15.
Passo il ponte di Calatrava. Anche oggi non funziona l’ovovia per le persone in carrozzella che sta sulla sinistra per chi va verso il palazzo della Regione. Possibile mai? Davanti alla stazione di Santa Lucia ci sono i soliti presidi sindacali e a me sembrano simboli di una sconfitta già segnata. L’ affollarsi di turisti attorno all’imbarco dei vaporetti è l’inizio del caos che troverò dopo. Odio passare per Lista di Spagna, è il posto peggiore di Venezia, un baraccone. Decine di bancarelle fisse che vendono maschere di carnevale in tutte le stagioni e sciocchezze per turisti poveri o dementi, regalano di Venezia un’idea cialtronesca e funebre, di una immobilità nello stereotipo che nuoce alla città. Passo quasi in apnea, potessi correre lo farei. Ma non è possibile, in mezzo a tutta questa gente, vado avanti a “Permesso, mi scusi, excuse my!”. Una volta quando arrivavo al ponte delle Guglie questa sensazione pessima iniziava a scemare e cominciavo a trovare la mia Venezia. Ora invece anche la zona di rio terrà San Leonardo è diventata un acchiappa scemi: maschere, magliette, borse false, bigiotteria spacciata per veneziana. Pazzesco. Una volta c’erano le bancarelle della frutta e della verdura, conoscevo quasi tutti i gestori, si chiacchierava. Adesso hanno venduto e sui banchi lavorano cingalesi ed altri improbabili veneziani. Guardo merce in pessime condizioni che continua ad essere esposta: ma a chi la venderanno? Gli interesserà davvero vendere o queste bancarelle servono ad altro? Per fortuna è finita, mi butto in rio terrà Farsetti, dove trovo poca gente e si comincia a respirare Venezia. Passo davanti ad un fast food che propone cibo orientale e devo dire che non mi dispiace, perché sento alcuni profumi, questi sì veneziani, come la cannella e la noce moscata. Se questi ragazzi avessero un minimo di cultura culinaria potrebbero puntare sulla relazione che questa città ha sempre avuto con l’oriente e valorizzare molto il loro lavoro. Ma figurati, questi che arrivano a Venezia non sanno del passato del luogo in cui vivono, credo che siano infastiditi di non poter arrivare qui con le loro automobili. Ma adesso la città riprende ad essere lei, quasi senza turisti. Passo il ponte Farsetti e arrivo sulle fondamenta Ormesini. Do un’occhiata all’insegna della sezione del PD di Canareggio, che una volta era del PCI, in calle del Zudio, sulla sinistra e svolto a destra verso calle del Forno, che ha invece mantenuto il carattere suo. C’è una bottega artigiana dove si riparano vecchie radio ed apparecchi elettrici in genere, poi il mitico forno dove compero sempre i grissini di sfoglia ritorti. Sulla destra hanno aperto un piccolo supermercato, Alvise ci fa la spesa e i prezzi sono decorosi, per essere a Venezia. Passo il ponte del Forno ed eccomi davanti a casa di Alvise. Anni fa l’ha ristrutturata, è di un bel colore rosso cardinale, ha affittato due appartamenti a gente un po’ su, lui si è tenuto le stanze che danno sulle fondamenta dei Mori, gli altri hanno un poco di guardino, che a Venezia è una sciccheria.
Apro la porta e salgo le scale in legno della casa in cui Alvise vive dalla nascita, all’angolo con calle Loredan, che è strettissima. Lo chiamo mentre salgo e lui risponde dalla cucina.
“Ti ga fato presto.”
“Si. Xe ‘na question importante.”
“Eh, go capio!”
