli specchi siano stati messi casualmente sulle statue, oppure per favorire quella reazione. Ma quali idee possono aver generato gli specchi? È la materialità dell’atto di pregare che rimanda lo specchio, non la voce orante, non il pensiero, non la dimensione immateriale che pure è presente nel fedele che prega ed invoca. Che significa invocare un santo? “Lascia San Juan che il mio povero spirito si accompagni al tuo e mostragli la via per ascendere a Dio, che tu conosci bene: io devo invocare salute per mio figlio”. Si chiede al santo di essere accompagnati presso Dio e raccomandati a Dio. Credo che quegli specchi significhino “Lascia qui tutto ciò che di materiale c’è in te”. “Guardati umano per ricordarti che devi andare oltre la tua dimensione umana: devi transumanare”, per dirla con Pasolini.

C’è un ulteriore aspetto relativo alle statue dei santi che appare significativo: le statue contenute nelle teche della navata sono trentasei. Non credo che il numero sia voluto, anzi lo escluderei. Penso piuttosto che siano opera di famiglie e di qualche sorta di confraternite (forse i mayordomos e le martomas). Ma quel loro avvolgere la chiesa assume, forse involontariamente, un carattere particolare, sembra quasi che una corona di santi osservi le persone che rivolgono le loro preghiere a San Juan inginocchiate o accovacciate sul pavimento coperto di aghi di pino.

Il soffitto della chiesa è a capanna, con capriate in legno fatte di tronchi grezzi di alberi locali, probabilmente pini, vista la particolare venerazione cui quest’albero è soggetto da parte dei Chamula. I tronchi, non troppo grossi, sono curati e resi eleganti dalla muratura bianca di calce che sorreggono. Al soffitto sono appese quattro “quinte” in tela floreale, quasi teatrali. Una è anche nell’abside. Infine il pavimento è coperto da piastre in gres, probabilmente italiane.

Le teche di destra e sinistra arrivano alla stessa altezza, dalla quale in poi, in direzione dell’abside, il pavimento è ricoperto di aghi di pino ed è questo il luogo delle devozioni.

Dentro San Juan

Perché i Chamula coprono di aghi di pino il pavimento della chiesa? Moltissime possono essere le ipotesi. Il verde è un colore importante per i maya, basta pensare alla Cruz verde. Dunque, coprire di agli di pino il pavimento può avere la funzione di purificare il pavimento dopo che vi si sono svolti riti che riguardano gli uomini e le loro malattie. Ma il verde è anche il colore che i maya associano alla terra, perché è verdissima ed è il luogo che è stato loro destinato. La relazione terra-cosmo (degli uomini con il divino) e terra-inframundo (degli uomini con la morte) poggia solidamente sulla terra. Interpreto perciò quegli aghi come la riproposizione della dimensione terrena dei Chamula. È come se dicessero “È da questa terra, nella quale siamo comunque solo una parte e nient’affatto i dominatori, che noi ti preghiamo, Giovanni Battista, Giovanni dell’acqua sacra, apportatrice di vita”.

Dentro la chiesa sia quanti si rivolgono direttamente ai santi che quanti chiedono ad un curandero o a una curandera di farlo per loro, per prima cosa rendono omaggio al santo recandosi nell’abside. Poi compiono i riti del fuoco. Davanti alla teca con la statua del santo che si intende invocare oppure nella navata, rivolti verso San Juan, si scostano gli aghi di pino e sulle piastrelle del pavimento si iniziano a collocare molte candele, in file orizzontali. I ceri sono di diverse altezze, di diversi spessori e di diversi colori e le file sono omogenee: la più vicina al santo è fatta solitamente di candeline fini e bianche, mentre nelle file successive tendono ad ingrossare ed ad essere più lunghe, per poi ritornare fini e corte quanto più ci si avvicina al curandero o alla persona che provvede per se o i suoi cari al rito. I colori delle candele variano a seconda che il rito sia per invocare salute, per scacciare la mala sorte o in morte di un defunto del quale si raccomanda l’anima: bianche per problemi di salute, soprattutto nervosa e mentale; verdi, quando una persona ha problemi di relazione con la foresta, vissuta come entità spirituale; rosse per le ferite ed i versamenti di sangue; marroni per problemi che riguardino la fertilità della terra ed i raccolti; nere, se c’è un pericolo di morte. Anche la disponibilità economica influisce sul colore, sulle dimensioni e sulla quantità delle candele che verranno accese. Nella mia esperienza la grande parte delle candele erano bianche o a fasce colorate, dunque chi le aveva accese invocava salute. Nella cera resa liquida dal fuoco, viene intinto il fondo di ogni candela che così può essere fissata al pavimento della chiesa. Non è semplice collocare correttamente ed in modo geometrico tutte le candele, che a volte superano, e di molto, il centinaio. Alcuni accendono le candele prima di attaccarle al pavimento, altri dopo averle attaccate. Comunque sia, deve essere che, quando inizia l’invocazione al santo, tutte le candele siano accese.

Il curandero o la persona che officia il rito inizia a quel punto una giaculatoria, solitamente assai lunga, lenta e ripetitiva, mentre i parenti della persona malata o che chiede fortuna o che è in pericolo di morte, provvedono a tenere accese tutte le candele. Quando la lunga invocazione si conclude, il curandero o chi officia il rito, intinge le dita in un uovo per spalmarlo sulla pelle della persona che invoca aiuto e lo stesso fa con ossa che trae da un suo sacchetto. Tutti i riti hanno il loro momento topico quando l’officiante afferra una gallina viva e la accosta alla persona che deve guarire o dalla quale vuole scacciare la cattiva sorte e la strofina sulla persona. Contemporaneamente, chi officia il rito rutta tenendo la propria testa vicino al corpo della persona malata o che vuole scacciare la cattiva sorte, in modo che il suo fiato accarezzi il corpo della persona ed investa poi la gallina. Per favorire queste eruttazioni, quanti officiano i riti, prima di iniziare e durante la cerimonia del fuoco, bevono molta Coca Cola. Alcuni curanderos pensano che i riti possano avere efficacia solo se gli officianti cadono in uno stato di trance, che ottengono bevendo il pox, un liquore molto forte tratto dalla fermentazione di canna da zucchero, o mais, o frutta, o queste cose mischiate. Facendo passare il loro fiato eruttato dalla persona alla gallina, gli officianti pensano di aver trasferito la malattia o la cattiva sorte dall’uomo all’animale. La gallina, ormai completato il rito, viene uccisa nella chiesa, per eliminare con lei la malattia o la cattiva sorte. Il corpo dell’animale, ormai infetto, non viene mangiato.

Quanti devono guarire o chiedono buona sorte si accovacciano dietro la persona che officia il rito ed attorno a loro stanno parenti ed amici, soprattutto donne. Tutti sono molto compresi nel rito ma anche impegnati a seguire i bambini, talvolta ad allattarli o a dar loro da mangiare e bere. Partecipano al rito: bevono anche loro Coca Cola, oppure il pox, accompagnano l’officiante nelle eruttazioni, entrano a loro volta in una sorta di trance alcoolica. Finito il rito, spente tutte le candele, ci si alza e si entra nell’abside, per dare un ultimo saluto a San Juan e raccomandarsi a lui ancora una volta. Poi si esce sul sagrato. Dentro, gli inservienti della chiesa rimuovono le candele o quel che di loro rimane, puliscono con una spatola il pavimento ed infine risistemano gli aghi di pino sul pavimento.

Non mi era mai capitato di veder uccidere un animale in chiesa. Il sacrificio di animali a scopo religioso è però pratica antica, come del resto l’idea che gli umani possano concentrare o scaricare su un animale le loro pulsioni più violente ed aggressive destinate altrimenti ad altri uomini: ancor oggi chiamiamo capro espiatorio la persona che viene offerta, consenziente e consapevole o meno, di subire per una colpa non propria.

Nella civiltà contadina e pastorale dei Chamula, sacrificare una gallina significa non tanto uccidere l’animale in se, ma le sue potenzialità, rinunciare al suo carattere riproduttivo, alla sua progenie, al suo spirito vitale. Sacrificando la carica vitale di quell’animale, fanno ofrendas. I Chamula si servono quasi sempre di intermediari, i curanderos, per i riti e significativamente si rivolgono a San Juan Bautista, che non è Dio, ma un intermediario verso Dio. Insomma invocano la divinità ma hanno due intermediari fra loro e Dio. Penso che il sacrificio dell’animale vada perciò interpretato non solo per l’eliminazione dell’essere vivente cui è stata passata la malattia che prima era nella persona. “Rinuncio al futuro di questo animale, alla sua forza riproduttiva, alla sua carica vitale e le porto con me nel percorso che, guidato dal Santo, mi conduce a Dio. Invoco salute e benevolenza per la mia famiglia e la mia casa, mi privo delle caratteristiche essenziali di questo animale come dimostrazione della mia disponibilità a rinunciare a cose terrene per avere quanto chiedo a Dio”. Forse questa è la sintesi possibile di quel che avviene nella chiesa di San Juan Chamula, che è un insieme di vitalismo sciamanico, di spiritualismo della natura e di cristianesimo cattolico. È interessante notare che questa fusione di credenze, fedi e riti è socialmente tanto importante da non poter tollerare altre fedi ed altri riti. Ad esempio è impensabile, per la maggioranza dei Chamula, che nel villaggio possano esistere famiglie evangeliche, che sono iconoclaste e dunque negano radicalmente il mondo spirituale che si riversa nella chiesa di San Juan. Non a caso, negli ultimi cinquant’anni, le famiglie evangeliche sono state scacciate dai villaggi tzotzil, i loro bambini non sono ammessi alla scuola pubblica e talvolta non ne viene registrata la nascita, tanto da costringere il Governo del Chiapas a creare una anagrafe apposita, a San Juan, per gli evangelici: le chiese protestanti affermano, a quanto pare con ragione, di essere perseguitate in quella zona.

 

Note

[1] Il 30 luglio 1847 i maya presero le armi contro la popolazione bianca e meticcia, a causa della situazione in cui vivevano, dalla città di Tepich. Approfittando dell´esperienza bellica acquisita nelle continue guerre civili dello Stato, il movimento ribelle fu capeggiato ed organizzato da Manuel Antonio Ay, cacique di Chicimilà, Cecilio Chi cacique di Tepich e Jacinto Pat, cacique di Tihosuco. Questi fecero proselitismo presso le popolazioni. Scoperto, il 26 luglio 1847 Manuel Antonio Ay fu giustiziato nella città di Valladolid. Fu la scintilla che fece scoppiare la rivolta. La popolazione  bianca di Tepich fu uccisa. Il governo yucateco intervenne immediatamente contro gli indigeni: furono uccisi molti caciques, mentre i villaggi del sud e dell´est furono conquistati dai ribelli che uccisero gli abitanti. Il 21 febbraio 1848, dopo aver conquistato Valladolid, Izamal ed altri duecento villaggi, gli indigeni assaltarono Bacalar, uccidendo la maggior parte della popolazione. Si salvò solo chi, nella notte, fuggì verso l’Honduras Britannico, rifugiandosi presso il villaggio di Corozal. In cambio di aiuto militare, il governo dello Stato dello Yucatan offrì la sovranitá yucateca a Cuba, Giamaica, Spagna, Inghilterra e Stati Uniti, senza che nessuno rispondesse. La rivolta fu di tale portata che la popolazione non indigena dello Yucatan rischiò di scomparire. Il 19 aprile del 1848 fu firmato l´Accordo di Tzucacab (Convenio de Tzucacab), con il quale furono furono ridotte le imposte a carico degli indigeni, che vennero anche autorizzati a bruciare i monti per poter seminare. Cecilio Chi, capo dei maya dell´est, l´attuale Stato di Quintana Roo, non riconobbe l´accordo, volendo lo sterminio totale dei bianchi. La guerra continuò ed i ribelli occuparono buona parte della penisola yucateca. Dopo aver chiesto ed ottenuto aiuto economico e militare dal governo messicano, il 17 agosto 1848 lo Yucatan tornò definitivamente a far parte della Repubblica Messicana e tornò in vigore la costituzione yucateca del 1825. Con l´aiuto delle truppe messicane, il governo yucateco recuperò gran parte del territorio perso. Nell´agosto del 1848 la ribellione fu soffocata, senza che questo significasse la fine della Guerra delle Caste che durò fino al 1901. Questa guerra registrò forti scontri anche in Chapas, nei quali si distinsero anche le tribù Tzotzil ed i Tzeltal. I Chamula, in particolare, furono protagonisti di una rivolta repressa duramente nel 1869.

[2] Il Dipartimento di Stato degli USA redige annualmente un report sulla libertà religiosa nel mondo. In quello del 1999, nella parte relativa al Messico, veniva denunciata la situazione a San Juan Chamula: “… There is a long history of religious intolerance and expulsions in certain indigenous communities whose residents follow traditional religious practices, and where religious diversity is viewed as a threat to indigenous culture. The Evangelical Commission in Defense of Human Rights claimed that municipal authorities had expelled 30,000 evangelicals from San Juan Chamula, Chiapas, in the last 30 years. In San Juan Chamula, Chiapas, the church, the area’s most prominent building, features a mix of Mayan symbols and traditional Catholic motifs. On July 26, 1998, municipal authorities expelled 70 evangelical Christians living in the municipality. State officials helped them to return on August 1, 1998. However, the children of evangelicals have been denied access to the local public schools in six communities there since 1994. In 1998 the mayor of San Juan Chamula declared that evangelicals and Catholics who support them would be unable to register the births of their children. In response, the state government approved a second registration office to handle the evangelicals.”


  • Pubblicato il 22 marzo 2013
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A proposito di Ospedale…


  • Pubblicato il 12 marzo 2013
Taren Chankin “Antonio”

ADIOS A LO DIOS DE LA SELVA

Taren Chiankin, chiamato Antonio da noi bianchi, è l’ultimo degli indigeni Lacandones che vivono nel villaggio di Nahà a vivere nel rispetto profondo e convinto delle culture dei suoi avi.

Per incontrarlo, godendo di una presentazione della signora Maria Luisa Armendariz Guerra, dell’Associazione Na Bolom di San Cristobal de las Casas, ho compiuto un lungo viaggio in quello che viene definito il “Territorio libero del Chiapas”, che si suppone cioè controllato cioè da milizie zapatiste, delle quali peraltro non si vede che raramente traccia, mentre l’esercito, la polizia federale e quella municipale di Ocosingo sono molto presenti.

In realtà, fra l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale del Chiapas ed il governo federale del Messico esiste una sorta di armistizio e convivenza: ho visto la polizia federale attraversare un posto di blocco zapatista senza battere ciglio ed i molti cartelli dell’EZLN che si in contrano lungo le strade del Chiapas non vengono rimossi. Con quei cartelli, gli zapatisti, in particolare nella valle che si apre ad est di Ocosingo ed è punteggiata da radi villaggi, dei quali Monte Libano è il maggiore, segnalano molte cose: vietano la raccolta di molluschi in un fiumiciattolo, specificando che è consentita solo alla gente del luogo; stigmatizzano il tentativo del proprietario di un terreno di venderlo (“La terra si lavora, non si vende”), pretendono rispetto per le popolazioni locali e le loro forme di vita sociale dai pochi visitatori dei luoghi.

La valle che da Ocosingo conduce a Monte Libano è davvero molto bella.

Tutta oltre i 2000 metri di altitudine, è caratterizzata da pascoli ottenuti disboscando la foresta, che si abbarbica sui rilievi che fanno da corona alla valle, che è però molto aperta. In mezzo scorre un fiume spettacolare, che raccoglie i molti torrenti che, spesso con belle cascate, scendono dalle montagne che limitano la valle. Il fiume deve essere pescoso, perché in due occasioni ho visto dei ragazzi lanciare le loro reti.

Dei 58 chilometri che separano Ocosingo da Monte Libano sono asfaltati i primi 40. In quel tratto la strada è molto buona e si percorre con grande facilità. Costruita probabilmente con mezzi minori alle necessità, in tre punti le frane la ostruiscono e sono state ridotte solo in parte, costringendo la strada ad una sola corsia. C’è da sperare che i lavori vengano fatti prima della stagione delle piogge, che qui sono abbondanti e durano a lungo. Finito l’asfalto, la strada diventa una pista solida e ben percorribile da una normale automobile, perlomeno nei mesi invernali, che qui sono quelli secchi. Solo dentro l’abitato di Monte Libano, di nuovo, l’asfalto consente di sfuggire alla polvere.

Tutto il territorio è organizzato in “ranchos” dediti all’allevamento dei bovini, che qui sono molto belli e pasciuti, grazie all’erba verde e grassa dei pascoli ed all’abbondanza di acqua per bere. Gli spazi sono immensi e i rancheros si muovono tutti a cavallo, tali e quali a cowboy dei film di John Ford, non fosse per i tratti somatici maya di questi. Anche le vacche sono differenti rispetto ai film western, di razze che si incontrano in Europa. Ogni tanto un grande camion con un bilico per il trasporto animali percorre la strada: i manzi sono pronti per i macelli, pronti a soddisfare l’enorme fame di una megalopoli di 35 milioni di abitanti come Città del Messico. Se è vero che la foresta lascia il posto ai pascoli, è per effetto della spaventosa urbanizzazione della capitale, che richiede approvvigionamenti continui, così da determinare una convenienza all’allevamento e, perciò, il disboscamento. Il Governo messicano ha tentato di limitare il fenomeno dichiarando vaste aree di foresta, e della foresta Lacandona del Chiapas in particolare, protette. È dentro ad una di queste aree ‘della biosfera’, come amano definirle i messicani, che si trova il villaggio di Nahà in cui vive Taren Chankin “Antonio”.

Solo sette chilometri di pista separano Monte Libano da Nahà, eppure la differenza è straordinaria. Il paesaggio cambia del tutto ed i pascoli d’alta montagna lasciano il posto alla foresta pluviale tropicale, con il suo straordinario patrimonio di biodiversità.

Poco prima di Monte Libano si svolta a sinistra. Si incontra prima il villaggio di San Luis, fatto da un centinaio di baracche in legno e da due chiede evangeliche in muratura. È evidente che sono state finanziate da comunità evangeliche non locali ed a me viene una grande rabbia pensando che si preferisce costruire prima chiese in muratura che dare mura, servizi igienici ed acqua corrente alla gente.

