Ho voglia di condividere con voi alcune riflessioni. Domenica mattina ho partecipato ad una delle ormai classiche “marce non competitive”, a Fagagna, in un ambiente naturale meraviglioso. C’era un sacco di gente e tanta serenità. Mi è parso che stessimo tutti bene, rilassati, felici del nostro corpo che si muoveva e di essere là, in mezzo a tanti altri a goderci la bella giornata.
Sabato, in mattinata, avevo partecipato alla presentazione del libro di Stefano Zozzolotto sulla “zoiba grassa” del 1511 a Spilimbergo, nella quale i contadini, disperati da epidemie, fame e dopo un disastroso terremoto, bruciarono l’ala del castello in cui erano contenuti i documenti che testimoniavano dei loro debiti e delle proprietà feudali dei conti: la gente moriva per strada per la fame e la rivolta iniziò a spezzare il dominio feudale in Friuli. È stato un incontro bellissimo, in palazzo Taddea, dentro il castello. Se ne avete la possibilità, leggete il libro di Zozzolotto (1511 e dintorni: Spilimbergo brucia, edizioni Lithostampa): è uno spaccato straordinario della poverissima vita dei nostri antenati in Friuli, ci insegna un sacco di cose. Tra l’altro che la comunità ebraica di Spilimbergo vedeva allora assai meglio tutelata la propria libertà religiosa di quanto succeda oggi in molti paesi e città del Friuli per le minoranze religiose attuali. Siamo così imbevuti di retorica da considerare l’epoca in cui viviamo, da ogni punto di vista, la migliore. Invece, ad indagare bene, ci sono aspetti oggi assai più arretrati di quanto non testimoni talvolta il passato.
Rientrando a Pordenone, siccome dovevo fare una piccola spesa di alimentari, ho deciso di andare a vedere il nuovo Despar di viale Venezia, quello che hanno costruito al posto dell’ex pastificio Tomadini. Era da poco passata l’una, speravo di non trovare gente.
Era tutto pieno. Un sacco di curiosi, immagino: famiglie col carrello (ma ne ho visti pochi pieni), spese contenute. La crisi economica ha già di molto ristretto le possibilità economiche delle famiglie. Ma quel che voglio dirvi è che quel magazzino era del tutto anonimo: in cosa differisce da uno della coop o di un’altra delle tante sigle della grande distribuzione? È un inno al consumo, a spendere. Ero entrato per comperare 4 cose, che ho pensato di ampliare per consegnarne una parte ai ragazzi della colletta per il Banco alimentare. Ho vissuto chiaramente il meccanismo di condizionamento di quel tipo di luoghi: dopo pochi minuti avevo già il cestino pieno di cose che non avevo previsto di comperare. Avevo davanti due possibilità: o mi cercavo un carrello, o facevo il giro al contrario e rimettevo al loro posto le cose che avevo messo nel cestino e ricominciavo. Ho alzato gli occhi per guardare la gente e ho deciso che dovevo rimettere al loro posto le cose. Ho rifatto il giro, rimesso giù le cose per me inutili, calcolato cosa dovevo dare al Banco alimentare. Sono andato alla cassa e ho pagato. Detto fra noi, non ho avuto l’impressione che i prezzi fossero superconvenienti, com’è scritto nella pubblicità. Ma forse invece lo sono, io faccio la spesa al mercato del sabato dagli ambulanti e il mio riferimento è quello.
Domenica sul Messaggero i responsabili del Banco alimentare hanno detto di aver raccolto molto meno all’Ipercoop e all’Emisfero rispetto all’anno precedente. Sostengono che la gente era tutta, o quasi, alla Despar.
