Osservo con attenzione, da una ventina di metri, la casa dei Mazzocco. Una prima cosa impressiona: è molto grande.
È una classica vecchia casa contadina, dalle nostre parti se ne trovano alcune ancora in piedi e la gran parte sono state ristrutturate profondamente. Molte non avevano infatti fondamenta e non erano isolate dal terreno. Tutte quelle messe a posto hanno “sottofondato”, come dicono i tecnici, rifatto solai e tetti, rafforzato i muri perimetrali che erano tutti portanti, spesso ancorandoli a reti metalliche poi coperte di cemento ed intonaco, inseriti i servizi che ovviamente non esistevano. Questi risultati si ottengono con tecniche che da queste parti si sono molto sviluppate dopo il terremoto del 1976 e Silvia, che pur insegnando sempre architetto è, si è molto appassionata e me ne parla spesso. Insomma, quando le vecchie case persistono, dell’antica struttura conservano solo parte del disegno e i sassi con cui erano costruiti alcuni muri che vengono rinforzati. A volte i muri di sasso vengono esposti totalmente perché sono molto belli da vedere. Più frequentemente sono invece coperti da spessi strati di intonaco che lasciano scoperti piccoli pezzi di muro e questa è la soluzione che a me non piace. Mazzocco ha optato per lasciare del tutto scoperta l’intera parete ovest della casa, che infatti è molto bella, intonacando il resto e dipingendolo di rosa. Sicuramente così ne ha di molto migliorato l’isolamento e spende meno per riscaldarla.
Questa case erano quasi sempre divise in due: sulla parte sinistra abitavano le persone, spesso su tre piani, a destra c’era la stalla con sopra il fienile. La parte della casa dedicata alle persone poteva essere più o meno grande a seconda di quanti erano in famiglia ed il numero era legato alla quantità di terra lavorabile. Questa parte della casa poteva ampliarsi col tempo, con pezzi che si aggiungevano, quasi a formare una piccola “schiera” di case, tutte del clan famigliare. Al piano terreno c’era la cucina, dove si preparava il cibo (quando ce n’era …) e si mangiava. In questa stanza, spesso con un pavimento di terra battuta, nella migliore delle ipotesi c’era un camino che tentava di convogliare fumo e calore verso l’alto e dunque “scaldava”, ma in realtà innalzava la temperatura di pochissimi gradi, sempre se continuavano a bruciare legna, mentre vivere in quella stanza voleva dire avere gli occhi pieni di fumo e i polmoni peggio. Molto migliorò con le “cucine economiche”, che diminuirono fortemente la quantità di fumo nella stanza e, grazie ai tubi metallici in cui veniva convogliato il fumo, iniziarono a scaldare decentemente anche altre stanze. Me la ricordo bene, la “cusina” a casa mia, quand’ero bambino, con mia madre che mi mandava a prendere la legna da ardere, la caldaia dell’acqua calda, il forno da cui uscivano profumi straordinari, il tubo che portava fuori il fumo ed il tepore bellissimo che diffondeva. C’è molta nostalgia, da queste parti, per le “cucine economiche”, molti ce l’hanno, se ne fabbricano ancora e sono ovviamente ancor più efficienti del passato. Nelle case in tutto il Friuli sono molto presenti. Scommetto che nella cucina dei Mazzocco ce n’è una e almeno un caminetto, o una di quelle nuove stufe che non fanno fumo e riscaldano bene intere stanze: adagiata al muro delle stalla nuova che sorge non distante dalla casa c’è una grande ed ordinata catasta di legna da ardere, dal taglio minuto, giusto per infilare la legna nelle stufe. Alzo lo sguardo verso il primo piano, dove sistemavano l’unica camera in cui dormiva tutta la famiglia. Raramente le camere erano due, una per la coppia, l’altra per i figli o per i nonni. Il sottotetto doveva consentire ad un uomo di stare in piedi sotto la capriata lignea centrale e di muoversi con relativa facilità. Nelle pareti laterali si aprivano finestrelle, che consentivano l’aereazione. Nelle case di un certo pregio queste finestrelle erano ovali, normalmente sono rettangolari. Nel sottotetto si mettevano a seccare le pannocchie, si adagiavano le fascine sulle quali i “cavalieri”, come da queste parti chiamavano i bachi da seta, avrebbero fatto i loro bozzoli, si conservavano derrate alimentari allora importantissime come noci e nocciole, e frutti sui graticci, le mele in particolare, che dovevano durare almeno fino al giorno di San Biagio, il 3 febbraio, per contribuire a curare tosse e raffreddori dei bambini, e le pere da bollire d’inverno, i “petorai”.
