Dopo il crollo dell’impero sovietico, in tutti i paesi che sono stati socialisti, la religione ha assunto un nuovo ed importantissimo ruolo.
Sappiamo bene come nei paesi dell’Asia centrale ex-Sovietica vi sia stato un grande risveglio islamico, fino al caso limite della Cecenia. Molto simile è stato il percorso del Kosovo, in Europa. In Romania ed in Russia le chiese nazionali ortodosse hanno in breve assunto un ruolo molto importante. Quasi sempre, il crollo dei sistemi socialisti ha determinato anche una crisi dell’identità nazionale degli stati, che hanno trovato nella religione una risposta identitaria molto importante.
Ma che cosa è successo in un paese come la Mongolia, nel quale, a parte una minoranza nazionale kazaka ed islamica che vive nelle regioni del nord ovest di questo paese grande sei volte l’Italia, la grande parte della gente si riconosce buddista?
Sono partito per la Mongolia per un viaggio al quale, oltre ad una rapida conoscenza turistica del deserto del Gobi, chiedo di dare risposta a questa domanda.
La Mongolia è un paese particolare, anche per la religione. Qui il buddismo è lamaista, vale a dire riconosce in Sua Santità il Dalai Lama la sua guida e nella più che millenazia tradizione tibetana il suo riferimento spirituale ed intellettuale. Il Tibet, occupato dai cinesi ed oggi rappresentato dalla diaspora dei suoi maggiori esponenti religiosi, e la Mongolia sono gli unici due paesi ad aver assunto questa particolare versione del buddismo come religione della grandissima maggioranza della popolazione. E non si è trattato di una posizione sempre marginale, se si pensa che fra i predecessori dell’attuale Dalai Lama, uno era mongolo.
La Mongolia è stato il secondo del mondo a proclamarsi socialista, alla fine del lungo e sanguinoso confronto armato che nelle steppe asiatiche e fino all’Oceano Pacifico aveva visto contrapporsi gli ultimi reparti lealisti dell’esercito imperiale russo e soprattutto i suoi reparti cosacchi e le guardie bianche all’armata rossa, mentre turchi, inglesi ed americani guardavano interessati a quel che succedeva, cercando di ostacolare i sovietici. Fu un condottiero mongolo, Suke Bator, ad intuire che questo grande gioco avrebbe potuto schiacciare il suo paese ed a schierarsi dalla parte che allora pareva in grado di consentire un nuovo sviluppo al suo Paese.
La Mongolia di allora viveva il lamaismo buddista come una impronta totale alla sua vita. Si calcola che allora i mongoli fossero trecentomila e la metà dei maschi erano monaci. Sostanzialmente il paese lavorava per mantenere gli oltre 200 monasteri che costituivano la colonna dorsale della religione di tutti, che in vari periodi si faceva letteralmente Stato, occupando tutto intero il possibile spazio istituzionale, assumendo nella sua massima guida spirituale anche le funzioni del Khan di tutti i mongoli. L’ateismo dei bolscevichi apparve senza dubbio a Suke Bator la soluzione migliore per uscire da questa situazione.
Ma c’era un’altra questione a spingere i mongoli ad avvicinarsi al comunismo: in Mongolia non esisteva la proprietà privata, un popolo di nomadi non poteva nemmeno concepire che gli enormi pascoli potessero essere appannaggio esclusivo di una persona o una famiglia. Il nuovo stato socialista, dopo una prima fase di tollerenza nei confronti di monaci e monasteri, condusse una vera e propria campagna repressiva, tanto che alla fine ne sopravvissero una decina. Migliaia e migliaia, fino alla seconda guerra mondiale, furono i monaci assassinati, decine i conventi distrutti, i contatti col Tibet resi impossibili.
Quando il primo maggio del 1990, durante la manifestazione del regime, uno striscione inneggiante a Gengis Khan fu accolto da un boato di consenso che bastò a far crollare il socialismo, il buddismo lamaista si presentava debolissimo dinnanzi al Paese. Eppure in breve fu chiaro che quella religione sarebbe stata fondamentale per il nuovo Stato, che proprio nel lamaismo avrebbe trovato la sua identità.
Questa dimensione “di stato” del lamaismo duddista mongolo è oggi facilmente riscontrabile in Mongolia, si vede presente in molti modi. Nel contempo è facilmente visibile la sua debolezza culturale ed intellettuale, dopo tanti anni di persecuzione. Il lamaismo in questo paese ha sempre vissuto un sincretismo rispetto al vecchio sciiamanesimo di cui prese il posto molti secoli or sono. Ebbene, oggi è soprattutto nelle sue manifestazioni legate al riconoscimento alla spiritualità dei luoghi e degli oggetti che possiamo riconoscerlo.
Nel prossimo articolo ve ne riferirò ampiamente. Tenendo conto che proprio il deserto è la chiave per capire la spiritualità di questo popolo.
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