• Pubblicato il 29 maggio 2012
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IL NUOVO OSPEDALE E L’AREA DELLA CASERMA MONTI: ECCO COME E’ ANDATA

La discussione va avanti su facebook

Polemica dura lunedì sera in Consiglio fra me e Dal Mas sul tentativo del Comune di utilizzare l’area su cui sorge la Caserma Monti in Comina (abbandonata ed in rovina) per il nuovo ospedale.
In buona sostanza Dal Mas accusava il Comune di aver perso otto mesi di tempo per verificare questa cosa assurda.
Bene, vi racconto la vicenda e giudicate voi. Non ho nemmeno bisogno di consultare carte. Sebbene abbia da tempo superato i 56, ho memoria buona.
Allora: siamo nel 2008, Tondo vince le elezioni anche promettendo che lui, il nuovo ospedale di Pordenone, l’avrebbe fatto in Comina. Del resto, i soldi ce li mette la Regione, la gestione è regionale, è chiaro che l’indirizzo della Regione è condizionante. A meno che, come più volte minacciano alcuni disgraziati del PDL e della Lega, non si voglia che la città perda l’ospedale, che tanto farlo a Porcia o vicino all’autostrada ad Azzano X, non cambia nulla.
No, noi l’ospedale lo vogliamo in città, è dal medio evo che sta in città, ci mancherebbe.
Dopo le elezioni Dal Mas mi avvicina e chiede che cosa ne penso. Gli dico che di certo la soluzione della Comina sarebbe più facile da far accettare alla città se si utilizzasse l’area abbandonata dell’ex Caserma Monti, piuttosto che una grande area agricola. Detto fatto, il Presidente Tondo fa una conferenza stampa (andatevela a cercare) in cui afferma chiaramente che la Regione cercherà di riutilizzare il sito della Monti. La verifica con il Ministero della Difesa ha però esito negativo: non vogliono cedere la Monti, anche se ormai tutte le strutture sono alla catastrofe. Peccato.
Ci si incontra a Trieste fra Regione e Comune, Tondo dice che bisogna cercare un’altra soluzione, l’unica è il grande terreno agricolo davanti al “Paradiso”. Ora, per Bolzo e per me, di necessità virtù: “o te magni stà minestra o te salti stà finestra”. Minestra. Imponiamo però una cosa: consci che il nuovo ospedale messo là cambia tutta la città, diciamo che noi non faremo nessuna variante al PRG se non c’è certezza di finanziamenti. Dunque si faccia pure un progetto, si indichi la spesa presunta, la Regione stanzi quella cifra ed in quel momento si approva la variante che consente di fare l’ospedale su quell’area. Per fare questo serve un accordo vincolante per le parti, dunque un accordo di programma. Tondo concorda, si farà un accordo di programma. Ottimo, l’area non viene cambiata di destinazione finché non c’è certezza di progetto e finanziamenti. Tondo, dopo poche settimane, sintetizza questo accordo con una Delibera della Giunta regionale che sancisce l’abbandono dell’area nord dell’attuale nosocomio e la scelta della Comina. Come viene giustificato l’utilizzo di una agricola? Si scrive testualmente che, visto che dalle verifiche compiute con il Ministero della Difesa emerge che l’area della Monti non è disponibile, ecco che si è costretti a progettare sull’area privata oggi agricola davanti al Paradiso. Badate che questo passaggio è decisivo, tenetelo a mente.
Nel 2010 succedono prima due cose significative. Primo: in primavera, sollecitato dalle famiglie che sono proprietarie della area agricola davanti al Paradiso, Bolzo convoca un incontro con loro, al quale si presentano con un noto avvocato amministrativista, per di più consulente ad alto livello di Governo e varie regioni. Un tizio tosto, tra l’altro di area politica leghista. Che dice l’avvocato? Lamenta che le famiglie non sono state coinvolte e dice che loro non sono disponibili a cedere l’area. Chiede una nuova verifica sull’area della Monti: siamo ancora convinti che non sia a disposizione? È chiarissimo che i proprietari pensano di trarre maggior profitto dalla loro area destinandola a servizi (alberghi e cose del genere) in funzione dell’ospedale che se viene destinata direttamente al nosocomio. L’avvocato preannuncia megaricorsi al TAR, secondo lui non sono state approfondite tutte le opzioni alternative a quella dell’area dei suoi patrocinati. Ora, dovete sapere che una delle famiglie proprietarie dell’area è quella di due magistrati di Pordenone (padre e figlio). Basta ragionare un poco: vi pare che due magistrati siano così sprovveduti da non pesare gli argomenti? Difficile. A noi, Comune, non risulta però che ci siano novità dal Ministero.