Nella parte destra della casa una volta c’era la stalla, spesso con una comunicazione diretta con la “stansa” in cui vivevano le persone. Nella piccola stalla la presenza di una o due vacche determinava la più grande e palpabile differenza fra la miseria e la povertà di una famiglia. Il maiale non era ammesso in casa, stava in una porcilaia fuori. Capre e pecore, se c’erano, vivevano in un recinto vicino alla casa. Il puliner sul retro della casa ospitava galline, raramente oche e anatre, più spesso, in gabbie alte da terra per proteggerli da volpi, faine e donnole, i conigli. Ma tenere lontani i predatori era assai difficile, si chiedeva ad un cane di spaventarli. Molti consentivano alle galline di razzolare nel cortile di casa. Oggi la porcilaia ed il puliner diventano garages e depositi di attrezzi di case in cui non è semplice fare delle cantine. La stalla, d’inverno, era il luogo più caldo della casa, la sera la famiglia stava in stalla con le bestie, i bambini giocavano, gli adulti chiacchieravano, le donne cucivano. Sopra la stalla c’era il fienile, che occupava tutto lo spazio che nell’altra parte della casa, quella per le persone, era dedicato al piano per dormire ed al sottotetto. Oggi, nelle ristrutturazioni, questo spazio viene utilizzato diversamente a seconda di quanto sia grande l’altra parte della casa. Se la zona notte è sufficientemente grande per le esigenze di chi ristruttura la casa, allora spesso l’ex fienile diviene una specie di grande spazio aperto: conosco un architetto che ci ha fatto lo studio, ma più spesso è il luogo preferito dei figli. La parte sinistra della casa di Mazzocco non doveva essere sufficientemente grande ad ospitare tre camere, un bagno ed un ripostiglio e si nota subito che non c’è alcun “open space” al posto del fienile. È stato ampliato il “graner” del sottotetto e sono curioso di vedere come utilizza quello spazio davvero molto ampio. Guardando il piano terreno già m’immagino una divisione razionale dello spazio: a sinistra a destra troverò un locale adibito a deposito, con un collegamento con la grande cucina. Lo spazio della stalla di certo è utilizzato per una grande sala, un bagno, l’entrata che di certo immette sul vano scale. Ci sono quattro porte che consentono un ingresso diretto dal giardino alla casa: una doppia, in centro, dev’essere quella principale. Sulla sinistra una consente l’entrata diretta alla cucina ed un’altra, all’estremo, probabilmente immette in un locale magazzino e forse spogliatoio. Sulla destra vedo una porta doppia, che immette sulla sala. A parte quella del probabile magazzino, sono tutte porte-finestre, che consentono l’entrata della luce ed hanno dei battenti in legno, che permettono di chiuderle e renderle più robuste. Al piano terra oltre alle porte di sono sei finestre, al primo piano le finestre sono dieci. Non mi riesce di capire come gli spazi possano essere divisi ai piani superiori, il ritmo delle finestre è regolare.
Entro in uno spazio che ordina la casa. Le porte sono aperte. Sulla sinistra c’è la cucina. L’entrata consente un accesso diretto ad un piccolo bagno ed alle scale e a destra c’è la grande sala. Mi basta questo primo sguardo per capire che la signora ha passione per la casa, c’è molto ordine, pochi oggetti, atmosfera rustica ma non priva di gusto. Vado nel piccolo bagno: asciugamani in ordine, servizi molto puliti. C’è una vecchia cassapanca, una vecchia panera restaurata. Sopra ci sono due ciotole, una piena di petali di rosa seccati ed altri fiori secchi, l’altra di conchiglie marine. Chiamo un agente, gli chiedo di spostare le due ciotole per poter guardare se la panera sia piena di asciugamani ed è così. Faccio aprire il mobiletto del lavandino e sotto ci sono un secchio con degli stracci, detersivi per il pavimento, una riserva di bagnoschiuma per la doccia, saponi per le mani. Immagino che quando gli uomini finiscono il lavoro in stalla sia qui che si fanno la doccia e come sempre sia poi necessario asciugare il pavimento. Ora voglio vedere la cucina.
