• Pubblicato il 29 novembre 2011
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Ho voglia di condividere con voi alcune riflessioni.

Ho voglia di condividere con voi alcune riflessioni. Domenica mattina ho partecipato ad una delle ormai classiche “marce non competitive”, a Fagagna, in un ambiente naturale meraviglioso. C’era un sacco di gente e tanta serenità. Mi è parso che stessimo tutti bene, rilassati, felici del nostro corpo che si muoveva e di essere là, in mezzo a tanti altri a goderci la bella giornata.
Sabato, in mattinata, avevo partecipato alla presentazione del libro di Stefano Zozzolotto sulla “zoiba grassa” del 1511 a Spilimbergo, nella quale i contadini, disperati da epidemie, fame e dopo un disastroso terremoto, bruciarono l’ala del castello in cui erano contenuti i documenti che testimoniavano dei loro debiti e delle proprietà feudali dei conti: la gente moriva per strada per la fame e la rivolta iniziò a spezzare il dominio feudale in Friuli. È stato un incontro bellissimo, in palazzo Taddea, dentro il castello. Se ne avete la possibilità, leggete il libro di Zozzolotto (1511 e dintorni: Spilimbergo brucia, edizioni Lithostampa): è uno spaccato straordinario della poverissima vita dei nostri antenati in Friuli, ci insegna un sacco di cose. Tra l’altro che la comunità ebraica di Spilimbergo vedeva allora assai meglio tutelata la propria libertà religiosa di quanto succeda oggi in molti paesi e città del Friuli per le minoranze religiose attuali. Siamo così imbevuti di retorica da considerare l’epoca in cui viviamo, da ogni punto di vista, la migliore. Invece, ad indagare bene, ci sono aspetti oggi assai più arretrati di quanto non testimoni talvolta il passato.
Rientrando a Pordenone, siccome dovevo fare una piccola spesa di alimentari, ho deciso di andare a vedere il nuovo Despar di viale Venezia, quello che hanno costruito al posto dell’ex pastificio Tomadini. Era da poco passata l’una, speravo di non trovare gente.
Era tutto pieno. Un sacco di curiosi, immagino: famiglie col carrello (ma ne ho visti pochi pieni), spese contenute. La crisi economica ha già di molto ristretto le possibilità economiche delle famiglie. Ma quel che voglio dirvi è che quel magazzino era del tutto anonimo: in cosa differisce da uno della coop o di un’altra delle tante sigle della grande distribuzione? È un inno al consumo, a spendere. Ero entrato per comperare 4 cose, che ho pensato di ampliare per consegnarne una parte ai ragazzi della colletta per il Banco alimentare. Ho vissuto chiaramente il meccanismo di condizionamento di quel tipo di luoghi: dopo pochi minuti avevo già il cestino pieno di cose che non avevo previsto di comperare. Avevo davanti due possibilità: o mi cercavo un carrello, o facevo il giro al contrario e rimettevo al loro posto le cose che avevo messo nel cestino e ricominciavo. Ho alzato gli occhi per guardare la gente e ho deciso che dovevo rimettere al loro posto le cose. Ho rifatto il giro, rimesso giù le cose per me inutili, calcolato cosa dovevo dare al Banco alimentare. Sono andato alla cassa e ho pagato. Detto fra noi, non ho avuto l’impressione che i prezzi fossero superconvenienti, com’è scritto nella pubblicità. Ma forse invece lo sono, io faccio la spesa al mercato del sabato dagli ambulanti e il mio riferimento è quello.
Domenica sul Messaggero i responsabili del Banco alimentare hanno detto di aver raccolto molto meno all’Ipercoop e all’Emisfero rispetto all’anno precedente. Sostengono che la gente era tutta, o quasi, alla Despar.
Possiamo ragionare su questo fatto? La capacità di spesa delle famiglie cala, ma si aprono nuovi grandi superfici di vendita, con qualsiasi sigla. Che senso ha? Non ci sono soldi per spendere così tanto e selvaggiamente da tenere in piedi tutti questi super ed ipermercati, più il piccolo commercio di quartiere, più i mercati ambulanti. Qualcuno di certo è destinato a morire. Toccherà ancora al commercio di quartiere? Compreso il poco che c’è di servizio ai residenti in centro città? Vedo il commercio del centro di Pordenone sempre peggio. Ok, concordo con quanti dicono che molti commercianti del centro sono antipatici, taluni impreparati, altri sembra addirittura che gli fai un dispiacere se gli entri in negozio, spesso sono cari. Tutto giusto. Ma la domanda è: che centro sarebbe senza commercio? Possiamo permetterci di desertificare i luoghi in cui viviamo, indifferente se in centro o periferia? E se un vecchietto ha bisogno di un litro di latte, un po’ di pane, qualche scatoletta: dove va? Per fortuna ci sono negozi come Carlet in via Cavallotti che accettano ordinazioni al telefono e portano la spesa a casa!
Due settimane or sono, in Consiglio comunale, Pedrotti ha risposto ad una interrogazione di Loris Pasut e mia sulla variante adottata ad agosto dalla Giunta per consentire un  ulteriore ampliamento del centro commerciale Meduna (quello della coop). Vogliono aggiungere negozi alla galleria. Il Ponte è nettamente contrario. Pedrotti ha sostenuto che non capisce perché piccolo e grande commercio non possano convivere. È chiaro perché: non ci sono risorse per tutti, le famiglie non hanno soldi per spendere quanto sarebbe necessario per tenere in piedi tutto. Resterà in piedi solo il più forte e di certo non saranno i negozietti famigliari!
Ma c’è ormai una cosa che, almeno nella mia mente, è chiarissima: che se anche tutti fossero pieni di soldi, sarebbe folle spenderli in quel modo. Ma cosa dovremmo fare? Comperare due lavatrici all’anno? E dell’Electrolux, mi raccomando, per aiutare a tenere aperta la fabbrica di Porcia. Due FIAT subito, per Marchionne e/o gli operai di Mirafiori, Menfi e Pomigliano? Non ha senso. E sia chiaro: gli operai hanno diritto a vivere con decoro, come tutti del resto. Ma non è consumando di più che li garantiamo, forse anzi spingiamo Electrolux e Fiat ad importare dalle loro fabbriche site in Polonia, dove gli stipendi sono meno della metà di quelli italiani e si lavora molte ore in più all’anno. È evidente che fabbricano le cose sempre peggio per farcene comperare di frequente, ma che senso ha spendere cosi? E delle schifezze che stanno sui banchi dei super ed ipermercati, quante ne dovremmo comperare per la loro sopravvivenza? Dovremmo ingrassare tutti, alla fine, con colesterolo e trigliceridi alle stelle, per tenere in piedi questo sistema? Oppure comperare e gettare nei rifiuti! Dobbiamo continuare a veder costruire inutili palazzi, quando già ce ne sono tanti vuoti e la gente non ha i soldi per pagare gli affitti?
Dovremo, io penso, lavorare diversamente e dividere fra noi risorse e lavoro in modo diverso da oggi. Dovremo sapete tutti fare più cose, dedicarci a più cose. Cercare di essere utili agli altri in modo diverso da oggi, avendo in cambio del nostro “essere utili” cose e relazioni che ci siano a loro volta utili. Forse avremo meno, ma creeremo più risorse intellettuali e materiali e le distribuiremo meglio. Magari distruggeremo meno risorse di oggi: davvero non si possono impegnare meglio tutti i soldi che oggi vanno per costruire inutili super ed ipermercati, inutili palazzoni inabitati? Non si può invece usare quelle risorse per cambiare la città, renderla migliore? Avrei un sacco di idee su cose da fare a Pordenone al posto di nuovi palazzoni: piste pedonali e ciclabili, spazi sociali, scuole concepite in modo diverso da oggi, ambienti oggi degradati da  rinaturalizzare. I soldi impiegati così rendono meno, poco o nulla? Ma mi spiegate quanto renda costruire palazzi che restano vuoti e portano al fallimento imprese e mettono in difficoltà banche che poi non prestano soldi a chi ne ha davvero bisogno?
È di questo non senso che, forse, spero, cominciamo a renderci conto: che queste modalità di consumo e produzione non mantengono le promesse di benessere e distruggono l’ambiente naturale in cui viviamo.