Ed ecco che succede la seconda cosa: a luglio arriva al Bolzo una lettera di un tal Crosetto, Sottosegretario di Stato alla Difesa, che dice che il Ministero ha deciso di vendere l’area della Monti. A questo punto una verifica si impone. Nella Prima Conferenza dei Servizi con la Regione per definire l’Accordo di Programma con la Regione alla quale partecipo, tiro fuori la questione. Dico che è bene verificare, onde evitare poi di andare a discutere davanti al TAR avendo torto marcio. Apriti cielo! Casino inenarrabile, “il Comune di Pordenone sabota”, “vuol tornare indietro”, etc. Dichiarazioni alla stampa da parte dell’assessore regionale Savino addirittura pochi minuti dopo che la Conferenza si è conclusa. Dico anch’io alla stampa che non è vero e che la verifica è obbligatoria, altrimenti andiamo incontro a guai grossi. Dico anche che se la Regione non si fida, Tondo e Bolzo, questa verifica con Crosetto, la possono fare assieme. La Regione nemmeno risponde. Passano due settimane di vuote polemiche da parte di Dal Mas e qualche altro disgraziato e, visto che nulla si muove, chiedo io un incontro col demanio dell’esercito di Udine. Un solerte funzionario viene a Pordenone, ci apre la Monti, ci racconta come stanno le cose. E le cose sono semplici: non è in vendita tutta la Monti, ma solo la parte di competenza dell’Esercito. C’è una parte, di competenza dell’aereonautica militare, che è stata data agli americani, che vi hanno da poco realizzato depositi, di che cosa non si sa e non si può sapere. Ora, il problema è che la porzione dell’Esercito è ampia ma non a sufficienza per l’ospedale e che la proprietà dell’Aereonautica si incunea dentro quella dell’esercito, rendendone inutilizzabile una parte. Inoltre ci sono vincoli posti dall’aereonautica alle eventuali edificazioni: non si può salire in alto per non andare a curiosare quel che si fa oltre il muro. Insomma, c’è una questione di sicurezza. Ma anche una di salute: si può edificare un ospedale a ridosso di depositi militari di cui nulla si sa? Non credo proprio. Non se ne fa nulla perciò. Faccio un inciso: stasera Dal Mas ha, sprezzantemente, chiesto come mai il Comune non sapesse già prima queste cose: semplice, perché fino a che non è stata resa disponibile alla vendita, l’area della Monti non poteva essere conosciuta e solo dal quel momento l’Aereonautica ha definito le regole per l’utilizzazione delle porzioni di area dell’esercito vicine alla sua.
Chiamo la Savino e Kosic, gli dico che ho compiuto la verifica, che ha avuto esito negativo per i motivi che ho spiegato. Nella successiva Conferenza dei Servizi ho fatto mettere a verbale della visita alla Caserma, dell’insufficienza dell’area e dei vincoli posti dall’Aereonautica: dunque è inutilizzabile. Il verbale di quella Conferenza farà parte, quando si farà, dell’Accordo di programma e, nel caso probabilissimo di ricorso al TAR dei proprietari, farà fede che il tentativo di usare quell’area è stato fatto.
Tutto questo è stato indispensabile ed ha richiesto due mesi di tempo.
Sfido chiunque a smentire questa ricostruzione dei fatti, che vi serve anche a pensare che io in particolare non ero e non sono affatto felice di sacrificare un’area agricola per fare il nuovo ospedale di Pordenone.
Mandatevi a mente questa storia e ricordatevene quando pensate a che classe dirigente ha la Regione.