È una vasta stanza rettangolare piena di luce, il giovane Mazzocco ha dato aria ed aperto porte e finestre. Al centro c’è un grande tavolo in legno dipinto di bianco panna, coperto da una tovaglia e ci scommetterei che sotto c’è una cerata leggera per proteggere il legno dalle macchie. Dieci sedie sono attorno al tavolo ma altre due sono vicine alle pareti. Perché tante sedie, se la famiglia è di quattro persone e vivono in modo molto riservato? Forse hanno momenti durante l’anno in cui per i lavori agricoli hanno bisogno di aiuti e quella tavola si può riempire di persone. O forse hanno amicizie e rapporti fuori dal paese. Vedremo. Mi siedo in mezzo al tavolo, le spalle rivolte al cortile. Davanti a me la cucina vera e propria, grande, bianca come il tavolo. Da destra a sinistra c’è un mobile dispensa con un ripiano, buono credo per metterci una pianta ed appoggiarci le chiavi e quel che si ha in tasca quando si entra. Poi c’è il frigorifero, normale, ad incastro, non quelle cose mastodontiche che si trovano oggi nelle case dei ricchi. Dopo il frigo, vani dispensa e piani di lavoro. Sotto il forno elettrico. Nell’angolo il forno a microonde. Poi inizia la zona acquaio, con sopra lo scolatoio e sotto, credo, gli spazi per i rifiuti. Sopra l’acquaio si apre una finestra che da sul retro della casa. Subito dopo l’acquaio c’è la lavastoviglie ed un’altra zona dispensa, credo usata per pentole e piatti. Poi i fuochi del gas e subito dopo la cucina economica conclude la cucina vera e propria. Un metro oltre, una piccola stufa in ceramica, verticale, chiude la stanza vicino alla porta che conduce a quello che suppongo essere il magazzino di casa, poi vedo se è così. Adagiata all’ultima parete, sulla mia sinistra, una credenza con sopra una piattaia, che espone vecchi piatti floreali friulani, credo fabbricati dai Galvani di Pordenone. Nella credenza, di sicuro, ci sono le tovaglie buone di casa, i piatti ed i bicchieri della festa. Alle pareti il calendario dell’erborario dedicato alle farfalle notturne che anch’io ho a casa, quadretti con stampine graziose di quadri di montagna.
La cucina mi fa un’ottima impressione, è davvero bella. Chiedo ad un agente di aprire gli stipi fino a che non trova le pentole, voglio vedere che pentole usano. Hanno una bella batteria moderna, poco usata: devono averla comperata da poco. Poi una sorpresa: il rame. O meglio: mi aspettavo alcune vecchie pentole in rame, ma qui di vecchio non vedo niente: hanno almeno una decina di bellissime pentole in rame, di varie dimensioni. Sembrano appena comperate. Oppure sanno usarle e pulirle molto bene, cosa non banale. Chiedo di leggere la punzonatura: come immaginavo, sono quelle di Nico Marin, di Spilimbergo. Le fanno con lastre di rame di uno spessore che varia fra i due millimetri ed i due millimetri e mezzo. All’esterno sono martellate a mano e la superficie interna è rivestita interamente con stagno puro, i manici sono in ottone. Silvia ed io non ce le possiamo permettere, i Mazzocco evidentemente si. Beati loro. Mi siedo di nuovo a guardare la stanza.
Questa è una cucina colta, fatta per persone che hanno una alta concezione di se e della loro vita. È calda, comoda e razionale, poche superfici in metallo, elegante senza essere ultramoderna o avere qualcosa di eccessivo. Ci si aspetta una cucina così da uno che d’estate porta le vacche in alpeggio e fa il formaggio? Da un essere selvaggio e brutale capace di trucidare tre persone? Non te l’aspetti, ma è qui davanti ai miei occhi. Che sia merito della signora, che sia il suo regno e la sua sintesi, staccati dal resto? Mi pare difficile, ma della signora ancora so molto poco, la ricordo sabato mattina mentre arrivava dalla stalla, una donna forte, bel viso sano, robusta in tutto, un tono di forte umanità nell’apprendere di quei tre poveri ragazzi trucidati. Ma è davvero poco.
Entro nella stanza successiva. È proprio un magazzino, con ripiani metallici. Ci sono attrezzi per l’orto, contenitori per la raccolta differenziata, un armadio per le scarpe, la lavatrice, un lavandino, attrezzatura da sci per fondo e discesa, per tutta la famiglia: ai Mazzocco piace sciare, questa è una bella cosa. Credo sia il posto giusto per conservare mele, patate e cipolle, per mondare le verdure appena raccolte, per tenere il vino e chissà che altro. Ma vino ce n’è pochissimo, qualche bottiglia di rosso della cantina di Rauscedo: i Mazzocco devono essere limitati consumatori. Tutto è molto razionale.
Ripasso per la cucina, vado verso la sala, che di solito, nelle nostre case, è il luogo meno usato della casa, la famiglia si ritrova in cucina.