Possiamo ragionare su questo fatto? La capacità di spesa delle famiglie cala, ma si aprono nuovi grandi superfici di vendita, con qualsiasi sigla. Che senso ha? Non ci sono soldi per spendere così tanto e selvaggiamente da tenere in piedi tutti questi super ed ipermercati, più il piccolo commercio di quartiere, più i mercati ambulanti. Qualcuno di certo è destinato a morire. Toccherà ancora al commercio di quartiere? Compreso il poco che c’è di servizio ai residenti in centro città? Vedo il commercio del centro di Pordenone sempre peggio. Ok, concordo con quanti dicono che molti commercianti del centro sono antipatici, taluni impreparati, altri sembra addirittura che gli fai un dispiacere se gli entri in negozio, spesso sono cari. Tutto giusto. Ma la domanda è: che centro sarebbe senza commercio? Possiamo permetterci di desertificare i luoghi in cui viviamo, indifferente se in centro o periferia? E se un vecchietto ha bisogno di un litro di latte, un po’ di pane, qualche scatoletta: dove va? Per fortuna ci sono negozi come Carlet in via Cavallotti che accettano ordinazioni al telefono e portano la spesa a casa!
Due settimane or sono, in Consiglio comunale, Pedrotti ha risposto ad una interrogazione di Loris Pasut e mia sulla variante adottata ad agosto dalla Giunta per consentire un  ulteriore ampliamento del centro commerciale Meduna (quello della coop). Vogliono aggiungere negozi alla galleria. Il Ponte è nettamente contrario. Pedrotti ha sostenuto che non capisce perché piccolo e grande commercio non possano convivere. È chiaro perché: non ci sono risorse per tutti, le famiglie non hanno soldi per spendere quanto sarebbe necessario per tenere in piedi tutto. Resterà in piedi solo il più forte e di certo non saranno i negozietti famigliari!
Ma c’è ormai una cosa che, almeno nella mia mente, è chiarissima: che se anche tutti fossero pieni di soldi, sarebbe folle spenderli in quel modo. Ma cosa dovremmo fare? Comperare due lavatrici all’anno? E dell’Electrolux, mi raccomando, per aiutare a tenere aperta la fabbrica di Porcia. Due FIAT subito, per Marchionne e/o gli operai di Mirafiori, Menfi e Pomigliano? Non ha senso. E sia chiaro: gli operai hanno diritto a vivere con decoro, come tutti del resto. Ma non è consumando di più che li garantiamo, forse anzi spingiamo Electrolux e Fiat ad importare dalle loro fabbriche site in Polonia, dove gli stipendi sono meno della metà di quelli italiani e si lavora molte ore in più all’anno. È evidente che fabbricano le cose sempre peggio per farcene comperare di frequente, ma che senso ha spendere cosi? E delle schifezze che stanno sui banchi dei super ed ipermercati, quante ne dovremmo comperare per la loro sopravvivenza? Dovremmo ingrassare tutti, alla fine, con colesterolo e trigliceridi alle stelle, per tenere in piedi questo sistema? Oppure comperare e gettare nei rifiuti! Dobbiamo continuare a veder costruire inutili palazzi, quando già ce ne sono tanti vuoti e la gente non ha i soldi per pagare gli affitti?
Dovremo, io penso, lavorare diversamente e dividere fra noi risorse e lavoro in modo diverso da oggi. Dovremo sapete tutti fare più cose, dedicarci a più cose. Cercare di essere utili agli altri in modo diverso da oggi, avendo in cambio del nostro “essere utili” cose e relazioni che ci siano a loro volta utili. Forse avremo meno, ma creeremo più risorse intellettuali e materiali e le distribuiremo meglio. Magari distruggeremo meno risorse di oggi: davvero non si possono impegnare meglio tutti i soldi che oggi vanno per costruire inutili super ed ipermercati, inutili palazzoni inabitati? Non si può invece usare quelle risorse per cambiare la città, renderla migliore? Avrei un sacco di idee su cose da fare a Pordenone al posto di nuovi palazzoni: piste pedonali e ciclabili, spazi sociali, scuole concepite in modo diverso da oggi, ambienti oggi degradati da  rinaturalizzare. I soldi impiegati così rendono meno, poco o nulla? Ma mi spiegate quanto renda costruire palazzi che restano vuoti e portano al fallimento imprese e mettono in difficoltà banche che poi non prestano soldi a chi ne ha davvero bisogno?
È di questo non senso che, forse, spero, cominciamo a renderci conto: che queste modalità di consumo e produzione non mantengono le promesse di benessere e distruggono l’ambiente naturale in cui viviamo.

