14.
Lunedì 29 giugno, ore 11.
Sono rimasto quasi sempre a casa. Ho chiamato qui Mazzariol, gli ho offerto un caffè alle Tre Gazzelle, me lo sono portato in piazza XX settembre e gli ho raccontato delle SIM serbe. Dice che secondo lui è molto improbabile che qualcuno in Italia abbia le registrazioni, ma che gli americani potrebbero averle per via dei sistemi di sorveglianza della base. Se si usano telefonini serbi non lontano dalla base, secondo lui la registrazione scatta. Magari poi non ce lo vorranno dire, o non lo dicono a noi ma a qualcun altro. Siamo sbirri di provincia, in fondo. Gli chiedo notizie sul giocattolo, mi dice che lo farà funzionare nel primo pomeriggio e raccoglierà le pallottole. Poi ci vorrà tempo, perché deve fare tutti gli accertamenti sul mauser e sui vestiti. Deve anche completare il fascicolo sulle tracce nelle merda di vacca per darmelo, così che io lo consegni a Tassan Zanin.
“Io lo chiamerei così: ‘operazione tracce nelle merde di vacca’ o più facilmente ‘tracce nella merda’.“
“Giusto, la merda è molto evocatrice anche di altre cose.”
“Pensavo anch’io.”
Mi chiama Michele e mi dice che all’anagrafe di Aviano sono meticolosi da sempre, un vecchio ufficiale d’anagrafe era così e loro hanno continuato. Conservano tutto e gli hanno tirato fuori le foto di Mazzocco, sia di quando ha fatto la prima carte d’identità, poco dopo essere rientrato dall’Argentina, che di quando l’ha rinnovata. Hanno anche una fotocopia del passaporto argentino col visto. Serve? Certo che serve, manda qualcuno in Questura col malloppo da me appena puoi. Santa? Va benissimo.
Ora vado in Questura più contento.
Sono seduto alla mia scrivania da poco quando arriva Santa con le foto e le fotocopie del vecchio passaporto. Lo mando alla scientifica per far stampare una serie di foto di Riccardo Mazzocco all’arrivo dall’Argentina. Chiedo che le faccia scannare e me le mandi sulla mia casella di posta elettronica. Gli faccio portare le fotocopie del passaporto argentino al responsabile dell’ufficio passaporti, qui in Questura a Pordenone. Voglio sapere tutto di quel passaporto.
Passano pochi minuti e vedo sulla posta elettronica del BlackBerry una stellina. Un messaggio con due allegati dalla scientifica. Apro il primo: Mazzocco nel 1982. Giro il file sul mio PC d’ufficio, lo voglio vedere in grande e me lo voglio stampare. Arriva subito e lo metto a pieno schermo. Gli do una stampa a colori. Gliene do una in b/n. Eccolo qui tre volte. Chi è? Non mi viene in mente. Ma questo volto così forte, gli occhi bassi, i tratti robusti ma non volgari, fronte alta, capelli mori corti e dritti: chi è, l’ho forse già visto?
La foto è del 1982. Se l’ho visto l’ho incrociato mentre lavoravo a Venezia. È a Venezia che devo cercare e l’unico che può dirmi se Mazzocco frequentava ambienti vicini ai miei in quegli anni è Alvise. Solo che lui non ha PC ed internet, per fargli avere questa foto sono costretto a chiedere a qualcun altro che gliela porti. Potrebbe essere Claudio Zulian.
“Sono Vidal, ciao.”
“Oh, che onor, comisario. Tuti che parla del lu, sui giornai.”
“No sta smenarme. Ascolta invece. Ho de far arrivare una fotografia ad Alvise. Te ga posta eletronica a casa?”
“Sissì, la go. Te scrivi? Eco, claudio punto zulian chiociola libero punto it. Ti ga capio?”
“Se ti mando un file con una fotografia, riesci a stamparla?”
“Diobeato, provo, vedemo.”
“Te la mando subito. Segnati il mio numero di cellulare e richiama in ogni caso. Va bene?”
“Te ciamo.”
Dopo dieci minuti Claudio mi chiama. Tutto bene. Solo che per portare la fotografia ad Alvise ci vogliono come minimo due ore, perché lui ha da fare una cosa per casa e abita al Lido e per andare a Venezia deve prendere il vaporetto, scendere alle Zattere, farsi una bella camminata per arrivare da Alvise. Va bene così, Claudio mi fa comunque un grande piacere.
Telefono ad Alvise.
“Ciao. Son Vidal.”
“Gho ben capio. Xe quasi ‘na setimana che no te sento!”
“Non far finta di non sapere che cosa mi è capitato da sabato mattina.”
“Figurite. Ti ga fato anche bea figura. Congratulassion.”
“Grassie, pare.”
“Pare ta morti, mona. Ti ‘o ga vuo un pare. E po’: mi ‘desso so cussì vecio che forse podria esser tu nono.”