Non usciremo dalla crisi spendendo di più. Non ne usciremo creando nuovi prodotti e nuovi bisogni. Non è con quel consumo compulsivo che rilanceremo produzione, commercio, lavoro. Non è consumando all’impazzata che saremo felici.
Perché è proprio questo, che cerchiamo: un po’ di felicità. Ne ho vista tanta alla marcia di Fagagna e non mi pareva che la gente, alla Despar, mettendo roba nei carrelli, sorridesse. È finita, o sta finendo, una lunga fase della vita di questo nostro paese e continente? Quella in cui milioni di donne e di uomini, dopo secoli di grande povertà, hanno riempito le loro nuove case di tanti, spesso inutili, oggetti?

Io lo spero. Spero in una nuova sobrietà, spero nella fine dell’ostentazione, spero nel fatto che si trovi felicità in una relazione con le persone che non sia fatta di potere ed affermazione personale, ma di ascolto ed apprendimento. Spero che potremo essere molto meno ricchi (intendo come società, che molti ricchi non lo sono mai stati!) di cose e molto di più di saperi e valori: sul nostro Dio (se ce l’abbiamo) e su quello degli altri, sui (nostri e degli altri) indirizzi etici, sulle altre persone e le loro storie, sul benessere e la salute nostra, di umani, e dell’ambiente, degli animali e delle piante. Sulla pulizia della nostra aria e dell’acqua, sulla pulizia di questo mondo che riempiamo dei nostri inutili e dannosissimi rifiuti.

Per tutto questo, a me, questo Governo Monti, non pare destinato ad alcun possibile risultato. Ci spremerà, pagheremo tasse, ridurremo il debito pubblico (speriamo, almeno questo!), ma non mi pare in grado di dare risposte credibili alle due domande: cosa e come produciamo e consumiamo? Per soddisfare quali bisogni? Non basta essere “tecnici” per rispondere. Bisogna avere in mente un’idea del futuro di questa nostra società. E tutto quel che io so della Bocconi dice il contrario: che loro teorizzano questo come l’unico mondo possibile e certamente il migliore. E che vogliono piegare alle logiche del potere e del consumo anche quelli che non ne sono convinti. Se è così, non ne usciremo.