Non usciremo dalla crisi spendendo di più. Non ne usciremo creando nuovi prodotti e nuovi bisogni. Non è con quel consumo compulsivo che rilanceremo produzione, commercio, lavoro. Non è consumando all’impazzata che saremo felici.
Perché è proprio questo, che cerchiamo: un po’ di felicità. Ne ho vista tanta alla marcia di Fagagna e non mi pareva che la gente, alla Despar, mettendo roba nei carrelli, sorridesse. È finita, o sta finendo, una lunga fase della vita di questo nostro paese e continente? Quella in cui milioni di donne e di uomini, dopo secoli di grande povertà, hanno riempito le loro nuove case di tanti, spesso inutili, oggetti?

Io lo spero. Spero in una nuova sobrietà, spero nella fine dell’ostentazione, spero nel fatto che si trovi felicità in una relazione con le persone che non sia fatta di potere ed affermazione personale, ma di ascolto ed apprendimento. Spero che potremo essere molto meno ricchi (intendo come società, che molti ricchi non lo sono mai stati!) di cose e molto di più di saperi e valori: sul nostro Dio (se ce l’abbiamo) e su quello degli altri, sui (nostri e degli altri) indirizzi etici, sulle altre persone e le loro storie, sul benessere e la salute nostra, di umani, e dell’ambiente, degli animali e delle piante. Sulla pulizia della nostra aria e dell’acqua, sulla pulizia di questo mondo che riempiamo dei nostri inutili e dannosissimi rifiuti.

Per tutto questo, a me, questo Governo Monti, non pare destinato ad alcun possibile risultato. Ci spremerà, pagheremo tasse, ridurremo il debito pubblico (speriamo, almeno questo!), ma non mi pare in grado di dare risposte credibili alle due domande: cosa e come produciamo e consumiamo? Per soddisfare quali bisogni? Non basta essere “tecnici” per rispondere. Bisogna avere in mente un’idea del futuro di questa nostra società. E tutto quel che io so della Bocconi dice il contrario: che loro teorizzano questo come l’unico mondo possibile e certamente il migliore. E che vogliono piegare alle logiche del potere e del consumo anche quelli che non ne sono convinti. Se è così, non ne usciremo.

Ci sono due cose che vorrei ancora dire, e dopo non vi annoio più. L’avete vista la foto sui giornali di Pedrotti, De Anna e Pedicini che tagliano il nastro alla Despar? Ma perché? Che bisogno c’era? Ma quei tre non si rendono conto che quel nuovo supermercato è un segno della crisi, una cosa che la acuisce, che non ci indica nessuna via positiva per uscirne? Perché vanno ad inaugurarlo?
Ho poi visto di nuovo quelle squallidissime casette in centro città: il mercatino di Natale. Ma perché anche quest’anno? Perché il Natale deve essere questo: un mercato? Nulla di meglio poteva fare un Comune in questo momento così particolare? Io avrei messo lì una tenda, costruito una sorta di agorà per incontrarci e parlare, chiesto a tutte le associazioni di organizzare incontri i più informali possibili. Avrei cercato di progettare un luogo per scambiarsi doni che non siano oggetti. Cristiani o no, il Natale ci ricorda felicità, è una promessa positiva, una nascita, l’idea della vita che si rinnova, a partire dalla povertà: nascere in una stalla. Indipendentemente se ci si crede, ma non c’è in questo un messaggio positivo, non avremmo potuto cogliere questa occasione per iniziare a sovvertire stereotipi e riflettere su un domani diverso? È questo che personalmente penso debbano fare le istituzioni democratiche.
Mi piacerebbe esprimere un’idea di città coerente con questi indirizzi. Ci vogliono cultura, fantasia e passione civica. Scommetto che queste “cose immateriali” così importanti, voi che leggete, ce le avete. Riusciamo a “tirar fuori” quel che tutti abbiamo dentro?
Ciao a tutti.
Gianni Zanolin


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