È grande questa sala rettangolare, più di quel che mi aspettavo. Ci sono spazi liberi, ci si può muovere in libertà. Molto bello l’insieme, non freddo. Vicino alla porta finestra c’è una grande schermo televisivo. Davanti alla TV quattro poltrone comode ed un tavolinetto per appoggiare tazzine e bicchieri. Per chi arriva dalla cucina, subito sulla sinistra una lunga madia contiene di certo i bicchieri in cristallo e i piatti più belli che non ti sogni nemmeno di usare. Sulla parete che dal sul retro della casa, sopra ad un lungo mobile, ecco quel che non ti aspetteresti, ma c’è: un quadro di Vittorio Basaglia, una battaglia medioevale, di intonazione cubista, coi suoi cavalli, tutta in una tonalità azzurra, sviluppata in verticale.. Una vera meraviglia. Ma quanto costa una cosa così? Decine di migliaia di euro? E Mazzocco li ha e li spende per un così bel quadro? Davvero singolare.
Nella sala c’è anche un tavolo, che secondo me non hanno mai usato. Sotto il tavolo un bel tappeto persiano, ma non saprei dargli un valore, non me ne intendo. Ma la tonalità è molto intonata col quadro di Basaglia. All’estremo opposto rispetto alla porta che conduce n cucina, c’è una grandissimo camino, di quelli che fanno oggi, col vetro davanti, il fondo metallico e gli aeratori per diffondere il calore in tutta la stanza. Possono bruciarci tronchi, in quel camino e d’inverno deve fare un grande effetto tutto quel fuoco.
Pochi oggetti in giro, alle pareti, a parte il Basaglia, non c’è praticamente nulla. Molto rigoroso, molto giusto, valorizza un’opera importante.
A guardare bene il camino è ricavato in un sottoscala. Ce n’è una infatti che conduce al primo piano, in legno, stretta da far passare una sola persona alla volta. M’attira, la voglio salire.
Scricchiola, nessuno può usare questa scala senza che una persona che stia di sopra la senta. Salgo e per una volta non so che cosa mi aspetta. Sbuco in una grande stanza ben illuminata. Resto stupito: è predisposta per una grande libreria. Ci sono, a occhio, centinaia di volumi, ma anche spazi pronti per accoglierne altri. In mezzo alla stanza un tavolo-scrivania, con due sedie. Di lato due poltrone davanti ad una stufa sulla parete di fondo. Ai lati della stufa due librerie della Book a tre ante, chiuse, color noce. Sulla parete opposta a quella della scala c’è solo un grande bellissimo quadro di Nane Zavagno, molto valorizzato dallo sfondo bianco immacolato di quella grande parete vuota. Infine, sulla parete di sinistra si aprono due finestre. Mazzocco ha un quadro di Zavagno? Anche questo è un bell’investimento, per uno che alleva vacche e vitelli. Soprattutto: che uomo sei, Mazzocco? Com’è che conosci Basaglia e Zavagno? Sistemo una delle due poltrone in modo da poter osservare tutta la stanza. Mi siedo. È un luogo molto bello, raffinato, borghese: tutto quello che non sembrerebbe essere Riccardo Mazzocco. Tra l’altro: il pavimento è fatto di vecchie tavole larghe lucidate, bellissime. Chissà dove le ha trovate e quanto le ha pagate. Se fossi io il l’organizzatore di questa stanza, cosa ci terrei? Tutte le mie carte personali, comprese quelle con valore fiscale. Piccoli oggetti, ricordi di momenti particolari e significativi della mia vita, perciò le foto, quelle della famiglia comprese. Alcune buone bottiglie e dei bicchieri. Mi alzo per verificare se ci sono raccoglitori di documenti. C’è un modulo Book dedicato. Sulla schiena vedo scritto “Dichiarazioni dei Redditi”, “Contabilità aziendale”, “Atti di proprietà e affitti”, “Automobili e trattori”, “Bestie”, “Caccia e porto d’armi”, “Scuola dei ragazzi”. Molto ordinato, come si era capito già dal piano terra. Chiamo Mazzariol e gli chiedo se può far allineare sul tavolo tutti i documenti che si trovano in questa stanza. Arriva un agente che fa un lavoro certosino mentre io lo osservo ed ogni tanto do qualche indicazione. Non ci sono foto, o diapositive. Alla fine, sul tavolo, sono allineati esclusivamente ordinate cartelline con documenti fiscali. È stranissimo che non ci sia altro, quale uomo non trattiene nulla della storia della sua famiglia? Chiamo Mazzocco Junior, che di nome fa Pietro. Chiedo se la famiglia conserva delle foto e nel caso se può prenderle aiutato da un agente. Lui dice che non ricorda album o scatole di foto in casa ma che chiederà alla madre. Cerco Franco Mazzariol e gli chiedo di accumulare sopra il tavolo della biblioteca tutte le foto e tutti i documenti che si trovano in casa. Mi dice che di foto non ne hanno trovate. Chiamo Michele.