Ci sono due cose che vorrei ancora dire, e dopo non vi annoio più. L’avete vista la foto sui giornali di Pedrotti, De Anna e Pedicini che tagliano il nastro alla Despar? Ma perché? Che bisogno c’era? Ma quei tre non si rendono conto che quel nuovo supermercato è un segno della crisi, una cosa che la acuisce, che non ci indica nessuna via positiva per uscirne? Perché vanno ad inaugurarlo?
Ho poi visto di nuovo quelle squallidissime casette in centro città: il mercatino di Natale. Ma perché anche quest’anno? Perché il Natale deve essere questo: un mercato? Nulla di meglio poteva fare un Comune in questo momento così particolare? Io avrei messo lì una tenda, costruito una sorta di agorà per incontrarci e parlare, chiesto a tutte le associazioni di organizzare incontri i più informali possibili. Avrei cercato di progettare un luogo per scambiarsi doni che non siano oggetti. Cristiani o no, il Natale ci ricorda felicità, è una promessa positiva, una nascita, l’idea della vita che si rinnova, a partire dalla povertà: nascere in una stalla. Indipendentemente se ci si crede, ma non c’è in questo un messaggio positivo, non avremmo potuto cogliere questa occasione per iniziare a sovvertire stereotipi e riflettere su un domani diverso? È questo che personalmente penso debbano fare le istituzioni democratiche.
Mi piacerebbe esprimere un’idea di città coerente con questi indirizzi. Ci vogliono cultura, fantasia e passione civica. Scommetto che queste “cose immateriali” così importanti, voi che leggete, ce le avete. Riusciamo a “tirar fuori” quel che tutti abbiamo dentro?
Ciao a tutti.
Gianni Zanolin


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  • Pubblicato il 24 novembre 2011
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Primo documento di sintesi sulla vicenda ecomostro, ad esclusione della questione abuso, che va per altre vie. La proposta e’ stata presentata al Consiglio comunale da Ponte, Lista Del Ben, API, Tavella, Pedicini, Lega Nord.

Il Consiglio comunale di Pordenone ha esaminato il caso del palazzo in costruzione in piazza Costantini.

Il Consiglio non si esprime sull’abuso edilizio riscontrato, in attesa delle determinazioni sia dell’Ufficio Urbanistica ed Edilizia privata che della Magistratura.

La vicenda, per come fino ad ora è conosciuta, impone però al Comune di Pordenone alcune prime, sostanziali correzioni degli indirizzi fin qui maturati:

Sui controlli nei cantieri privati.

È chiaro che se leggi nazionali e regionali consentono sanatorie, il Comune è chiamato ad un’opera di vigilanza molto stretta, che non può avvenire con un controllo a fine lavori. Il Consiglio perciò impegna Sindaco e Giunta a determinare, entro tre mesi dall’approvazione di questo documento, assetti organizzativi e risorse che consentano controlli in itinere sia sulle sagome che sulle cubature in fase di realizzazione, riferendone al Consiglio comunale;

Sulla trasparenza dei cantieri. È pur vero che la sicurezza nei cantieri edili è fondamentale, visto che ogni anno muoiono e si feriscono gravemente moltissimi lavoratori. Ma alla popolazione non può essere impedito, tramite teli e coperture (che non servono certo alla sicurezza), un costante controllo sull’attività dei cantieri ed un confronto fra quanto si realizza ed il progetto. Il Consiglio impegna Sindaco e Giunta a proporre al Consiglio comunale, entro tre mesi dall’approvazione di questo documento, una proposta di regolamentazione sulle coperture degli edifici in costruzione e sui cartelli che illustrano i lavori concessi ed autorizzati, in modo che i progetti siano ben comprensibili fuori dal cantiere e facilmente confrontabili, dalla popolazione, con quel che si va edificando;

Sulla questione energetica.

Il Consiglio comunale ha esaminato la questione del riconoscimento della classe A degli edifici ed impegna Sindaco e Giunta a varare norme che ribadiscano il vincolo per i proprietari delle aree edificabili a far progettare e realizzare edifici che rimangano nei limiti di cubatura stabiliti dal PRG e dagli strumenti correlati. Dunque l’esclusione dalla cubatura di muri perimetrali, vani scale e solai ha in solo scopo di non computare quei volumi in sede di determinazione di oneri di urbanizzazione e perciò di rappresentare un incentivo economico ad edificare come classe A gli edifici, che però mantengono le cubature massime di piano.

Sull’utilizzazione di spazi privati ad uso pubblico, utilizzati o no in precedenza per realizzare cubature, nel calcolo di nuove cubature da realizzare.

Il Consiglio comunale esprime netta contrarietà al riuso di questi spazi per consentire nuove cubature. In sostanza, la deprecabile disorganizzazione che ha condotto per anni il Comune a non acquisire la proprietà di spazi che negli accordi per consentire edificazioni erano destinati a cessione gratuita al Comune, ha consentito in questo caso il riutilizzo di aree che, pur private, erano nei fatti di uso pubblico, per consentire una nuova capacità edificatoria. Il Consiglio impegna Sindaco e Giunta a predisporre entro tre mesi dall’approvazione del presente documento un censimento generale delle aree che si sarebbero dovute acquisire gratuitamente in relazione a permessi a costruire e che per negligenza sono state lasciate ai privati ed a metterlo a disposizione del Consiglio. Impegna altresì Sindaco e Giunta a predisporre, con gli stessi tempi, norme che non consentano la riutilizzazione a fini edificatori delle aree censite.