“Cambiamo discorso. Stai attento. Fra un paio d’ore, forse meno, arriva Claudio, Claudio Zulian, quello che faceva il pompiere, abita al Lido.”
“Ti pensi che son rincojonio? Lo conoso da ‘na vita e co’ su pare iero amico.”
“Ben. Claudio ti porta una fotografia. Il tizio è quello che ammazzato i tre ragazzi americani, quelli che ho scoperto io. La foto è del 1982, quasi trenta anni fa. Voglio sapere se quel tipo che è in foto ti ricorda qualcheduno o qualcosa degli anni nostri. A me sembra di sì, però non mi ricordo.”
“Lo vardo ben e lo confronto co le quatro fotografie che go qua in casa.”
Quattro fotografie? Alvise ha il più grande archivio sulle lotte politiche e sindacali di Porto Marghera, centinaia di foto. Se Mazzocco è in una di quelle, lui lo riconosce. Spero.
“Ciamime, pare. Ciao.”
Romano sta smanettando come un pazzo al suo PC. Io gli ho girato la foto di Mazzocco giovane. Non gli chiedo nulla, giro dietro la sua scrivania e guardo lo schermo: è in fb con un tizio, lui scrive in italiano l’altro in spagnolo. Non gli chiedo nemmeno chi sia e cosa fanno, meglio non disturbare.
Sono le dodici e trenta di lunedì, l’unica cosa da fare è aspettare che Alvise veda la foto e ci ragioni su. Michele fa il suo, Romano anche, Mazzariol di sicuro. Io vado a mangiare da Puiatti a Torre.
Pujatti è una classica trattoria di queste parti, fatta per gli operai che sospendono il turno nei cantieri per il pranzo e per chi abita nel quartiere. Una casa degli anni ’60 rimessa a posto, con accanto tre campi da bocce, i tavolini per quelli che assistono alle partite e appoggiare il litro di vino. Dentro, una cucina rustica, di terra, senza fronzoli. È stata una delle osterie preferite di mio padre e alcuni se lo ricordano ancora. La gestiscono due signore, Anna e Loredana, molto cordiali. In cucina lavora Raffaele detto Lele “Botesela”, un uomo sulla cinquantina, basso, largo, simpaticissimo, ruvido negli atteggiamenti e fine nei sentimenti. Del resto questo è l’atteggiamento tipico della gente che frequenta l’osteria. Alcuni eccedono nel linguaggio e nei toni, se appena accenni ad un atteggiamento di superiorità sei finito, ti smontano, ironizzano duramente su vizi e debolezze umane, danno un enorme valore al sesso ed alle sue più varie manifestazioni. L’osteria ha alcuni frequentatori che sono salacissimi, soprattutto Elio Turcatel. In realtà io dialogo poco con loro, mi piace molto di più sentirli parlare, prima e dopo il pranzo. Con me sono parecchio riservati, forse per il lavoro che faccio, quei quattro amici di mio padre che sono rimasti mi guardano con simpatia. Perciò non è strano che quando entro ci siano i soliti saluti e niente di particolare. Sembrano dire: hai fatto il tuo dovere, non montarti la testa. È giusto, concordo. Tanto più che io so bene che la storia è ancora lunga da finire. Loredana, quando viene a prendere la comanda, sorride.
“Complimenti. Sei su tutti i giornali.”
Il menù del giorno è scritto in un manifesto bianco, appeso sotto il televisore. Tre primi, tre secondi, contorni. Basta e avanza ed è tutto curato. Vedo scritto “Pasta alla Norma” e trasecolo. La pasta alla Norma di Lele è la fine del mondo. Se la fa, vuol dire che un camionista è passato per Catania e si è ricordato di comperargli la ricotta informata dei Nebrodi e finché non l’ha finita ogni tanto ci concederà questa goduria. Ordino la pasta e per il secondo aspetto, non voglio fretta. Vino rosso e acqua. Quando arriva è un trionfo. I maccheroni sono coperti dal sugo di pomodoro e sopra ci sono le melanzane fritte, coperte dalla ricotta grattugiata. La porzione mi pare gigantesca, nella migliore tradizione di Pujatti. Ma questa lo è anche di più, avranno detto a Lele che era per me, lui sa che la Norma mi piace molto.
Prima mi tolgo la giacca, non si sa mai. Poi infilo il tovagliolo di cotone nel colletto della Lacoste e mi copro bene. Poi prendo il cucchiaio e la forchetta e li infilo nella pasta, ma piano, piano. Poi con lentezza mischio, senza farmi prendere dalla fame e dalla foga. Piano pianissimo, piano. Quando è tutto ben mischiato infilo con la forchetta il primo maccherone e lo porto in bocca.
È sublime.