“Domattina presto vedi con l’anagrafe del Comune di Aviano. Se sono ordinati dovrebbero aver conservato tutte le foto presentate da Mazzocco per i documenti. Vedi anche se ha il passaporto e cerca da noi le foto presentate per la patente. Cerca tutte le foto che le istituzioni potrebbero avere di lui.”
L’avvocato Pavan mi segue passo passo ed ogni tanto mi pare quasi che sogghigni.
Torna Pietro Mazzocco: la madre dice che non hanno mai fatto foto, non ce ne sono in casa. Perché non fare mai delle foto? Questa è una cosa davvero particolare.
“Avvocato, Lei era mai stato in questa casa prima d’oggi?”
“No commissario, mai.”
“Non le pare strano che in tutta la casa non ci sia una foto che testimoni il passato di questa famiglia?”
“È forse inusuale, commissario, strano non direi. Si vede che le foto non gli piacciono.”
“Ha ragione, è inusuale. Noi poliziotti abbiamo una grande curiosità per ciò che è inusuale.”
“Questo è invece usuale.”
“Senza dubbio.”
Non ci credo che non abbiano fatto foto in trent’anni. Nascono i bambini e questi non fanno foto? Il primo giorno di scuola, le feste, la prima comunione che pure i ragazzi hanno fatto, tutto il resto, una morte, una nascita, amici, parenti di lei perlomeno: possibile che non ci sia nulla? Siccome questa è una casa ordinatissima, le foto dovevano essere raccolte in perfetti album. Ma non ci sono. Voglio Michele.
“Domani fai fare il giro di tutti i fotografi di Aviano e dei paesi vicini. Cerca anche quelli che hanno chiuso o trasformato l’attività. Fai chiedere se i Mazzocco portavano loro foto o diapositive da sviluppare. Metti insieme più informazioni possibile. Adesso le foto si fanno coi telefonini. Vedi se quelli della famiglia sono predisposti per fare foto e se ne hanno fatte.”
Ma l’assenza di foto in casa mi dice che io devo prestare attenzione a quel che manca, non a quel che c’è. Cos’altro manca? Non devo ragionarci su, devo aspettare sensazioni, meglio uscire dalla biblioteca, vado a vedere le tre camere.
Uscendo dallo studio di Riccardo Mazzocco si entra in un lungo corridoio, pavimento in legno, fatto con le stesse grandi tavole usate per lo studio. Sul corridoio sulla sinistra si aprono le porte delle camere e del bagno e c’è l’accesso al vano scale, sulla destra ci sono quattro finestre che danno sul retro della casa, con un ritmo regolare. Trovo per prima la camera del ragazzo più giovane, Renato. Cosa c’è nella camera di un sedicenne di oggi che qui non c’è? Il caos, il casino: qui è tutto in ordine. Sembra inverosimile. E non credo che sia solo perché ora sono in malga e pensavano di restarci fino ai primi di settembre dunque, prima di partire, la madre ha riordinato la casa. No, qui c’è un ordine strutturale, è evidente. Tutto è conservato in modo logico, ricostruibile: libri e quaderni degli anni scolastici precedenti, una grande raccolta di Tex ordinata per numero, un armadio con pantaloni, maglie, camicie, maglioni, un giubbotto, giacche a vento. calze, biancheria, tutto perfetto. Dietro al letto un grande puzzle con una scena di montagna, nient’altro alle pareti. Una grande scrivania con un computer da tavolo, mi sembra datato, deve averglielo passato il fratello. Chiamo Mazzariol e gli chiedo di mettere un suo uomo a quel PC, di leggere ogni file e di segnalare ogni sito in cui sia entrato negli ultimi mesi. I ragazzi a questa età scrivono anche i loro pensieri, fanno specie di diari. “Più trovano cose personali meglio è, voglio leggermi tutti. Cercate anche immagini. Inoltre fai sfogliare tutti i libri, vedi se ci sono carte sfuse, appunti, lettere, roba così.”
Vediamo che libri legge questo ragazzo e che musica ascolta. C’è poca letteratura, forse usa la biblioteca del padre. Spesso avere dei libri non significa averli letti. Ma se questo ragazzo ha letto i libri che ha nelle mensole sopra la scrivania allora conosce Calvino, Tolstoj, Joyce, Mann, Camus, Malraux, Grass, Brecht. Notevole. Voglio parlarci. Ha anche altri libri, tutti dedicati agli animali, alla natura ed alla montagna. Passiamo alla musica. C’è di tutto, ovviamente anche classica, visti i libri che legge. Chiamo il fratello.