Pordenone, 21.11.2011

 


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  • Pubblicato il 22 novembre 2011

Sul gazzettino di oggi !

CONSIGLIO COMUNALE
Il Pd non “regge il confronto”
Ritirata la mozione sull’ospedale

Martedì 22 Novembre 2011,
PORDENONE – Se non fosse accaduto veramente sarebbe difficile da credere. In consiglio comunale il Pd ha calato le brache sulla realizzazione del nuovo ospedale in Comina dimostrando non solo una fragilità estrema all’interno della maggioranza, ma di non aver neppure letto le delibere della Regione. Da chiedersi cosa sia più grave. E così quella che doveva essere una mozione dirompente e nelle intenzioni avrebbe dovuto mettere in chiaro i rapporti con la giunta regionale di centrodestra è diventata una fiacca e inutile raccomandazione. Parte in quarta Fausto Tomasello, capogruppo del partito difendendo la mozione da due attacchi mossi dai consiglieri di minoranza, Mara Piccin e Franco Dal Mas che volevano renderla inoffensiva stabilendone l’illegittimità. Si vota e la maggioranza compatta rigetta. A questo punto si discute. Non che la mozione fosse particolarmente cattiva, chiedeva due cose di buon senso: mettere a disposizione da subito l’intera cifra (240 milioni di euro primo grossolano errore perchè sono di meno) per iniziare e completare la struttura in Comina e nel frattempo assicurare un congruo stanziamento per tenere in piedi l’ospedale in via Montereale. A rispondere ci ha pensato il sindaco Claudio Pedrotti che ha spiegato come – allo stato – le rassicurazioni del presidente della Regione, Renzo Tondo, avvenute in due incontri, fossero corroborate da atti formali, oltre che verificate. Non solo. Pedrotti ha spiegato che sull’ultima delibera la Regione ha messo nero su bianco che tutti i soldi per la costruzione dell’ospedale saranno pubblici. Sbagliato (anche lui non ha letto la delibera regionale?). L’atto, infatti, parla chiaro: una parte di risorse andranno cercate con la soluzione dell’ingegneria finanziaria. Soldi privati. A quel punto per il Pd si alza in piedi Sonia D’Aniello, una guerrigliera che invece sorprende tutti: la mozione diventa raccomandazione. Tutti a casa senza votare e senza neppure discutere tra lo sconcerto e l’imbarazzo per la figura barbina. Il Pd molla il fronte e rischia grosso: se il centrodestra non riuscirà a fare l’ospedale in Comina ora il Partito Democratico, politicamente s’intende, sarà complice della scelta.
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  • Pubblicato il 22 novembre 2011
DORETTO PAOLA

Ormai l’inverno non è più inverno se dai telegiornali locali, un certo giorno, non arriva la notizia che l’aria è troppo inquinata e che bisogna fermare le auto.

Ormai l’inverno non è più inverno se dai telegiornali locali, un certo giorno, non arriva la notizia che l’aria è troppo inquinata e che bisogna fermare le auto. I conduttori dei tg, monotoni e  sempre comunque leggermente sorridenti, girano le pagine che hanno davanti: dopo l’ennesimo scandalo politico, dopo la crisi economica che incalza, dopo la prossima sagra del buon vivere, arriva la notizia che abbiamo ‘sforato’ i limiti delle pm10.

Ora si spera nella pioggia, nel vento che cambia, quasi mai o pochissimo nel buonsenso delle persone, tutte le persone, ed in primis di chi si è preso, scegliendo di fare politica, delle responsabilità rispetto a questo problema. Per il “bene comune”. È di oggi la notizia del solito palleggio di responsabilità tra Comune e Provincia condito dal solito “acuto” e sempre molto efficace invito ai cittadini  dell’assessore all’ambiente di moderare i consumi.

Finito il telegiornale arriva la pubblicità, su dieci spot sette sono di auto, messaggi molto seducenti, studiati sapientemente per arrivare a parlare al nostro narcisismo, un sottile lavaggio del cervello autorizzato.
 L’auto non è l’auto, ma è volta per volta mezzo di seduzione, di potere, di libertà. 
Per ora è solo e sicuramente mezzo di  semplice spostamento e poi di disagio, di malattia, di cattiva qualità della vita.

Dopo la pubblicità ecco il programma di approfondimento, si parla ovviamente della crisi, le fabbriche di auto hanno problemi, chiudono, delocalizzano, non sanno più quale cervellone andare a strapagare per risolvere la situazione che è, in effetti, di per sé irrisolvibile e drammatica.

A nessuno, a partire dall’operaio disperato (sarebbe bello sentire la voce degli operai che pretendono, oltre al lavoro, anche sicurezza e qualità di vita per loro e i loro figli) fino al manager avvolto in morbido cachemire, passando per il politico spesso schiacciato e reso impotente dalla corruzione, viene nemmeno in mente un possibile cambiamento di rotta.

Chi faceva le auto sente solo il diritto a continuare a farle nello stesso modo, chi le vende solo il diritto a continuare a venderle, a tutti i costi, compreso quello della salute propria e dei propri figli. 
E non è che non si faccia proprio niente, paradossalmente su altri versanti ci sono eminenti studiosi, tecnici preparati, persone oneste e animate dai più sani principi che al mattino si alzano e vanno a misurare i livelli di guardia dell’inquinamento. Sappiamo tutto o quasi sull’inquinamento, è “monitorato”, come si dice.
 È come se uno che sta annegando si dannasse più che a salvarsi a cercare di sapere con precisione quanto è profonda l’acqua in cui sta annaspando.

