• Pubblicato il 10 aprile 2013
Bolom na Bolom 2

LE PELLI DI CARNEVALE di Porfirio Morrison Trejo

Traduco da “Leyendas del inframundo maya” di Porfirio Morrison Trejo questo racconto, che bene illustra il mondo magico dei maya choles.

Tumbalà, in Chapas, è un bel posto che colma il nostro piacere di contemplare, coi suoi paesaggi imponenti e satura il nostro spirito sedentario di avventure e misteri, con le sue leggende di formazione arcaica, addensatesi nelle menti degli antenati. Il ripetersi di coincidenze, la poderosa forza della suggestione e gli echi estranei, ai quali non si dava soluzione, hanno dato vita a leggende che, in forma di racconto, si sono venute tramandando di padre in figlio. I carnevali degli indigeni di lingua chol di Tumbalà si celebrano con tamburi, flauti e gusci di tartaruga, che vengono percossi con bastoncini, oppure con raspe simili a quelle con cui si sgrana il mais. I protagonisti di queste feste, a volte, si vestono da donna, con la gonna nera e le bluse bordate di vari colori, altri da uomini con camicia e pantaloni bianchi impeccabili ed i loro sombreri, abbelliti da listoni vistosi. Infine altri se ne vanno in giro coperti da pelli di animali, come giaguari, o felini di montagna, scimmie e con qualunque pelle trovino. Così coperti se ne vanno per le vie e le borgate, ognuno ballando alla sua maniera.

Uno di questi carnevali ha dato origine a questa storia. Una volta i “doppi” erano molto diffusi e venivano chiamati “nahuales”. La maggior parte degli indigeni ne aveva uno in forma di un qualche animale, soprattutto il giaguaro, perché è il pericoloso e terribile.

Successe che due fratelli se ne andassero verso casa in forma di giaguari, dopo una sorta di “scorreria” per la montagna. Si separarono, perché non vivevano assieme, ma il minore decise di proseguire da solo ancora un po’, prima di riprendere la sua forma umana per tornare a casa.

Spinto da questo desiderio, si avviò nuovamente verso le montagne e dopo un poco si sentì uno sparo. Istantaneamente una pallottola gli attraversò la testa. Fece un salto tremendo prima di cadere fulminato.

Il cacciatore, dopo averlo trovato, si accertò che il giaguaro fosse morto e, dopo averlo appeso ad un albero, lo scuoiò, per prendergli la magnifica pelle. Se ne tornò molto contento a casa, dove mise la pelle in tiro con delle stecche per asciugarla e, con molta cura, tolse ogni più piccolo pezzettino di carne rimasto attaccato. Voleva infatti usare la pelle durante il carnevale ormai prossimo.

Arrivò finalmente il giorno tanto atteso e, con la pelle ancor fresca, si diresse al villaggio in cui c’era la festa. Là si incontro con altri componenti dell’allegoria carnascialesca e, dopo aver bevuto della buona grappa per entrare in atmosfera, cominciarono a danzare al ritmo di tamburi, flauti e gusci di tartaruga.

Il fratello del giaguaro ucciso era venuto alla festa in forma umana ed osservando quelli che danzavano coperti da pelli di animali, riconobbe immediatamente quella del fratello. Un dolore improvviso e fortissimo lo colse, comprendendo quel che era successo: involontariamente una lacrima gli solcò una guancia.

Con quel fratello aveva trascorso molto tempo ed era venuto a capo di molte avventure, in innumerevoli occasioni. Provava una immensa tristezza ed amarezza a saperlo morto. Si mise ad osservare da lontano la danza, quasi immedesimandosi e, così facendo, fissò nella mente le sembianze dell’uomo che portava la pelle del fratello. Si allontanò lentamente dal villaggio, pensoso.

Quando la sera cessarono le danze, quello che portava la pelle del giaguaro fece sei grandi salti, dando così il segnale che per quel giorno la festa era terminata.

Piegò la pelle con molta cura. Era pieno di regali, come grappa, carne ed altre piccole cose, che è d’uso donare a quelli che indossano le pelli di animali per indurli a ballare. L’uomo si dispose a lasciare il villaggio per tornarsene a casa tranquillamente. In un passaggio del sentiero, l’uomo che aveva pianto aspettava pazientemente, ben nascosto. Quando vide arrivare quello che indossava la pelle, il protagonista del carnevale, uscì sul sentiero e simulò un incontro casuale. “Dove vai?”, gli chiese amichevolmente. L’altro gli rispose che ritornava dalla festa e che stava andando a casa. “E quella bella pelle, dove l’hai comperata?”, chiese di nuovo il primo. “Non l’ho comperata, rispose l’altro. Ho avuto la fortuna di uccidere un magnifico giaguaro tre giorni or sono e, nonostante sia fresca, ho voluto indossare la pelle già oggi”. “Hai avuto fortuna ed ora te ne vai a casa, non è così?”. “Proprio così. Guarda: ho grappa e carne che mi hanno regalato, vieni ad assaggiarle!”. “Bene, disse l’altro, ma allontaniamoci dal sentiero, qui passa molta gente e non mi piace che ci guardino mangiare.”