Da San Luis si sale decisamente in quota, per imboccare una valle più stretta di quella precedente ma ancora ampia e ridente, caratterizzata da laghi e stagni (che i messicani chiamano “lagune”) sui quali incombe la selva Lacandona. In riva ad una laguna, ecco centinaia di orchidee spontanee.

Quando la pista si divide nuovamente bisogna tenere la sinistra e poco dopo appare Nahà in riva al suo lago. Il villaggio è fatto di una serie di baracche in legno disposte ordinatamente ai lati di una doppia pista. All’inizio dell’abitato un piccolo posto di polizia locale con funzioni anche di protezione forestale, sorveglia che nulla venga a turbare la vita di questo che è uno degli ultimi nuclei di indigeni Lacandones.

 

 

Proprio agli agenti chiedo di Kayum Ma’ax, la persona che Maria Luisa mi ha indicato per portarmi da Taren Chankin “Antonio”. “El pinctor!”, dicono subito, e mi indicano la terza casa sulla sinistra. Scendo dalla macchina e chiedo “Permiso” con tutta la gentilezza possibile. Lui è impegnato in una conversazione con due donne in quello che è un vero e proprio giardino fiorito che circonda la sua casa, mi viene incontro vestito con la tunica bianca tradizionale dei Lacandones, dicendo che è lui la persona che cerco. Gli dico che vengo su consiglio di Maria Luisa, della quale porto i saluti, per parlare con Antonio, vorrei intervistarlo.

“Antonio ha due case, mi dice, vediamo se è in quella più vicina”. Fatti pochi passi, ecco la casa. Fatta di assi, ha però un pavimento in cemento ed una sorta di portico davanti, ottenuto allungando il tetto in lamiera e poggiandolo su travi di legno. Una ragazza che sta scrivendo ad un tavolo ci dice che suo padre non c’è ma dovrebbe arrivare subito. Ci incamminiamo per tornare a casa di Kayum, quando ecco apparire Antonio con la moglie, di ritorno dal lago. Vestono tutti e due le tuniche tradizionali.

Vengo presentato, saluto con rispetto, Antonio mi dice si seguirlo fino a casa. Ci sistemiamo sotto il portico, vicino alla ragazza. Antonio è una persona naturalmente educata e gentile.

Taren Chankin “Antonio”

Signor Antonio, gli dico, sono qui perché Maria Luisa di Na Bolom mi ha detto che lei è uno degli ultimi Lacandones a vivere secondo le tradizioni dei padri. Vorrei conoscere queste tradizioni.

“Il mio vero nome è Taren Chiankin, che nella vostra lingua significa “Sole che sorge”. Maria Luisa manda qui tanta gente a parlare con me! Lo scorso mese è stata una donna, ha fatto un film. Mi chiedo perché veniate così tanti, io ho poche cose da dire”.

Lei è l’ultimo ad aver vissuto nel villaggio prima che arrivassero gli uomini bianchi

“Cinquanta anni fa, noi, qui, non avevamo mai visto un uomo bianco. Io ero bambino allora. Vivevamo come i nostri antenati e tutta la nostra vita era la selva. Si viveva in capanne di legno coi tetti di foglie, si cacciava con arco e frecce e si pescava con le reti. Nella selva raccoglievamo i semi ed i frutti. Conoscevamo alcune erbe per guarire dalle malattie. Non c’era altro, non si sentiva bisogno d’altro”-

Sapevate che esistevano altri uomini, fuori da qui?

“Certo, ci incontravamo ogni tanto, per scambiarci poche cose che noi avevamo ed a loro mancavano, oppure che loro avevano ed a noi mancavano. Ma succedeva raramente, non di proposito”.

Come vi capivate con questi uomini?

“Usavano alcune parole uguali alle nostre. Ci capivamo, non avevamo grandi discorsi da fare”.

Erano maya come voi?

“Noi non sapevamo di essere maya, ce l’avete detto voi bianchi, è da voi che abbiamo saputo che erano esistiti questi uomini che chiamate maya. Noi abbiamo sempre chiamato noi stessi uomini della selva”.

Qual’era la vostra religione?

“Noi non avevamo religione, siete voi ad averci fatto conoscere la religione. C’erano regole, idee, che non volevamo tradire e che io rispetto ancor oggi”.

Quali sono?

“C’era un ordine qui e per me esiste anche oggi. Ai nostri occhi la selva aveva una grande vita, che non si poteva limitare, bisognava adattarsi, rispettare la selva. Il giaguaro è più di noi. Il suo corpo gli consente di fare cose per noi impossibili. Può raggiungere una gazzella in corsa, catturare una scimmia su un albero, oppure un uccello. Il giaguaro vede di notte, noi no. Per uccidere un animale quando avevamo voglia di carne, avevamo bisogno di arco e frecce. Le frecce dimostravano che noi uomini eravamo meno del giaguaro, che dunque era sacro, era lui il più importante nella selva, non noi. Il vento era più potente di noi e così la pioggia. Quando vento e pioggia abbattevano le nostre capanne, le rifacevamo, era inutile resistergli. Il sole tornava ogni mattina e riscaldava la selva, che di notte è buia e fredda. La luna illuminava le notti e si trasformava fino a scomparire e noi sapevamo che quando la luna cresceva la selva era più buona con noi, dava più frutti, nascevano gli animali ed i bambini. Le stelle percorrevano il cielo con la luna e segnavano lo scorrere del tempo, che si ripeteva. Noi sapevamo di non potere nulla verso la selva, il giaguaro, il vento, la pioggia, il sole, la luna, le stelle. Nulla cambiava, tutta la nostra vita era legata a queste cose, noi avevamo una piccola parte in queste cose”.

C’era un capo del villaggio?

“Eravamo pochi e ci rispettavamo. I capi erano persone autorevoli perché conoscevano molte cose, come le erbe. Nessuno rubava perché non c’era nulla da rubare, bastava chiedere per avere quello che ogni famiglia poteva dare. Avevamo tutti le stesse cose e non ricordo, quand’ero bambino, violenze fra di noi o guerre verso con altri”.

E ora?

“Siete venuti voi uomini bianchi, coi vostri fucili. Avete ucciso molti animali, volevate dimostrare di essere più potenti del giaguaro, avete anche ucciso giaguari per dimostrare questo. Portate vestiti colorati, più degli uccelli e del giaguaro, mentre noi vestivamo solo queste tuniche bianche. Avete aperto strade nella selva, per dimostrare di essere più potenti della selva. Costruite case che resistono al vento ed alla pioggia. Spiegate ai nostri figli cosa sono il sole, la luna e le stelle. E contate e scrivete. Avete portato qui la religione. Volete dimostrare di essere più potenti di tutto quel che possiamo vedere.  Io continuo a pensare che il giaguaro è più potente degli uomini e che anche la selva lo è, come il vento e la pioggia. E penso che il giaguaro e la selva sono molto più belli degli uomini e dei fucili. Vivo come mi insegnarono mio padre e mia madre, tanti anni fa”.

Che ne sarà della selva?

“Chiedilo a mia figlia, che va a scuola. Io non lo so”.

Mi volto verso la ragazza, che in qualche occasione ha spiegato a suo padre le mie parole ed a me quelle del padre. Lei si copre un occhio, che credo ammalato od offeso.

“È una cultura che finisce, quella di mio padre. Ma io spero di salvare la selva, perché è bellissima e può continuare a far vivere la mia gente, anche se diversamente dal passato”, mi dice.

Spero che questa ragazza riesca a realizzare questo sogno e se potrò aiutarla, magari attraverso Na Bolom, lo farò.

Ringrazio Taren Chiankin “Antonio”. Ci salutiamo e ci abbracciamo. Mi sento felice di averlo conosciuto.

Mentre mi allontano dal villaggio penso che non ho mai sparato un colpo di fucile o di pistola in vita mia. Pensavo fosse un caso, forse era un segno.

 


  • Pubblicato il 05 marzo 2013

Il cimitero di San Mauro

Questo articolo è il seguito di questo sul paesino di San Meuro

All’entrata del paese venendo da Celestun si incontra il cimitero. Ho conosciuto prima i morti che i vivi di San Mauro. Sono stato attirato dai due grandi alberi sotto i quali sono poste le tombe e, come per tutti i cimiteri messicani, compresi quelli delle sole popolazioni maya, dai colori sgargianti di alcune tombe, che risaltano dalla strada.

Per entrare, come succede in tanti piccoli cimiteri, ad esempio in quello di San Giacomo di Lussinpiccolo, bisogna slegare una sottile corda che tiene unite le due porte del cancello di ferro. L’ho fatto con il timore di disturbare un mondo cui sono estraneo.

Poi, superato quel sentimento, dentro, la prima cosa che mi ha colpito era il grandissimo disordine, l’abbandono, i rifiuti e la mancanza di un ordine distributivo delle tombe.

Questa davvero non è una constante nei cimiteri di Yucatan e Campeche.

Visitando il cimitero e confrontandolo con quanto emerso da un interessantissimo colloquio con una antropologa messicana di origini maya che lavora nel Gran Museo Maya di Merida, ho però capito alcune cose.

Quando il cimitero di San Mauro era stato realizzato, molti anni prima, agli inizi del secolo scorso, sostituendo un vecchio campo che è facilmente distinguibile nelle vicinanze per alcune tombe nuove, un ordine era stato tentato. Lo intuite osservando la foto che ritrae una infilata di tombe adagiate sul muro di cinta.

sotto il muro

Poi, col tempo, è stato occupato uno spazio, quello sotto agli alberi, che si è fatto progressivamente più significativo man mano che i due giganti crescevano. Io credo cioè che ogni ordine logico sia stato superato per andarsi a sistemare sotto gli alberi.

Perché? Quel cercare posto sotto gli alberi è legato al fatto che per i maya l’albero ha un significato simbolico molto importante.

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Le sue radici si infilano profondamente nel terreno, rompono la roccia cercando l’acqua finché la trovano. I maya conoscono bene questa caratteristica dei grandi alberi nello Yucatan, nel Quintana Roo e nel Campeche: sono frequenti le grotte nelle quali, dall’alto, spuntano le radici che poi raggiungono l’acqua per bere. C’è un cenote di questo tipo, spettacolare, proprio nel centro di Valladolid come si vede in questa foto.  valla

Quel mondo sotterraneo è l’inframundo, il luogo misterioso di presenze leggendarie e, per semplificare di molto e forse arbitrariamente, degli inferi che dialogano con i viventi e dai quali si ritorna.

Col suo tronco l’albero però condivide il luogo della vita degli uomini ed in molti modi è loro utile. Infine i rami protesi al cielo sono come braccia rivolte al cosmo. L’albero è insomma la rappresentazione della visione cosmogomica del mondo dei maya, è la spiegazione che essi danno si se, come popolo, e del mondo. Torna continuamente anche oggi nelle opere di finissimi artigiani e spiega il movimento della Cruz verde  che nacque nel Quintana Roo nel corso della Guerra di Casta grazie alla sacerdotessa e capo militare Maria Ucaib. La croce verde è una mediazione fra l’albero e la croce cristiana: è infilata profondamente nel terreno (nell’inframundo), per reggersi e reggere il Cristo, si slancia verso il cielo ed al suo “tronco” è appeso il Nazareno, come nelle rappresentazioni maya all’albero sono ancorati animali ed uccelli, fra i quali il sacro Quetzal. Maria dipinse di verde la croce e ci disegnò sopra alcuni simboli dei maya, come facilmente si può vedere nelle croci verdi di San Juan Chamula

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La ‘x’ maya è uno dei simboli forti anche del portale della Chiesa di San Juan Chamula.  Grazie a quel colore ed a quei simboli la Cruz verde divenne la Cruz ablante, la Croce che parla, oggetto di particolare venerazione da parte dei maya di oggi.
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Va dato grande rilievo al fatto che fu una donna a realizzare questa sintesi identitaria e che, per ricordarlo e farci capire il ruolo delle donne maya allora ed oggi, una veste femminile maya, uno hipil, che è l’abito che le donne maya preparano colle loro mani, tessendo juta e cotone  candidi e poi ricamando con una ricchissima varietà di colori, viene messa sulla croce. Sullo sfondo del quadro di Pacheco dedicato ad una ofrendas in casa, vedete una Cruz verde con un bellissimo hipil femminile.

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Insomma, c’è stata nel cimitero di San Mauro una scelta a stare sotto gli alberi che ben si comprende anche alla luce delle forme delle tombe e della presenza ed assenza di simboli cristiani.

Per capire le tombe che osservate nelle foto, occorre però capire come i maya di oggi considerano i loro morti, cosa ne pensano e quale ruolo assegnano loro.

Due sono i tratti fondamentali della questione: le ofrendas e le feste dei morti.

Quando una persona muore, nella sua casa (anche in quelle poverissime, anche in una capanna) viene bandito un tavolo con una tovaglia bianca pulita e possibilmente nuova. Sopra vengono posti frutti, cibi, fiori, oggetti che si ritengono utili al morto per il viaggio che deve compiere nell’inframundo. Insomma il morto si avvia ad una nuova vita nella quale avrà bisogno delle stesse cose che ebbe in vita. Ovviamente il morto non le prende con se, ne coglie l’essenza spirituale ed è  quella che porta con se.

Le ofrendas si ripetono nel tempo, ma quelle che vengono portate in cimitero sono di dimensioni minori.

Per depositarle nelle tombe, vengono realizzati dei cubicoli, specie di microstanzette, che hanno quasi tutte le tombe. Alcune, specialmente quelle che non hanno simboli cristiani,  sono spesso fatte solo da un cubicolo.

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tombeNel caso delle tre tombe più in rovina e non colorate, due dei cubicoli non hanno simboli cristiani e tutte e tre riproducono chiaramente architetture maya. Ebbene, quello è il posto in cui vengono messe le ofrendas che si fanno in cimitero. Questo spiega due cose: la prima sono i sassi messi davanti ad alcuni cubicoli, per proteggere le ofrendas sia dal tempo che dagli animali. Gli animali hanno uno straordinario rapporto con l’inframundo e dunque proteggere da loro le ofrendas ha un grande valore simbolico.

La seconda sono i rifiuti che vedete sparsi per terra. Non c’è dubbio che in questo fenomeno vi sia anche molto dell’abbandono di un poblado poverissimo.  Ma il poblado è discretamente ordinato: gran parte dei rifiuti presenti in cimitero sono i resti delle ofrendas, hanno dunque un significato.

Le feste dedicate ai defunti che si tengono a fine ottobre ed inizio novembre hanno un grande significato per i maya. Infatti i morti tornano in quelle occasioni nelle loro case. Vengono preparate le tavole piene di ofrendas per loro, in modo che si trovino a loro agio nella casa, che viene pulita come non mai (anche le capanne più povere). Il defunto deve sentire di essere ancora gradito in quella casa che fu sua. Il 31 ottobre si festeggiano i pixanitos, i morti bambini, che sono purtroppo molti in un popolo che ha ancora un altissimo tasso di mortalità infantile. Poi, il 2 novembre, si festeggia hanal pixan, il ritorno dei morti adulti, che avviene di notte. Dal calar del buio in avanti nessuno deve lavorare più in casa, sarebbe cosa sgradita ai morti, quasi che fare altre cose fosse più importante del loro ritorno. La sera la famiglia presenta i morti ai bambini. Gli adulti raccontano la vita di tutti i parenti morti di cui si conserva memoria ai bambini, ne sottolinea l’importanza, invita a dialogare coi morti. E non è il muto parlare del Foscolo sui sepolcri, è proprio fare discorsi, rivolgersi ai morti. C’è un villaggio, Camino Real Alto, nel Campeche, in cui il ritorno dei morti è anche materiale: le famiglie si recano il 31 ottobre e poi il 2 novembre in cimitero e prelevano le cassette contenenti le ossa dei morti e le portano in casa.

C’è una cosa che mi pare assai interessante che avviene in quei primi di novembre, nelle case nuove o ristrutturate: la gente spiega ai morti i cambiamenti avvenuti, non volendo causare loro disagi nella casa che non riconoscono più. Per questo davanti alla casa in ristrutturazione in paese hanno realizzato un lettino con un pezzo del lenzuolo del morto. Le feste dedicate ai morti durano per tutto il mese di novembre. Ovviamente tutti questi riti, queste tradizioni, sono più forti in una società ferma o in lenta evoluzione. I maya che si trasferiscono a Città del Messico o altrove mutano queste modalità, ma sembra che non le abbandonino del tutto. Sarebbe formidabile fare una ricerca antropológica per capire, a Città del Messico, fra i maya che là vivono, quanto rimanga di tutto questo. Non ho trovato molto né in librería né nella rete, ma la testimonianza di Paolo Gori sul permanere, fra gli indigeni che lavorano per lui, di antiche spiegazioni della vita e del mondo mi pare significativa.

Infine, mi sembrano importanti alcune ultime cose.

La tomba che mi pare più interessante è quella tripartita in rovina, con un angelo ancora visibile al centro, con davanti due cubicoli rinfrescati di recente e privi di simboli cristiani.

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Se la si confronta con El arco LabnaArco, un monumento le cui forme sono diffuse in tutta la penisola dello Yucatan ma che ha il suo punto stilistico maggiore in quest’arco che si trova nel sito di Labnà. Il rapporto fra le due è evidente,  anche se ovviamente la tomba subisce la mediazione cristiana. Penso che le architetture maya classiche siano sostenute da una visione del mondo e della vita per alcuni aspetti simile a quella che ispira i maya di oggi e che questa idea della vita perciò generi forme ancor oggi riconducibili: sia l’arco che la tomba sono passaggi dell’umano verso l’inframundo.

A chi visiti San Marco rimane difficile immaginare che qualcuno dei suoi abitanti, negli anni in cui sono state realizzate molte delle tombe, abbia visitato i siti archeologici maya nei quali allora si lavorava, traendone ispirazione per realizzarle. Sono le famiglie stesse a costruire le tombe. Inoltre la grande parte sono state realizzate quando ancora non esisteva la televisione ed in paese non c’era energia elettrica.