Mi permetto un pensiero ulteriore, non credo che nessun vertice, che da nessun vertice solamente, di nessun tipo verrà mai una soluzione a queste assurdità patenti. Personalmente non sono nemmeno certa che una soluzione ci sia, ma se dovesse esserci essa sta solo nella presa di coscienza di ciascuno di noi. dal fare un passo fuori e oltre il circolo vizioso nel quale siamo finiti. Il cambiamento deve avvenire prima che in ogni altro luogo nel nostro modo di pensare.

Stiamo esercitando una violenza inaudita sulla natura, inconsapevoli e tutti presi dai nostri riti quotidiani e dal non farci scappare la nostra piccola dose di piacere. E speriamo poi invece, abbastanza ingenuamente, ancora in un suo aiuto.

Ma, almeno questo dovremmo saperlo, il vento e la pioggia e tutte le manifestazioni magnifiche della natura, non sono prevedibili, arrivano come e quando capita. A noi spetterebbe, per cambiare rotta veramente, di cominciare ad amare la loro bellezza e a rispettarla.

Paola Doretto

Lista civica “il Ponte”

 


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  • Pubblicato il 19 novembre 2011
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Giuseppe Ragogna ATAP, DAI BUS AL BUSINESS “SCOVASSE”

Sul Messaggero veneto di oggi. Ogni commento è superfluo!

STORIE PORDENONESI
ATAP, DAI BUS AL BUSINESS “SCOVASSE”
ALTI COMPENSI L’effetto scatole cinesi garantisce al presidente uno stipendio di oltre 200 mila euro l’anno
di GIUSEPPE RAGOGNA L’Atap è finita nel mirino delle proteste. I servizi delle corriere sono messi sotto accusa dagli studenti. Gli orari delle corse sono giudicati incompatibili con quelli scolastici: c’è chi è costretto a entrare in classe in ritardo, chi deve uscire in anticipo. Un vero caos. Possibile che non ci sia il modo di dialogare per evitare disguidi? Evidentemente no, ognuno va avanti imperterrito sulla strada della disorganizzazione, senza una regia. Non basta, perché i ragazzi lamentano anche viaggi scomodi: «Stretti come sardine in scatola». Corriere stracolme, autobus vuoti: queste sono le contraddizioni quotidiane. Per non parlare degli anziani, decisamente insoddisfatti dei bus. O della cosiddetta “linea rossa”, gestita con risultati al di sotto delle attese. Evidentemente, qualcosa non funziona. Non ci si può sempre trincerare dietro ai bilanci che comunque fanno utili (una nota positiva in tempi di crisi). E la qualità del servizio? Certo, i soci-padroni, che sono i Comuni e la Provincia, incassano i dividendi. Sono i più soddisfatti, perché con quei soldi possono riequilibrare i loro conti. All’azienda rimangono però poche risorse da investire nelle attività principali. Poi, magari, sono proprio i sindaci a lamentarsi che il sistema dei trasporti è carente. O, meglio, che resta lontano dagli standard di realtà europee, le quali investono nei mini-bus elettrici, e nei servizi navetta, per ampliare le aree pedonali. Che potenziano la rete pubblica per alleggerire il traffico. Noi no. Facciamo il pieno di polveri sottili (una botta di salute), tanto abbiamo un collaudato piano di emergenza, che funziona attraverso l’alternanza delle targhe pari e dispari. Ogni tanto c’è il blocco totale della circolazione delle auto, ma ci sono sempre delle scappatoie. Chiaro, tutti sono contenti, tranne i cittadini. In realtà, l’Atap fa utili, anche se non si occupa più solo di trasporti. Si entra in crisi quando gli studenti, incavolati per le carenze dei servizi, chiedono incuriositi: che cos’è l’Atap? Bella domanda. Ormai l’azienda è diventata una vera e propria “matrioska”. L’effetto è lo stesso del souvenir russo, cioè funziona come un insieme a incastro di bamboline, che si compone di pezzi di diverse dimensioni. E’ difficile spiegare la situazione, senza perdersi tra le varie attività svolte: trasporti, raccolta e smaltimento di rifiuti, operazioni immobiliari. Basta grattare un po’ l’involucro della cassaforte e si scopre la “sostanza”. L’Atap ha quote di Saita (40%), Tpl Fvg (25%), Sti (24%), Marca (23%), Apt (21%), Saf (6%), Atvo (5%). Fin qui nulla da eccepire, perché siamo dentro quello che dovrebbe essere il “core business” della società, cioè i trasporti pubblici. L’anomalia riguarda invece lo spostamento delle attività verso altri settori: dalle “scovasse” al cemento. La società si è infatti ingolosita dell’affare dei rifiuti. E ha investito ingenti somme nell’acquisto del 54% della Snua, del 20% della Bioman e di un altro 20% della Naonis Energia; anche se da quest’ultima azienda si vuole smarcare. Praticamente, una parte cospicua dei contributi pubblici, che incassa dalla Regione in via esclusiva per i trasporti (circa due terzi delle entrate di bilancio), viene impiegata per scopi diversi. Tra l’altro, il business dei rifiuti crea forti intrecci di potere. Per esempio, Tullio Petrangelo, amministratore unico di Gea (rifiuti comunali), è anche presidente della Snua. Cioè lo stesso manager (ben quotato visto che incassa 200 mila euro l’anno) guida di fatto due aziende, che operano nello stesso ramo d’impresa. Oltre a essere amministratore delegato di Hydrogea. Alla catena del controllo Atap, devono aggiungersi il 100% della società Palmanova, dov’è confluito tutto il patrimonio immobiliare, e il 20% della Stu Makò, una società pubblico-privata che ha lo scopo di ristrutturare l’area dell’ex cotonificio di Cordenons. Ma quest’ultima attività è paralizzata per mancanza di finanziamenti. Si capisce che siamo alla presenza di un ginepraio di interessi, che rappresenta uno dei pochi (se non l’unico) casi in Italia. La giustificazione: elevare la redditività. Il fatto evidente è che l’Atap non ha più una “mission” aziendale precisa. D’altra parte, proprio quando si fa aspra la vertenza delle corriere, il presidente Mauro Vagaggini è tutto preso a gestire la più promettente questione dei rifiuti. Non si capisce più nulla. Per la verità, l’unico che non si lamenta di questa situazione ingarbugliata è proprio Vagaggini. E come potrebbe? Il marchingegno della “matrioska” ha fatto lievitare il suo stipendio a 200 mila euro l’anno. Tocca scriverlo a spanne, tenendoci bassi per evitare smentite, perché in barba alla trasparenza non si trova traccia del suo compenso complessivo: né nel sito aziendale ben curato, né in quelli degli altri soci pubblici. Niente di niente, le cifre sono top secret.