È solo, la moglie gli è morta ormai tanti anni fa e lui non ha mai voluto un’altra persona al suo fianco. Non avevano avuto figli. Tiene la casa ordinata, una signora viene due pomeriggi la settimana ad aiutarlo a sbrigare le pulizie. Al primo piano ha una bella cucina, un bagnetto, la sala che contiene una parte del suo archivio storico e dei suoi libri. Sopra, il secondo piano ha due camere ed un altro bagno. In una delle due camere si completa la sua raccolta di documenti. Si tratta di migliaia di carte sulla storia politica e sindacale di Venezia dalla guerra di liberazione allo scioglimento del Partito Comunista. Lui, Alvise, quel venir meno del “suo” partito l’ha capito, ma non si è iscritto a nient’altro. Oggi mantiene solo la tessera dell’ANPI, uno degli ultimi sopravvissuti. Era iscritto e frequentava, quando poteva, la sezione di Canareggio, ma è sempre stato più un uomo di Federazione che del territorio, ha ancor oggi il piglio di uno che dirige. In Federazione aveva un ufficio, ma non si fidava a tenerci carte, era convinto che gli altri non ne capissero il significato ed avrebbero distrutto o disperso tutto. Perciò teneva a casa tutto quel che raccoglieva e passava molte ore a dare senso compiuto a quelle raccolte per temi. Più volte ho discusso con lui che cosa si debba fare di questo enorme archivio alla sua morte. Ne ho parlato anche con il Sindaco ed abbiamo concordato che tutto sarebbe andato in una sezione speciale dell’archivio storico comunale. Spero che di questa decisione, in Comune, abbiano qualche traccia.
Alvise si siede nella sua poltrona ed io in quella che uso abitualmente. Va subito al sodo.
“Quella faccia la gavevo za vista, ma go dovuo tirar fora le buste de quei ani. Mi credo de averlo trovà”, e mi passa una foto di un corteo del 1979.
“Vardilo.”
È lui. Magro e con un filo di barba e baffi, mentre nella foto per i documenti di tre anni dopo ha un viso pulito. Ma è lui. Alvise mi passa altre tre foto.
“Qua te lo riconossi mejo.”
Due foto di cortei ed una di una assemblea.
“El iera dentro autonomia, dopo secondo mi xe ‘ndà nelle BR. Niente de eclatante, almeno credo. Non go idea sel sia sta arrestà. De processi no so. Se el ga cambià nome e per tutti sti ani xe stà nascosto lì de ti, sicuro ch’el no iera a processi, contumace. In quel caso lo considerè ancora latitante, quel ti vedarà ti.”
“Ma come se cjamava, te ricordi?”
“Varda drio.”
Giro le foto, ci sono molti nomi.
“No ghe rivo.”
“Lui xe l’unico in tute le foto e ghe xe un solo nome in tute le foto.”
Guardo con attenzione.
“Franco Sella. Ti sa niente altro?”
“Savuo il nome, xe sta facile. Ti sa che me scrivevo quel che savevo de tuti quei che girava attorno alle BR qua a Venexia. Ecco quel che gavevo scrito de ‘sto tizio.”
Mi passa un foglio. Sono poche righe battute a macchina. Due battiture diverse: l’aveva aggiornata. Leggo a voce alta.
“Franco Sella, nato ad Asiago, nel 1954. Studente fuori corso di architettura. Collettivo autonomo di Ca’ Foscari. Ha partecipato a risse davanti a scuole superiori di Mestre. Molto deciso e violento. Non interviene nelle assemblee.”
Poi, con la stessa macchina da scrivere ma con un nastro diverso, anni dopo.
“È stato visto per caso parlare con Ongaro in un bar di Mestre. Non ha più la barba. Deve essere in contatto con le BR. Non si vede più in giro.”
“Avrai scritto la prima nota nel ’78 o nel ’79 e la seconda nell’80 o ’81.”
“La prima credo che la sia del ’77, la seconda sì giusto, dell’80 o ‘81.”
“Posso far una telefonada?”
“Tranquillo.”
Chiamo dal suo telefono di casa la Questura a Venezia.
“Sono il commissario Vidal Tonelli della Questura di Pordenone. Può vedere se è in ufficio il commissario Celante, per favore?”
Passa un minuto, poi Celante risponde.
“Vidal, fio de un’ostia, non dirmi che ‘sta storia del Piancavallo ha agganci a Venezia!”
“Ciao Rudy. Come stai intanto?”
“Ben, grazie a Dio. Ti anche, son sicuro, visto come hai lavorato per prendere quel tizio.”
“Ascolta, ho bisogno di un aiuto, Piancavallo non so se centra. Ricordo vagamente che quando lavoravo a Venezia devo aver intercettato un certo Franco Sella, che allora faceva parte di autonomia e credo poi si sia anche mischiato alle BR. L’ho perso di vista, ma ora vorrei avere qualche notizia. Tu ne sai qualcosa?”
“Buio totale. Scusa, entro in banca dati. Come mai sei tornato su una vecchia conoscenza?”
“Te giuro Rudy, vado a tentoni per capir de più.”