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La tomba, recentemente riinfrescata di celeste, di Olegario Pat Ek e di Candida Pat Tzuc ha due semicerchi che la completano nella parte alta. Sopra la lapide di Candida, sul semicerchio, c’è ancora un angioletto, dall’altra parte è rimasto solo il basamento. Ma al centro la croce è impreziosita con delle conchiglie che la tempestano. Ripensando alla Chiesa di San Mauro, pur con proporzioni diverse, il richiamo è evidente.

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Infine, in un campo che era stato da molti decenni abbandonato, accanto a quello oggi in uso, una famiglia ha pensato di seppellire i propri morti. I cubicoli delle ofrendas sono ostruiti dai sassi.

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Lì vicino, una vecchia tomba viene svelta da un albero, come un tempio maya nella selva.

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San Mauro Seconda parte Qui la prima parte


  • Pubblicato il 05 marzo 2013
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San Mauro, un poblado fra Celestum e Maxcanù

San Mauro è un poblado, un paesino, sulla strada fra Celestun e Maxcanù. La zona è arida, una grande pianura poggiata sulla roccia porosa di origine corallina che costituisce la base di tutto lo Yucatan.  La pioggia, che nella stagione umida è abbondante, filtra rapidamente e si raccoglie nel sottosuolo. Proprio questa estrema porosità da vita alla diffusissima presenza di grotte e di corsi d’acqua sottorranei in Yucatan ed al fenomeno dei “cenote”, quei grandi buchi profondi e rotondi sul fondo dei quali si creano laghetti, che i maya antichi talvolta utilizzavano per i sacrifici agli dei inferi. Si discute da decenni sull’origine dei cenote e sul fatto che siano quasi sempre rotondi. Alcuni sostenevano si trattasse di crateri meteoritici, ma non si sono trovate tracce di rocce di origine diversa sul fondo dei crateri. Prevale ora l’idea che questo particolare tipo di roccia, cedendo in un punto, possa favorire erosioni che nel corso dei millenni assumono quella forma rotonda, quasi che il punto in cui si è prodotto il collasso divenga un centro di gravità: una sorta di carsismo geometrico.

In questa zona, in superficie si sviluppa una boscaglia di alberi generalmente di piccole dimensioni, radi, dentro ad una sorta di savana, o piuttosto di steppa, perché le erbe non raggiungono l’altezza di quelle africane. Ogni tanto, però, anche qui si incontrano grandi alberi maestosi. Ricordano, ma rispetto a loro sono più grandi, i nostri bagolari (celtis australis), gli alberi che popolarmente chiamiamo spaccasassi, che hanno la forza di spezzare la roccia se “sentono” che sotto c’è l’acqua di cui hanno bisogno per svilupparsi.

La boscaglia, nel corso di milioni di anni, ha creato, non omogeneamente, un minuscolo strato organico, di terra. A San Mauro l’agricoltura ha scarse o nulle opportunità proprio perché la terra è poca, lavorando duramente puoi riunirla per farci un orto. Che però sarà in grado di produrre molto nella stagione delle piogge, mentre ora, nel secco di quest’inverso tropicale, è desolato.

In questi ultimi anni a San Mauro è arrivata la corrente elettrica e, se una famiglia ha i soldi per farsi un pozzo, con un motorino può attingere tutta l’acqua dolce di cui ha necessità. Il problema è quanto costa fare il pozzo, quanto il motorino e quanto l’energia e se dalla coltivazione si tragga un reddito che giustifichi quelle spese. Oggi il paesino ha l’aria di essere sul punto dell’abbandono, una estrema dignità delle persone non può negare l’evidenza della povertà, talvolta estrema. Si vive nelle vecchie capanne elissoidali, coperte di canne, fatte di rami conficcati nel terreno e fango secco. Dentro ci sono solo le amache per dormire, qualche piccolo oggetto, le pentole generalmente stanno fuori, le donne cucinano bruciando carbone o legna dentro i bidoni che una volta venivano usati per il trasporto di petrolio, oppure in barattoli più piccoli. Si vive dell’allevamento di poche vacche e capre, mandate a pascolare nella savana. I bovini sembrano quelli dei pastori africani, hanno sviluppato sul collo una gobba che, similmente ai cammelli, serve loro per raccogliere e mantenere l’acqua nella stagione umida. Li allevano per la carne ed il poco latte che possono produrre cercando qualche erba che non sia ancora secca.

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San Mauro è un villaggio maya, vivono qui oggi come mille o duemila anni or sono, non fosse che la televisione sempre accesa ha sostituito il mondo di fantasie ed icone antiche con l’illusione della ricchezza cui si può assistere nei programmi.

Le decine di canali commerciali di intrattenimento trasmettono continuamente pubblicità, fra un quiz e l’altro, col calcio e le telenovelas dell’america latina a fare da asse culturale portante. Qualche sporadico notiziario magnifica l’opera dei governanti ad ogni livello e rimanda, come fossero film, le notizie e le crude immagini della guerra in corso fra le bande di narcos nel nord del Messico: la scorsa settimana in un conflitto a fuoco fra due bande sono morti in 31, ma nei siti dei giornali italiani la notizia non è nemmeno apparsa. Questo è l’immaginario collettivo, che non può che sviluppare un confronto avvilente con la realtà concreta e cruda in cui si vive e perciò spinge le persone ad abbandonare la capanna del paese per vivere in una baracca in città, con la televisione ovviamente.


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San Mauro non può avere uno ‘zocalo‘, lo spazio rettangolare attorno alla chiesa in cui si sviluppa la vita sociale e commerciale di ogni pueblo, anche perché nessuno ha i soldi per comperare e nessuno perciò si mette a vendere. Davanti alla chiesetta, con pervicacia demenziale, un programma del Governo a favore delle comunità indigene, ha fatto sì che venisse realizzata una lastra di cemento con due canestri per giocare a basket. Tutti i pueblos e poblados maya, e ne ho visitati a decine, hanno questo maledetto campo di pallacanestro, realizzato per la popolazione più bassa di statura che io abbia mai visto. Lo spazio dell’irrazionale deve essere grande nella mente di governanti e funzionari messicani. Fra mille anni, facendo scavi archeologici, qualche arguto studioso, trovando ovunque i resti dei campi da pallacanestro, trarrà la conclusione che i maya avessero mantenuto la tradizione del gioco della pelota, trasformando il canestro da verticale in orizzontale.

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San Mauro non ha alcun medico di tipo occidentale, neppure occasionalmente, mi dicono nell’unico baretto. Qualche servizio sanitario, che viene ora usato dalla gente, è ubicato nei paesi vicini, anche se qui “vicino” ha il significato di una ventina di chilometri. Per fortuna la strada è asfaltata ed ora transita quattro volte al giorno una corriera. In questa situazione, la salute e non solo, del villaggio è affidata ad un vecchio ‘curandero‘, di cui nel bar del paese mi hanno detto che conosce molte erbe ed il loro uso.

Purtroppo con lui non sono riuscito a parlare: anche se c’era la sua bicicletta, la moglie mi ha detto che non c’era.

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Il paese è comunque pervaso da una sua qual sacralità e religiosità. Vicino ad una casa appena rimessa a fresco, era stato realizzato un lettino in miniatura con sopra una croce, un mazzolino di fiori ed un bicchiere blu.

(San Mauro 1, segue)


  • Pubblicato il 28 febbraio 2013
Christo, Wrapped Woman

LE MOLTE COSE CHE UNO SCIAMANO MAYA HA CAPITO DI ME

“Tu problema es spiritual”. Come fosse un medico, Manuel, lo sciamano neomaya con cui da poco più di un’ora ho iniziato una sorta di visita, o forse di terapia, mi comunica quel che ha sentito dal mio corpo. Potrei dire la sua diagnosi.

Per prima cosa ha messo su un ripiano una giada, un’ambra rossa, un’ammonite. Mi chiede di mettere la mia mano destra sopra le pietre, una ad una. Come le sento? A me pare ovvio, sentiró giada ed ammonite fredde e l’ambra, al confronto, mi sembrerà calda. L’ambra è resina cristallizzata e pietrificata, chiaro che richiede un minor calore per scaldarsi, le donne lo sanno bene. Comunque riferisco a Manuel le mie osservazioni, ma non questi pensieri, frutto della mia mentalità europea.

Lui mi dice che l’ambra al contatto con la mia mano scotta perché le pietre hanno il potere di recepire i messaggi del nostro corpo, con cui dialogano. Non è una novità per me, ho conosciuto molta gente che crede ad esempio nelle proprietà dei cristalli e questa è una versione di convinzioni molto diffuse nelle religioni antiche o naturalistiche contemporanee. Riecco il mio scetticismo occidentale. Comunque sia, l’ambra avrebbe recepito una sofferenza del mio spirito. La prende nella sua mano destra e me la mette sul cuore, tenendola premuta, sotto la maglietta. Nella sinistra tiene la giada e me la appoggia sulla fronte. Siamo in penombra, io chiudo gli occhi, Manuel inizia a pronunciare parole del tutto incomprensibili, in lingua maya. Recita, credo, e frequentemente mi soffia sul viso e sul corpo, spostandosi attorno a me sempre tenendo le sue mani e le pietre sul mio cuore e sul capo.

Mi fa sdraiare. Appoggia la giada sulla mia fronte, l’ammonite sul mio pube, l’ambra sul cuore. Lui sta in disparte, pronuncia altre parole incomprensibili, soffia sul mio corpo, come se volesse mandar via qualcosa che lui avverte.

Ora, da terra, vedo meglio la stanza in cui sono. Il soffitto, dipinto di blu, riproduce un cielo stellato. Davanti a me il símbolo del calendario maya, con al centro Hunac Ku. Ai lati una raccolta di maschere e oggetti simbolici, credo di buona qualità. Cosí disteso su un tappeto tradizionale, con un altro, piegato, sotto la testa a fare da cuscino, mi rilasso molto. Ascolto le giagulatorie di Manuel, incomprensibili, sento il suo fiato su di me.

Passano dieci minuti e Manuel mi fa sdraiare pancia a terra. Mi risistema le pietre. Inizia a tastarmi, soprattutto la base del collo. Lavora sulla colonna vertebrale, sa dove mettere le mani, vuole farmi espellere aria con un ritmo suo e ci riesce. Poi inizia un massaggio ed ha la forza per trattare un corpaccione come il mio. Comunque vada, penso, questo massaggio mi farà bene.

Ha finito, mi dice di girarmi, risistema le pietre, dice che mi posso rilassare, lui ora se ne va ma tornerà, promette. Io quasi mi addormento, c’è un pò d’aria condizionata.

Torna dopo una decina di minuti, accende progressivamente le luci. “Ho toccato 21 punti del tuo corpo, mi dice. Io penso che il tuo problema sia attorno al cuore, riguarda il tuo lato spirituale, le tue emozioni, i tuoi sentimenti profondi, come li mostri, o non li mostri. È lí che sei bloccato, lí che non ti esprimi come vuoi davvero. Non so perché, prova a pensare, torna indietro di molti anni, perchè hai blocchi in molte parti del corpo, li ho sentiti, c’è molta energia accumulata che non riesci a far andare via, ti blocca. Ora io ho aperto un canale di comunicazione della tua mente con la forza generatrice, con la, la sapienza dell’universo che si esprime nei messaggi di Hunac Ku. In questo momento stai meglio, hai un equilibrio fra mente, spirito e corpo. Ma e molto debole, sta a te consolidarlo. Hai 21 giorni davanti a te, nei quali il canale che ho creato resta aperto. Usali per ripensare, con libertà. E poi cambia. Porta sempre con te un poco d’ambra e di giada, ti aiuteranno.”

Ci salutiamo.  21 giorni sono una rivoluzione lunare e 21 i punti del corpo che dice di aver sentito. Entro un’altra luna piena devo aver affrontato i problemi di cui Manuel mi ha parlato: almeno, lui dice che per me è un’occasione.

Che io abbia voglia di manifestare liberamente i miei sentimenti e le mie emozioni e che invece sia trattenuto, tarpato, fin da quando ero bambino, è cosa che so da tanto tempo. So anche come cerco di rimediare: con un eccesso di attività cerebrale e di pensiero. Le conseguenze psicosomatiche, per un lungo periodo si sono limitate al peso eccessivo. Da due anni riguardano il mio cuore. Manuel ha certamente intuito. Da che cosa gli derivi, non so, accetto le sue spiegazioni.

Quando vado a dormire, succede una cosa: sogno.

Sogno che sono in una delle tante case in cui ho abitato con mio padre e mia madre, quella in cui eravamo nel 1976. Stiamo scendendo in cantina, non so perchè, loro sono davanti a me. All’improvviso un terremoto sposta le pareti, tutto crolla, vedo distintamente i miei genitori morire schiacciati e penso di morire anch’io. Invece no, mi ritrovo in una sorta di nicchia, quasi una bara, ma vivo. Terrorizzato, mi sveglio.


  • Pubblicato il 27 febbraio 2013
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Manuel Mex, uno sciamano neomaya a Merida

Merida è la capitale dello Yucatan, una cittá di oltre 800.000 abitanti, che ha conservato nel centro storico un aspetto coloniale.

Sulle destra della cattedrale si trova il Museo di Arte Contemporanea dell’Ateneo dello Yucatan (MACAY). Ci sono capitato di domenica pomeriggio, quasi per caso. Nel museo, oltre ad una mostra temporanea strepitosa di Claire Becker, una artista di cui troverete molte tracce in rete, c’è una stanza con 6 tele di Fernando Castro Pacheco, uno dei grandi artisti muralisti messicani. Nato nel 1918 a Merida, Pacheco ha dedicato una parte consistente della sua lunghissima carriera e delle moltissime opere alla promozione della dignitá del popolo Maya. Nel MACAY, in particolare, è conservato un quadro in cui, con grande sensibilitá umana ed artistica, Pacheco riproduce una ‘ofrendas’ in casa. Muta, una donna vista di spalle, sulla sinistra, guarda il tavolo che ha terminato di imbandire, pieno di frutti, in onore di un defunto. Per terra, alle estremitá del tavolo, due vasi di fiori, monocromi, quasi graffiati su uno sfondo tenue, danno alla scena un carattere di grande umanita ed al contempo, per la raffinata tecnica usata, invocano forti valori culturali. Tali erano, indubbiamente, quelli dei Maya, una civiltà lontana da noi e dal nostro sentire, ma di estrema complessità. Gli indios, i loro eredi, hanno dato con la schiavitù, con le loro lotte per riconquistare la libertá, con le loro leggende e con una straordinaria messe di immagini ed icone, un enorme contributo al Messico, che Pacheco si è incaricato di testimoniare.

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Un guardiano del museo mi dice che, per vedere le opere di Pacheco nel massimo splendore dei murales, devo andare al palazzo del Governo, che è a pochi passi dalla cattedrale.

Sto per entrare quando un hombre, che affianca i poliziotti di guardia alla porta, mi chiede se sono americano. “Italiano”, gli dico. “Finalmente!”, mi dice. È italiano anche lui, si chiama Gianluca Benedetti, è figlio di una italiana e di un indio dello Yucatan. Dice di far parte della polizia e di occuparsi di comunicazioni. Scherza: “¡Soy un haker!”.

Mi accompagna a vedere le opere di Pacheco.

Mi aggiro in mezzo a quei capolavori che scopro peró non essere murales. Pacheco li ha realizzati (strana cosa) su lastre di ferro e praticamente occupano ogni spazio delle pareti del primo piano del grande Palazzo del Governo. Gianluca mi chiede che cosa mi abbia spinto in Yucatan. “Vorrei capire, gli dico, se e come sopravvivono, fra gli indios qui in Yucatan ed in Chapas, le convinzioni religiose dei Maya e che rapporto hanno col cristianesimo, specie quello cattolico”.

“Questo é incredibile, mi dice. Mio nonno è uno sciamano e adesso anche mio zio lo è. Puoi parlare con loro se vuoi. Il nostro incontro è la prova dell’esistenza di Dio”. Mi chiedo sempre più spesso quali intenzioni abbia il Creatore. Comunque guardo Gianluca esterrefatto: da giorni mi chiedevo come avrei fatto ad incontrare persone che mi potessero mettere in contatto con il mondo degli sciamani neomaya e quasi disperavo di riuscirci. Oggi, casualmente, cercando arte ho trovato gli sciamani.

Gianluca mi dice che più tardi potremo parlare con suo zio. Ora, visto che stanno riaprendo i portoni della Cattedrale, mi invita a visitarla assieme, mi fará da guida. Benvolentieri, penso: vediamo come si comporta in Chiesa il nipote di uno sciamano. Entriamo. Dovete immaginare tre navate gigantesche, segnate da colonne circolari molto grandi. Tutto è realizzato in una pietra locale, chiara ma non bianca. La chiesa non è intonacata. Le volte sono rette da archi a tutto tondo molto belli, in alcune parti sono tessute a nido d’ape. Nessun orpello, nessuna pesantezza del barocco coloniale spagnolo, tutto è semplice, compreso l’immenso crocefisso in legno di cedro che è appoggiato alla parete di fondo dell’abside. In una cappella, sulla sinistra, è conservato un crocefisso nero. Si dice che sia sfuggito all’incendio di una chiesa in cui si trovava e che abbia suscitato grande devozione popolare perché, sottratto alle fiamme, si sarebbe coperto di bolle, come succede alla nostra pelle dopo una scottatura.

Gianluca è prodigo di spiegazioni, si fa il segno della croce quando passa davanti alle immagini che ritiene più significative, mi racconta della visita di Giovanni Paolo II a Merida e che lui, con sua madre, occupava un posto che mi indica, che era riservato alla comunità italiana. Il Papa si sarebbe fermato anche da loro e Gianluca mi mostra una medaglia ricevuta, da cui non si separa mai. Ha dato ai suoi due figli i nomi di Giovanni e Paola, in onore di quel Papa cui e molto devoto.

Usciamo ed andiamo a bere qualcosa, oggi fa molto caldo. Mi porta al caffé gestito dalla madre e telefona allo zio, che nel giro di dieci minuti si presenta al nostro tavolo. Si chiama Manuel Mex, che però pronuncia alla maya, mi spiega, “mesch”. Se pensate agli sciamani come a personaggi strani vestiti in modo improbabile, toglietevelo dalla testa. Manuel è un signore in pantaloni corti (necessari qui ai tropici), scarpe da jogging, maglietta, orologio pataccone come piace a queste latitudini. Ci presentiamo e decidiamo di spostarci, c’è troppo rumore. Facciamo un isolato ed entriamo in un negozio di artigianato locale, grande su due piani. Saliamo al primo piano e Manuel mi dice: “Siamo una cooperativa, questo è un negozio, come dite voi, equo e solidale”.