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  • Pubblicato il 15 novembre 2011
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Daniela Favot. Raccolta differenziata spinta, tracciabilità dei rifiuti, azienda unica pubblica provinciale e no all’inceneritore di Fanna.

“Noi siamo sostenitori dell’azienda unica provinciale dei rifiuti, afferma Daniela Favot, vicepresidente de “il Ponte”. Avevamo inserito questa proposta nel nostro programma elettorale e la sosteniamo con forza. Ma quel che serve, per arrivarci, non è il solito accordo politico, palese o di potere, come in questo campo purtroppo succede spesso. Serve un vero piano industriale, serio, sul quale costruire l’unificazione di Ambiente Servizi, Gea e Snua. A nostro avviso i presupposti debbono essere questi: raccolta differenziata porta a porta spinta in tutti i comuni e costante attenzione alla qualità di quel che si raccoglie, con un grande coinvolgimento della popolazione; tracciabilità di tutti i rifiuti negli impianti di conferimento, per aiutare i comuni in primo luogo nelle loro funzioni educative verso i cittadini e soprattutto per riconoscere loro correttamente il dovuto dalla fornitura di materie prime (carta e cartone, plastica e vetro) ai consorzi che compongono il Conai; nessuna duplicazione di impianti di trattamento e nessun spreco di risorse. Serve un impianto di selezione all’avanguardia, simile al Centro di Riciclo di Vedelago (Treviso): quando si aprirà quello di Ambiente Servizi a San Vito si valuterà che cosa far fare a quello di Aviano della Snua, che oggi è obsoleto e inadeguato alle nuove esigenze; evitare di bruciare i rifiuti dopo il passaggio nei centri di trattamento (da cui escono come CDR-Q, ora chiamato CSS), puntando a riciclare tutto; netta contrarietà a trasformare il forno del cementificio di Fanna in un inceneritore di rifiuti, pericolosissimo e che funzionerebbe solo importando rifiuti trattati da fuori regione. Se si parte da questi elementi per costruire un serio piano industriale, si può arrivare davvero all’azienda unica. Se esistono dubbi su questa impostazione e si inseguono equilibri di potere, ci si arena prima del traguardo, com’è successo altre volte.
Aggiungo due cose importanti, sul trattamento dei rifiuti. La prima è che per quanto si è potuto sapere il testo del Piano Regionale dei Rifiuti di prossima approvazione dovrebbe fare di tutto il territorio regionale un unico ambito. Dunque se volessimo conferire rifiuti ad un impianto fuori provincia che risultasse conveniente, potremmo farlo. Questa è la condizione (assieme alla necessità di avere un rifiuto differenziato di qualità) perchè le gare per l’affidamento dei servizi di raccolta nei vari comuni siano vere. Noi ci impegneremo affinchè non si formi alcun “cartello” che le renda false. La seconda cosa è il sito di Aviano. Il Piano regionale parrebbe raccomandare giustamente di utilizzare i siti oggi operativi per i nuovi impianti. L’entrata in funzione dell’impianto di San Vito ci dirà che cosa fare nel sito di Aviano, posto che noi siamo contrarissimi a fare qualsiasi inceneritore. Qualsiasi soluzione richiede comunque un accordo pieno col Comune di Aviano.”


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  • Pubblicato il 10 novembre 2011
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Martina Toffolo non ricorda: il plastico c’era eccome!


Questa foto è stata pubblicata ieri dal Gazzettino. È stata scattata il 12 maggio, durante la conferenza stampa che si è svolta nel cantiere dell’ecomostro. In primo piano il plastico che già riproduce il palazzo con l’abuso. Dietro l’ex sindaco.