Sento tutto. Il pomodoro fresco dolce con cui Lele ha fatto il sugo, l’aglio con cui ha insaporito le melanzane dopo averle fritte, il dolce delle melanzane fritte, la punta di peperoncino, la ricotta infornata grattugiata che si mischia con le melanzane filando nel pomodoro ed i maccheroni cotti giusti che raccolgono e sublimano. Mangio con calma una quintalata di pasta, io proprio non concepisco quelli che assaggiano e basta, i quarantagrammisti. Mi fermo ogni tanto per bere un bicchiere d’acqua e alla fine centellino un bicchiere di vino. Loredana, credimi, non ha senso mangiare altro, perfetto. Ora mi rilasso, è come se tutti gli altri trenta vicino a me non esistessero, fantastico.
Devo passare in cucina a ringraziare Lele. Chiedo permesso di accedere alla cucina, me lo accordano ed eccolo.
“Fantastica pasta, Lele. Ricotta incredibile. Un tuo amico camionista, immagino.”
“Esatto Commissario. Aveva una consegna ad Adrano, mi ha avvertito per telefono, ho chiamato un mio amico e gli hanno consegnato tre chili di ricotta infornata dei Nebrodi. Non ne voglio di più, perché qui da noi resta buona per un periodo, poi non è più lei. Meglio andarla a prendere quando si può. Per questo oggi ho fatto la Norma. Non mi durerà tanto, ormai la conoscono e la ordinano in molti. Ma finché ce n’è …”
Apre il frigorifero, estrae una forma di ricotta e ne taglia una scaglia che mi passa.
“Senti che roba? È l’erba di primavera delle montagne siciliane, non ce n’è per nessuno.”
Ho bisogno di camminare, non voglio abbioccare sulla scrivana: decido di lasciare qui l’auto e di tornare a piedi. Non ci metto molto, la città è piccola, in un quarto d’ora si arriva in centro.
Faccio i calcoli: sono da poco passate e due, Claudio dovrebbe aver consegnato la foto ad Alvise meno di un’ora fa. Se quella foto gli ricorda qualcosa, ora sta cercando. Ci vorrà ancora un’ora. Riceverò una telefonata verso le tre.
Quando arrivo in piazzale Duca d’Aosta do un’occhiata al palazzo che ospitava la Questura fini a pochi anni or sono. Non provo alcuna nostalgia di quel posto e nemmeno del bar che c’era sotto gli uffici, non hanno mai fatto uno sforzo per dare ai clienti un caffè decoroso. Ora è pieno di macchinette per buttare via soldi. Imbocco viale Marconi. Negli anni ’70 era la parte nuova della città, quella del ristorante migliore, dei negozi che oggi si direbbero trendly. Da vent’anni è in decadenza, favorita sia dai centri commerciali in periferia, sia da un traffico rumoroso, troppo veloce, molto inquinante. Ci vorrebbe una città diversa per riportarlo al centro dell’interesse della gente. Arrivo in Questura e non faccio tempo ad entrare che suona il telefonino. È Steiner.
“Buongiorno Commissario. Possiamo vederci?”
“Anche subito. Vengo in base da lei?”
“Si, è meglio.”
Mi faccio riportare a prendere la Golf e vado da Steiner.
Largo sorriso, mano tesa, Steiner credo rimarrà nella mia vita come il simbolo del poliziotto militare americano.
“Commissario, io credo che uno di quelli che hanno parlato con quei telefoni dopo che i nostri tre ragazzi sono stati ammazzati, sia il killer. L’altro potrebbe essere una persona che ha avuto molti rapporti con lui. Credo che il killer abbia chiesto di venire subito a trovarlo. O forse, come si dice, pretendere, lui ha costretto l’altro a venire. Perché poteva far conoscere cose che quello che riceveva le telefonate non vuole che vanno sui giornali e in tribunale. Il killer, Mazzocco, credo che forse ha minacciato, se lui non resta vivo e non viene aiutato, di fare conoscere a tutti certe cose. Io penso che forse si sono detti così. È una ipotesi.”
Ha sentito le telefonate ma non può darmele. Ma mi ha detto quello che immaginavo. I ragazzi la mattina presto sono corsi a Udine da qualche avvocato o notaio ed hanno depositato documenti. Il quadro è più chiaro. Lo guardo.
“Come le dicevo, quello che riceve le telefonate è un certo Quercioli, uno che in passato, di certo, ha lavorato per i servizi segreti italiani. Questo signore lavora ancora per i servizi italiani? Che cosa fa? Chi rappresenta? Credo che per lei queste siano domande molto importanti.”
“Sono domande che io mi faccio e che il mio governo si fa, commissario Tonelli. Lei forse può aiutarci a trovare una risposta?”
Dai, Steiner! Non fare il furbo con me. Se esistono spezzoni deviati dei servizi, che forse sono nati al tempo del terrorismo, gli sono sopravvissuti ed oggi hanno una relazione con Mazzocco, voi non ne sapete niente? Forse tu, come persona, non ne sai niente, ma possiamo tutti e due stare certi che qualcuno dei tuoi li conosce eccome.