HunabKuMentre mi chiedo se ci possa essere qualcosa che possa sorprendermi di più di quel che ho vissuto nelle ultime due ore, Manuel accende le luci e si svelano una serie di ambienti successivi, senza finestre, le pareti coperte da vetrine in cui sono conservati oggetti ispirati alla tradizione dei Maya ed appesi drappi e tessuti. “È come entrare in un tempio!”, mi dice. E vero, quella è la sensazione. Alla fine mi trovo davanti ad un simbolo religioso, quello di Hunab Ku, che pero Manuel pronuncia e scrive Hunac Ku. È il simbolo maya della potenza generatrice dell’universo. Osservo che è molto simile a quello dello Yin e dello Yang taoista e buddhista.

“Lo dicono tutti gli occidentali che vengono qui”, afferma Manuel. “C’è però una differenza. Noi non pensiamo che la realtá si dislochi attorno a due soli poli, maschile e femminile. Questo rapporto non è per noi decisivo. Noi crediamo che vi siano tre elementi fondamentali: la mente, che è sede del sapere umano e della sapienza; lo spirito, che alberga nel nostro cuore e genera emozioni e sentimenti; il corpo, che ha il suo fulcro negli apparati genitali maschili e femminili. E fra questi elementi che si deve stabilire un equilibrio, senza il quale siamo morti anche rimanendo in vita. In noi esistono sentimenti negativi, ci conduciamo ad avere comportamenti sbagliati, sia nei confronti degli altri che verso noi stessi.”

Ma come interviene Humac Ku, in questo processo?

“Tutto depende da lui, dalla sua infinita capacitá generatrice che viene messa a nostra disposizione. C’èé una continua trasmissione di sapienza e conoscenza, alla quale, se vogliamo e se sappiamo come, noi singole persone, possiamo accedere.”

Come comunica Hunac Ku con l’umanitá?

“Attraverso la luna, che è l’elemento finale di una catena di pianeti che raccoglie questi messaggi e li rende a noi tangibili. La luna, con le sue rivoluzioni, governa gli elementi essenziali della vita del nostro pianeta e degli esseri umani, scandendo anche i nostri ritmi. Ma dobbiamo andare oltre la pura esperienza materiale, cogliere il significato profondo di quest’opera. Tutti sanno che bisogna seminare, o piantare gli alberi, con la luna che cresce. Noi sappiamo che i bambini, perche crescano sani e alti verso il cielo, vanno concepiti quando la luna è piena, non quando cala. Bisogna però anche cogliere l’elemento ciclico di tutto questo. Noi crediamo che i cicli naturali durino 300 anni solari formati da 365 giorni. Pensiamo che dentro questo ciclo, ad uno spirito, viene affidato un corpo per 9 volte e che lo spirito può affinarsi nella relazione col corpo progressivamente, fino ad abbandonare la necessitá di ogni dimensione terrena. La potenza generatrice crea gli spiriti, li affida ai corpi che sono dotati di una mente. È la mente che deve reggere l’equilibrio fra spirito e corpo, fra la dimensione dei sentimenti e delle emozioni e la nostra attivita física e soprattutto riproduttiva. È la mente a condurre all’equilibrio che libera alla fine lo spirito dalla dimensione materiale. Il corpo è  il mezzo che viene usato per tutto questo.”

In questo sta l’abilità umana?

“Sta nel capire profondamente i messaggi che ci giungono dall’universo e nell’usarli per stabilire un equilibrio stabile dentro l’essere umano. È un proceso continuo, un affinamento, un percorso. Se lo conduciamo bene, il nostro spirito si sará affinato e dopo la morte gli sará affidato un altro corpo e questo processo continuerá. Alla fine lo spirito potrá fare a meno di un corpo, avrá completato il suo percorso. Per questo non temiamo la morte se abbiamo ascoltato quel che l’universo ci comunica, affinato la nostra sapienza e la conoscenza, lavorando per l’equilibrio. Moriremo e potremo fare ancora meglio. Se invece non l’abbiamo fatto, ecco: tutto ricomincia con uno spirito fermo, che non si è evoluto. Soffrirá lo spirito, avrá ancora più bisogno della mente e della sapienza, il corpo sará ancor più sollecitato a comportamenti che rischieranno di peggiorare la condizione dello spirito. E tutto questo avverrá e si ripeterá in un tempo dato, non all’infinito. In 300 anni la liberazione dello spirito deve avvenire.”

E se non avviene?

photo“Avviene, Hunac Ku, la potenza generatrice mette a disposizione tutto perché avvenga, ci ha concepito e ci nutre di sapienza per fare in modo che avvenga. Ma ci sono forze contrastanti, negative. È in queste forze, che i cristiani chiamano diaboliche, che si concentrano gli spiriti che non salgono i nove livelli della piramide di Kukulcan a Chichen Itza. Stá a noi sciamani aiutare gli umani a fare positivamente quei nove passaggi in 300 anni e perciò indebolire ogni elemento negativo, violento, apprimente.”

La gente si rivolge allo sciamano per riuscire a trovare l’equilibrio fra mente-sapienza, spirito e corpo o per motivi molto più concreti, come una malattia?

“Voi occidentali affermate che il 90 per cento delle malattie sono di origine psicosomatica. È così. La mancanza di equilibrio, la sua rottura, genera malattie. La gente si rivolge a noi per superare le malattie e ritrovare equilibrio. È un processo che mette in gioco 21 punti del nostro corpo sui quali lavoriamo.”

Come si diventa sciamani?

“Non si diventa, si nasce. Ci sono segni nella gravidanza che fanno prevedere che nascerá uno sciamano e segni nel corpo del bambino che nasce. Mia madre, mentre mi aspettava, era convinta di sentirmi piangere, non sapeva cosa fare. Quando sono nato avevo un orecchio formato in modo particolare ed una macchia scura sul pube: è la luna. Mio nonno sciamano riconobbe subito in me il suo successore.”

Manuel mi fa vedere il suo orecchio ed il suo pube rasato, con la macchia scura.

“Noi Maya, maschi e femmine, ci rasiamo da sempre il pube. È una pratica antica. Quando un bimbo nasce, in una delle nostre famiglie, lo sciamano pratica un minuscolo taglio nel perineo ed inserisce tre piccolissime pietre: una ammonite, una giada, un’ambra. Metterá quel corpo al sicuro dai tentativi degli spiriti maligni di conquistarlo.”

Il diavolo, nella demonología cattolica, tenta spesso di possedere gli umani penetrando attraverso gli sfinteri. Chiedo a Manuel come faccia ad intervenire su 21 punti del corpo umano.

“C’è un solo modo: devi provare.”

Mi guarda e dal mio corpo e dai miei ragionamenti mi dice di aver tratto la convinzione che sto cercando un nuovo equilibrio.

“Sei venuto da me per questo, perchè cerchi un nuovo equilibrio. Altrimenti, perché saresti qui a fare domande?“

Non fa una piega, domani proverò.


  • Pubblicato il 24 febbraio 2013
Foto di Danilo De Marco

Il Messico di Paolo Gori fotografo di Tarcento che vive in Messico da sempre.


Paolo Gori si è lasciato convincere a venire a Mahahual, ad un incontro fra operatori culturali messicani ed italiani. Non ne aveva molta voglia, troppe cose lo trattenevano a Città del Messico, ma alla fine l’insistenza di Luciano Consoli lo ha convinto. Per l’occasione ha realizzato anche quello che una volta avremmo definito come un ‘cortometraggio’, strano e sensibile. Ha messo una microcamera sulla testa di tre cani e, conducendoli per la sua città, ha realizzato 7 ore di riprese, condensate poi in 13 minuti. Ne è nato Ojos de perro, Occhi di cane, che è ancora un esperimento: un modo di vedere la megalopoli con gli occhi di un cane, attirato da odori, esigenze e sensazioni molto diverse da quelle degli umani.

“Sono nato a Tarcento, in Friuli, nel 1937 e vivo a Città del Messico. È una città gigantesca e piena di problemi. Forse sono 35 milioni i suoi abitanti. Non si sa quanti siano effettivamente i messicani, oltre 120 milioni, probabilmente. La concentrazione nella capitale non ha eguali in altri paesi. Ci sono giorni in cui la città cresce di 10.000 persone. Moltissimi non vogliono nemmeno essere censiti, semplicemente perché c’è una forte, storica diffidenza verso le autorità. La vita, per la grandissima parte di chi abita a Città del Messico, è durissima, senza servizi sanitari, senza fognature, senza acqua in casa, senza scuole per i bambini, senza alcuna sicurezza. Per molti anche il cibo è poco, o di scarsa qualità. Quando arrivai, nel 1966, nel cartello che si trovava all’entrata della città, stava scritto che aveva 4,9 i milioni di abitanti. In realtà già allora erano di più. Ma non mi stupisce questa dimensione, chi vuol abituarsi al Messico fa subito i conti con la sensazione che qui tutto sia molto grande.“

Paolo attraversò la frontiera a Nuevo Laredo. Viaggiava con Simonetta Picone Stella, un’amica romana ritrovata negli Stati Uniti. Allora disponeva di una discreta agiatezza economica e si stancò presto di New York. Propose a Simonetta un viaggio che a lei sarebbe servito per le sue ricerche sociologiche, alle quali dedicava un periodo di studio postuniversitario negli USA.

“Dopo tre mesi di visite ed interviste degli stati del sud a cercare latini e neri, ne avevo abbastanza. Eravamo in Texas e proposi di andare in Messico. Lei accettò ed entrammo. Io avevo il Messico in testa, devo dirlo. Avevo visto molti film del periodo d’oro del cinema messicano, sostanzialmente coincidente col nostro neorealismo. Avevo letto “Los hijos de Sanchez”, un libro bellissimo scritto da Oscar Lewis, un ricercatore che per primo utilizzò la tecnica dell’intervista registrata con una famiglia di Città del Messico. Truman Capote lo riprese in “A sangue freddo”. Ma soprattutto, a Roma, avevo frequentato la casa di Cesare Zavattini, che aveva un grande amore per il Messico, lo considerava il paese più ricco di culture ancestrali ed originali. Aveva la casa piena di oggetti messicani, molti dischi di mariachis, opere d’arte, carte. Mi avevano incuriosito anche certe miniature, per le quali i messicani hanno ancor oggi grande passione.

Quando entrai in Messico fu l’esotismo nella fisionomia della gente a colpirmi, la loro predisposizione ad usare i colori nel vestirsi, nel dipingere le case. Bastava guardarsi in giro per capire Diego Rivera ed i suoi murales.

Poi fu la vastità dei paesaggi ad impressionarmi. Anche negli Stati Uniti c’erano n’erano di non meno giganteschi, ma quelli messicani avevano un carattere differente, mi affascinarono. Davanti ai miei occhi si spalancavano prospettive vastissime, imponenti. Per me, proveniente dall’Europa, coi nostri spazi angusti e generalmente attutiti, non solo le dimensioni del Messico ma anche i suoi fortissimi contrasti erano un motivo straordinario di attrazione.

Un’altra caratteristica di questo paese di cui ci si accorge ben presto è la sua altezza sul livello del mare. È alto, il Messico: dal Chapas al confine con gli USA è tutto un susseguirsi di montagne ed altipiani, ai quali bisogna abituarsi ben presto.

queTi veniva voglia di conoscere, di esplorare, di capire: vulcani di oltre 4000 metri, deserti senza fine, rocce dai colori i più strani, immense ‘sierras’.  Anche le piante, pur nelle zone aride, erano enormi. Rimasi colpito da una varietà di agave gigantesca, la maguey, la stessa che aveva attratto l’attenzione di Ejzenštejn e che compare di frequente in “Que viva Mexico!”. È un’agave gigantesca, mansueta, sensuale, con grandi foglie che si piegano docilmente.

Dopo il clamoroso esotismo della prima impressione, in pochi mesi mi sentii come ritornato a casa. C’era una evidente somiglianza con l’Italia: l’attitudine per la vita, l’autoironia, il discredito nutrito per tutto ciò che è ufficiale. In Messico se il Governo dice che non ci sarà svalutazione del peso, tutti pensano che ci sarà. A fare quasi da contrappunto rispetto alla vastità e violenza dei paesaggi, era sulle piccole cose che ritrovavo aria di casa: nelle feste di paese esponevano gli stessi giocattoli di quand’ero bambino, come quegli acrobati che scendono a cascata da una scaletta di legno, o i fischietti di terracotta, le ocarine. Era come arrivare nell’Italia di trent’anni prima. Tutto era melanconico e al contempo memorabile. C’è molta melanconia in Messico, è un paese tragico per molti aspetti. Da quand’erano colonia spagnola ad oggi il dramma dei messicani non si è assorbito. Sono tradizionalisti, ma da alcuni anni, dentro i processi di globalizzazione, il modello nordamericano prevale. Dove avverto questa prevalenza è la musica. Il Messico era ed è un paese di grande e magnifica musica, ma oggi il novanta per cento di quel che si ascolta è osceno, ritmi imposti dal nord del continente, banalità, bestialità. Avevamo una grande vena romantica, che è ancora viva. Il fenomeno dei mariachis, ad esempio, è straordinario, ha creato musiche, armonie, testi popolari bellissimi. Ma c’è anche musica colta e raffinata, però fatta dalla gente. Nella regione di Veracruz, soprattutto a Tlacotalpan e nella zona della foce del fiume Papaloapan, resiste una tradizione di arpa popolare, dal contrappunto barocco finissimo. Sono luoghi bellissimi, sia per il paesaggio naturale che per quello costruito. I colori e la luce dominano sia l’uno che l’altro ed io credo abbiano influenzato la nascita della musica locale. Ma l’arpa non è il solo strumento “colto” ad aver dato vita ad un genere popolare. In Chapas la musica popolare è la marimba, che prende il nome da uno xilofono fatto con legni locali. Esiste una grande orchestra, la Marimba Nandayapa, molto conosciuta e di grande qualità. Huazteca è una grande zona al centro del Messico, di montagna, condivisa da tre stati messicani, che ha una grande tradizione musicale e da cui trae origine il huapango. Ma non c’è solo una dimensione locale della musica messicana. C’è stata anche una stagione, quella dominata da Carlos Chavez, in cui si è tentato di costruire una sorta di musica “nazionale”.


Anche oggi ci sono compositori bravissimi. Io conosco Arturo Marquez, che ha composto fra l’altro un bellissimo huapango. C’è uno sforzo rivolto ai bambini, per insegnare loro la musica, anche quella colta. Ci sono anche in Messico esperienze simili all’Orchestra bolivariana organizzata a Caracas da Antonio Abreu. Ma direi che in Messico c’è una didattica “naturale” della musica, molti suonano senza averla mai studiata, perlomeno nelle forme classiche. C’è un modo di dire tipicamente messicano per significare che si suona senza aver studiato: si dice “Soy un lirico” e molti lo affermano con orgoglio. Sembriamo poveri, oggi, solo perché siamo invasi da stupidaggini, da ritmi noiosi. Ma c’è invece una musica viva, che riemerge sempre, che nasce dalla relazione fra il carattere indigeno e quello latino del paese. È lo stesso fenomeno che percorre tutta l’America latina, dentro la quale oggi il Brasile appare come il laboratorio musicale più capace di interessare anche i non latini. Tutto la musica latinoamericana contamina positivamente il Messico e noi facciamo lo stesso con gli altri paesi. Anche il caribe è un formidabile luogo di creazione musicale. La musica cubana e quella messicana si contaminano da sempre. Avevo avuto un primo approccio con la musica messicana a casa di Zavattini, poi qui mi sono innamorato.”

Dicevi della musica e dell’arte come incontro del carattere latino ed indigeno di questo paese. Ci parli del carattere indigeno?

“Non è facile parlarne. Si tratta di popolazioni molto chiuse e tormentate. Bisogna tener conto che con la conquista gli spagnoli portarono qui le loro malattie. Si calcola che la prima epidemia di influenza giunta in queste terre tramite gli spagnoli abbia falcidiato il 90 per cento della popolazione indigena. Si deve immaginare che in pochi mesi intere popolazioni furono distrutte. Si pensi a cosa volle dire questa tragedia per gli Atzechi, che erano nel pieno della loro civiltà. Ma anche per i Maya del sud del Messico, ridotti a nulla. Quella strage annullò in realtà grande parte delle civiltà indigene, molto di più e molto peggio di quel che riuscirono a fare le spade e gli archibugi degli spagnoli. Solo pochissimi nuclei rimasero isolati e non meticciarono, per volontà e scelta o, più spesso, per violenza. C’è una tribù nella selva Lacandona, nel sud del Chiapas, che è riuscita a mantenere fino ad oggi i caratteri originali, ma sta cedendo alla distruzione della foresta. I pochi sopravvissuti per riprendersi demograficamente dalla strage portata dalle nostre malattie, ebbero bisogno di secoli, ma la trasmissione delle loro grandi culture era interrotta. Restavano forse solo alcuni caratteri. Ad esempio gli Atzechi erano abituati a poteri teocratici e non ebbero difficoltà perciò ad accettare l’enorme potere e la struttura verticale del potere della Chiesa cattolica.