“No ghe credo gnanca morto, no te si il tipo … Scusa un secondo, ma per l’autorizzazione ci vuole un po’ di tempo. Ecco qua. Come no, è latitante dal 1982, nessuno l’ha più visto. Condannato in contumacia per partecipazione a banda armata e detenzione di armi da guerra. C’è anche una foto. Era stato anche arrestato nell’ottobre 1981 e poi rilasciato per decorrenza dei termini. Vuoi che ti mandi le note segnaletiche via mail?”
“No, fammi un favore, invece. Dagli una stampata e lasciamele in copia in una busta per me lì in portineria. Digli che passo stasera, ma non so a che ora.”
“Va bene. Tu però prima o poi mi spieghi che cazzo centra questo tizio col Piancavallo, perché in queste ore tu pensi solo a quello e se passi in Questura a Venezia vuol dire che sei qui in città. Dunque in qualcosa centriamo, ma capisco che tu non me ne voglia parlare, tantomeno al telefono. Quando potrai mi dirai, va bene?”
“Tranquillo, lo farò. Grazie.”
“Di niente. Ciao.”
Guardo Alvise.
“Condannato per partecipazione a banda armata e detenzione di armi da guerra. Vuol dire di sicuro perlomeno un fucile. Non mi stupisco, visto l’abilità dimostrata per ammazzare quei tre ragazzi in Piancavallo.”
“Ben. E adesso? Ti sa chi ch’el xe, de sicuro xe sta protetto dai servizi per tuti ‘sti ani, magari ga fato lavori sporchi per quei. Ti vol tirar fora sta storia?”
In realtà non so cosa fare.
“Se la tiro fuori così, non faccio altro che riaccreditare la pista delle BR sull’assassinio di quei tre ragazzi americani. Ma io sono certo che non ci sono più le BR e se anche ci fosse ancora in giro qualcosa delle BR, non centra nulla con quello che è successo. Sella ha confessato ed anche se non lo avesse fatto, o ritrattasse, ho messo insieme prove molto specifiche, circostanziate. Vedrai che subirà una dura condanna. Io non credo nemmeno che chi l’ha protetto e forse usato in questi anni gli abbia ordinato di uccidere quei tre, anzi: secondo me quelli che lo manovrano sono preoccupatissimi, se potessero sbarazzarsene, lo farebbero. Ma lui ha qualcosa in mano per ricattarli. A proposito, sai chi era il suo contatto con l’organizzazione che lo proteggeva?”
“Chi?”
“Quercioli, proprio lui.”
Mi guarda preoccupato.
“Xe come se tuto torna indrio. Ecco con chi chel manovrava, in quei anni. Suggeriva, probabilmente saveva tutto in anticipo. Go sempre pensà che i gaveva qualchedun dentro. E adesso, cossa se ne fa de un come Sella?”
“Non lo so di preciso. Però questo Sella è un killer molto bravo. Usa benissimo il fucile, anche un vecchio Mauser. Evidentemente li sa tenere da Dio, anche la manutenzione intendo. Penso che sia bravo anche con la pistola, ma quello ancora non lo so. In tutti questi anni si è tenuto ben addestrato. Per far cosa? Nessuno si addestra per niente, perché costa ed è molto impegnativo. Secondo me Sella ha fatto il soldatino per questi altri, lo hanno usato per ammazzare e rubare. Ha un tenore di vita che non può derivare solo dal suo lavoro. Io penso che abbia fatto altro e ne abbia tratto non pochi soldi. Se Sella ha lavorato, vuol dire che la struttura che Quercioli e i suoi amici hanno usato negli anni della autonomia e delle BR, qui in Veneto, almeno un pezzo, è ancora in piedi. Una roba così costa, hanno bisogno di soldi. Secondo me Sella è stato usato anche per procurare soldi alla baracca. Come non so, capiremo. Ma sai che cosa, più di tutto, mi interessa? Perché ha ammazzato quei tre poveri cristi. Lui sostiene che era arrabbiato, uno dei tre doveva averlo coglionato, perché era un pastore. Non so. Ma penso che potrebbe essere vero, nel senso che davvero è stato preso in giro e questa cosa ha fatto traboccare un vaso. Ma perché lo ha fatto traboccare, quel vaso? Cosa si era accumulato prima, in quel vaso?”
Ci guardiamo, cercando una risposta.