“Steiner, io osservo solo i fatti, niente altro. So che tre ragazzi innocenti sono stati uccisi in Piancavallo, so che per far ricadere i sospetti su un vecchio gruppo terroristico che probabilmente oggi non esiste nemmeno più è stato disegnato sull’auto dei ragazzi il simbolo delle Brigate Rosse. So che qualcuno, che non è l’assassino, ha scritto un falso comunicato del gruppo terroristico. So che, anche grazie a lei, sono riuscito a scoprire subito l’assassino e che la pista del terrorismo è stata dichiarata falsa dal capo della Polizia italiana. So che nella notte ci sono state quattro telefonate da e per il Piancavallo, attraverso telefoni cellulari di Telecom Serbia, con qualcuno che sta a Padova. So che l’assassino, il mattino dopo aver ucciso, si è incontrato con un ex ufficiale dei Carabinieri che di certo faceva una volta parte dei Servizi segreti italiani che si chiama Quercioli ed abita a Padova e penso sia probabile che le telefonate coi telefonini serbi fossero fra Mazzocco e Quercioli, che dunque avevano un sistema di comunicazione fra loro “coperto”. So che i sistemi di comunicazione “coperti” servono per motivi gravi, illegali. So che lunedì, prima che io scoprissi che Mazzocco era l’assassino, qualcuno ha fatto sistemare nella sua malga una microtelecamera trasmittente. So che Mazzocco, lunedì mattina, ha fatto consegnare suoi documenti a Udine, ad una o più persone, dai propri figli. So che lei suppone che Mazzocco abbia chiesto a Quercioli, ricattandolo, di aiutarlo e garantirgli la vita, altrimenti avrebbe rivelato altre cose. So che Mazzocco non è un semplice pastore di vacche, ma un uomo molto più complesso, perché ho visto la sua casa e sentito il modo con cui parla. So infine che Mazzocco sostiene di aver ucciso i ragazzi in un eccesso d’ira, per essere stato insultato da uno di loro. Mi faccio alcune domande, alle quali cerco risposta. La prima è chi è Mazzocco davvero, da dove viene, cosa ha fatto in questi anni. La seconda è che cosa davvero l’ha spinto ad uccidere quei tre ragazzi. Se l’ha fatto in uno scatto d’ira, come è maturata quest’ira, cosa ha accumulato Mazzocco nel corso degli anni dentro di se per sfociare poi in un tale spaventoso atto di violenza? Come si concilia l’ira con le modalità quasi professionali dell’omicidio, che sembra l’opera di un killer professionista? Quali sono i rapporti di Mazzocco con Quercioli? Chi e che cosa rappresenta Quercioli? E infine: tutto quello che è successo mette in pericolo la sicurezza di altre persone oppure no? E se sì, chi eventualmente è in pericolo?”
Silenzio. Ci guardiamo.
“Commissario Tonelli, noi siamo interessati come lei a trovare risposte a quelle domande. Le stiamo cercando. Fino ad ora lei è stato molto bravo e noi abbiamo cercato di aiutare lei e la Polizia italiana. Credo che lei abbia molti più strumenti di noi per scoprire la verità. Davvero. Questa mi pare una storia molto, come dire, italiana. Tutta italiana. Non avrà ostacoli da noi, mi creda. Se anzi possiamo aiutare, lo facciamo. Noi non vogliamo che altri entrino in questa storia. Capisce quel che voglio dire?”
“Certo.”
“Un consiglio, Tonelli. Lei fino ad ora ha vinto grazie alla sua velocità. Se tiene alto questo ritmo ce la può fare a scoprire tutto. Due giorni, forse tre. Dopo è difficile capire cosa può succedere.”
“Ho tre giorni al massimo, lo so bene.”
Sto rientrando verso Pordenone quanto Alvise mi chiama sul BlakBerry. Parcheggio in un distributore della Esso per parlare con calma.
“Ecco, adesso ti pol parlar, Alvise.”
“Quando ti vien da mi, che vojo vederte?”
“Adesso, parto subito e verso le cinque, cinque e mesa son da ti.”
“Ti te fermi a magnar?”
“Si, andemo al bachero.”
“Va ben, te speto.”
Non ripasso nemmeno per l’ufficio, telefono a Romano che ho un impegno e ci vediamo domattina presto in ufficio. Ci sono novità? Me ne parla domattina. Ha sentito Michele? Si, facciamo il punto di tutto domattina. Ok.
“Questa è la segreteria telefonica di Silvia Cogo. Lasciate un messaggio dopo il bip e vi richiamerò appena possibile”.
“Silvia, amore, vado da Alvise. Non credo di aver tempo per passare a salutare tua mamma. Arrivo tardi. Un bacio. Ciao.”