Oggi noi vediamo gli indios come persone timidissime, che abbassano davanti a noi lo sguardo. Non è affatto sempre stato così. Sul finire degli anni ’80 percorsi tutta la Barranca del cobre, la terra dei Taraumar. Ricordo alcuni episodi. Viaggiavo con un pulmino. Arrivai ad una svolta della stradina che scendeva verso il fondo di quello splendido canyon. In un luogo da cui si godeva un paesaggio straordinario stavano un padre col figlio. Erano persone dal fisico asciutto, alti, slanciati, molto diversi dall’immagine che tradizionalmente attribuiamo agli indios. Erano in piedi, guardavano quello straordinario paesaggio. In quegli anni, molto più di oggi, il passaggio di un’auto era motivo di curiosità. Ricordo perfettamente che padre e figlio nemmeno si girarono, con mia sorpresa. Erano impegnati in qualche cosa di profondo e spirituale, l’osservazione della loro terra. Visti con gli occhi di un fotografo, erano naturalmente in posa. Lo facevano con orgoglio: allora i Tarahumara erano entrati in contatto con i bianchi da pochi decenni. Poche centinaia di metri dopo trovai un vecchio ai bordi della strada. Fece segno con una mano di fermarmi. Salì a bordo senza nemmeno pronunciare una parola. Dopo una trentina di chilometri mi indicò di fermare, scese e se ne andò, senza dire una parola. Ero ospite da loro, il passaggio non doveva chiederlo, era un mio dovere darlo. Dopo poco mi misi in cerca di benzina- Mi dissero che in una casetta isolata forse ne avevano. La trovai e sull’entrata erano seduti due anziani, una coppia. Il vecchietto abbracciava la sua compagna, con tenerezza ed affetto. Osservavano la Barranca, lo loro terra, con un’espressione felice e non si spostarono per farmi entrare. Erano liberamente affettuosi davanti a me, cosa che non ho mai visto negli indios che hanno subito l’imposizione dei nostri costumi.

Cito questi tre episodi con i Tarahumara per significare che ciò che sono oggi gli indios, il loro carattere, è frutto della colonizzazione, non è affatto il modo d’essere della popolazioni originarie. Pensiamo al loro artigianato, alle produzioni artistiche. Nella stragrande parte dei casi sono stati piegati a ripetere inutilmente vecchie cose, a confermare stereotipi, con produzioni artigianali sempre uguali, in modo tale che la loro creatività non risalta. Voglio solo fare un esempio di come le cose potrebbero invece essere. Io ho amici fra gli indios che vivono nello Stato di Hauvaca ed in particolare nel pueblo di Teotitlan del Valle. Nel 1969 vi giunsi per la prima volta. Il Natale era passato da poco e mi venne voglia di visitare la chieda del villaggio. Di per se l’edificio non aveva alcunché di rilevante, ma dentro trovai cose meravigliose: c’erano candele fatte con una tecnica sopraffina, nelle quali erano infilati come degli spilloni, che infilzavano anche dei frutti e dei fiori di cera. Frutta e fiori sono l’elemento tipico delle “ofrendas” per i morti. A volte, in occasioni particolari oppure quando muore una persona, in casa, un tavolo o una parete, vengono riempiti ed addobbati con fiori e frutta. Si tratta chiaramente di un rito antico, originario delle antiche popolazioni preispaniche, ancestrale. Ecco che qualcuno aveva pensato di collegare quella antichissima tradizione con la fede cattolica e di riprodurre fiori e frutta con la cera, di collegarli alle candele che poi venivano portate in chiesa davanti ad un altare. Chiesi chi avesse fatto quelle particolarissime candele e mi indicarono una casetta, non distante. Vi andai e trovai una signora di 50 anni con alcuni bambini. Era stata lei a fare le candele di cera con fiori e frutta di cera infilzati? Candidamente, rispose che sì, lei faceva quelle cose. Scattai alcune foto bellissime di quella donna, dei suoi bimbi, della casa. Alcuni anni dopo tornai nel villaggio, volevo rivedere la signora. Cercai la casetta, ma non la trovai, avevano spostato la strada ed non riuscivo ad orientarmi. Entrai in un’altra, dove stava una famiglia che, scoprii, tesseva. Buttai l’occhio sui lavori di tessitura e rimasi sbalordito: facevano cose bellissime! Divenni amico di quei due tessitori zapotecos, che si chiamavano Victoria e Perfecto. Dopo alcuni anni, riordinando il mio archivio, trovai le foto della donna di tanti anni prima, quella delle candele, lei coi suoi bambini. Le mostrai a Perfecto e lui impallidì: quella era la sua mamma ed uno dei bambini era lui! Era l’unica immagine che avesse di lui bambino.  Ora si spiegava la sua straordinaria arte della tessitura: era nato in una famiglia creativa, con una madre a sua volta artista.

Ho conosciuto altri grandi artisti indio. Ad esempio nel villaggio di Patamban si produce una bellissima ceramica vetriata verde. Ad inventare la tecnica per realizzarla fu un artista indio locale, che la trasmise a tutto il villaggio, permettendo così di migliorarne la difficile condizione economica. Ciò che non voleva diventasse appannaggio di altri erano le forme dei suoi vasi. Si narra che, sul letto di morte, pretese che tutti gli stampi che aveva prodotto negli anni gli fossero portati e venissero distrutti davanti a lui: che il villaggio facesse pure la ceramica da lui inventate, ma non ripetesse quelle forme che erano solo sue. Nel vicino villaggio di Ocumicho si produce invece una ceramica narrativa, con uno spirito minuzioso,buffo e, a mio avviso, un tantino angosciante. Regalai ad Arnold Steinhardt, un caro amico violinista, una bella Santa Cecilia. Molta parte della iconografia barocca messicana si è innescata in quella preispanica. La più alta testimonianza di questa tradizione è quella che ci ha dato Josè Guadalupe Posada, il più grande e geniale incisore, che ha creato immagini iconiche conosciute in tutto il mondo, come la famosa “Catrina pecona” , “La donna elegante calva”: è una definizione ironica, naturalmente. La utilizzai per una pubblicità della Pepsi Cola, forse qualcuno la ricorda ancora.
Posada2.CatrinaIl cattolicesimo intervenne drammaticamente su questo mondo di immagini. I preti decisero che erano rappresentazioni diaboliche. Un frate, Diego De Landa, decise che tutto questo mondo di immagini doveva essere distrutto e girò lo Yucatan a bruciare e distruggere i codici Maya che contenevano tutte queste immagini.

Basta guardare ai templi ed alle città che hanno abbandonato per capire di quali vette di civiltà fossero capaci, basta ammirare le testimonianze artistiche rimaste. Il carattere originario degli Atzechi, dei Maya e delle altre decine di etnie originarie era tutto diverso da quello che mostrano oggi. Siamo noi europei ad averli distrutti, ad aver tarpato la loro creatività.

Oggi le antiche religioni, o meglio quel che di loro resta in forme di riti e credenze ancestrali, si scontrano con la condizione sociale drammatica in cui gli indios si trovano sia che vivano nelle regioni di origine , sia che si siano spostati a Città del Messico. Io ho continuamente una relazione col pensiero magico indigeno. Ad esempio la mia cuoca è una persona intelligente che non ha potuto studiare. Molte delle cose in cui crede sono, agli occhi di un occidentale, assurde, chiaramente preispaniche. C’è una trasmissione di queste credenze di madre in figlia, favorita io credo anche da un fenomeno sociale: la maggioranza dei bambini che nascono a Città del Messico hanno una madre ma non conosceranno mai il loro padre. Ciò determina, soprattutto per la scarsissima scolarizzazione nei gruppi sociali più poveri, una trasmissione culturale in cui il vecchio immaginario magico sopravvive. Anche il machismo, così tipicamente messicano, è frutto di questa situazione. Le donne non conoscono altro che quel comportamento maschile e, coi figli maschi, loro stesse tendono inevitabilmente a legittimarlo, perché non ne conoscono di diversi. Perciò lo trasmettono come un fatto naturale. Non mi stupisce se un vecchio mondo sopravvive anche in ghetti in cui però trovi le televisioni che trasmettono porcherie e si ascolta pessima musica nordamericana.”

Paolo fuma uno dei sigari toscani che Danilo De Marco gli ha portato dall’Italia, siamo nel patio dell’hotel Matan Ka’an. Poco distante da noi Giancarlo Venuto, dopo essersi arrampicato su un’impalcatura, sta disegnando una delle quattro grandi calle che saranno il suo omaggio a Tina Modotti ed un lascito per Cruzando fronteras, l’incontro di intellettuali ed artisti italiani e messicani che è in corso qui a Mahahual, nello Stato del Quintana Roo, il più meridionale di quelli che fanno parte della confederazione messicana.

“Quando sono arrivato, ero pronto ad innamorarmi del Messico, in realtà. Tutto quel che avevo fatto prima spingeva in questa direzione, anche se non ne ero consapevole. Durante la guerra mio padre diede un po’ di soldi e forse cibo ad un ufficiale tedesco. In cambio ottenne una splendida macchina fotografica. Mio fratello maggiore fu preso dalla passione per la fotografia ed organizzò in casa un piccolo studio, con quanto serviva per sviluppare le foto. Ero piccolo, sette, forse otto anni, ma presto imparai. Lui lasciava Tarcento per frequentare il Collegio Don Bosco a Pordenone. Mandarlo dai salesiani parve a mia madre il modo migliore per salvarlo dall’arruolamento forzoso cui sarebbe stato costretto se sorpreso in casa, magari nel corso di qualche rastrellamento. Si salvò infatti. A me, per lunghi mesi, in quegli anni di guerra e subito dopo, rimase quella macchina, un po’ di pellicola, il necessario per sviluppare. Nacque così la mia passione per la fotografia. Ho avuto la fortuna di diventare amico di Riccardo Toffoletti, che aveva un anno più di me ed era figlio di una fotografa, che a sua volta aveva ereditato lo studio da suo padre, il primo fotografo di Tarcento. Riccardo perciò era più avanti di me e mi insegno alcune cose. Lui, soprattutto, secondo me stampava molto bene.

Feci le scuole superiori ad Udine, al liceo Stellini. Studiavo e disegnavo tanto, era la cosa che mi piaceva di più fare e mi ci ero appassionato già durante le medie, in paese. Delle medie e del liceo ricordo poco, ma questa passione per il disegno mi è stata ricordata da un compagno di scuola delle medie, che poi divenne generale dell’esercito italiano e che, venuto a trovarmi a Città del Messico, dimostrò di ricordare quei tempi felici assai meglio di me. Conservava persino il ricordo di un personaggio dei fumetti che avevo creato, un certo Amilcare Barca, un tizio che, fatti due buchi sul fondo di una minuscola barchetta, vi aveva infilato piedi e gambe e camminava vestito con quella barca, un elmo in testa. Stranezze da ragazzo fantasioso. Sul finire del liceo un mio compagno di classe ebreo, mi condusse ad incontrare l’architetto Marcello D’Olivo a Udine, pore lui ebreo. Io non avevo né diplomi né capacità tecniche che potessero essere utili a D’Olivo, ma lui, visti i miei disegni, mi disse che potevo rimanere nel suo studio a disegnare per lui. Era un uomo incredibilmente creativo, schizzava sulla carta idee, sulle quali noi disegnatori cercavamo di intervenire. Divenni in breve un suo disegnatore, ma non ne avevo alcun reddito. Dormivo nello studio di D’Olivo a Udine, potevo andare in trattoria a mangiare a sue spese, ma non vedevo una lira. Sono stato due anni da lui, ricordo in particolare due suoi lavori: il villaggio turistico di Manacore Garganico ed il progetto di una grande città universitaria a Riad. Quest’ultimo soprattutto: D’Olivo aveva  una grande passione per la fantascienza e, non so come, disegnò al centro di questa nuova città per 250.000 studenti, una torre a base triangolare che doveva essere alta un chilometro, coperta da celle per catturare il calore del sole e trasformarlo in energia. Allora questo tipo di impianti era solo nell’immaginazione degli autori di fantascienza, oggi è a disposizione di tutti. Marcello era un grande visionario, mi fece scoprire la grande architettura, una passione che mi prende anche oggi. Dopo due anni lasciai lo studio di D’Olivo per iscrivermi ad architettura a Venezia. L’ambiente era meraviglioso, c’era un dibattito ed un clima culturale esaltante ma io vivevo serie difficoltà economiche. Mio fratello stava a Roma, aveva una stanzetta, mi disse di andare da lui, in qualche modo avremmo fatto. Ci andai e mi iscrissi ad Architettura a Roma. Che delusione! Erano gli ultimi emuli di Piacentini, la facoltà era il rifugio dei fascisti romani. Era insopportabile culturalmente, ma anche politicamente, per uno come me che usciva da una famiglia antifascista. Decisi perciò di iscrivermi a fisica, ero molto attirato da alcuni elementi di filosofia della scienza. Un giorno, camminando in via Spallanzani, dentro un garage con la serranda sollevata, vidi un tizio che metteva ad asciugare foto appendendole ai fili che si usano per stendere la biancheria. Entrai e rimasi affascinato: stava sperimentando in fotografia cose nuove, che mi attirarono subito. Cominciammo ad usare in modo non ortodosso le emulsioni, le solarizzazioni, gli alti contrasti, facevamo strani usi delle varie carte che potevamo impiegare, non ultima quella chimica che allora si usava per fare fotocopie. Per questa via, da autodidatti, inconsapevolmente, ci collegavamo al movimento della fotografia soggettiva, di cui ignoravamo persino l’esistenza e che scoprimmo solo dopo molti anni. Iniziò così, col mio sbalordimento, una amicizia straordinaria. Ma mentre io venivo da un ambiente culturalmente molto debole, di estrema provincia, quel ragazzo, che si chiamava Enzo Ragazzini e sarebbe diventato un fotografo molto conosciuto, proveniva da una interessante famiglia romana. Il padre di Renzo in particolare conosceva il movimento surrealista ed inoltre coltivava una vera passione per le cultura primitive. Ricordo che possedeva un libro sui simboli preispanici in Messico. Fu attraverso lui che conobbi il figlio di Zavattini e poi Cesare. Lasciata definitivamente l’Università, lavoravo a Roma con Enzo, eseguivo quel che lui mi diceva di fare, ma la mia passione era sperimentare, anche ed in laboratorio. Abitavo in casa di Enzo, conobbi un quei mesi Simonetta, con cui poi venni in Messico. Il padre di Enzo possedeva una piccola fabbrica di ceramiche a Vietri sul Mare. Me ne affidò la gestione per qualche mese, ma non era quello il materiale con cui sentivo di dovermi esprimere.

Venni richiamato per il servizio militare, che allora durava 18 mesi. Siccome ero un indisciplinato, ne feci 24, sei dei quali a Ugovizza, per punizione. Rientrai a Roma, a casa di Enzo, che nel frattempo si era sposato con Simonetta. Capitai così nel mezzo di un  conflitto. Simonetta era una sorta di proto femminista ed Enzo mal sopportava questa cosa. Io mi schierai con Simonetta e dovetti lasciare la casa e lo studio. Ero senza lavoro, a Roma. Mio fratello se ne era andato e decisi che dovevo anch’io girare il mondo. Sognavo di fare il fotografo di guerra. Avevo conosciuto dei ragazzi che erano profughi politici da Angola e Mozambico, mi venne voglia di documentare quello che mi raccontavano. Andai a Parigi, dove bussai a molte porte senza che mi fossero date occasioni. Mi spostai allora a Londra, dove appena arrivato mi ammalai seriamente. Romano Cagnoni era un fotografo che conoscevo e che lavorava a Londra. Mi ospito ed aiutò a rimettermi in salute. In breve tempo dimostrai ad alcuni quel che sapevo fare con le tecniche che avevo sviluppato con Enzo Ragazzini. Ed ebbi fortuna, ci vuole nella vita. Mi presentai in una banca, esposi i miei progetti e le mie tecniche, chiedendo un prestito. Davanti a me stava un giovane direttore, che mi ascoltò algido. Pensavo mi mandasse via ed invece mi diede fiducia e finanziò con 7.000 sterline. Ripagai ampiamente le fiducia, ebbi molto successo, ottenni anche incarichi ufficiali, per il padiglione britannico all’expo mondiale di Montreal. In cinque anni feci davvero molto lavoro e in ultimo arrivarono molti soldi. Finché un giorno la persona che mi teneva la contabilità, un piccolo ebreo che sembrava uno scrivano rinascimentale, fatti un po’ di conti, mi disse che se non me ne andavo subito dal Regno Unito avrei pagato una valanga di tasse. In realtà sapevo di dovermene andare anche per un altro motivo: stavo con una ballerina della BBC, una donna bellissima cui voglio ancora molto bene. Ma lei a quel punto della nostra relazione voleva che facessimo un figlio, cosa che non ho mai desiderato. Non mi è mai piaciuto “lasciare” qualcuno, ma in questo caso pensai che, bella com’era, avrebbe facilmente trovato qualcuno con cui sostituirmi. Presi su tutto e mi trasferii a New York, dove, con i miei soldi, ho fatto per sei mesi il “giovane gentiluomo ritirato”. Ma dopo poco non ne potevo più e quando Simonetta, venuta negli Usa per i suoi studi sociologici ed antropologici, mi venne a cercare, le proposi di partire. E così arrivai in Messico.”

Come hai iniziato a fare il fotografo in Messico?

“Fu una cosa pazzesca. Era il 1966, si stavano preparando le olimpiadi del 1968. Conobbi l’ex Presidente del Messico Lopez Mateo, che era presidente del Comitato organizzatore. Lo convinsi a realizzare una sorta di libro da distribuire a tutti i turisti che sarebbero venuti in Messico per l’occasione, per convincerli a non limitarsi a visitare Città del Messico, ma anche le meraviglie del paese. Lopez Mateo mi incoraggiò e, a mie spese, iniziai a girare tutto il sud del Messico per fotografare paesaggi, città, persone. Feci 500.000 chilometri con le strade di allora, imparagonabili con quelle di oggi, sfasciando tre maggiolini volkswagen. Spesi tutti i miei soldi. Purtroppo Lopez Mateo morì ed a succedergli fu chiamato Pedro Ramirez Vasquez. Costui letteralmente mi rubò le foto, un anno e mezzo di lavoro. Una polizia speciale di allora, la “poliziales”, una sorta di corpo senza controlli, venne in casa mia e mi rubarono persino i negativi. Anni dopo ricevetti dal Ministero dell’Interno un ordine perentorio ad andarmene dal Messico entro poche ore. Mi precipitai da Ramirez Vasquez chiedendogli di far ritirare quell’ordine. Lui dettò alla sua segretaria una lettera indirizzata al viceministro degli interni, nella quale magnificò il mio contributo alla riuscita dell’operazione olimpiadi. Nell’occasione mi mostro le tante mie foto pubblicate, che io nemmeno avevo mai viste e che erano uscite senza alcuna indicazione dell’autore. Insomma quei 18 mesi di lavoro servirono perlomeno a garantirmi la possibilità di stare in Messico a tempo indeterminato. Attraverso varie peripezie riuscii comunque ad aprire un mio studio e ben presto dimostrai di essere piuttosto bravo nel mondo della pubblicità. Ho lavorato per molti grandi gruppi, grandi aziende. Non erano quelle le foto che volevo fare, ma quelle mi consentirono di vivere ed ancor oggi è il mio lavoro. Ho fatto anche alcune cose strane. La mia passione per l’architettura mi ha spinto ad esempio a disegnare la casa in cui vivo a Città del Messico. Ho usato un modulo esagonale, ispirato a Frank Lloyd Wright. Penso di essere fra i pochissimi al mondo a vivere in un luogo che ha angoli di 120 gradi. Ovviamente ho disegnato e fatto fare tutti i mobili, perché in commercio con quegli angoli non ce ne sono. Una volta Jorge Ibargüengoitia, un grande scrittore umorista, un genere poco diffuso nel Messico, scrisse per sull’Excelsior, un giornale prestigioso, un articolo con cui descriveva la sua visita ad una simile casa, chiedendosi pubblicamente che mai potesse essere il matto che l’aveva progettata. Ovviamente sapeva bene che ero io. È stato simpatico. Sono contento di quella strana casa.”