“Signor Mazzocco, per favore, mi sa dire quali di questi CD sono suoi ed ha passato a suo fratello e quali ha acquistato lui?”
Dice che sono tutti suoi, lui è geloso della sua musica. Allora Renato ascolta molto Mozart, i Beatles, Laura Pausini. Poco rock, è un romantico. Bene, passiamo oltre, voglio vedere la camera di Pietro.
Supero il vano scale e sto per entrare nella camera quando squilla il telefono. È Romano.
“I gà ripescà tutto, col robottin.”
“Splendido, congratulazioni. Il fucile è proprio il mauser che cerchiamo?”
“Dio, un mauser xe, poi sarà scientifica a dir se xe proprio lui.”
“Certo. Ascolta, adesso avviso il Questore, gli dico …”
“No servi, la xe qua, ghe la passo.”
…
“Sono Katia.”
“Ciao. Tutto bene, mi dicono.”
“Ottimo, qui ci sono anche i giornalisti, adesso diamo un po’ di gloria ai ragazzi che hanno ripescato vestiti e fucile. E da te come va?”
“Molto interessante. Ci vediamo alla riunione delle 6 in Questura e ti racconto.”
“Va bene.”
Entro nella camera di Pietro Mazzocco e mi pare del tutto simile a quella del fratello, anche nell’arredamento. Anche qui manca il caos dei ragazzi e tutto è razionale. Però i libri sono diversi, gli piacciono i gialli: molto Camilleri, Larsson, quasi tutto il Pepe Carvalho di Montalban, altri scandinavi. E nella musica mi pare più rocchettaro, molto Ligabue, perciò niente Vasco. Questo mi pare più normale. Dietro al letto ha un grande poster del Liga: vai Pietro, sei tu il normale della famiglia? Lo chiamo e arriva anche l’avvocato del padre.
“Signor Mazzocco, mi scusi, dov’è il suo pc portatile? Qui nella sua camera vedo la stampante, ma il PC non c’è.”
“È in macchina. Glielo porto?”
“No. Lo dia invece al mio collega Mazzariol, glielo restituirà nel giro di pochi giorni. Grazie.”
Il bagno è grande, doccia ed anche vasca idromassaggio. Notevole.
Entro nella camera dei genitori. È la più banale della casa. Un grande letto matrimoniale, una grande armadio, comodini. Mi piace solo un bel cassettone vecchio restaurato. C’è uno specchio alla parete, tutto è in ordine perfetto. Mi faccio aprire l’armadio, c’è poca roba, Riccardo Mazzocco non ha passione per i vestiti e le scarpe. La signora poco più di lui, ama i pantaloni più delle gonne. Esprimono nel vestire una grande sobrietà. È così anche la casa, senza sfarzo, ma con particolari di grande qualità: quei due quadri, le pentole in rame, i pavimenti del primo piano. C’è un certo gusto dietro a queste scelte, probabilmente tutti quei libri l’hanno indotto, oppure anche loro ne sono conseguenza. Comunque sia questa casa non è banale.
Voglio salire a vedere la soffitta. Ancora una rampa di scale in legno, scricchiolanti, una porta immette su un’unica grande stanza open space, lo stesso pavimento bellissimo del piano di sotto, travi a vista per reggere il tetto, mattoni vecchi chiudono il solaio e reggono le tegole, probabilmente con una chiusura impermeabile fra tegole e mattoni, col compito di isolare il locale. Le finestrelle ricordano la grande sala, che è totalmente e sorprendentemente vuota. Mai vista una simile bellezza. Mazzocco, chi te l’ha suggerita una simile figata? Questo luogo è lucente, i legni odorano di cere buone. Avessi i calzettoni mi metterei a correre e soprattutto a scivolare. In fondo alla sala ci sono alcuni amplificatori, due chitarre, un basso, una batteria. Grazie a Dio! I ragazzi suonano, sono ordinati ma suonano. Chiamo Pietro Mazzocco.
“Lei e suo fratello suonate?”
“Renato la chitarra e il basso, io la batteria. Qualche volta vengono gli amici.”
“Che musica preferite?”
“Cerchiamo cose che piacciono a tutti e due.”
“Tipo?”
“Sul Liga ci mettiamo d’accordo.”
“Ottima scelta. Questa stanza è magnifica.”
“È bella ma d’inverno è troppo fredda. Papà aveva promesso che ci avrebbe istallato una stufa a pellets.”