Questa autostrada che da Pordenone mi porta a Venezia, quante volte l’ho fatta: la mia Golf potrebbe andare direttamente al parcheggio comunale di piazzale Roma. Sono passato di qua molte volte e per molti motivi. Anche per l’estremo saluto ad un amico, che quando battono i cinquant’anni li vedi diradarsi accanto a te e molti viaggi diventano mesti. Conosco il rumore che fanno le gomme della mia Golf sull’asfalto di questa autostrada, è ormai un sottofondo amico al viaggio. Ritrovo le molte stazioni di servizio e le uscite che ho sempre passato veloce. So tutto del viaggio che mi conduce a Venezia, per anni è stato il momento più bello della settimana: con Silvia verso Venezia, io a trovare Alvise, lei la sua mamma, a cena a casa di lei in campo San Stin, dormire a Venezia e svegliarsi senza tempo, le campane dei Frari chiamano a messa. Riti che rassicurano e rasserenano.
Entro in autostrada e spengo subito il BlackBerry, voglio isolarmi, questo viaggio mi spinge sempre a ripensare a molti giorni passati. Soprattutto a certe mattine d’autunno e d’inverno, fredde e umide, passate a Marghera, i mesi da ottobre a marzo del 1980 e dell’81, spesso a cercare sui muri le scritte fatte da autonomi e brigatisti durante la notte. Molti ricordano facce, altri voci, altri ancora luoghi. A me rimbalza nella testa la puzza di ogni fabbrica di quello che allora era forse il maggior polo chimico d’Italia, con molte decine di migliaia di operai. Di alcuni di loro ricordo ancora i nomi, i vecchi che venivano da Mira, dalla bassa padovana, dal rovigotto, i tanti meridionali, la prima ondata ormai assorbita e la seconda che stava arrivando, che già allora non ce n’erano più, di veneti, contenti di entrare in quelle fabbriche. Ricordo i capi del Consigli di fabbrica, i vecchi quadri della CGIL e le reclute del dopo ‘68, quelli degli aumenti uguali per tutti, quelli che li sentivi parlare e capivi che non avevano cambiato di molto gli argomenti da quando frequentavano la parrocchia.
Ma non era lì che avevo cominciato, appena arrivato mi avevano messo a seguire gli studenti, a fare le mappe delle presenze di tutti i gruppi estremisti di sinistra e di destra nell’Università e nelle superiori. Di politica, quando facevo l’università, non mi ero mai interessato. Ora, vestito come uno di quei ragazzi, mi ritrovavo ad ascoltare le assemblee, cercando inutilmente di non farmi riconoscere, che tanto dopo poco capirono che ero sbirro e mi isolarono, alle assemblee non ero più ammesso. Collezionavo volantini, cercavo di ricostruirne il senso, il linguaggio, la forma. Tentavo di riconoscere i più attivi, li “schedavo” come dicevamo allora. È facendo questo lavoro che ho conosciuto Silvia. Era in un collettivo autonomo allo IUAV, poco attiva, distribuiva qualche volantino. Stava con un disgraziato che non studiava e faceva il leader. Sarebbe diventato, anni dopo, un architetto socialista del giro dell’onto, lo presero dentro al tempo di mani pulite, oggi chissà dov’è. Io, di Silvia mi innamorai subito e, strano, non se l’è mai spiegato nemmeno lei, anche Silvia si innamorò di me. Da gennaio ad aprile del 1980 trascorsero i più bei mesi della mia vita fino ad allora: stavo con una splendida ragazza, facevo un lavoro che mi piaceva, quei ragazzi con le loro idee strampalate mi facevano simpatia, cercavo di evitare casini e qualche volta perfino ci riuscivo. L’unico problema è che Silvia, scegliendo me, era stata completamente cancellata dalle vecchie amicizie e ne soffrì molto. Per questo cercavo di starle vicino il più possibile, twitter l’abbiamo inventato noi in quei mesi.