Qui hai messo su famiglia?

“Ti dicevo che non ho voluto figli, ma ho costruito due importanti relazioni ed oggi sto con Maru. Lei ha due figli e 4 nipoti, che io considero come fossero figli miei e miei nipoti. Sono molto felice dell’affetto che mi riservano, quasi fossi davvero loro padre e nonno. È una cosa che mi gratifica.”

Il Messico ha cambiato il tuo modo di fotografare?

url-2“Non lo so, penso di sì. Il Messico è anche un potente creatore di immagini, ti stimola molto sul piano culturale. Ad esempio quando arrivai qui mi sorpresi di quanto i messicani conoscessero il nostro neorealismo. Oggi troppo è imposto dalla potenza economica e commerciale nordamericana. Ma anche in questo momento difficile, il Messico ha risorse creative formidabili. Negli ultimi anni sono state prodotte almeno una ventina di pellicole importanti. Probabilmente in Italia nemmeno sono passate. Una cosa che io ho scoperto, invece, solo in Messico, sono state le foto di Tina Modotti e di Weston. Non sapevo nemmeno che esistessero, quando sono arrivato qui. Ma il Messico di certo ha acuito la mia sensibilità per alcuni temi. Ad esempio mi ha spinto a fare un libro dedicato al rapporto fra i monumenti ed il potere. La rivoluzione di Villa e Zapata ha lasciato un segno potente nel Messico. Ad esempio la caduta delle barriere fra ciò che è artisticamente elevato, accademico, colto e ciò che è popolare, dunque fra grandi artisti e artigiani. Molti anni prima del movimento “Bauhaus” in Germania, qui in Messico l’opera di uno scalpellino molto bravo veniva pubblicata al fianco di quella di un grande architetto. Sono scelte ed impostazioni che hanno dato il via ad un fenomeno che credo solo messicano, quello dei monumenti la cui realizzazione le comunità locali, o qualche potente locale, ha affidato a semplici e capaci persone del paese in cui poi il monumento sarebbe sorto. Questo fenomeno ha consentito di leggere il rapporto fra il potere ed i monumenti in modo particolare. Il libro non fu stampato come volevo e come doveva, ma rimane un passaggio culturale importante del mio percorso, sia di quello artistico che di quello di vita. In ambienti ristretti, ma che mi sono cari, viene considerato una sorta di oggetto di culto. È una bella sensazione e soddisfazione.”

Cosa vedi nel futuro del Messico?

“Vedo con molto pessimismo il futuro di questo paese e, per essere sincero, del mondo intero. Le cose in Messico peggiorano: in trent’anni siamo passati da una mortalità infantile del 28/1000 ad una del 70/1000. Le spese per la scuola e la cultura erano 30 anni or sono il 32% del bilancio dello Stato, oggi siamo attorno al 15. Le spese militari sono passate da meno del 10 per cento di trent’anni or sono all’attuale 30 per cento. Quando arrivai in Messico questo era un paese  relativamente felice, che aveva alle spalle una lunga fase di crescita e sperava molto nel futuro. Poi vennero le Olimpiadi del 1968. Il ’68 messicano ebbe la stessa forza ed ampiezza del maggio francese. I giovani non sopportavano più i recinti in cui le istituzioni messicane li volevano rinchiusi, chiedevano libertà. Un mese prima dell’inizio delle olimpiadi una grande manifestazione nella piazza maggiore della capitale si concluse con una strage dell’esercito: ufficialmente dissero che 270 ragazzi erano stati uccisi. In realtà ne ammazzarono oltre 3000. È una ferita che ancora non si è sanata. Ma soprattutto da allora i potenti di questo paese pensarono che non valeva la pena di far studiare la gente, visto che proprio gli studenti si erano ribellati. Da allora calo degli investimenti in cultura ed istruzione ed aumento della spesa di controllo militare vanno di pari passo. Non c’è una vera e matura democrazia in questo paese, in cui molti milioni di uomini e donne che non sono nemmeno iscritti alle liste censuarie ed elettorali. Il Messico è oggi un paese di grandi contrasti sociali, in cui grandi fortune si confrontano con estreme povertà. È un paese di grandi ingiustizie mai sanate e quante più se ne accumulano, tanto più c’è bisogno di un apparato repressivo per contenere al rabbia e le reazioni di quanti le subiscono. È un paese in cui esistono fortissimi poteri criminali, che dominano intere regioni del nord. Dove andrà il Messico? Verso un grande scontro, forse non solo interno ma internazionale. Speriamo bene.”


  • Pubblicato il 17 dicembre 2012
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Intorno all’inquinamento del Noncello e gli scarichi provenienti dal depuratore

Articoli di stampa e dichiarazioni dell’Assessore Conficoni rivelano che il famoso dossier a lungo chiuso in un cassetto del Comune, fra l’altro, presentava dati sull’inquinamento del Noncello causato dagli scarichi provenienti dal depuratore. Fosse così, nulla di nuovo, ma solo la conferma di ciò che tutti sanno: che le nostre fognature portano all’impianto di depurazione della Burida troppi liquami e troppo diluiti per essere trattati efficacemente. Perciò il nostro fiume, pur rimanendo bellissimo da vedere, è inquinato: poco o tanto che sia, mentre non dovrebbe esserlo. Ricordate? Su questo, sull’autorizzazione allo scarico del depuratore, la Provincia aveva intentato una causa al Comune di Pordenone.

Alla luce di queste circostanze ormai certe, che senso hanno i festeggiamenti cui abbiamo dovuto assistere, del Sindaco e di Conficoni, e poi dei capigruppo consiliari di Fiume e PD, per l’assoluzione del Comune nella causa intentata dalla Provincia? Non c’era stata condanna perché la Provincia appariva al magistrato complice di questa situazione. Ma l’Amministrazione comunale sapeva benissimo che stava (e sta) inquinando il Noncello. Non è immorale festeggiare sapendo che si è comunque gravemente responsabili dell’inquinamento del fiume?

Da cosa nasce questa eccessiva quantità e “liquidità”, passateci il termine, dei nostri reflui fognari? Semplice: dal fatto che le nostre fogne sono un colabrodo ed accolgono moltissima acqua, talvolta piovana e con continuità sorgiva, nel loro percorso. L’errore storico di aver costruito una città moderna in zona di fittissima risorgiva, invece che a nord, comporta il fatto che le fogne, quanto più invecchiano e si crepano anche per le vibrazioni delle strade soprastanti a causa dell’intenso traffico, tanto più assorbono acque sorgive, che sono abbondantissime in città. Siccome siamo in una delle zone più piovose, magari con intensità diverse dal passato, ma comunque con quantità annue elevate, il fenomeno ovviamente si accentua. Risultato: un depuratore costruito per trattare liquami densi, è poco efficace per quelli troppo abbondanti e poco concentrati che trasportano le nostre fogne.

Che fare?

Si legge che l’Amministrazione vuole ridurre la quantità complessiva di reflui in arrivo in Burida e dunque chiuderebbe l’impianto di sollevamento creato all’altezza della Fiera, mandando così tutti i liquami di Borgomeduna, Villanova e Vallenoncello al depuratore della zona industriale di Valle.

Non cambia alcunché: nemmeno il depuratore della zona industriale di Vallenoncello è stato progettato per trattare tutto quel liquame, peraltro molto diluito ed i reflui della zona della città a nord del Noncello non sono comunque così densi da poter essere trattati efficacemente, data la mancanza di separazione delle condotte. Il Noncello resterà comunque inquinato.

Vogliamo fare un esempio, così ci capiamo? Scusate se ci torniamo su, ma parliamo di viale Marconi.

Il condotto fognario di viale Marconi è bello largo, non ha difficoltà a portare le acque nere, ma oggi assorbe una quantità inverosimile di acqua di risorgiva, perché è tutto fessurato, anche a causa del traffico soprastante. Quella è una zona strapiena d’acqua, che preme per cercare sfoghi: entra nel condotto, ma ad esempio riempie anche completamente le cantine dell’ultimo condominio che sorge prima dell’ex Questura, oggi totalmente abbandonato *.

È chiaro che in viale Marconi servirebbe una sorta di collettore delle acque di risorgiva da riversare ad esempio nel laghetto ex ENEL. Inoltre, si dovrebbero allacciare alla fognatura anche gli scarichi di due condomini che ancor oggi sono collegati alla roggia che alimenta proprio il laghetto ex-Enel. Ma costa, fare tutto questo. Come costerebbe cambiare tutto il sistema fognario della città, in relazione ad un piano del traffico che consenta di non distruggere tutto dopo pochi anni, con le vibrazioni.

Questa vicenda di viale Marconi ci richiama un’altra questione, storica: i troppi tombinamenti di questa città. Avevamo centinaia di polle di risorgiva, ruscelli e rogge. Per costruire condomini e case abbiamo messo dentro tubi di cemento tutto questo patrimonio naturale e consentiamo ancora oggi (continuativamente o periodicamente coi troppo-pieno), a molte case e condomini di scaricare sia dentro le rogge che rimangono a cielo aperto che nei corsi d’acqua tombinati che poi vanno al fiume, piuttosto che al mal funzionante depuratore. Sappiamo che basta poco per bloccare un tubo e, come in viale Marconi, basta poco per far assorbire tantissima acqua di risorgiva dal sistema di fognatura colabrodo. È sufficiente guardare alle poche rogge che ancora resistono per rendersene conto: portano poca acqua perché non sono loro ad intercettare le risorgive, ma le fognature.

Tra l’altro, bisogna capire che cosa fare con i nuovi allacciamenti, perché ve ne sono da fare, come è previsto per via Cappuccini. Non è che convogliando ancora liquami al depuratore peggioriamo l’inquinamento del fiume? I vecchi sadi e fosse IMHOFF sono forse, per ora, soluzioni migliori? C’è da chiederselo.

Questa situazione è conosciuta da tempo, ma non è vero che non esistono rimedi. Bisogna avere subito un buon progetto generale, che non può che uscire da una attenta ricognizione dello stato di tutti i condotti fognari e dell’entrata dell’acqua negli stessi e degli scarichi abusivi o sbagliati, per poi lavorare poco alla volta, con determinazione, per molti anni, per realizzare un buon sistema fognario. Nella precedente Amministrazione, si era deciso che doveva essere l’ATO (l’unione dei Comuni per la gestione delle acque) a compiere queste rilevazioni e fare questo progetto. C’è da chiedersi a che punto siamo e se sia possibile che, almeno in Commissione, vengano diffusi i dati di quanto rilevato fino ad ora, sempre che sia stato fatto.

Nella precedente Giunta avevamo convenuto che sarebbe poi spettato all’Amministrazione comunale mettere questo tema in testa alle priorità, non affidandone la soluzione solo ai fondi raccolti con le entrate derivanti dagli oneri che i cittadini pagano per acquedotto e scarichi. Invece l’attuale amministrazione ha altre priorità, coi pochi fondi per investimento a sua disposizione: rifare la viabilità in via Cappuccini ed in via Galileo Ferraris. Francamente, a noi pare uno spreco.

Nel frattempo il Noncello in ogni caso continuerà ad essere inquinato e prima o poi qualcuno chiederà agli amministratori pubblici conto del loro operato, anche penalmente. E speriamo che nelle fogne non finisca improvvidamente altro. Allora si sarebbero guai seri.

Giovanni Zanolin e Loris Pasut
Consiglieri comunali del Ponte

* Il condominio in questione è quello, per intenderci, per il quale qualche genio ha pensato che il rimedio sia tenere in ordine le facciate. Un condominio è completamente abbandonato, le cantine allegate, il tetto strapieno di amianto. Che fa il Comune? Impone una manutenzione delle facciate. Vogliamo la scena di un film, una quinta teatrale e dietro lo schifo? Continuiamo pure a far finta di niente, ma mettendoci la cipria non trasformeremo una vecchia baldracca in una vergine virtuosa.


  • Pubblicato il 14 dicembre 2012

CULTURA A PORDENONE: QUEL CHE E’ EMERSO DAL DIBATTITO DI LUNEDI’ 10 DICEMBRE


Farei così una sintesi dell’incontro promosso lunedì scorso da “il Ponte” nella sala Degan della Biblioteca civica:

  1. Il passato non tornerà, non avremo più, per molto tempo e forse per sempre, la disponibilità di fondi per la cultura e l’associazionismo degli anni scorsi. Ma bisogna chiedere con forza che una parte delle pur magre disponibilità pubbliche alimenti ancora le attività culturali.
  2. Perciò è necessario immaginare novità sia nell’atteggiamento delle istituzioni, che in quello delle associazioni.
  3. Per queste ultime c’è la necessità di lavorare in rete e moltissimo nel web, cosa che per ora pochi fanno ed è uno dei sintomi dell’arretratezza italiana. Bisogna operare con logiche multi e transdisciplinari. Anche le istituzioni hanno la necessità di fare rete: a Pordenone soprattutto il Verdi, con teatri simili di città assimilabili a Pordenone, in Italia ed in Europa, anche per poter partecipare a progettazioni europee e per valorizzare le nostre migliori energie.
  4. Spesso è il nostro provincialismo a farci sottostimare quel che siamo capaci di fare. Un esempio è il caso dei “Tre allegri ragazzi morti” e del loro ultimo CD, che viene giudicato dalla critica uno dei migliori lavori del 2012 ed il gruppo riempie ovunque le sale. Ma lo stesso succede per Anzovino, Claudia Contin-Arlecchino, Theo Teardo ed altri.
  5. Le associazioni non devono aver paura del “mercato”, che non è necessariamente appiattente. Certo: costringe a misurarsi con la domanda, anche per stimolarla. Tutto il lavoro di formazione di questi anni non può non avere contribuito ad innalzare la qualità della domanda di cultura.
  6. C’è un grande tema, sul quale confrontarsi, nelle e fra le associazioni, ma anche con le istituzioni: quale capacità critica, verso la società contemporanea, abbiamo sviluppato in questi anni? Se tutte le attività culturali non hanno saputo sviluppare una capacità di anticipare o perlomeno di riconoscere la grave crisi sociale, economica, istituzionale, non hanno forse mancato ad uno dei loro compiti? Non è il senso stesso delle attività culturali ad essere messo in discussione da questa grave condizione del Paese?
  7. Perché non abbiamo “riconosciuto” la crisi? forse per il tipo di rapporto con le istituzioni cui il sistema della contribuzione ha legato le associazioni e le attività culturali nel loro complesso? Non c’è da sviluppare un rapporto diverso, nuovo, di maggiore autonomia? Non è che un rapporto troppo “stretto” con le istituzioni soffoca anche la creatività?
  8. Quanti gestiscono il potere istituzionale, comprendono questo elemento? Capiscono che bisogna cambiare il sistema della contribuzione perlomeno per questo motivo: per liberare energie e sviluppare una critica allo stato delle cose presente che è indispensabile alle dinamiche democratiche? Anche per questo bisogna passare da un sistema di contribuzione ad uno di finanziamento di progetti.
  9. Bisogna che anche in altro le istituzioni cambino: a che servono tre musei cittadini gestiti come succede ora? A nulla. O si da una svolta, si immette molta didattica nei musei e li trasformiamo in un “pezzo” del sistema educativo, oppure sono morti. Invece la Biblioteca civica è un modello diverso di relazione possibile con la città, per la sua chiara utilità sociale.
  10. C’è un esempio concreto delle possibilità aperte in questa fase difficile: in uno dei palazzi del centro oggi liberi (Badini potrebbe essere il migliore), portiamo l’associazionismo musicale e le scuole di musica, rendendolo vivo ed aperto. In cambio chiediamo alle associazioni interessate di intervenire nell’estate in città ed organizzare incontri e concerti durante tutto l’anno, aperti alla cittadinanza.
  11. Ovviamente c’è ancora molto altro, ma questi temi sono emersi con forza.
  12. Infine le due pagine dedicate dal “Messaggero” di mercoledì all’incontro sono un’ottima cronaca e valorizzano i tanti contributi portati al dibattito.

  • Pubblicato il 07 dicembre 2012

Nella Tempesta


  • Pubblicato il 29 novembre 2012
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Ciao Mario!

La foto di Mario Bettoli è di Danilo De Marco


  • Pubblicato il 26 novembre 2012
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È MANCATO MARIO BETTOLI

So bene che per la maggior parte di voi questo nome è sconosciuto o quasi. Ma è stato una persona di grande valore. Nato a Vallenoncello nel 1925, Mario usciva da una famiglia molto numerosa. Era, come amava ripetere, il settimo dei figli di mamma Giovanna. Alla fine del 1943, pochi studi alle spalle ed un mestiere di lattoniere, entra in clandestinità e si unisce ai partigiani. Dopo un anno diventa un giovanissimo Commissario politico di Brigata.

Finita la guerra si dedica all’attività sindacale con la CGIL e nel 1953 viene eletto alla Camera dei Deputati nelle liste del PSI: per molti anni la sua elezione rimase quella del più giovane Deputato italiano. Alla Camera si occupò soprattutto dei diritti dei lavoratori ed in particolare reca anche la sua firma la legge che riconobbe per la prima volta il diritto alla maternità per le lavoratrici, frutto dell’impegno e delle lotte delle operaie, in particolare di quelle tessili, prime fra tutte quelle dei cotonifici di Borgomeduna e Torre.