“Mi credo, Alvise, che sia stada la tension de dover far una dopia vita. Ho visto la casa di questo Sella, che se fa cjamar Mazzocco. ‘Sta tento: xe una casa che un pastor gnanca sea sogna, ma non solo per una questione di soldi, no! È quello che c’è dentro la casa che, uno come vorrebbe o dovrebbe farci credere di essere Mazzocco, nemmeno se lo sogna. Tanti libri, bei quadri, e raffinati, che solo uno che abbia studiato arriva a concepire. Costosi tra l’altro. Bei mobili, una bella casa, ti ga capio? Una casa par un de quei coi schei da ‘na vita, che non ha bisogno di farli vedere. Oppure uno che non ha bisogno di farli vedere perché ha ben altro, di più importante. Capito? E anche i figlioli, ti giuro, si capisce che non è roba semplice, sono ragazzi educati a leggere cose mai banali. E questo signore si fa tre mesi in isolamento, in montagna, a pascolar vacche e mungerle, a far formaggio e pulir stalle? Per carità, bella vita, aria buona, non metto in dubbio. Ma in Mazzocco, o Sella, chiamalo come vuoi, credo che ci sia la convinzione di stare dentro la grande storia, non alla vita della gente normale. Per qualche anno può anche andare bene mascherarsi, è quasi un gioco. Ma alla fine tutto diventa duro, difficile. Per questo, quando i ragazzi lo cojona, ‘sto altro se la cjapa da morir. Quando li rivede, e capisce che in quel posto ci tornano, si prepara per farli fuori la volta dopo. Gira col Mauser in macchina, nel bagagliaio, in un posto dove spesso ci sono la forestale e i guardacaccia, che tra l’altro cercano un bracconiere che in quei posti ammazza col Mauser. Tieni inoltre conto che quella è un’arma da guerra, detenere armi da guerra non è affatto un reato banale. Quando li rivede li ammazza con una precisione incredibile, roba che solo un professionista può fare. Insomma, secondo me, non è scoppiato. Par me ha voluto fare una cosa quasi per strappare un velo. Anche il disegno della stella delle BR non era inventato sul momento. Nella sua mente riapriva un ciclo della sua vita, per rivendicarlo. Ha ammazzato bene, da professionista torno a dire, nella follia di quei momenti. Ma era un piano sgangherato, se nei momenti successivi era lucido anche solo un poco, o se lo era chi ha parlato con lui, sapeva o sapevano che una seria investigazione avrebbe portato a lui. Era come se Mazzocco avesse gridato “Ho diritto ad un posto!”. Come se dicesse: “Prendetemi!”, capisci? Ma subito dopo che, sua sponte o perché gliel’hanno spiegato, ha capito che non andava da nessuna parte, ha anche realizzato che sapeva troppe cose. Per farlo tacere avrebbero potuto farlo fuori. Allora chiama Quercioli, credo che sia la seconda telefonata che gli fa, dopo averne ricevuta una. Comincia a ricattarlo: “Se mi succede qualcosa, automaticamente alla stampa arrivano dei fascicoli in cui c’è tutto”. E a quel punto Quercioli e compagni vanno nel pallone, perché solo così si spiega che Quercioli prenda e se ne salga in Piancavallo a parlar con Sella: è una mossa azzardatissima, non da lui. Ed è solo perché sono capitato io di mezzo che le cose sono andate in un certo modo. Perché se non arrivavo io, per caso, proprio davanti alla macchina de quei tre figlioli, potevano far qualcosa d’altro. Non tanto, perché Quercioli e i suoi capi sanno che gli americani hanno sistemi satellitari che controllano tutto quel che succede attorno alla base e quindi che, se facevano sparire i corpi, sarebbero stati comunque visti. Sanno che si sarebbero trovati di fronte i servizi della base, gente cazzuta, no moeche. Hanno cercato di gestire come potevano, male comunque. Poi è successa un’altra cosa, del tutto casuale come il ritrovamento dei tre cadaveri. No te digo cossa, preferiso tignirlo par mi. Ma credo che questo mio secondo colpo di fortuna li abbia convinti che non c’era nulla di casuale in quel che stavo facendo. Dunque era meglio bruciare Sella per quel triplice omicidio e cercare di stendere un velo sul resto, per salvare quel che potevano. Sella ha detto di sì, avrà trattato alcune condizioni. Non gli restava altro che consegnarsi e confessare d’aver ammazzato i tre ragazzi. Ora ovviamente cercheranno di farlo passare per matto, più o meno, per farlo venir fuori prima che possono. Magari morto di morte naturale. Meno casino possibile. I giornali e il Governo, ben contenti che non si torni a tempi difficili, i ga subito magnà la foia: xe sta un mato de pastor, tignilo dentro!”.
