Ecco, la vicenda si conclude.
Questa indagine ha consentito a Vidal Tonelli di ripercorrere i passi fondamentali della sua vita, di darsene ragione. Alla fine, Tonelli sceglie di aprire al futuro, lasciandosi alle spalle molto. È una scelta difficile e coraggiosa, quella che compie il nostro commissario. In realtà, le mature certezze che si illudeva di poter continuare a far vivere, erano purtroppo svanite da tempo, ma solo questa indagine dà a Tonelli la capacità di superare se stesso, di elaborare il distacco.
Si svela, in questo capitolo finale, una dimensione umana di Tonelli che ho cercato di far intuire per tutto il corso del romanzo.
Ora si apre una fase diversa di lavorazione. Devo rivedere tutto il testo, superare incongruenze, dare spiegazioni logiche, talvolta più profonde di quel che mi era riuscito di fare. Dovo chiedere al alcune persone di leggerlo e di segnalarmi aspetti irrealistici, errori, usi impropri delle lingue usate nel romanzo, dall’italiano al triestino di Romano, al veneziano di Alvise.
Poi publicherò su questo sito la versione definitiva.
Ringrazio i molti che mi hanno seguito ed incoraggiato. Ed anche quelli che mi hanno stroncato. L’ho detto: non sono uno scrittore, racconto storie. E’ tutt’altra cosa.
Infine il romanzo ha mischiato realtà e fantasia. Ma la storia è tutta inventata. Se qualcuno, leggendolo, ha riconosciuti riferimenti a fatti realmente accadut e se ne è sentito offesoi, sappia che non era mia intenzione. In particolare, sia chiaro, questo romanzo non vuole tracciare una storia alternativa a quella realmente accaduta e processualmente accertata delle fasi finali della vita della colonna veneta delle BR. È piuttosto una metafora della zona grigia in cui si situano una serie di vicende umane. Ho grande considerazione per le vittime della lotta armata che ha insanguinato Venezia ed il Veneto sul finire degli anni ’70 ed agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso e grande rispetto per le famiglie ed il loro dolore. Ogni romanzo ci parla della realtà attraverso una finzione. Ma resta pur sempre una finzione.
Gianni
19
Appena entrato in autostrada ho spento il telefonino. Voglio starmene per i fatti miei. Quando sapranno di quel che è successo a Padova mi chiameranno tutti e io non voglio dire nulla.
Parcheggio nell’autorimessa comunale di piazzale Roma e già mentre scendo con l’ascensore mi sento rilassato, calmo, tranquillo. È sempre così quando sento che una inchiesta difficile si è chiusa. Stamattina, quantomeno, ho completato il mio ruolo in questa inchiesta, quel che resta, lo può fare chiunque. Ma non ho chiuso solo questa inchiesta. È una parte della mia vita che si chiude e diventa solo un ricordo. Mi ci vorrà del tempo per elaborare, ma da oggi mi sento libero di pensare al futuro.
Leggero. Salgo e scendo l’incanto cala traviano. L’ovovia per le carrozzelle ovviamente è bloccata. Percorro le fondamenta di Santa Lucia e mi avvicino alla biglietteria dei vaporetti della stazione. C’è calca come al solito, ma non me ne frega nulla. Ordino andata e ritorno, non residente, pago e mi butto in lista di Spagna. Sto così bene che neppure un trionfo carnacialesco il primo di luglio riesce ad indignarmi. Passo il ponte delle Guglie, mi fermo a dare un’occhiata in fondamenta della pescheria. Il pescivendolo ha una passione particolare per la merce povera. Stamattina ha le ali delle razze ed altri pesci per la zuppa. Gli scorfani nostrani hanno colori bellissimi, tutte le sfumature fra il nero ed il rosso. Mi verrebbe quasi da comperare, ma dovrei andare da Alvise per mettermi a cucinare e non ne ho voglia: so già come va a finire, che fatto quel che ho da fare mi verrà una piomba di sonno e andrò da lui solo per dormire due ore, prima di tornare in ufficio.
Passo per il ghetto novo, ogni volta mi emoziono. Davanti alla casa di riposo israelita incontro un vecchio amico di Alvise, ci salutiamo. Vado svelto in direzione della Madonna dell’Orto, passo per la calle del Piave con le sue belle geometrie ed i rami, le sue case novecentesche, un luogo splendido di Venezia che pochi conoscono. Arrivo al vaporetto. Mi siedo al sole ad aspettare, quasi mi addormento. Quando attracca aspetto che scendano a terra due donne con la spesa, salgo e mi siedo fuori: prendere il sole è ancora più bello con quest’aria che ti viene in faccia. Ci fermiamo alle Fondamenta nove e poi inizia il salto verso San Michele.
Questo è uno dei luoghi di Venezia che amo di più. Arrivarci non è semplice, non è il cimitero di una città di terraferma. San Michele è un’isola molto vasta e, anche quando c’è gente, trovi sempre un luogo per te, dove puoi rimanere solo a riflettere. È di una strana bellezza, monumentale ma con un suo ritmo: i campi si susseguono ma dentro ad un disegno che è facile capire. È un grande giardino circondato dalle tombe di famiglia. Percorro i vialetti fino ad un luogo caro. Sopra, in alto, su una specie di arco, c’è la scritta “famiglia Cogo”. Una grossa tenda di cotone impermeabilizzato protegge quello spazio dal caldo. Apro il cancello di ferro ed entro. Devo abituare gli occhi a quell’improvvisa penombra.
Ora , fra me e te, c’è questa lastra di marmo.
Silvia Cogo Tonelli
Venezia, 5 ottobre 1957 – Pordenone, 15 marzo 2006
Sono qui, Silvia.