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  • Pubblicato il 16 maggio 2012
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Un articolo molto interessante sullo stato della cultura

Si riferisce a una ricerca fatta in Germania ma contiene molti spunti interessanti anche per l’Italia e la nostra realtà locale.

 

L’infarto della cultura
Vincenzo Trione
Corriere della Sera – La lettura 13/5/2012
Il collasso del sistema dell’arte: il manifesto-choc di quattro docenti tedeschi
Musei, teatri, biblioteche: è l’ora di chiudere chi produce soltanto costi

Il titolo è efficace: Der Kulturinfarkt. Ovvero, «L’infarto culturale». Il tono è da pamphlet e, insieme, da inchiesta giornalistica: un incrocio tra la saggistica militante e le ricognizioni sui mali culturali. Ne sono autori Armin Klein (professore di management a Ludwigsburg), Stephan Optiz (professore di management culturale all’Università di Kiel), Dieter Haselbach (direttore del «Centro di ricerca sulla cultura» di Bonn) e Pius Knüsel (Direttore della Fondazione Pro Helvetia). Un feroce j’accuse, che ha suscitato accesi dibattiti in Germania. Der Kulturinfarkt descrive un collasso: l’offerta cresce sempre di più, mentre la domanda diminuisce. Il settore culturale è a un passo dall’infarto: «Ci sono troppe cose e sono quasi ovunque le stesse». Inutile avere nostalgie o rimpiangere stagioni lontane. Occorre muovere da una verità: si sta inaridendo il flusso di denaro pubblico che, per decenni, si era riversato su musei e teatri, fondazioni e convegni, rassegne e associazioni. Cosa fare? Continuare a pretendere i benefit del passato? O protestare? Oppure fingere di non vedere i sintomi dell’agonia in atto? Servono le maniere forti, per gli autori di Der Kulturinfarkt. La ricetta è drastica. Tagliare gli interventi dall’alto, per ridistribuirli secondo nuovi criteri. Ci si deve portare al di là dell’assistenzialismo. Abbandonare la politica delle sovvenzioni. «Affaticare» il sistema nel suo insieme: solo in questo modo sarà possibile immaginare una ripresa. Il discorso di Klein, Optiz, Haselbach e Knüsel muove dalla Germania. Un Paese virtuoso, che ha un ricco tessuto di infrastrutture: 6.000 musei, 140 teatri, 8.000 biblioteche. Dopo aver a lungo «supportato» questa pluralità di presenze, lo Stato deve compiere scelte impopolari. Non ricorrere a tagli miopi, che non tengano conto delle specifiche situazioni (come aveva proposto qualche ministro in Italia). Ridurre i sussidi, affidandosi a metodi più seri e rigorosi. Non dare ascolto alle pressioni delle singole «realtà», dedite per lo più a difendere privilegi consolidati, cristallizzate, autoreferenziali, prive di flessibilità. E non farsi neanche ingabbiare dentro un intellettualismo di tipo adorniano. Insomma, evitare la pratica degli aiuti a pioggia. Privatizzare o addirittura «eliminare» istituzioni che hanno scarsa tendenza all’autofinanziamento: chiudere la metà dei musei, dei teatri e delle biblioteche. E destinare i sussidi rimanenti a un numero ristretto di istituzioni. Per favorire il «passaggio» del 25% dei fondi pubblici a imprenditori indipendenti sensibili al mercato globale e impegnati per incrementare il consumo interno dei prodotti culturali. E, poi, ad artisti, a start up creative e digitali, a università nelle quali si studino le discipline «estetiche». Si devono potenziare quelle iniziative che, progressivamente, potranno raggiungere l’autonomia, l’«autarchia». Dunque, più qualità meno quantità. Per consentire allo Stato di concentrarsi sulla tutela del patrimonio artistico e storico, che va considerato non come un salvadanaio da svuotare, ma come un giacimento etico e civile; non come un archivio di idee senza tempo, ma come una «materia» che si trasforma continuamente. I monumenti, i musei, il paesaggio, secondo Klein, Optiz, Haselbach e Knüsel, appartengono a tutti, ed è dovere di chi governa conservarli e valorizzarli, aprendosi all’aiuto da parte dei privati, con agevolazioni fiscali e con altre strategie di sviluppo: una chance potrebbe consistere