Terminato questo breve dialogo al’apparenza come buoni amici che però prima non si conoscevano, si infrattarono un poco nella foresta e giunsero ai piedi di un grande albero. Qui, quello che aveva la carne, posò la pelle di lato ed il fazzoletto in cui aveva avvolto il cibo per terra, assieme alla fiasca della grappa. I due si sedettero e bevvero un buon sorso di grappa. Ciacolarono animatamente, mentre erano intenti a mangiare la carne, fra un sorso e l’altro di grappa.

Quando furono sazi, quello che aveva invitato cominciò a raccogliere le sue cose e, quando si girò cercando con lo sguardo il suo compagno, questi scomparve, lasciando al suo posto un giaguaro imponente, che lo aggredì senza dar tempo al tempo, gli spaccò la testa con la sua forza fuori dal comune e gli cavò le cervella. Dopo affondò i suoi artigli nel petto di quello sventurato e gli tolse il cuore, che fece a pezzetti. Quand’ebbe finito di far tutto questo, tornò alla sua forma umana e mischiò le cervella coi pezzi di cuore e la carne che era avanzata dalla gran mangiata che avevano da poco terminato di fare. Subito dopo, col machete dell’altro, tagliò le dita dei piedi e delle mani del cadavere ed anche queste le mischiò con le altre. Dopo che ebbe fatto tutto questo, si mise il sombrero del morto e, carico delle altre cose di quello, come la borsa, il machete e la pelle, riprese a salire il sentiero.

La sua faccia, nel fare tutto questo, era andata assumendo le sembianze di quella della sua vittima, fino a somigliarle completamente.

Diresse i suoi passi, veloci, verso la casa del morto, perché prima d’ammazzarlo aveva avuto la precauzione di accertarsi su dove vivesse, quell’infelice, con la moglie e due bambini.

Arrivò quando la sera iniziava a inondare con la sua luce radente le montagne. Entrò in casa e simulò naturalezza. Si tolse il sombrero e chiese dove posarlo. Questa domanda parve strana alla moglie, che gli indicò dove posarlo e gli chiese come mai se ne fosse dimenticato, ma sentendo l’odore della grappa che aveva bevuto, pensò che fosse ubriaco. Lui, invece di rispondere, le consegnò le carni che aveva avvolte nel fazzoletto di tela e subito dopo mandò i due bambini a prendere della legna per il fuoco.

Quando i due bambini furono usciti, chiamò a se la moglie e la possedette carnalmente.

Quando ebbe terminato il congiungimento, lei iniziò a sospettare qualcosa di strano, visto che conosceva intimamente il marito e aveva notato un cambiamento, una differenza che la allarmava. Tuttavia dissimulò questo stato d’animo e si mise a preparare una minestra di chile, acqua e sale che il marito le aveva chiesto. Mentre lui mangiava rientrarono i bambini. Il minore aveva un rapporto speciale col papà, era solito abbracciarlo e dormire nell’amaca con lui. Quando il bambino si avvicinò all’amaca, l’uomo ne comprese le intenzioni e, per allontanare sospetti da lui, decise di assecondare il piccolo, lo accolse con se e lo aiutò a prender sonno. Poi, l’alcol e l’eccesso di cibo ebbero la meglio anche su di lui, e s’addormentò.

Mentre l’uomo dormiva, la donna svolse il fazzoletto che conteneva la carne e provò profondo orrore nel vedere le dita umane, miste a cervella, pezzi di cuore e di carne. Nello stesso momento, il bambino che dormiva fra le braccia del padre si svegliò e disse alla madre. “Sack sack tsutsel tatà”, che in lingua maya significa: “Quanto cresce il pelo a papà!”. Lei allora, pur stupefatta ma conservando lucidità, comprese il grande pericolo, si avvicinò al piccolo e, facendo segno di far piano e nessun rumore, per non disturbare il padre, gli disse di scendere dall’amaca. Il piccolo obbedì, lei lo prese in braccio e, tenendo l’altro per mano, uscì senza far rumore dalla casa. Si fermò un momento e, con un lazo che aveva preparato, legò la porta da fuori, per bloccarla. Fatto questo, prese i bambini e spiegò loro che quella notte dovevano viaggiare, sarebbero tornati l’indomani a casa. Si allontanarono da casa illuminando il sentiero con una fiaccola di pino resinoso, che la donna aveva preparato.