Nel 1958 Bettoli viene rieletto alla Camera e diviene Segretario del Gruppo parlamentare socialista. Per capire bene, si sta parlando di un gruppo che comprendeva Nenni, Pertini, Lelio Basso, non gli squallori di oggi. Quando nasce il primo governo di centrosinistra DC-PSI e viene avviata l’unificazione fra PSI e PSDI, Bettoli rifiuta questa politica. Lui è uomo di unità antifascista, pensa che i socialisti debbano trovare un accordo col PCI. Con Basso, Vecchietti, Valori ed altri fonda il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP) e lo conduce, in provincia di Pordenone, a raccogliere più del 7 % dei voti.

Esaurita, nel 1972, l’esperienza del PSIUP entra nel PCI. Viene eletto più volte nel Consiglio comunale di Pordenone ed in quello di Porcia, città di cui è Sindaco per alcuni anni. Negli ultimi decenni è stato un insostituibile Presidente della Casa del Popolo di Torre e dirigente dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Fra i meriti di Mario Bettoli è anche quello di aver sottratto la Casa del Popolo al controllo del PCI per riconsegnarla ad una rinnovata Associazione “Casa del Popolo”, salvandola così dall’ingloriosa fine di tutte le altre strutture simili della provincia.
Mario è stato un pugnace combattente antifascista, un uomo della Resistenza senza compromessi. Dotato di una oratoria forte e ficcante, di evidente derivazione socialista, era un polemista tenace, che non mollava mai. Al contempo, era troppo legato alla tradizione sindacale per non capire quando era utile accettare un onorevole compromesso. Lette alla luce dell’attualità, le sue posizioni politiche, soprattutto il grande legame con l’Unione Sovietica, appaiono oggi sbagliate, ma vanno comprese dentro alla guerra fredda, alla lotta partigiana, all’antifascismo combattente, al clima di scontro ideologico che permeava la lotta politica degli anni ’50 e ’60. Di lui resta la testimonianza di un modo di far politica oggi scomparso coi suoi riferimenti sociali, ma anche ideali, che inducevano a comportamenti personali sempre seri ed onesti.
È un pezzo di storia della nostra provincia a mancare con lui. Io l’ho conosciuto ed ammirato, pur non condividendone molte posizioni politiche. Mi onoro di essergli stato vicino ed amico per molti anni. Alla moglie, alla figlia, al suo amatissimo figlio Gianluigi, che tanto gli somiglia da ogni punto di vista, vanno l’espressione del mio dolore e le mie condoglianze.


  • Pubblicato il 06 luglio 2012
Oltrerugo

Il raccordo autostradale fra Gemona e Sequals non deve essere realizzato.

Credo che chiunque conosca i territori che sarebbero destinati ad ospitare la nuova autostrada non possa che inorridire al pensiero del loro stravolgimento. Si tratta infatti di una delle zone più belle e delicate del Friuli, fortunatamente preservata intatta dall’intelligenza e dell’amore dei friulani, non solo di quelli che vivono e vivevano da quelle parti, ma dei tantissimi che conoscono quei luoghi e li tengono cari per se e soprattutto per le generazioni future. È una zona collinare suggestiva, costellata di piccoli borghi bellissimi e da una natura straordinaria.

L’autostrada eviterebbe di poco Sequals e le sue case di sassi, traverserebbe una pianura intatta, fatta di prati, siepi e boschi per gettarsi su Lestans e passare fra il paese e il suo Cimitero! Detto per inciso, credo che la fiera gente di Lestans, il paese friulano in cui si registrò il maggior numero di condannati dal Tribunale Speciale Fascista, non consentirà mai un simile scempio della propria vita, delle fondamenta stessa della propria cultura e dell’immagine del paese.

Traversato il torrente Cosa fra Borgo Ampiano e Cruz, l’autostrada sventrerebbe una zona collinare di boschi, preziosi vigneti e prati stabili posta a ridosso delle colline di Castelnuovo del Friuli, seguendo in taluni tratti il percorso della vecchia tratta ferroviaria Sacile-Gemona e passando a sud di Mostacins e Oltrerugo e di poco a nord di Valeriano, separando irrimediabilmente paesi, famiglie, storie e perciò colpendo questi straordinari paesi friulani nel loro carattere più intimo e pieno di contenuti storici ed umani. L’autostrada si avventerebbe su Pinzano e la grande curva del Tagliamento, di certo un luogo fondamentale per chiunque voglia conoscere e capire il Friuli e la sua conformazione. Una grande galleria verrebbe scavata a nord di Pinzano e poi, tutto sconvolgendo e distruggendo, l’autostrada, restando sul lato destro del grande fiume, separebbe Campeis, Colle, Flagogna, Cassacco Forgaria, San Rocco e Cornino dal Tagliamento. Come a dire: reciderebbe il motivo stesso dell’esistenza di questi paesi, il significato storico della loro esistenza: sarebbe la loro morte. Traversato il Tagliamento fra Cornino e Cimano, l’autostrada passerebbe a su di Tomba di Buia per congiungersi alla A23 sotto Osoppo.

Che senso ha tutto questo? Da dove nasce questa maligna voglia di degrado e distruzione? Si sostiene che per questa via quelle terre sarebbero strappate all’isolamento. Il progetto però non prevede caselli autostradali in questa zona. Dunque accanto all’autostrada dovrebbe essere disegnata una nuova viabilità locale di raccordo. Significa cemento ed asfalto. Porterebbe sviluppo? Ma di cosa si sta parlando? In una fase di recessione economica e di ripiegamento formidabile dello sviluppo industriale in Friuli, quale sviluppo porterebbe? Avrebbe solo lo scopo di far transitare camion provenienti dall’est Europa e di far guadagnare loro tempo nel raggiungere l’area pedemontana veneta.

Con quali conseguenze di inquinamento, di rumore, di disastrosa distruzione del paesaggio?

Per fortuna, nelle ultime settimane, molte persone stanno prendendo coscienza della necessità di fermare questo scempio. Si è registrata una presa di posizione importante del PD contro l’autostrada. È un fatto nuovo e positivo. Per fare la terza corsia dell’autostrada Venezia-Palmanova-Trieste si ricorre a prestiti garantiti dalla Regione, che verrebbero restituiti con i profitti derivanti dalla gestione dell’autostrada. Ma se molto traffico fosse drenato dalla Gemona-Sequals-Cimpello, allora ripagare i finanziamenti della terza corsia diventerebbe molto problematico. C’è un motivo in più, dunque, per non fare anche questa autostrada, che sarebbe a sua volta finanziato da capitali privati.

Non è questo lo sviluppo di cui abbiamo bisogno: c’è necessità di lavoro e di benessere, ma giusto il contrario di “quel” benessere.

Nella globalizzazione noi dobbiamo innalzare la bellezza di quel che produciamo e caratterizzare tutto quel che facciamo per una coerenza fra la sostenibilità ambientale e sociale e la forma degli oggetti e delle relazioni che costruiamo. Dobbiamo costruire una relazione fra la bellezza del nostro paesaggio urbano, rurale, montano e costiero e la bellezza di quel che produciamo, anche in termini di relazioni umane, in modo che tutto quello che facciamo sia unico e caratterizzato nel mercato globale e costituisca motivo di attrazione per la regione e l’insieme delle sue attività.

Le nostre imprese hanno bisogno di pagare meno tasse, di avere servizi efficienti, di non aspettare anni per avere una sentenza su un contenzioso che le interessa, di servizi all’export che non ci sono, di banda larghissima in ogni posto del Friuli, di sostegno alle capitalizzazioni ed alla ricerca. Non di nuove autostrade. Il paesaggio è la nostra grande ricchezza, la cosa che ci fa unici e speciali. È a partire da storia, natura, e cultura che potremo fare cose straordinarie anche in futuro. No dunque a questa folle autostrada destinata ad uccidere una delle più belle zone del Friuli e si invece a lavori di miglioramento della viabilità locale, senza snaturarla, ma per renderla più scorrevole. Sì ad un grande progetto, da elaborare assieme, per valorizzare quest’area delicata e decisiva per il Friuli.


  • Pubblicato il 29 maggio 2012
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IL NUOVO OSPEDALE E L’AREA DELLA CASERMA MONTI: ECCO COME E’ ANDATA

La discussione va avanti su facebook

Polemica dura lunedì sera in Consiglio fra me e Dal Mas sul tentativo del Comune di utilizzare l’area su cui sorge la Caserma Monti in Comina (abbandonata ed in rovina) per il nuovo ospedale.
In buona sostanza Dal Mas accusava il Comune di aver perso otto mesi di tempo per verificare questa cosa assurda.
Bene, vi racconto la vicenda e giudicate voi. Non ho nemmeno bisogno di consultare carte. Sebbene abbia da tempo superato i 56, ho memoria buona.
Allora: siamo nel 2008, Tondo vince le elezioni anche promettendo che lui, il nuovo ospedale di Pordenone, l’avrebbe fatto in Comina. Del resto, i soldi ce li mette la Regione, la gestione è regionale, è chiaro che l’indirizzo della Regione è condizionante. A meno che, come più volte minacciano alcuni disgraziati del PDL e della Lega, non si voglia che la città perda l’ospedale, che tanto farlo a Porcia o vicino all’autostrada ad Azzano X, non cambia nulla.
No, noi l’ospedale lo vogliamo in città, è dal medio evo che sta in città, ci mancherebbe.
Dopo le elezioni Dal Mas mi avvicina e chiede che cosa ne penso. Gli dico che di certo la soluzione della Comina sarebbe più facile da far accettare alla città se si utilizzasse l’area abbandonata dell’ex Caserma Monti, piuttosto che una grande area agricola. Detto fatto, il Presidente Tondo fa una conferenza stampa (andatevela a cercare) in cui afferma chiaramente che la Regione cercherà di riutilizzare il sito della Monti. La verifica con il Ministero della Difesa ha però esito negativo: non vogliono cedere la Monti, anche se ormai tutte le strutture sono alla catastrofe. Peccato.
Ci si incontra a Trieste fra Regione e Comune, Tondo dice che bisogna cercare un’altra soluzione, l’unica è il grande terreno agricolo davanti al “Paradiso”. Ora, per Bolzo e per me, di necessità virtù: “o te magni stà minestra o te salti stà finestra”. Minestra. Imponiamo però una cosa: consci che il nuovo ospedale messo là cambia tutta la città, diciamo che noi non faremo nessuna variante al PRG se non c’è certezza di finanziamenti. Dunque si faccia pure un progetto, si indichi la spesa presunta, la Regione stanzi quella cifra ed in quel momento si approva la variante che consente di fare l’ospedale su quell’area. Per fare questo serve un accordo vincolante per le parti, dunque un accordo di programma. Tondo concorda, si farà un accordo di programma. Ottimo, l’area non viene cambiata di destinazione finché non c’è certezza di progetto e finanziamenti. Tondo, dopo poche settimane, sintetizza questo accordo con una Delibera della Giunta regionale che sancisce l’abbandono dell’area nord dell’attuale nosocomio e la scelta della Comina. Come viene giustificato l’utilizzo di una agricola? Si scrive testualmente che, visto che dalle verifiche compiute con il Ministero della Difesa emerge che l’area della Monti non è disponibile, ecco che si è costretti a progettare sull’area privata oggi agricola davanti al Paradiso. Badate che questo passaggio è decisivo, tenetelo a mente.
Nel 2010 succedono prima due cose significative. Primo: in primavera, sollecitato dalle famiglie che sono proprietarie della area agricola davanti al Paradiso, Bolzo convoca un incontro con loro, al quale si presentano con un noto avvocato amministrativista, per di più consulente ad alto livello di Governo e varie regioni. Un tizio tosto, tra l’altro di area politica leghista. Che dice l’avvocato? Lamenta che le famiglie non sono state coinvolte e dice che loro non sono disponibili a cedere l’area. Chiede una nuova verifica sull’area della Monti: siamo ancora convinti che non sia a disposizione? È chiarissimo che i proprietari pensano di trarre maggior profitto dalla loro area destinandola a servizi (alberghi e cose del genere) in funzione dell’ospedale che se viene destinata direttamente al nosocomio. L’avvocato preannuncia megaricorsi al TAR, secondo lui non sono state approfondite tutte le opzioni alternative a quella dell’area dei suoi patrocinati. Ora, dovete sapere che una delle famiglie proprietarie dell’area è quella di due magistrati di Pordenone (padre e figlio). Basta ragionare un poco: vi pare che due magistrati siano così sprovveduti da non pesare gli argomenti? Difficile. A noi, Comune, non risulta però che ci siano novità dal Ministero.
Ed ecco che succede la seconda cosa: a luglio arriva al Bolzo una lettera di un tal Crosetto, Sottosegretario di Stato alla Difesa, che dice che il Ministero ha deciso di vendere l’area della Monti. A questo punto una verifica si impone. Nella Prima Conferenza dei Servizi con la Regione per definire l’Accordo di Programma con la Regione alla quale partecipo, tiro fuori la questione. Dico che è bene verificare, onde evitare poi di andare a discutere davanti al TAR avendo torto marcio. Apriti cielo! Casino inenarrabile, “il Comune di Pordenone sabota”, “vuol tornare indietro”, etc. Dichiarazioni alla stampa da parte dell’assessore regionale Savino addirittura pochi minuti dopo che la Conferenza si è conclusa. Dico anch’io alla stampa che non è vero e che la verifica è obbligatoria, altrimenti andiamo incontro a guai grossi. Dico anche che se la Regione non si fida, Tondo e Bolzo, questa verifica con Crosetto, la possono fare assieme. La Regione nemmeno risponde. Passano due settimane di vuote polemiche da parte di Dal Mas e qualche altro disgraziato e, visto che nulla si muove, chiedo io un incontro col demanio dell’esercito di Udine. Un solerte funzionario viene a Pordenone, ci apre la Monti, ci racconta come stanno le cose. E le cose sono semplici: non è in vendita tutta la Monti, ma solo la parte di competenza dell’Esercito. C’è una parte, di competenza dell’aereonautica militare, che è stata data agli americani, che vi hanno da poco realizzato depositi, di che cosa non si sa e non si può sapere. Ora, il problema è che la porzione dell’Esercito è ampia ma non a sufficienza per l’ospedale e che la proprietà dell’Aereonautica si incunea dentro quella dell’esercito, rendendone inutilizzabile una parte. Inoltre ci sono vincoli posti dall’aereonautica alle eventuali edificazioni: non si può salire in alto per non andare a curiosare quel che si fa oltre il muro. Insomma, c’è una questione di sicurezza. Ma anche una di salute: si può edificare un ospedale a ridosso di depositi militari di cui nulla si sa? Non credo proprio. Non se ne fa nulla perciò. Faccio un inciso: stasera Dal Mas ha, sprezzantemente, chiesto come mai il Comune non sapesse già prima queste cose: semplice, perché fino a che non è stata resa disponibile alla vendita, l’area della Monti non poteva essere conosciuta e solo dal quel momento l’Aereonautica ha definito le regole per l’utilizzazione delle porzioni di area dell’esercito vicine alla sua.
Chiamo la Savino e Kosic, gli dico che ho compiuto la verifica, che ha avuto esito negativo per i motivi che ho spiegato. Nella successiva Conferenza dei Servizi ho fatto mettere a verbale della visita alla Caserma, dell’insufficienza dell’area e dei vincoli posti dall’Aereonautica: dunque è inutilizzabile. Il verbale di quella Conferenza farà parte, quando si farà, dell’Accordo di programma e, nel caso probabilissimo di ricorso al TAR dei proprietari, farà fede che il tentativo di usare quell’area è stato fatto.
Tutto questo è stato indispensabile ed ha richiesto due mesi di tempo.
Sfido chiunque a smentire questa ricostruzione dei fatti, che vi serve anche a pensare che io in particolare non ero e non sono affatto felice di sacrificare un’area agricola per fare il nuovo ospedale di Pordenone.
Mandatevi a mente questa storia e ricordatevene quando pensate a che classe dirigente ha la Regione.

  • Pubblicato il 16 maggio 2012
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Un articolo molto interessante sullo stato della cultura

Si riferisce a una ricerca fatta in Germania ma contiene molti spunti interessanti anche per l’Italia e la nostra realtà locale.