Non so cosa rispondergli. Di certo il padre per molti anni non rientrerà in quella casa. Però ecco che emerge un Riccardo Mazzocco attento alle esigenze dei figli, dialogante. Con questo ragazzo vorrei parlare, ma mi rendo conto che il clima di cui avrei bisogno è irrealizzabile, perlomeno adesso. E poi: è possibile che quel triplice omicidio non sia che un aspetto della vita di suo padre. E se questo mio tentativo di capire meglio suo padre ne appesantisse la situazione? Se uscissero altri reati? Posso coinvolgere quel ragazzo in un rapporto che sbocchi in un appesantimento della posizione del padre? Non me la sento.
Ora voglio tornare di sotto, in biblioteca.
Comincio col farmi un’idea di tutti i libri esposti. È quasi tutta letteratura, narrativa per essere precisi, poesia davvero poca. Ci sono molti libri Adelphi, di tutte le collane. Ha una grande passione per Simenon. Vedo Einaudi, Sellerio, Feltrinelli. Un buon numero di libri editi da Guanda ed Iperborea. Riccardo Mazzocco ha una vera passione per la vecchia BUR, quella dei libri piccoli, con le copertine grigie, ne ha parecchi. Insomma in questa casa vengono letti i grandi classici della letteratura internazionale, una volta avrebbero detto “buone letture”. Gli autori sono quasi tutti classici o quelli di riferimento delle case editrici. Cosa manca?
Cosa manca in questa raccolta di letteratura? Confronto i suoi libri coi miei, Mazzocco ne ha molti più di me e soprattutto li conserva. Silvia ed io, casa piccola, dopo un po’ siamo costretti a selezionarli: teniamo in casa quel che ci è piaciuto di più e chiudiamo in scatoloni quelli che non ci hanno convinto, i più. Poi io li sistemo in soffitta. Prima o poi dovrò decidermi a regalarli a qualcuno di quelli che fanno i mercatini. Cos’è che io ho e Mazzocco non ha? Jorge Luis Borges, per esempio, non c’è. Cerco altri autori argentini: Ernesto Sabato? Non c’è. Osvaldo Soriano? Non c’è. Adolfo Casares? Non c’è. Ricardo Piglia? Non c’è. Magari ce ne saranno altri che non conosco, ma non mi pare di scorgerne. Vado all’altra libreria, quella dove avevo visto i raccoglitori di documenti e che mi pareva contenesse anche libri illustrati. Cerco un libro sull’Argentina. Nulla. Ma come, Mazzocco, ci sei nato, ci sei vissuto 20 anni. Possibile che non ti interessi nulla dell’Argentina? Non capisco. Vuoi cancellarla dalla tua memoria? L’hai cancellata? Oppure non c’è nella tua memoria?
Cerco saggi. Non pare un genere che gli interessi, non c’è praticamente nulla. Persino eccessivo: hai frequentato librerie per comperare tutti questi libri e non ti è mai nata la curiosità di leggere un saggio, su qualsiasi argomento? Strano.
Mi risiedo sulla poltrona e guardo da lontano le due Book. Cos’è che non c’è? Il pieno, ecco cosa non c’è. Le librerie a casa mia sono colme di libri. Lui ha molti spazi vuoti. Vediamoli.
Prendo una sedia e l’avvicino alla Book che conteneva la letteratura. Osservo un ripiano vuoto. Ecco: è vuoto da poco. La polvere è poca, ma quel che basta a far rimanere traccia di una fila di libri che non c’è più. Mi sposto all’altra libreria, quella degli illustrati e dei documenti. Cerco un ripiano vuoto. Idem, un piccolo velo di polvere e tracce di una fila di libri che non c’è più. Chiamo Mazzariol e gli faccio notare le tracce sulla polvere.
“Voglio sapere quando i libri sono stati rimossi.”
“Da poche ore: vedi che la polvere non si è riformata?”
“Fai fotografare tutto.”
“Di più: faccio anche fissare la polvere”
Chiamo il giovane Mazzocco, che arriva con l’avvocato del padre. Voglio sorprenderlo, vedere la sua reazione.
“Dove sono i libri che occupavano gli spazi vuoti della libreria?”
Colpito e affondato. S’imparpaglia.
“… come scusi?”
“Ripeto: dove sono i libri che occupavano gli spazi vuoti di questa libreria.”
Interviene Pavan. Chiede che io mi spieghi meglio.
“Semplice avvocato. Vede che queste due librerie hanno alcuni spazi vuoti? Li ho fatti fotografare ed ora fisseranno le polveri con un prodotto chimico. Salga pure sulla sedia e noterà che ci sono tracce di file di libri che sono stati tolti. La domanda è: dove sono finiti?”
Pavan osserva con attenzione. Risponde lui per il ragazzo.
“Nulla di più semplice: saranno stati spostati nelle camere dei ragazzi, qualcuno sarà in malga, saranno stati risistemati fra gli altri, per dare ordine alla libreria.”