 MESSAGGERO VENETO
GIOVEDÌ, 10 NOVEMBRE 2011
PIAZZA COSTANTINI
L’assessore Toffolo a Pedicini: il parcheggio non è previsto
Giuseppe Pedicini «ha la memoria corta». L’assessore all’urbanistica Martina Toffolo non accetta una “dimenticanza” voluta «per cavalcare una polemica inutile». L’aspetto contestato, infatti, è quello della piazza riqualificata con il progetto Punto cardinale. Pedicini evidenziava che l’area tra via Roveredo e via Sturzo sia un parcheggio e non una piazza, ma l’assessore ricorda all’allora presidente della commissione urbanistica che, proprio quando lui ricopriva quell’incarico, il posteggio divenne piazza. «Di questo aspetto avevamo parlato in commissione urbanistica, quando abbiamo esaminato il piano attuativo di piazza Costantini – rimarca Toffolo. In quell’occasione abbiamo convenuto che era impossibile procedere a una variante attraverso il piano particolareggiato, per cui la trasformazione da parcheggio a piazza sarebbe stata attuata utilizzando lo strumento regolatore. E’ quello che abbiamo fatto con la variante 77 dei servizi che ha tolto la destinazione a parcheggio e individuato, per l’appunto, la piazza come da progetto. E’ uno dei risultati importanti emersi proprio dal dibattito in quella commissione di cui Pedicini era presidente». Infine la questione relativa al plastico che sarebbe stato presentato in conferenza stampa: «Mai visto, a quell’incontro non c’era». ©RIPRODUZIONE RISERVATA

 


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  • Pubblicato il 06 novembre 2011
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Sull’ipotesi di sanatoria sull’abuso edilizio dell’ecomostro.

Questo mio articolo è stato pubblcato oggi su Il Messaggero Veneto

Lasalvia di Clemente e il suo architetto Stefano Colin, proprietario e progettista dell’ecomostro, vogliono giungere ad una sanatoria. Hanno già presentato domanda in municipio. I due signori hanno compiuto un rilevante abuso e, vistisi scoperti, hanno presentato ridicole scuse, offensive del buonsenso e del buongusto. È la tradizione italica: puoi stuprare, grassare, uccidere, abusare, evadere: tanto poi ti scusi, uno che ti assolve lo trovi sempre. Alle scuse hanno aggiunto una cosa sulla quale i pordenonesi dovrebbero riflettere: “Colin andò in ferie e si scordò di presentare la variante!”. Ecco, è sulla parola “variante”, detta prima da Colin e poi da Lasalvia, che i cittadini di Pordenone dovrebbero riflettere. Perché “variante” è una parola che si usa per cambiare una previsione urbanistica. Non ci verranno a dire, infatti, che avrebbero presentato una variante al loro progetto: facevano outing di abusivismo edilizio? E cosa si aspettavano dagli uffici, in questo caso? Una pacca sulla spalla? I due volevano presentare, non fossero stati scoperti (grazie a chi scrive), una variante al piano di recupero di piazza Costantini, ovvio. Ma le varianti non le fa il Comune? Loro avrebbero “aiutato” il Comune a farla. E chi glielo assicurava che la variante da loro preparata sarebbe stata portata in consiglio comunale ed approvata? Perché è chiaro: se una variante fosse stata fatta, loro, nemmeno una sanzione avrebbero pagato. Chissà se al Fiume e al Pd se lo sono chiesto: chi glielo assicurava? L’assessore Toffolo ha dichiarato alla stampa che lei, il capro espiatorio, non lo vuole fare. Capro espiatorio è l’innocente che paga colpe di altri. Chi sono questi “altri”? E che colpe hanno? Qui c’è di mezzo qualcosa per cui non si possono accettare scuse e, secondo me, bisogna resistere in ogni modo alla sanatoria. Ed è il disprezzo mostrato per le decisioni del consiglio comunale di Pordenone.

La cosa, infatti, sta così: che il 6 dicembre 2007 il consiglio comunale ha approvato in via definitiva il piano di Recupero di piazza Costantini. Mesi prima aveva effettuato una prima lettura del piano e aveva invitato i cittadini a fare osservazioni. E le osservazioni dei cittadini c’erano state, eccome. In 136 avevano presentato una osservazione al piano, dicendo che non gli piaceva e che volevano cubature molto più modeste. Ma anche i residenti nel condominio Athena protestavano e pure l’amministratore del condominio Olimpia: là in mezzo sarebbe sorta una meraviglia, non richiesta, dell’architettura contemporanea, che quando i pordenonesi l’han vista è stato subito chiaro che era brutta e l’hanno battezzata “ecomostro”. In prima lettura il piano prevedeva 21 mila cubi edificabili e altezze elevate. Ad esempio su via Santa Caterina si potevano raggiungere i 30 metri. Commissione consiliare e consiglio comunale discutono e deliberano sulle osservazioni. Stabiliscono questo: che i cubi restano 21 mila, ma le altezze massime raggiungibili calano. Su via Santa Caterina al massimo si può raggiungere i 24 metri d’altezza, l’edificio parallelo alla piazza potrà arrivare “solo” a 30 metri, dai 33 previsti in prima battuta. L’edificio che collega gli altri due passa da 36 a 33 metri. Lasalvia di Clemente e Colin presentano il progetto su cui intendono ottenere la concessione edilizia e vanno addirittura al di là di quanto previsto dal consiglio comunale: su via Santa Caterina non arrivano a 24 metri d’altezza, si fermano e poco più di 22! E chiedono di edificare 19 mila cubi, non 21 mila. Gli ingenui penserebbero: molto bene, questa rinuncia è apprezzabile. E invece quel “stare sotto” è parte di un piano, di una intelligenza.