nella creazione di piattaforme di crowd-funding (promosse da normali cittadini). Pur attento solo al contesto tedesco, Der Kulturinfarkt affronta tematiche che potrebbero essere agevolmente «riambientate» nel nostro Paese. Che, tra la seconda metà degli anni Novanta e oggi, ha vissuto due fasi. Si pensi al fenomeno dell’«invasione» dei musei d’arte contemporanea. Dapprima, c’è stata la stagione dell’effervescenza. All’origine, c’è una felice intuizione dell’ex sindaco di Napoli, Antonio Bassolino, tra i primi ad aver capito che l’arte d’avanguardia può essere un efficace strumento per il rilancio di una città. Anche sulla scia di questa idea, sono nati il Pan e il Madre (a Napoli), Palazzo Riso (a Palermo), il Marca (a Catanzaro), il Man (a Nuoro), il Museo del Novecento (a Milano), il Macro e il Maxxi (a Roma) e tante esperienze a livello locale. Un’ondata che rivela un’autentica sensibilità civile da parte di alcuni amministratori: la necessità di difendere alcuni gesti «audaci» dalle logiche del mercato; il bisogno di rendere più accessibile alla comunità l’arte del nostro tempo; il desiderio di informare i cittadini sul divenire dei linguaggi attuali. Ci sono stati eccessi, sprechi. Così, all’ebbrezza è seguito il riflusso. Alcuni dati di questi ultimi mesi: la crisi del Pan, del Madre e di Palazzo Riso, il deficit del Maxxi, i problemi del Macro. Un declino espresso simbolicamente dall’incendio di alcune opere della collezione del Cam di Casoria. Siamo in piena austerity. Sempre più spesso, a imporsi è la convinzione secondo cui l’arte sia solo un buco che assorbe risorse già scarse, senza produrne altre. Si dimentica, però, che il sistema della produzione culturale, come ha sottolineato Pier Luigi Sacco, non solo è un meta-settore industriale, ma è anche, tra i comparti più grandi e redditizi del terziario avanzato, con un fatturato pari al doppio di quello delle aziende automobilistiche. Eppure, queste verità sfuggono. Si preferisce adottare una prospettiva priva di coraggio e di lungimiranza. Come uscire da questa condizione? Si possono imboccare tante strade. Ad esempio, ci si potrebbe riferire a quanto accade in Francia, dove da anni si stanno sperimentando forme di azionariato diffuso e popolare: con circa 7.000 membri, la «Société des Amis du Louvre», come ha osservato Marc Fumaroli, è «il principale mecenate privato con una media di 4 milioni di euro l’anno». Ogni cittadino può entrare in istituti come questo, avvantaggiandosi della possibilità di detrarre dalle tasse il 66% di quanto regalato al museo (le imprese arrivano fino al 90%).
Inoltre, determinante sarebbe una ridefinizione corretta dei rapporti tra pubblico e privato. Da un lato, il pubblico: deve impegnarsi in ambiti che non garantiscono sicuri margini di profitto, eppure decisivi per alimentare ricerche innovative. Dall’altro lato, il privato: deve sostenere attività affini ai suoi settori d’intervento e fornire capitali per lo sviluppo di segmenti culturali strategici (illuminante la collaborazione tra Bmw e Guggenheim di Berlino). Ma, forse, la questione è più delicata di quanto ritengono molti economisti. Come affermano gli autori di Kulturinfarkt, lo Stato dovrebbe iniziare a dirottare importanti risorse anche sulla formazione: sulle università «artistiche». Perché, in fondo, è proprio questa la scommessa: investire sulla scuola. Ecco la battaglia da combattere. Nell’epoca dell’«intelligenza di massa», la sfida è: alfabetizzare in un’ottica contemporanea, trasmettendo solidi valori morali e intellettuali. A tal proposito, potremmo ricordare quanto ha scritto Alessandro Baricco in un articolo di qualche anno fa: «Smettetela di pensare che sia un obiettivo del denaro pubblico produrre un’offerta di spettacoli, eventi, festival: non lo è più. (…) Quei soldi servono a una cosa fondamentale, una cosa che il mercato non sa e non vuole fare: formare un pubblico consapevole, colto, moderno. E farlo là dove il pubblico è ancora tutto, senza discriminazioni di ceto e di biografia personale: a scuola, innanzitutto».