“E ‘desso, cossa ti fa?”
“No son mi che fasso la storia, Alvise. Metto insieme tutto e lo consegno, sarà un fascicolo sesso secco, tante foto e poche storie. Il sostituto, tra l’altro, è una persona coi fiocchi. Deciderà lui. Prima però devo far sapere a chi di dovere che so tutto e che anch’io ho un’assicurazione sulla vita, come Mazzocco, o Sella, come diavolo si chiama.”
“Me par la roba giusta da far. No vojo saver altro. Invese andemo all’”Anice stellato”, magnemo un bocon. No sta far storie, qua te si a casa mia, ofro mi. E po’, con tanto tempo che no te vedo. Dopo ti torni casa.”
Lui lo sa benissimo che non muove mai da Venezia e dunque offre sempre. Tanto tempo? Vengo praticamente due volte al mese a trovarlo! Ma lui è così, ci conosciamo da tanti anni, mi ha eletto a figlio, quello che non ha avuto. Per un riflesso automatico mi avvicino alla finestra che dà sulle fondamenta senza farmi vedere all’esterno: sarò sbirro per qualcosa? Le tende sono tirate, i balconi socchiusi per non far entrare il sole ed il caldo. Guardo fuori e posso farlo senza che mi vedano, nello spazio fra un balcone e l’altro: oltre il ponte, in calle del Forno, c’è un tizio appoggiato al muro. Sembra che non faccia nulla. Si guarda le scarpe.
“Speta Alvise, un secondo. Vojo veder se riconosso una persona. No stà ‘ndar fora.”
Il tizio ora guarda verso casa di Alvise. Ecco chi è: quel Pagotto che accompagnava Fedeli, era alla riunione nella stanza di Katia. Lui guarda ancora per un momento la casa di Alvise, si girà e retrocede, forse se ne torna verso fondamenta Ormesini.
“Stemo fermi qua ancora qualche minuto, vedemo se un tizio torna”, dico ad Alvise.
“Chi?”
“Uno dei servizi, lavora a Roma all’antiterrorismo, erano venuti in Questura da me ma li ho fregati sul tempo. Il loro capo diceva che sarebbero tornati a Roma, sapevo bene che mentiva. Quel tizio mi ha seguito fin sotto casa tua e ci sorveglia. Ora se ne è andato. Secondo me torna, voglio vedere quanto tempo se ne sta via.”
Dopo un quarto d’ora ecco tornare Pagotto, di nuovo si appoggia sulla casa di sinistra, si accende una sigaretta. Ci deve essere una scuola di instupidimento di quelli dei servizi: secondo quello scemo è naturale che uno si appoggi ad una casa in una calle a Venezia e si metta a fumare? Mi tolgo il telefonino dalla tasca e lo appoggio sul tavolo di Alvise.
“Se ne è andato. Ho un quarto d’ora. Tu non uscire di casa.”
Esco e giro verso fondamenta della Sensa, salgo ponte della Malvasia e faccio tutta la calle, sbuco davanti a ponte Ormesini, mi butto nella calle, faccio il gomito, la percorro tutta e quando arrivo allo sbocco su rio terrà Farsetti mi blocco e mi tengo addossato al muro di destra. Se Pagotto compare, viene di sicuro dalla mia destra e non mi vede. Riprendo il fiato e dopo poco eccolo che spunta con la sua bella lacostina bianca, parla al telefono e guarda avanti: torna a vedere se a casa di Alvise è tutto tranquillo. Lo lascio passare, conto fino a venti e sbuco in rio terrà Farsetti. Mi precede di una quarantina di metri. Ora il problema sarà il ponte, se quanto c’è sopra si volta, mi vede. Ma il genio telefona ed è tutto preso dalla conversazione, non si cura di quel che ha attorno. Sale il ponte, lo scende, gira a destra su fondamenta Ormesini, fa tutta calle del Forno continuando a parlare, si ferma e si appoggia al muro come prima. Nella calle passa poca gente, ma è quella che basta per non farmi notare. Finalmente chiude il telefono quando sono a cinque metri e gli sono addosso.