Tutto cambiò il 12 maggio del 1980. Ero in ufficio, la mattina presto, quando come un fulmine si sparse la notizia che avevano ammazzato il mio capo. Io lo conoscevo poco, ero un ragazzo di bottega e lui era molto impegnato in indagini “pesanti”. Ma fu ugualmente terribile, un dolore indicibile. Ricordo che la sera, tornando a casa tardissimo, trovai mio padre e mia madre, assieme a Silvia. I miei vecchi volevano convincermi a mollare la polizia, che non mi preoccupassi, che avrei trovato altro. Li guardai come se fossero pazzi, io da quella mattina avevo un motivo formidabile per restare in Polizia. Molte persone non sono in grado di indicare quando abbiano smesso di essere ragazzi e, per scelta, per necessità o sull’onda di qualche evento siano diventati adulti. Io lo so perfettamente: da quel giorno la mia vita cambiò, cominciai a guardare ad ogni cosa in modo nuovo. Quell’omicidio costrinse tutti a cambiare. Giurammo che avremmo fatto ogni cosa per fargliela pagare a quei bastardi. In realtà non avevo la più pallida idea di quel che volesse dire “fargliela pagare”, a parte ovviamente prenderli. Ma questi non erano semplici delinquenti, non ammazzavano per soldi, o vendette personali, o gelosie. Che significa “fargliela pagare” ad uno gruppo che uccide per politica? Col passare delle settimane mi diedi una risposta, non so dire quanto condivisa dai miei colleghi: occorreva batterli prima politicamente, dimostrare che le loro azioni danneggiavano i gruppi sociali e culturali di cui si sostenevano paladini. Quando fossero stati isolati, li avremmo disarticolati facilmente. Capivo che non era facile per un poliziotto accettare una simile impostazione. Richiedeva una preparazione che non avevamo ed una articolazione della nostra attività che neppure riuscivamo ad immaginare. Io ad esempio non ero consapevole di che cosa mi ruotasse attorno, che cosa generasse quella violenza, che scopo avesse, perché producesse quei morti e perché proprio il mio capo: non capivo. Avevamo dentro tanta rabbia, ma io non sapevo come usarla, sentivo che rischiavo di sbagliare. Silvia, per amore, cercò di farmi capire. Mi spiegava, talvolta giustificava, raccontava di questi suoi ex amici che, da quando si era messa con me, non la salutavano nemmeno più, causandole un grande dolore. Quante volte, in quei mesi, ho dovuto ascoltare le maledizioni di Silvia sulla violenza di noi poliziotti fascisti di merda, guarda cos’avete fatto a Pinelli, siete voi che costruite la violenza, la pianificate e ora vi lamentate. Erano quelli i mesi in cui, ogni mattina, la radio raccontava di sparatorie e ferimenti di uomini della polizia, dei carabinieri, di magistrati, giornalisti ed ovviamente di dirigenti d’azienda. I morti erano ormai un lungo elenco a cui era stato aggiunto il mio capo.
Fui mandato in prima linea, dovevo occuparmi delle fabbriche. Quando chiesi cosa e come dovevo fare, mi dissero che dovevo completare una mappa, fabbrica per fabbrica, delle presenza politiche interne e del lavoro politico e sindacale che veniva svolto dentro e verso le varie fabbriche. Cominciai a frequentare gli uffici del personale, raccogliendo quel che c’era e costruendo spesso da zero.
Ma era un lavoro incompleto, anzi: era solo l’inizio di un lavoro. Perché il problema non era solo sorvegliare chi c’era in fabbrica, cosa del resto difficilissima, perché non avevamo strumenti per farlo. Dovevo soprattutto capire se e che cosa stava maturando in ogni fabbrica, se c’era lo spazio per un gruppo collegato con quelli armati, di che collegamenti si trattava, quali fossero gli argomenti e gli obiettivi, se la violenza avrebbe influenzato a suo favore le dinamiche sindacali e politiche in quell’officina, in quel cantiere, in quegli uffici.
Ma a me mancavano conoscenze e capacità di interpretazione di questioni, soprattutto sindacali, fondamentali.
Fu nell’autunno del 1980 che conobbi Alvise.
Era una persona, lo capii solo più tardi, di cui quelli che contavano davvero nel PCI si potevano fidare. L’avevano incaricato di contrastare l’estremismo nelle fabbriche. Allora il PCI disponeva di una rete di persone, fabbrica per fabbrica, officina per officina, che a quell’uomo della resistenza, col suo prestigio personale, raccontavano tutto quel che succedeva. Raramente sbagliava nel giudicare le persone e mi prese subito a benvolere. Iniziai ad incrociarlo fuori dalle fabbriche, nei bar in cui si fermava nel suo giro mattutino, dove aspettava a fine turno i suoi compagni delle sezioni di fabbrica. All’inizio mi chiedevo chi fosse, perché lo trovavo troppo spesso e non capivo cosa stesse facendo. Quando lo dissi ad un collega molto più esperto di me, lui rise, mi spiegò chi fosse, mi fece leggere la sua scheda in Questura, lunga come credo pochissime altre, e infine ci presentò. Alvise mi disse che aveva capito subito che ero uno sbirro.