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  • Pubblicato il 12 maggio 2012
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Sul Messaggero Veneto di oggi

Ecomostro, quartiere in rivolta
Orizzonte oscurato per i residenti, affari in calo per gli esercenti. «Via la luce, puliamo la polvere»

Viaggio nel quartiere dell’ecomostro, tra cittadini irritati e commercianti che imputano al“Punto cardinale” (questo il nome del maxiedificio) la causa della riduzione del loro volume d’affari. Se il malumore dei residenti era noto, è difficile stabilire quale causa del momento negativo attraversato dalle attività della zona i lavori che stanno portando alla conclusione dei 70 appartamenti e degli attigui negozi. La situazione più emblematica, in ogni caso, è quella di Orazio Zagami, titolare del Pantalonaio, negozio che ieri mattina ha subito lo sfratto esecutivo. «Non riuscivo più a pagare l’affitto – ha detto il commerciante -. La situazione è peggiorata drasticamente con l’apertura del cantiere, visto che anche i miei clienti abituali, pensando avessi chiuso l’attività a causa del soffocamento di spazi che abbiamo dovuto subire, hanno smesso di venire da me». Al di là delle difficoltà di commercianti ed esercenti (si salva il salone di parrucchiere gestito da personale cinese), ci sono i residenti. Andrea Maggi vive in via Santa Caterina: dalla finestra del suo salotto l’ecomostro appare in tutta la sua maestosità. «Vivo qui con mia moglie e nostra figlia di 7 anni: ce ne andremo, visto che siamo costretti a pulire casa dalla polvere due volte al giorno. Ci hanno tolto il sole per “regalarci” tanto pulviscolo in più: vogliamo che la nostra bambina cresca in un luogo più salubre e, quindi cambieremo casa». C’è anche chi in piazza Costantini vive da 50 anni. «Non mi sarei mai aspettata che il posto dove ho trascorso praticamente tutta la mia vita si riducesse così» dice Delvina Fioretti, non riuscendo a trattenere la tristezza. Massimo Pighin ©RIPRODUZIONE RISERVATA


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  • Pubblicato il 08 maggio 2012

Consiglio Comunale del 7 maggio

 MESAGGERO VENETO
Rifiuti, apertura sull’inceneritore
Conficoni possibilista in consiglio. No al porta a porta spinto Distretto sanitario in Comina, il Pd convoca il capo dell’Ass 6
Del Ben sulle partecipate
«Manca un mandato chiaro ai nominati»
«Una scelta è motivata se prima uno dice che cosa vuole fare di quella partecipata, qual è il mandato. Così si capisce perché si sceglie di nominare una persona piuttosto che un’altra». Giovanni Del Ben torna a incalzare il sindaco Pedrotti – durante la discussione sulle interrogazioni presentate per conoscere i dettagli delle nomine all’Interporto e alla fondazione Kennedy – sul tema delle nomine nelle partecipate. Pungola – «presenterò un’interrogazione ogni qual volta questo non sarà chiaro, ma non entrerò mai nel merito delle persone scelte» – e si arrabbia. «Ho chiesto copia degli atti e lei signor sindaco mi ha risposto di andare a vederli presso il suo gabinetto. In base all’articolo 73 del regolamento mi scriva per motivare tale diniego».
di Martina Milia Ribadisce il no all’incenerimento dei rifiuti nel cementificio di Fanna, ma lascia aperta la porta all’ipotesi di incenerire i residui della differenziata. Non solo: boccia il porta a porta spinto. L’amministrazione Pedrotti, per voce dell’assessore Nicola Conficoni, smonta una per una le cinque interrogazioni presentate dai consiglieri del Ponte, lista Del Ben e Api. Rifiuti e futuro incerto al centro di un consiglio sottotono, specialmente per l’uscita repentina della minoranza di centro destra. Al momento della mozione sui rifiuti in aula solo Pedicini, De Bortoli e Ribetti . Approvate senza discussione le delibere sul collegamento tra via Caboto e Questura e la viariante che interessa via Stradelle e via Ferraris. L’incenerimento. A presentare i cinque documenti è stato Gianni Zanolin del Ponte che nel riportare alcuni dati scientifici – «le particelle liberate nell’aria da quegli impianti coprono un’area di 250 chilometri» – ha lanciato un monito chiaro: «Dopo questa sera nessuno potrà dire “noi non sapevamo». Zanolin porta a sostegno le tesi di Augusto Mazzi evidenziando che «Esiste la possibilità di lasciare una parte minimale di indifferenziata e di accumularla in attesa di avere tecnologie e strumenti più sicuri per bruciare questi residui. Mettere in discarica questa parte minimale non creerebbe i danni alla salute e all’ambiente che creerebbe il suo incenerimento». Conficoni possibilista. Ma su questo punto l’amministrazione Pedrotti ha un’idea diversa. Pur confermando la contrarietà a bruciare rifiuti nel cementificio, la pratica dell’incenerimento «non va demonizzata». Prova a tornare alla carica Lucia Amarilli: «Non è etico esporre la popolazione attuale e quella futura a questi rischi». Sulla stessa linea Pedicini: «Non è un fatto positivo che ci sia un inceneritore». Quanto alle discariche, «vogliamo una relazione su quella di Vallenoncello, gestita come il depuratore della Burida». Pronto Conficoni: «Peccato che la Provincia abbia perso la causa». Porta a Porta. Alla minoranza di centro sinistra che chiedeva la sperimentazione spinta della differenziata almeno in un quartiere, l’assessore risponde che non è economicamente vantaggioso. La maggioranza. Fiume e Pd hanno fatto quadrato intorno alla giunta. Per Mario Bianchini (Il Fiume) «sui rifiuti si è persa l’occasione di arrivare a un documento condiviso con la minoranza» mentre Walter Manzon ha sottolineato l’importanza di tenere bassi i costi della gestione «per tenere lontane le ecomafie». Cittadella della salute. Rispondendo a un’interrogazione di Giovanni Del Ben, l’assessore Vincenzo Romor ha ricostruito il tormentato iter della cittadella della salute evidenziando come non sia riuscito il tentativo di “scorporarla” dall’accordo di programma sull’ospedale e come i fondi siano al sicuro – 12 milioni – solo fino a fine anno. Nel frattempo c’è il grattacapo distretto: l’Ass 6 va al Villaggio del fanciullo «ma noi non intendiamo seguirla» ha detto Romor. Il Pd con Sonja D’aniello ha chiesto l’audizione in terza commissione del direttore generale Giuseppe Tonutti. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • Pubblicato il 07 maggio 2012
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A proposito del Circo e del regolamento comunale sugli animali