Quando costruiscono si capisce tutto: la sagoma dell’edificio si ingrossa e si alza. Su via Santa Caterina s’arriva a quasi trenta metri: quel che aveva previsto la prima versione del piano di recupero. Evidentemente la modifica non l’hanno gradita. Hanno chiesto di edificare 19 mila per tenersi di riserva 2 mila cubi da piazzare dove credevano meglio, fottendosene di regole, leggi, norme, buona educazione. È evidente il disprezzo per le decisioni del consiglio: “Facciamo come ci pare, tanto al massimo pagheremo una multa. E poi ci approvano la “variante” e siamo a posto!”. Ovviamente Lasalvia di Clemente e Colin non sono i primi a comportarsi così, a Pordenone. Ma non ho mai pensato che un reato non sia più tale se qualcun altro l’ha commesso prima. Uomini (e donne) con scarso acume hanno detto e ribadito, nei giorni scorsi, che i controlli, nei cantieri edili, si fanno alla fine, a lavori conclusi. Dove sta scritto? Cosa vieta al Comune un controllo continuo, soprattutto quando si edificano le strutture portanti? Era ovvia la conseguenza di questo ragionamento: se la legge consente di “sanare”, le decisioni del consiglio comunale non valgono a nulla. Uno fa quel che gli pare, tanto poi sana. È evidente che la legge che consente di sanare, obbliga i comuni a frequenti controlli, pena vedere vanificata ogni previsione urbanistica. Ma tant’è, sorprendentemente, un ex sindaco che mi ha costretto per dieci anni a controllare tutto e di più, completato il suo percorso sostiene che i controlli si fanno alla fine, lasciando così liberi certi personaggi di fare la qualunque e sanare. E per di più con quei personaggi l’ex sindaco e l’allora ed attuale assessore all’urbanistica hanno fatto una conferenza stampa, nell’area di cantiere dove era stato già fatto l’abuso.

Il sindaco Pedrotti ha detto e ribadito che farà ogni cosa per impedire questa sanatoria. Tenga duro, abbia consapevolezza che se vuol davvero fare il nuovo piano regolatore questo è il banco di prova vero: altrimenti a che servirà disegnare la città, se quel disegno ognuno può stravolgerlo e fare quel che gli pare? Tanto, a Pordenone, è certificato che i controlli si fanno alla fine, quando basta sanare. O meglio ancora: preparate la variante e non andate in ferie.

 


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  • Pubblicato il 02 novembre 2011
messaggeroveneto.extra.kataweb

Uno scempio in città

Riprendo dal Messaggero Veneto di oggi questa lettera di un cittadino

PORDENONE

Avevo segnalato mesi fa dello scempio ambientale, autorizzato dall’Amministrazione Comunale di Pordenone e messo in atto dal palazzinaro di turno, con la realizzazione dell’ormai noto”ecomostro” di piazza Costantini a Pordenone. Avevo anche raccontato che in quell’area esisteva un piccolo fabbricato in degrado, in un passato remoto in quel sito vi era una dei pochi “casini” di Pordenone. I tecnici invece affermavano che erano state rispettate le cubature per realizzare quell’ammasso di cemento armato, vero monumento alla demenza ed all’ignoranza umana. Dico umana perchè un animale non l’avrebbe nemmeno pensata una cosa del genere. E siamo a Pordenone, non in uno sperduto e dimenticato paese del profondo sud dove tutto è tollerato. Avevo anche scritto che se fossi un residente che abitavo nei pressi dell’ecomostro avrei fortemente protestato, in maniera civile ovviamente, e cercato di impedire, con un esposto alla magistratura, tale vergogna. Avevo anche appreso da fonti ben informate che dal progetto erano stati eliminati ben due piani rispetto a quello originale. Oggi si scopre, ad opera ormai quasi ultimata, che ci sarebbero ben un piano e mezzo abusivo. Vorrei sapere, se è lecito, quali controlli da parte dei tecnici comunali sono stati fatti durante le varie fasi del cantiere. Oggi si tuona contro la ditta appaltatrice e si parla di segnalare la cosa in Procura. Si accenna anche ad una possibile demolizione della cubatura abusiva. Io francamente non ci credo e tutto sarà ricondotto ad una semplice ammenda pecuniaria nello stile tutto italico. Tempo fa avevo mandato una mail al Signor Sindaco, corredata di foto scattata dal terrazzino di mia suocera. Abita in viale Dante ma l’ecomostro riesce con la sua imponenza ad oscurare il sole pomeridiano sicchè alle quattro del pomeriggio è ormai tramonto a casa sua e quindi tutti a nanna. Devo anche dire che Il Signor Sindaco Pedrotti non mi ha nemmeno risposto, anche questo nello stile italiano che ormai ci siamo abituati ed assuefatti. Vorrei anche sapere quanto è costato al Comune di Pordenone aver fatto realizzare quella serie di disegni, anche simpatici, sulla copertura delle impalcature che suonano come una vera e propria presa in giro.

Mario Pinto Poincicco di Zoppola  


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