“Te spusi de sbiro. Anche mi tuti me conose, ma mi contro quella zente fasso battaglia politica e go una storia, un partito. Ma ti, cussì, fio mio, no ti combini niente e podria essere pericoloso, per ti”. È seguendo i suoi consigli che mi sono trasformato nello sbirro che serviva in quel momento, in quel posto, con l’incarico che io pensavo mi avessero dato. “Ti vol diventar comisario, mi ‘so stà comisario, de brigata, so come se fa!”, e rideva. Mai avrei raccolto la fiducia e le confidenze di operai e quadri sindacali senza la mediazione di Alvise, se lui non mi avesse pian piano riconosciuto, educato, portato per mano a capire. Questo cambiamento fu una scuola di vita per me, su nessun libro era prevista una situazione del genere. Nessuno mi aveva insegnato che cosa fossero un punto di cottimo e gli infortuni in quelle fabbriche e come, a partire dal lavoro politico fra i cottimisti, si potesse arrivare prima a organizzare il salto dei pezzi, poi, magari senza piena consapevolezza, a sabotare la produzione e a partecipare a riunioni di Potere Operaio, poi di Autonomia e infine a dare una mano alle Brigate Rosse. Ho dovuto capire, imparare, studiare, seguire tutte le lotte sindacali, comprendere che cosa mettessero in gioco e su quali consensi, anche i più particolari, si basassero. Che fatica è stata, ma che soddisfazione finalmente riuscire a capire il mondo in cui mi muovevo! Nelle riunioni in Questura, nei sporadici incontri coi magistrati, solo dopo me ne resi conto, quel mio entusiasmo correva il rischio di farmi sembrare supponente, forse un giovane sbirro insopportabile. Avvertivo l’interesse in alcuni, un che di nervoso fastidio in altri. Ero distante dal prevedere che quel fastidio mi avrebbe rivelato l’esistenza di ben altro. Era dei sentimenti manifesti, palesi, che mi preoccupavo quando nel 1979 arrivai in Questura a Venezia, alla Digos. Poi, nell’autunno del 1980 e fino all’estate del 1981, poco alla volta, cominciai a prestare attenzione all’assenza di dissensi o consensi palesi: a quel punto furono i silenzi ad interessarmi. Da dove nascevano quei silenzi? Non capivo, non riuscivo a valutare.
Mi sarei dovuto preoccupare, e molto, del non detto, dell’interesse manifestato fuori dagli incontri ufficiali, delle collaborazioni improvvise ed inaspettate, delle osservazioni apparentemente corrette che bloccavano una cosa che si doveva fare e che in forza di quelle osservazioni riusciva difficile, se non impossibile fare.
“Ma che cosa vuol dire?”
“Ti ghe rivarà da solo, ti capirà. Xe importante che ti ghe riva da solo!”
A forza di respirare l’aria delle fabbriche, poco alla volta, mi ero convinto che le BR avrebbero tentato di forzare sulle lotte sindacali a Marghera e che perciò fosse necessario in primo luogo ridurre il rischio. Mi pareva logico che lo Stato non avesse alcun interesse a che altre, nuove persone si collegassero alle BR, per mille e per me evidenti motivi. Dunque anche noi, che lavoravamo per lo Stato, dovevamo lavorare per tener separati i gruppi della sinistra sindacale, quelli che si erano incistati nel sindacato fuori e dentro le fabbriche, dall’Autonomia e dalle BR e così isolare e sconfiggere i gruppi armati. Voleva dire cercare di capire le dinamiche di fabbrica, lo scontro sindacale, per individuare e fermare tutti quelli che “stavano in mezzo”, quelli che lavoravano per collegare. Quercioli, un esperto ufficiale dei Carabinieri, uno che avevo conosciuto e mi ascoltava con interesse, mi chiese un appuntamento per dirmi che quegli elementi di collegamento erano interessanti anche per noi, perché seguirli ci conduceva a quelli che davvero dovevamo fermare. Stupido io, che non capii allora l’intelligenza e l’ambiguità di quelle parole. Se non avevamo ami per pescarli, dovevamo almeno prosciugare quei tratti di canale in cui i pesci BR nuotavano. Dovevamo cioè capire il senso politico delle azioni armate: dove con un agguato, un ferito o addirittura un morto si mirasse a costruire consenso politico. E dov’erano le condizioni, nella logica assurda delle BR e di chi le fiancheggiava, per costruire consenso? Mi chiedevo, e volevo sapere da Alvise, dove fosse, interpretando la logica che reggeva Autonomia e BR, il luogo dello scontro politico per cercare di capire chi avrebbero colpito, per sviluppare la loro influenza dentro la fabbrica. Commisi l’errore di fare questo ragionamento parlando con Quercioli. Indicai le aziende ed i reparti nelle fabbriche in cui l’organizzazione del lavoro creava i maggiori problemi, in cui si combattevano dure vertenze sugli infortuni ed il meccanismo che legava quantità e qualità del lavoro ed il salario era al centro del conflitto dei sindacati con le aziende: a quei reparti guardava chi aveva scelto la lotta armata per estendere la propria influenza. In relazione a quei reparti, a quelle aziende avrebbero colpito. E feci alcuni nomi, di persone che potevano essere bersaglio proprio perché volevano risolvere i problemi e perciò mediavano e dunque erano antitetiche alla lotta armata: quelle di certo volevano colpire, quelle dovevano essere protette. Mi guardò interessato. Disse che sì, quelli bisognava proteggerli, ci pensavano loro, che non mi preoccupassi. Io, ragazzo di bottega della Questura di Venezia, quel lavoro di protezione, con nessun realismo ed un coraggio da temerario o da pazzo, l’avrei voluto per me. Potevo oppormi ad un ufficiale dei Carabinieri, un uomo esperto e molto considerato? Non eravamo sulla stessa barca? Non correvamo gli stessi pericoli, noi sbirri? Ricordo come ora il momento in cui consegnai l’elenco. “Prego, a lei, non c’è alcun segreto”, gli dissi porgendo il foglio.