Ho ricevuto questa bella mail di Daniela Billiani, che l’ha inviata anche a Sindaco e Romor. Leggete con attenzione.

Gianni

 

 

Gentile Sindaco e Gentile Assessori

 

Vi invio un esempio di strategia felicemente usata dal comune di Alessandria per ostacolare l’attendamento dei circhi con animali nel suo territorio.

Non spero in un divieto di attendamento perchè so benissimo non sarebbe legale, ma mi auguro sia severamente chiesto ai circhi come ad ogni altra manifestazione che sfrutta animali e vuole venire in città, il rigido rispetto, con certezza di controlli incrociati, delle norme CITES.

Mi rendo conto che le suddette attività portano una discreta cifra nelle casse comuni, rappresentano un lavoro per gli umani, (benchè ai miei occhi quello dei negrieri appaia migliore, se non altro perchè inflitto ad un parispecie), e appaia erronaeamente come evento degno di essere inserito nelle lista dei “culturali” . Dipendesse da me io non vorrei soldi sporchi di crudeltà, non vorrei un lavoro da aguzzino e infine preferisco leggere un buon libro, rinunciare ad eventi pseudoculturali anacronistici, superati e “mascherati” da “eventi” quando invece sono solo vergognosi esempi del degrado mentale antropocentrico dell’umano disperato perchè si è spinto oltre il segno…..come la sagra degli osei, il country cristhmas, le fiere ornitologiche o altre mostre di animali.

nella speranza possiate trovare validi spunti per fugare ogni dubbio e migliorare, in direzione di aumento della salvaguardia del rispetto e del benessere animale, l’attuale regolamento cittadino,  Vi auguro buonissimo lavoro.

Daniela Billiani

 

 

Nuova ordinanza anti-circhi ad Alessandria | 29/07/2011

 

Un testo da cui prendere spunto per ordinanze in altri Comuni.

Dal 24 maggio 2011, il Comune di Alessandria è dotato di una nuova “ordinanza anticirchi” che può essere un utile esempio per tutti i Comuni che vogliano concretamente opporsi all’attendamento dei circhi.

Tale ordinanza sostituisce la precedente di qualche anno fa ponendo vincoli più stringenti. Vogliamo qui esaminare le novità introdotte, mentre per un’analisi più completa di cosa si può fare per contrastare i circhi tramite ordinanza comunale, rimandiamo alla pagina Circo e animali – Proteste & Materiali

Il concetto di base da tener presente è che una ordinanza comunale di divieto totale di attendamento di circhi con animali è facilmente annullabile: basta che il circo faccia ricorso al TAR. Viceversa, una ordinanza che ponga molti vincoli, ma senza un divieto totale, è applicabile e non impugnabile, ed è in grado in molti di casi di evitare comunque l’attendamento di circhi, in altri casi almeno di diminuirne drasticamente il numero.