Guardo il ragazzo.
“E’ così?”
“Non so che cosa mio padre possa aver fatto, credo che sia logica la spiegazione data dall’avvocato.”
Si è un po’ ripreso.
“Io penso che la rimozione di quei libri sia avvenuta da poche ore. Vedete le strisce che hanno lasciato sulla polvere? Non sono state ricoperte da altra polvere. Non può essere stato suo padre, prima dell’arresto non si era mosso da Piancavallo per molti giorni.”
Pavan prende in mano la situazione-
“La sua fantasia è davvero notevole, Commissario. In realtà questa è una libreria ad ante chiuse e dunque penetra pochissima polvere. La rimozione, se c’è stata, può essere avvenuta nelle scorse settimane, mesi addirittura. Chiederò al mio cliente.”
“Ci conto, avvocato.”
Mi risiedo sulla poltrona. Hanno portato via libri. Perché? Che libri erano? Solo libri? Mi guardo attorno. Sotto il tavolo c’è una piccola cassettiera con le ruote. Il primo cassetto in alto ha una chiave infilata. Ci scommetto che è una di quelle che se chiudi a chiave il primo cassetto non se ne apre nessuno. Chiamo un agente.
“Mi può aprire quella cassettiera?”
“Già fatto, commissario. Non c’è niente.”
“Mi faccia vedere comunque e rilevi le impronte sulla chiave, per favore.”
Chiamo Franco.
“Ricordati di far rilevare le impronte in questa stanza. Vorrei anche sapere quando sono state lasciate.”
La cassettiera è completamente vuota. Mazzocco, tu ti comperi una cassettiera per tenerla vuota? Ridicolo.
È chiaro: qui c’è stato qualcuno ed ha “pulito” questa stanza. Qualcuno che non era un esperto, perché avrebbe di certo tolto la polvere nei ripiani lasciati vuoti. Resta da capire perché sia stato fatto: che libri erano, quelli che non ci sono più? Dove li avranno messi? Gettati in un cassonetto per la carta? Portati in un luogo nascosto ed amico?
“Signor Mazzocco, le chiedo un’ultima cosa. Sabato mattina, quando sono stato in malga, lei e suo fratello non c’eravate. Vostra madre mi ha detto che eravate andati da una zia, ad Aviano. Ci siete stati?
“Si, le abbiamo portato del formaggio in regalo e biancheria da lavare. Sa, in malga non è semplice.”
“Poi siete rientrati?”
“No, siamo venuti qui a dare aria alla casa. Abbiamo aperto le finestre e poi siamo andati a Udine.”
“A Udine? Per fare che cosa, se è possibile sapere?”
“Era la nostra mezza giornata di libertà, dopo due settimane di lavoro. Io e mio fratello quando vogliamo divertirci andiamo a Udine, giriamo librerie e qualche negozio. Mentre eravamo là mamma ci ha chiamato e siamo rientrati in Piancavallo.”
Sono stati qui sabato mattina, probabilmente hanno fatto la “pulizia” e poi sono andati a Udine. A divertirsi? O a fare che cosa. La storia che quando i fratelli Mazzocco vogliono divertirsi vanno a Udine va verificata.
Chiamo Michele. Gli dico che per me si può chiudere, torno a Pordenone. Appuntamento in questura alle 18.
Monto in macchina e mi avvio verso Aviano. Chiamo Steiner.
“Steiner?”
“Congratulazioni Commissario. Ottimo lavoro, nel mio paese sono molto soddisfatti.”
“Io invece ho bisogno di parlare con lei, urgentemente.”
“Può venire da me in base fra mezz’ora?”
“Si.”
“Bene, allora avverto che la facciano passare. Ci vediamo.”
Va bene, un gelato ad Aviano non me lo toglie nessuno.
“Quello che mi piacerebbe sapere è che cosa i due ragazzi hanno portato via dalla casa di Marsure e che cosa hanno fatto ad Udine.”
“Nel primo caso forse posso aiutarla a formulare qualche ipotesi. Nel secondo non credo.”
Mi sta dicendo che il limite di controllo attorno alla base non copre la città di Udine.
“Sarebbe comunque molto importante.”
Steiner riflette.
“Perché prosegue le indagini? Lei ha già un colpevole certo e che ha confessato.”
“Per la vostra sicurezza, Steiner. Perché se non sappiamo tutto di quel che è successo, forse in giro resta qualcuno pericoloso per voi e per noi.”
“Corretto. Va bene, chiamo io appena so qualcosa.”
“I due ragazzi hanno usato un piccolo Pk rosso della FIAT, il pianale dietro è coperto da un telo blu ben teso.”
“Grazie.”