 

L’infarto della cultura
Vincenzo Trione
Corriere della Sera – La lettura 13/5/2012
Il collasso del sistema dell’arte: il manifesto-choc di quattro docenti tedeschi
Musei, teatri, biblioteche: è l’ora di chiudere chi produce soltanto costi

Il titolo è efficace: Der Kulturinfarkt. Ovvero, «L’infarto culturale». Il tono è da pamphlet e, insieme, da inchiesta giornalistica: un incrocio tra la saggistica militante e le ricognizioni sui mali culturali. Ne sono autori Armin Klein (professore di management a Ludwigsburg), Stephan Optiz (professore di management culturale all’Università di Kiel), Dieter Haselbach (direttore del «Centro di ricerca sulla cultura» di Bonn) e Pius Knüsel (Direttore della Fondazione Pro Helvetia). Un feroce j’accuse, che ha suscitato accesi dibattiti in Germania. Der Kulturinfarkt descrive un collasso: l’offerta cresce sempre di più, mentre la domanda diminuisce. Il settore culturale è a un passo dall’infarto: «Ci sono troppe cose e sono quasi ovunque le stesse». Inutile avere nostalgie o rimpiangere stagioni lontane. Occorre muovere da una verità: si sta inaridendo il flusso di denaro pubblico che, per decenni, si era riversato su musei e teatri, fondazioni e convegni, rassegne e associazioni. Cosa fare? Continuare a pretendere i benefit del passato? O protestare? Oppure fingere di non vedere i sintomi dell’agonia in atto? Servono le maniere forti, per gli autori di Der Kulturinfarkt. La ricetta è drastica. Tagliare gli interventi dall’alto, per ridistribuirli secondo nuovi criteri. Ci si deve portare al di là dell’assistenzialismo. Abbandonare la politica delle sovvenzioni. «Affaticare» il sistema nel suo insieme: solo in questo modo sarà possibile immaginare una ripresa. Il discorso di Klein, Optiz, Haselbach e Knüsel muove dalla Germania. Un Paese virtuoso, che ha un ricco tessuto di infrastrutture: 6.000 musei, 140 teatri, 8.000 biblioteche. Dopo aver a lungo «supportato» questa pluralità di presenze, lo Stato deve compiere scelte impopolari. Non ricorrere a tagli miopi, che non tengano conto delle specifiche situazioni (come aveva proposto qualche ministro in Italia). Ridurre i sussidi, affidandosi a metodi più seri e rigorosi. Non dare ascolto alle pressioni delle singole «realtà», dedite per lo più a difendere privilegi consolidati, cristallizzate, autoreferenziali, prive di flessibilità. E non farsi neanche ingabbiare dentro un intellettualismo di tipo adorniano. Insomma, evitare la pratica degli aiuti a pioggia. Privatizzare o addirittura «eliminare» istituzioni che hanno scarsa tendenza all’autofinanziamento: chiudere la metà dei musei, dei teatri e delle biblioteche. E destinare i sussidi rimanenti a un numero ristretto di istituzioni. Per favorire il «passaggio» del 25% dei fondi pubblici a imprenditori indipendenti sensibili al mercato globale e impegnati per incrementare il consumo interno dei prodotti culturali. E, poi, ad artisti, a start up creative e digitali, a università nelle quali si studino le discipline «estetiche». Si devono potenziare quelle iniziative che, progressivamente, potranno raggiungere l’autonomia, l’«autarchia». Dunque, più qualità meno quantità. Per consentire allo Stato di concentrarsi sulla tutela del patrimonio artistico e storico, che va considerato non come un salvadanaio da svuotare, ma come un giacimento etico e civile; non come un archivio di idee senza tempo, ma come una «materia» che si trasforma continuamente. I monumenti, i musei, il paesaggio, secondo Klein, Optiz, Haselbach e Knüsel, appartengono a tutti, ed è dovere di chi governa conservarli e valorizzarli, aprendosi all’aiuto da parte dei privati, con agevolazioni fiscali e con altre strategie di sviluppo: una chance potrebbe consistere nella creazione di piattaforme di crowd-funding (promosse da normali cittadini). Pur attento solo al contesto tedesco, Der Kulturinfarkt affronta tematiche che potrebbero essere agevolmente «riambientate» nel nostro Paese. Che, tra la seconda metà degli anni Novanta e oggi, ha vissuto due fasi. Si pensi al fenomeno dell’«invasione» dei musei d’arte contemporanea. Dapprima, c’è stata la stagione dell’effervescenza. All’origine, c’è una felice intuizione dell’ex sindaco di Napoli, Antonio Bassolino, tra i primi ad aver capito che l’arte d’avanguardia può essere un efficace strumento per il rilancio di una città. Anche sulla scia di questa idea, sono nati il Pan e il Madre (a Napoli), Palazzo Riso (a Palermo), il Marca (a Catanzaro), il Man (a Nuoro), il Museo del Novecento (a Milano), il Macro e il Maxxi (a Roma) e tante esperienze a livello locale. Un’ondata che rivela un’autentica sensibilità civile da parte di alcuni amministratori: la necessità di difendere alcuni gesti «audaci» dalle logiche del mercato; il bisogno di rendere più accessibile alla comunità l’arte del nostro tempo; il desiderio di informare i cittadini sul divenire dei linguaggi attuali. Ci sono stati eccessi, sprechi. Così, all’ebbrezza è seguito il riflusso. Alcuni dati di questi ultimi mesi: la crisi del Pan, del Madre e di Palazzo Riso, il deficit del Maxxi, i problemi del Macro. Un declino espresso simbolicamente dall’incendio di alcune opere della collezione del Cam di Casoria. Siamo in piena austerity. Sempre più spesso, a imporsi è la convinzione secondo cui l’arte sia solo un buco che assorbe risorse già scarse, senza produrne altre. Si dimentica, però, che il sistema della produzione culturale, come ha sottolineato Pier Luigi Sacco, non solo è un meta-settore industriale, ma è anche, tra i comparti più grandi e redditizi del terziario avanzato, con un fatturato pari al doppio di quello delle aziende automobilistiche. Eppure, queste verità sfuggono. Si preferisce adottare una prospettiva priva di coraggio e di lungimiranza. Come uscire da questa condizione? Si possono imboccare tante strade. Ad esempio, ci si potrebbe riferire a quanto accade in Francia, dove da anni si stanno sperimentando forme di azionariato diffuso e popolare: con circa 7.000 membri, la «Société des Amis du Louvre», come ha osservato Marc Fumaroli, è «il principale mecenate privato con una media di 4 milioni di euro l’anno». Ogni cittadino può entrare in istituti come questo, avvantaggiandosi della possibilità di detrarre dalle tasse il 66% di quanto regalato al museo (le imprese arrivano fino al 90%).
Inoltre, determinante sarebbe una ridefinizione corretta dei rapporti tra pubblico e privato. Da un lato, il pubblico: deve impegnarsi in ambiti che non garantiscono sicuri margini di profitto, eppure decisivi per alimentare ricerche innovative. Dall’altro lato, il privato: deve sostenere attività affini ai suoi settori d’intervento e fornire capitali per lo sviluppo di segmenti culturali strategici (illuminante la collaborazione tra Bmw e Guggenheim di Berlino). Ma, forse, la questione è più delicata di quanto ritengono molti economisti. Come affermano gli autori di Kulturinfarkt, lo Stato dovrebbe iniziare a dirottare importanti risorse anche sulla formazione: sulle università «artistiche». Perché, in fondo, è proprio questa la scommessa: investire sulla scuola. Ecco la battaglia da combattere. Nell’epoca dell’«intelligenza di massa», la sfida è: alfabetizzare in un’ottica contemporanea, trasmettendo solidi valori morali e intellettuali. A tal proposito, potremmo ricordare quanto ha scritto Alessandro Baricco in un articolo di qualche anno fa: «Smettetela di pensare che sia un obiettivo del denaro pubblico produrre un’offerta di spettacoli, eventi, festival: non lo è più. (…) Quei soldi servono a una cosa fondamentale, una cosa che il mercato non sa e non vuole fare: formare un pubblico consapevole, colto, moderno. E farlo là dove il pubblico è ancora tutto, senza discriminazioni di ceto e di biografia personale: a scuola, innanzitutto».


  • Pubblicato il 12 maggio 2012
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Sul Messaggero Veneto di oggi

Ecomostro, quartiere in rivolta
Orizzonte oscurato per i residenti, affari in calo per gli esercenti. «Via la luce, puliamo la polvere»

Viaggio nel quartiere dell’ecomostro, tra cittadini irritati e commercianti che imputano al“Punto cardinale” (questo il nome del maxiedificio) la causa della riduzione del loro volume d’affari. Se il malumore dei residenti era noto, è difficile stabilire quale causa del momento negativo attraversato dalle attività della zona i lavori che stanno portando alla conclusione dei 70 appartamenti e degli attigui negozi. La situazione più emblematica, in ogni caso, è quella di Orazio Zagami, titolare del Pantalonaio, negozio che ieri mattina ha subito lo sfratto esecutivo. «Non riuscivo più a pagare l’affitto – ha detto il commerciante -. La situazione è peggiorata drasticamente con l’apertura del cantiere, visto che anche i miei clienti abituali, pensando avessi chiuso l’attività a causa del soffocamento di spazi che abbiamo dovuto subire, hanno smesso di venire da me». Al di là delle difficoltà di commercianti ed esercenti (si salva il salone di parrucchiere gestito da personale cinese), ci sono i residenti. Andrea Maggi vive in via Santa Caterina: dalla finestra del suo salotto l’ecomostro appare in tutta la sua maestosità. «Vivo qui con mia moglie e nostra figlia di 7 anni: ce ne andremo, visto che siamo costretti a pulire casa dalla polvere due volte al giorno. Ci hanno tolto il sole per “regalarci” tanto pulviscolo in più: vogliamo che la nostra bambina cresca in un luogo più salubre e, quindi cambieremo casa». C’è anche chi in piazza Costantini vive da 50 anni. «Non mi sarei mai aspettata che il posto dove ho trascorso praticamente tutta la mia vita si riducesse così» dice Delvina Fioretti, non riuscendo a trattenere la tristezza. Massimo Pighin ©RIPRODUZIONE RISERVATA


  • Pubblicato il 08 maggio 2012

Consiglio Comunale del 7 maggio

 MESAGGERO VENETO
Rifiuti, apertura sull’inceneritore
Conficoni possibilista in consiglio. No al porta a porta spinto Distretto sanitario in Comina, il Pd convoca il capo dell’Ass 6
Del Ben sulle partecipate
«Manca un mandato chiaro ai nominati»
«Una scelta è motivata se prima uno dice che cosa vuole fare di quella partecipata, qual è il mandato. Così si capisce perché si sceglie di nominare una persona piuttosto che un’altra». Giovanni Del Ben torna a incalzare il sindaco Pedrotti – durante la discussione sulle interrogazioni presentate per conoscere i dettagli delle nomine all’Interporto e alla fondazione Kennedy – sul tema delle nomine nelle partecipate. Pungola – «presenterò un’interrogazione ogni qual volta questo non sarà chiaro, ma non entrerò mai nel merito delle persone scelte» – e si arrabbia. «Ho chiesto copia degli atti e lei signor sindaco mi ha risposto di andare a vederli presso il suo gabinetto. In base all’articolo 73 del regolamento mi scriva per motivare tale diniego».
di Martina Milia Ribadisce il no all’incenerimento dei rifiuti nel cementificio di Fanna, ma lascia aperta la porta all’ipotesi di incenerire i residui della differenziata. Non solo: boccia il porta a porta spinto. L’amministrazione Pedrotti, per voce dell’assessore Nicola Conficoni, smonta una per una le cinque interrogazioni presentate dai consiglieri del Ponte, lista Del Ben e Api. Rifiuti e futuro incerto al centro di un consiglio sottotono, specialmente per l’uscita repentina della minoranza di centro destra. Al momento della mozione sui rifiuti in aula solo Pedicini, De Bortoli e Ribetti . Approvate senza discussione le delibere sul collegamento tra via Caboto e Questura e la viariante che interessa via Stradelle e via Ferraris. L’incenerimento. A presentare i cinque documenti è stato Gianni Zanolin del Ponte che nel riportare alcuni dati scientifici – «le particelle liberate nell’aria da quegli impianti coprono un’area di 250 chilometri» – ha lanciato un monito chiaro: «Dopo questa sera nessuno potrà dire “noi non sapevamo». Zanolin porta a sostegno le tesi di Augusto Mazzi evidenziando che «Esiste la possibilità di lasciare una parte minimale di indifferenziata e di accumularla in attesa di avere tecnologie e strumenti più sicuri per bruciare questi residui. Mettere in discarica questa parte minimale non creerebbe i danni alla salute e all’ambiente che creerebbe il suo incenerimento». Conficoni possibilista. Ma su questo punto l’amministrazione Pedrotti ha un’idea diversa. Pur confermando la contrarietà a bruciare rifiuti nel cementificio, la pratica dell’incenerimento «non va demonizzata». Prova a tornare alla carica Lucia Amarilli: «Non è etico esporre la popolazione attuale e quella futura a questi rischi». Sulla stessa linea Pedicini: «Non è un fatto positivo che ci sia un inceneritore». Quanto alle discariche, «vogliamo una relazione su quella di Vallenoncello, gestita come il depuratore della Burida». Pronto Conficoni: «Peccato che la Provincia abbia perso la causa». Porta a Porta. Alla minoranza di centro sinistra che chiedeva la sperimentazione spinta della differenziata almeno in un quartiere, l’assessore risponde che non è economicamente vantaggioso. La maggioranza. Fiume e Pd hanno fatto quadrato intorno alla giunta. Per Mario Bianchini (Il Fiume) «sui rifiuti si è persa l’occasione di arrivare a un documento condiviso con la minoranza» mentre Walter Manzon ha sottolineato l’importanza di tenere bassi i costi della gestione «per tenere lontane le ecomafie». Cittadella della salute. Rispondendo a un’interrogazione di Giovanni Del Ben, l’assessore Vincenzo Romor ha ricostruito il tormentato iter della cittadella della salute evidenziando come non sia riuscito il tentativo di “scorporarla” dall’accordo di programma sull’ospedale e come i fondi siano al sicuro – 12 milioni – solo fino a fine anno. Nel frattempo c’è il grattacapo distretto: l’Ass 6 va al Villaggio del fanciullo «ma noi non intendiamo seguirla» ha detto Romor. Il Pd con Sonja D’aniello ha chiesto l’audizione in terza commissione del direttore generale Giuseppe Tonutti. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

  • Pubblicato il 07 maggio 2012
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A proposito del Circo e del regolamento comunale sugli animali

Ho ricevuto questa bella mail di Daniela Billiani, che l’ha inviata anche a Sindaco e Romor. Leggete con attenzione.

Gianni

 

 

Gentile Sindaco e Gentile Assessori

 

Vi invio un esempio di strategia felicemente usata dal comune di Alessandria per ostacolare l’attendamento dei circhi con animali nel suo territorio.

Non spero in un divieto di attendamento perchè so benissimo non sarebbe legale, ma mi auguro sia severamente chiesto ai circhi come ad ogni altra manifestazione che sfrutta animali e vuole venire in città, il rigido rispetto, con certezza di controlli incrociati, delle norme CITES.

Mi rendo conto che le suddette attività portano una discreta cifra nelle casse comuni, rappresentano un lavoro per gli umani, (benchè ai miei occhi quello dei negrieri appaia migliore, se non altro perchè inflitto ad un parispecie), e appaia erronaeamente come evento degno di essere inserito nelle lista dei “culturali” . Dipendesse da me io non vorrei soldi sporchi di crudeltà, non vorrei un lavoro da aguzzino e infine preferisco leggere un buon libro, rinunciare ad eventi pseudoculturali anacronistici, superati e “mascherati” da “eventi” quando invece sono solo vergognosi esempi del degrado mentale antropocentrico dell’umano disperato perchè si è spinto oltre il segno…..come la sagra degli osei, il country cristhmas, le fiere ornitologiche o altre mostre di animali.

nella speranza possiate trovare validi spunti per fugare ogni dubbio e migliorare, in direzione di aumento della salvaguardia del rispetto e del benessere animale, l’attuale regolamento cittadino,  Vi auguro buonissimo lavoro.

Daniela Billiani

 

 

Nuova ordinanza anti-circhi ad Alessandria | 29/07/2011

 

Un testo da cui prendere spunto per ordinanze in altri Comuni.

Dal 24 maggio 2011, il Comune di Alessandria è dotato di una nuova “ordinanza anticirchi” che può essere un utile esempio per tutti i Comuni che vogliano concretamente opporsi all’attendamento dei circhi.

Tale ordinanza sostituisce la precedente di qualche anno fa ponendo vincoli più stringenti. Vogliamo qui esaminare le novità introdotte, mentre per un’analisi più completa di cosa si può fare per contrastare i circhi tramite ordinanza comunale, rimandiamo alla pagina Circo e animali – Proteste & Materiali

Il concetto di base da tener presente è che una ordinanza comunale di divieto totale di attendamento di circhi con animali è facilmente annullabile: basta che il circo faccia ricorso al TAR. Viceversa, una ordinanza che ponga molti vincoli, ma senza un divieto totale, è applicabile e non impugnabile, ed è in grado in molti di casi di evitare comunque l’attendamento di circhi, in altri casi almeno di diminuirne drasticamente il numero.

L’ordinanza di Alessandria, come anche quella del Comune di Modena, in sostanza rende obbligatoria – e non solo facoltativa come avviene nei Comuni senza ordinanza specifica sul tema – l’applicazione delle norme CITES, che definiscono le modalità e gli spazi in cui gli animali devono essere tenuti. Tali norme, pur essendo davvero minimali – e quindi ancora ben lontane dal poter definire un minimo “benessere” per gli animali – sono in molti comuni (anche se purtroppo non in tutti) impossibili da rispettare, perché gli animali sono tenuti solitamente in condizioni ancora peggiori.

Nel caso di Alessandria, essendo la città dotata di uno spazio ampio per l’attendamento dei circhi, in realtà possono essere rispettate, e per questo l’ordinanza pone vincoli ancora maggiori, in questa nuova formulazione del maggio 2011, che illustriamo di seguito, perché possono essere di utile esempio per altri Comuni.

Viene vietato in toto l’utilizzo di: primati, delfini, lupi, orsi, grandi felini, foche, elefanti, rinoceronti, ippopotami, giraffe, rapaci. Dato che la maggior parte dei circhi usa leoni o tigri ed elefanti, molti circhi saranno impossibilitati comunque ad attendarsi. Per gli altri animali devono essere rispettate le norme CITES.

Il periodo di installazione dei circhi è compreso tra il primo novembre e il 10 gennaio di ogni anno – quindi un periodo molto ristretto – e non viene rilasciata più di una concessione all’anno. Le strutture circensi dovranno presentare domanda di attendamento presso il Comune di Alessandria entro il 31 dicembre dell’anno in corso per l’attività da svolgere nell’anno successivo. Le domande prive della necessaria documentazione sono respinte.

I circhi non possono utilizzare il fuoco negli spettacoli con animali, e non possono utilizzare animali prelevati in natura.

In un altro regolamento comunale, si impone che l’area destinata agli spettacoli viaggianti sia “concessa in via prioritaria al complesso che non utilizza animali nei propri spettacoli”. Unito al fatto che può attendare un solo circo l’anno, se vi fossero circhi senza animali (e speriamo ce ne siano in futuro) nessun circo con animali potrebbe attendarsi.

Le effrazioni a tale ordinanza comportano la cessazione immediata dell’attività e gli autori delle violazioni non potranno richiedere la concessione di attendamento per un periodo di cinque anni a decorrere dalla data di accertamento delle violazioni stesse.

Questi sono i vincoli che attualmente si possono porre senza violare la legge nazionale e rendere impugnabile e annullabile l’ordinanza.

L’invito è quindi di far approvare un’ordinanza simile nel vostro Comune, il testo può essere copiato pari-pari da quella del Comune di Alessandria.