Stavano imboccando in sentiero principale, quando, come un segno della provvidenza, incontrarono un gruppo di uomini, fra i quali un compare di nozze. La donna si affrettò a raccontargli quel che era successo, i suoi sospetti e di come gli era stato mancato gravemente di rispetto. Il compare, udito tutto questo, decise di andare assieme agli altri uomini a vedere chi fosse l’uomo che, facendo quelle cose, aveva spaventato la donna. Con determinazione chiesero alla donna di accompagnarli e quella, che aveva già dato prove di freddezza, acconsentì e presero di nuovo la strada di casa.

Mentre si avvicinavano, iniziarono a sentire ruggiti, che come onde si propagavano nella selva. Prepararono allora le loro armi e continuarono ad avanzare fino alla casa, dentro la quale si sfogava la furia di un animale che si dibatteva terribilmente per uscire. Diressero la luce delle lanterne verso la porta e videro che iniziava a cedere. Allora puntarono i fucili in quella direzione e, quando la porta cedette con un violento schianto che la mandò a fracassarsi lontano, una scarica serrata di spari riempì l’aria. Le pallottole colpirono il petto e la testa di un giaguaro dalle dimensioni fuori dal comune, che cadde fulminato istantaneamente, con un ultimo ruggito impressionante, che riecheggiò nella selva.

Dopo essersi prudentemente accertato che la bestia fosse davvero morta, il compare manifestò il desiderio di tenersi la pelle. La donna disse che non c’era problema, perché lei ne aveva una altrettanto grande. Quando lo scuoiarono e confrontarono le pelli, si resero conto che erano quasi uguali. Vedendo così fresca la pelle portata dalla donna, ne chiesero la provenienza e, sentito il racconto, tutti compresero come davvero erano andati i fatti e che le dita ed i pezzi di cuore, come le cervella, erano una sorta di eccitante che serviva all’uomo per trasformarsi in giaguaro e viceversa. Se la vicenda si era conclusa senza ulteriori vittime, il merito era di quella donna coraggiosa e serena.

Il compare decise che quella pelle, che all’inizio aveva pensato di usare nel carnevale dell’anno successivo, lui non la voleva più. La lasciò nella casa, tirata con le stecche per farla asciugare.

Mentre albeggiava, gli uomini aiutarono la donna a raccogliere le sue cose per andarsene da quella casa. Il compare le propose di venire ad abitare da lui, mentre le costruiva una nuova casa non lontano da quella in cui aveva vissuto col marito. Lei però rifiutò, si sarebbe fermata da lui per una sola notte, poi sarebbe andata dai suoi parenti che abitavano in un villaggio più lontano, allontanandosi da quella casa che tante amare esperienze le aveva dato.

I mesi si successeero e, alla fine del nono, la notizia si diffuse prima con timidezza, poi come sempre, presto o tardi, si venne a sapere e non passò molto tempo che circolasse apertamente.

Quella povera donna, che era diventata vedova in modo così terribile, aveva partorito un mostro, una creatura abominevole, metà bestia e metà umana. Un essere che aveva il viso di una persona e le zampe di un orso. Il corpo, per quanto di forma perfetta, aveva un vello nero, con delle macchie a forma di fiore.

Per un disegno del destino, questo prodotto di una copula infernale morì e quando successe venne meno anche la madre, perché nel partorirlo le si erano lacerati gli organi interni.

 


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  • Pubblicato il 23 marzo 2013
Chiesa e sagrato di San Juan Chamula

Sciamani e santi a San Juan Chamula

Sulle colline che circondano San Cristobal de las Casas, nell’altopiano centrale del Chapas, sono insediate due diverse e grandi tribù indigene di chiare origini maya, i Tzotzil ed i Tzeltal. Queste tribù contano decine di migliaia di persone ed a loro volta si compongono di gruppi diversi, con tradizioni proprie.

I Chamula Tzotzil sono uno di questi gruppi e vivono nella zona a nord-ovest di San Cristobal, dispersi in fattorie e ejidos, che sono terreni comuni di uso pubblico, nei quali alle famiglie viene assegnato uno spazio per coltivare e costruire la casa. Il loro centro abitato più importante e conosciuto è San Juan Chamula. Parlano una lingua che deriva direttamente da quella degli antichi maya e per secoli sono stati usati dagli europei, sia come schiavi che come lavoratori salariati, per le piantagioni di caffè e zucchero.