L’ordinanza di Alessandria, come anche quella del Comune di Modena, in sostanza rende obbligatoria – e non solo facoltativa come avviene nei Comuni senza ordinanza specifica sul tema – l’applicazione delle norme CITES, che definiscono le modalità e gli spazi in cui gli animali devono essere tenuti. Tali norme, pur essendo davvero minimali – e quindi ancora ben lontane dal poter definire un minimo “benessere” per gli animali – sono in molti comuni (anche se purtroppo non in tutti) impossibili da rispettare, perché gli animali sono tenuti solitamente in condizioni ancora peggiori.

Nel caso di Alessandria, essendo la città dotata di uno spazio ampio per l’attendamento dei circhi, in realtà possono essere rispettate, e per questo l’ordinanza pone vincoli ancora maggiori, in questa nuova formulazione del maggio 2011, che illustriamo di seguito, perché possono essere di utile esempio per altri Comuni.

Viene vietato in toto l’utilizzo di: primati, delfini, lupi, orsi, grandi felini, foche, elefanti, rinoceronti, ippopotami, giraffe, rapaci. Dato che la maggior parte dei circhi usa leoni o tigri ed elefanti, molti circhi saranno impossibilitati comunque ad attendarsi. Per gli altri animali devono essere rispettate le norme CITES.

Il periodo di installazione dei circhi è compreso tra il primo novembre e il 10 gennaio di ogni anno – quindi un periodo molto ristretto – e non viene rilasciata più di una concessione all’anno. Le strutture circensi dovranno presentare domanda di attendamento presso il Comune di Alessandria entro il 31 dicembre dell’anno in corso per l’attività da svolgere nell’anno successivo. Le domande prive della necessaria documentazione sono respinte.

I circhi non possono utilizzare il fuoco negli spettacoli con animali, e non possono utilizzare animali prelevati in natura.

In un altro regolamento comunale, si impone che l’area destinata agli spettacoli viaggianti sia “concessa in via prioritaria al complesso che non utilizza animali nei propri spettacoli”. Unito al fatto che può attendare un solo circo l’anno, se vi fossero circhi senza animali (e speriamo ce ne siano in futuro) nessun circo con animali potrebbe attendarsi.

Le effrazioni a tale ordinanza comportano la cessazione immediata dell’attività e gli autori delle violazioni non potranno richiedere la concessione di attendamento per un periodo di cinque anni a decorrere dalla data di accertamento delle violazioni stesse.

Questi sono i vincoli che attualmente si possono porre senza violare la legge nazionale e rendere impugnabile e annullabile l’ordinanza.

L’invito è quindi di far approvare un’ordinanza simile nel vostro Comune, il testo può essere copiato pari-pari da quella del Comune di Alessandria.


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  • Pubblicato il 07 maggio 2012
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6 maggio 1976. Ci sono giorni che riescono a fare un popolo.

Successe ai friulani il 6 maggio del 1976, trentasei anni or sono. Alle nove si sera tutto si mise a tremare e crollare. Piccole città e paesi che fino ad allora erano stati solo pezzi importanti di una storia comune, divennero prima lugubre luogo del ricordo di un migliaio di morti, poi simbolo di una volontà di risorgere.

Non avremmo avuto ricostruzione senza quel moto collettivo per cui ci riconoscemmo nella nostra storia e l’abbiamo voluta tutelare. Ma non avremmo ricostruito senza che tutti gli altri, all’improvviso, ammirati e solidali per quel che ci videro fare in quei giorni, ci riconoscessero e decidessero che, sì, dovevamo essere aiutati a ricostruire piccole città e paesi.

Volevamo farlo là dove fino a quel 6 maggio eravamo vissuti e dove quelle mille persone erano morte. Volevamo farlo con le forme che la storia, quella dei senzastoria friulani che non hanno mai contato nulla negli equilibri europei e quella grande, che da noi ha sempre parlato altre lingue ed è corsa sulle lame e gli schioppi degli eserciti, aveva determinato.

Fu in quei mesi che l’Italia si rese conto di quanto <b>Gemona, Venzone, Osoppo, San Daniele, Majano, Spilimbergo, Pinzano, Maniago</b> ed un altro centinaio di piccoli paesi della Friuli centrale fossero stati belli e decise che erano importanti. La gente, nelle assemblee delle tendopoli, si esprimeva chiaramente: da qui non ci muoviamo.