Non so esattamente da dove mi derivi una propensione ad essere essenziale nei momenti topici. Comunque sia decido che un cagnone sia quel che gli sta bene. Lo passo, mi metto davanti a lui e gli tiro un pugno durissimo allo stomaco. Non ha neppure il tempo di stupirsi, si ritrova piegato in due a terra, i polmoni svuotati. Due persone che passano se la battono spaventati.
Lo prendo per il colletto della Lacoste e lo tiro su come un sacco di patate, mi capita in questi momenti di avere una forza inaspettata.
Non è ancora in grado di connettere.
“Mi ascolti bene, pezzo di merda: in quella casa vive una persona che per me è più di un padre. Se gli dovesse succedere qualcosa, lei nemmeno si immagina cosa potrei fare. Chiaro?”
Ansima, non parla.
“È chiaro?”, quasi grido.
“Chiaro Commissario, chiaro.”
Lo lascio andare, quasi cade per terra.
“Dica a Fedeli di chiamarmi.”, e lo lascio lì, appoggiato al muro. Mi giro e vado verso casa di Alvise. Il vecchio è uscito di casa nonostante quel che gli avevo detto ed è lì che osserva la scena.
“Cossa ti fa qua fora?”
“Ciapo il fresco, sborà!”, e ride. Rientriamo.
Vado subito al telefono di casa di Alvise, chiamo il mio pompiere preferito.
“Son Vidal. Tuto ben?”
“Sissì, tuto ben. Succede qualcossa?”
“Sta attento, Claudio. Stanotte, e magari anche doman, bisogna che o ti o Dino, un dei due, dormì a casa de Alvise, con lui. Ti spiegherò perché, vi aspetto qua, uno dei due. Ti vien ti? Benissimo. Verso le otto? Son qua. Scolta: ti sa cossa portar, giusto? Se semo capii. Ciao.”
Alvise è incazzato come una bestia: ma chi te credi de esser, fa il commissario a casa tua, il giorno che gavarò paura de quea zente tanto val morir, un fero lo go anca mi e via dicendo.
“Me ne frego. Alvise: te pol protestar per ore, adesso se fa come che digo mi. Ti per stanote no te dormi da solo. E, se no xe indispensabie, te resti in casa doman. Devo far saver a quee bestie che i documenti ormai li gò mi e che anche se i te brusa la casa ormai li go portai via e no i riussirà a blocarme. Chiaro? Solo che mi servono alcune ore per parlare con tutta la gente che deve sapere che io so. In quelle ore altri potrebbero chiedere a te le stesse informazioni che mi hai dato. Dopo tutto rientrerà nella tranquillità, per forza di cose. Per questa notte è meglio essere prudenti. Quel tizio che mi aveva seguito (“Bel mona!”), va bene, un bel mona, comunque è dell’antiterrorismo. Se mi ha seguito a Venezia vuol dire che ne sanno meno di me e vogliono sapere. Sono certo che è così. Perciò prudenza, non sappiamo con chi abbiamo a che fare e tu custodisci segreti. Chiaro?”
E che casso, quando che me rabio me rabio, anca coi veci.
Alvise mi guarda.
“Questo vol dir che all’Anice stellato no ghe ‘ndemo?”
“Dai, pare, co mi te pol ‘ndar dove che ti voe!”, e ridiamo. Per fortuna.
Mi faccio dare le foto e le scheda, le metto in una busta, preferisco portarmele dietro, e usciamo. Come da una vita, Alvise non chiude a chiave la porta. Lui è sempre vissuto così, con la porta aperta, anche negli anni più duri nessun sconosciuto è mai entrato in casa sua. Rientro in casa, prendo la chiave che è appesa ad un chiodo infisso nello stipite della porta, la chiudo e infilo la chiave nella toppa. Non gira, meledizione. E Alvise ride.
“Xe ani che no la uso!”
“Dame un poco de oio da machina, dai, no sta far il mona.”
“Fasso mi, questa non xe ancora casa tua”, e mi strappa la chiave. Prende una lattina col beccuccio che ha in un ripiano del piano terra dove tiene tutti gli attrezzi della piccola barca con cui va a pescare e sulla quale mi ha ospitato un sacco di volte. Mette olio nella serratura, prova la chiave e in battibaleno funziona. Mi ritorna la chiave.
“Adesso di pol sarar.”
Chiudo, finalmente.