Dopo poco più di un mese, a maggio del 1981, il prevedibile accadde e fu irreparabile.
Allora io capii. Fu come un lampo per me. E capii perché Alvise voleva che io ci arrivassi da solo. Perché se me l’avesse detto lui, io, sciocco giovane servitore a tutto tondo dello Stato, non avrei creduto. Quella mancata protezione, quell’offrire un Agnello sacrificale, a cui seguirono il lutto cittadino, i funerali con tutte le autorità, quel cordoglio generale, servivano. Ma non a salvare lo Stato, che non era affatto in pericolo. Servivano alla lotta politica in Italia, servivano per un progetto politico che di quel sangue, come dell’altro che in quei mesi veniva versato in mezza Italia, aveva bisogno. Ecco quel che dovevo capire e che tardi capii. Ne parlai a lungo con Silvia ed Alvise. Lei finalmente cominciava a capire e lui, pur stremato e distrutto per quel prevedibile ed inevitabile disastro, era nient’affatto convinto di dover accettare senza resistere quel disegno politico.
Fu straordinario quel che accadde in quel maledetto luglio. Si sparsero voci su una mia militanza nel PCI, sul fatto che fossi organico a quel partito. Io all’inizio ne ero inconsapevole, fu sempre Alvise ad avvertirmi.
“I te vol sputanar, i te tajerà fora. ‘Stè vosi vol dir che i ga da far porcherie, forse per salvar qualchedun e noi vol rompicoioni. No sta far il mona, non ti ga niente per resister. Solo i ani te ‘iuta. Ti ga il tempo che stì altri noi gà. Più che te te smeni, più i te fa fora. Sta bon! Scoltime, domanda de lassar la Digos!”.
Lasciare la Digos? Ma che follia era quella? Star buono? Ero una belva, tutto dovevo fare meno che star buono!
Quella che avrei voluto fosse una brillante carriera si arenava, tutto il mio lavoro veniva reso inutile o, peggio, era stato utile a raggiungere scopi inconfessabili ma ormai chiarissimi.
Erano gli ultimi giorni di luglio quando mi convocò il Questore.
Ricordo quel colloquio come la cosa più dura della mia vita. Mi disse che venivo trasferito immediatamente a Grosseto. “Come scusi, signore. Non ho capito”, gli dissi.
“Tonelli, lei ha capito benissimo. Questa è una mia iniziativa. Ho scelto io così. Mi creda, è per il suo bene.”
Per il mio bene? Cominciai a gridare come un pazzo, dissi che lasciavo la polizia, che nulla di quel che era successo mi era imputabile e che sapevano benissimo che anzi se mi avessero ascoltato … Sragionavo. Mi fermò con autorità. Ricordo come ora:
“Tonelli, in questa Questura abbiamo già avuto un morto. Io sono qui per proteggere i miei uomini, so quello che faccio. Non voglio vincere questa guerra versando il sangue dei miei uomini. Vada subito a Grosseto, è un ordine. Fra qualche tempo, quando sarà cresciuto, mi ringrazierà.”
Anni dopo gli scrissi per ringraziarlo.
Andai a casa con l’animo gonfio di lacrime, chiamai Alvise per dirgli che me ne andavo, lui mi disse “Per fortuna!”, me lo ricordo bene. Anche Silvia fu sollevata e decise subito di accompagnarmi in quello che consideravo il mio esilio, avrebbe completato gli studi andando su è giù da Grosseto a Venezia: era il suo modo per proteggermi, si costrinse ad una fatica che è ancor oggi il principale pegno dell’amore che provo per lei. A ripensarci oggi, è evidente che Alvise e Silvia pensavano che il prossimo nella lista della BR venete potevo essere io. Quando istruirono i processi venne fuori una scheda dettagliata su di me, su Alvise, un accenno a Silvia: dove abitavamo, che abitudini avevamo, con chi avevamo rapporti. È andata così, inutile farsi domande su quel che poteva succedere.
Parcheggio all’ultimo piano di piazzale Roma. Sento il profumo del mare che sale fin quassù. Scendo, vado a piedi fino a casa di Alvise, mi piace passeggiare veloce per Venezia.
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