Passò l’estate ed il 9 settembre altre due scosse tremende distrussero anche quel che era rimasto in piedi. “Esodammo” tutti al mare, a Lignano, chiedendo sistemazioni provvisorie nei paesi: e vennero costruiti grandi villaggi prefabbricati, le “baracche”. Noi avevamo fiducia che avremmo ricostruito e le “baracche” ci parvero la soluzione migliore.

Temevamo che in quel disastro, se ce ne andavamo, non si sarebbe mai ricostruito. Abbiamo visto giusto, scelto giusto. Pietra su pietra, con la solidarietà dell’Italia e quella di tantissime persone e paesi in Europa e nel mondo, case, palazzi, infrastrutture e attività produttive sono state ricostruite e molto di nuovo si è fatto. Allora si diceva “a che servono le case se non abbiamo fabbriche?”: i cantieri diedero uno stimolo enorme allo sviluppo economico.

Ma quali furono i protagonisti della ricostruzione in Friuli? Due essenzialmente: la Regione Autonoma ed i Comuni. Fu il sistema delle autonomie locali a funzionare, la democrazia dei consigli comunali, del confronto, del dialogo, della responsabilità. Soprattutto quest’ultima è la lezione che il terremoti del Friuli lascia a tutta Italia: bisogna assumersi responsabilità, ma tutti, non solo chi governa, ad ogni livello, anche i cittadini, con comportamenti individuali, famigliari, comunitari. Con senso di responsabilità e misura si affrontano gravi problemi. Quando vedo quel che è successo nei decenni successivi in Irpinia ed in Abruzzo, io mi chiedo perché la lezione friulana non sia stata seguita. Perché si è diffuso il terrore delle “baracche”? Per ricostruire l’Aquila si può immaginare di realizzare prima case definitive e poi di recuperare quel magnifico centro storico? È un’idea balzana che comporta una spesa folle, insostenibile. E compromette l’ambiente: laddove in Friuli c’erano baraccopoli oggi ci sono campi, ma dove avete costruito case, che cosa sarà poi? E dove sono le risorse per un simile, sgangherato piano? Come stupirsi che tutto sia fermo? Bisogna lavorare per dare responsabilità alle persone e far sentire loro che le Istituzioni, tutte le istituzioni, hanno fiducia in loro e controllano che tutto vada bene, secondo piani concordati nelle forme della democrazia. Gli interessi piccoli e grandi, gli egoismi che hanno condotto l’Italia ad un passo dal baratro, le malversazioni che ci affliggono, nei casi dell’emergenza, aggiungono rovine a rovine.


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  • Pubblicato il 05 maggio 2012
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IMMIGRATI: MANCANO SCELTE POLITICHE

Alle 11 di oggi molti immigrati sono scesi in piazza a Pordenone per protestare contro le scelte dell’amministrazione comunale cittadina in materia di diritti di accesso al sistema di welfare. Il Comune si mostra accondiscendente con le scelte discriminatorie imposte dalla Lega alla nostra Regione. Giustamente gli organizzatori della manifestazione fanno notare che perfino comuni guidati dalla destra, come Spilimbergo, hanno assunto posizioni più coraggiose del capoluogo.
L’assessore Romor, in una dichiarazione alla stampa, afferma che le scelte per il bando sugli affitti onerosi sono state fatte tenendo conto di sentenze italiane ed europee. In realtà, siccome conosco molto bene sia la materia che le dinamiche dell’assessorato, Sindaco e Giunta non hanno fatto alcuna scelta politica, si sono limitati a delegare la predisposizione del bando ad una funzionaria, che ovviamente ha lavorato su un piano solo legale, non avendo alcuna indicazione politica della Giunta, nessun documento che la orientasse. Non è stato così in passato: io negli anni scorsi ho proposto delibere di Giunta che contrastavano le scelte regionali, chiedendo ai funzionari di applicare le scelte politiche della Giunta. Ma quel che succede a Pordenone è che la Giunta non è in grado di esprimere alcun orientamento politico. Se andate a Udine è esattamente il contrario.
Romor deve cominciare a fare scelte politiche e, se serve, a metterci faccia e peso politico. Le scelte discriminatorie regionali sono state già contestate da Roma e Bruxelles, sono pazzesche se confrontate perfino con quelle del Veneto di Zaja. Ci vuole senso della politica e coraggio, per governare una città, l’apprendistato è finito. Vale lo stesso ragionamento fatto per il Regolamento Tutela Animali.


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