Oggi, crollato il prezzo del caffè e meccanizzata la coltivazione della canna, è difficile trovare un lavoro stabile. Molti maya degli altopiani del Chiapas hanno perciò iniziato a spostarsi verso Città del Messico e gli Stati Uniti. Sono piccoli di statura ma non piccolissimi, la pelle scura e neri gli occhi, bellissimi nelle donne, che ne hanno cura. Hanno tratti forti, decisi, le donne molto graziosi, talvolta così belli che nemmeno la fatica e la povertà riescono a piegarli. I maschi portano abitualmente giacche di pelle di pecora nera, con la lana lunga ma curata. Le chiamano chuj, dal nome della tribù maya Chuj del Guatemala, che le produce e vende ai Chamula. Le giacche nere vengono ornate nei giorni di festa con nastri colorati. Circolano anche giacche bianche di pelle di pecora, che indicano particolari e rilevanti funzioni sociali. Indossano pantaloni normalissimi ed adatti ai lavori che fanno, di cotone bianco o jeans. Quasi tutti portano un cappello, che tengono rispettosamente in mano in chiesa e nelle cerimonie.

Con la stessa pelle di pecora le donne si fanno le gonne e vestono uno xuipil, una blusa da loro ricamata con i disegni prevalentemente geometrici ed i forti colori della tradizione, che però nel corso dei secoli, ed anche degli ultimi decenni, si è molto evoluta. Ad esempio oggi le bluse vengono realizzate su una base di raso, che chiamano satin, con una fitta tessitura di ricami. Poiché è un lavoro estremamente complesso e se fatto a mano nella maniera tradizionale richiede almeno due mesi, non tutte possono permetterselo ed allora accorciano i tempi usando le vecchie macchine per cucire della Singer. Il satin venne conosciuto dalle donne Chamula quando alcuni missionari evangelici iniziarono a frequentare il villaggio, nel secolo scorso. Una fascia in lana, di colore uniforme, generalmente marrone, avvolge i fianchi ed il ventre delle donne sopra la blusa e viene fissata tendendo le frange. Infine uno scialle o un mantello, lavorato a maglia o tessuto a mano da loro stesse, molto elegante, di lana o cotone a seconda delle stagioni, di colore viola nelle più varie sfumature, avvolge le spalle. Scialle e mantello vengono usati anche per portare con se i bambini più piccoli e quando il sole è alto e forte nel cielo, piegati, coprono la testa.

La lana non era conosciuta dai maya, che non avevano pecore. Gli spagnoli non conoscevano il cotone ed i maya insegnarono loro a coltivarlo e tesserlo. Lo scambio è stato molto vantaggioso per i Chamula, che vivono a 2260 metri d’altitudine, in una zona molto umida, nella quale in inverno sono frequenti le gelate. Con la lana sostituirono le pelli di coniglio con cui si coprivano quando arrivarono i conquistadores.

Sono gente fiera e sia i Tzotzil che i Tzeltal sono stati protagonisti, nei secoli ed anche oggi, fino ed oltre la Guerra delle Caste, di una forte resistenza al potere degli spagnoli e dei bianchi.

San Juan Chamula è conosciuto per il sincretismo religioso di quanti si recano della chiesa principale del villaggio, per chiedere salute e buona sorte.

Attirato dalle molte cose lette prima e durante il viaggio, e tenendo in buon conto i consigli ricevuti a Na Bolom sulle regole di comportamento per gli estranei nel villaggio e soprattutto in Chiesa, sono arrivato a San Juan Chamula la domenica mattina presto. È infatti giorno di mercato e dalle fattorie, dagli ejidos e dai villaggi vicini, i Chamula ed altri Tzotzil vengono a rendere omaggio a San Juan Bautista e chiedergli particolari grazie.

Non conosco le ragioni storiche per le quali questo santo è diventato così importante per i Chamula-Tzotzil. Andando verso il villaggio si nota però che le colline sono molto verdi e ben coltivate ed a vedere verdure e frutti che le donne offrono al mercato si intuisce che la terra deve essere buona ed i campesinos capaci. Deve essere l’acqua la chiave: San Juan Bautista usava il Giordano per battezzare le persone ed i Chamula vivono in abbondanza d’acqua e con una notevole umidità nell’aria. Coltivando la terra, conoscono il valore dell’acqua e la sua relazione con la fertilità. Il villaggio, inoltre, sorge alla confluenza di due torrenti e può essere che in epoca preispanica il luogo fosse usato per riti legati all’acqua ed alla fertilità. Nel passaggio al cristianesimo i maya Tzotzil sostituirono certamente uno dei tanti dei del loro pantheon con San Juan Bautista ed è possibile che proprio la dimensione sacra della loro relazione con l’acqua spieghi questa scelta. Del resto, anche la città di San Cristobal de las Casas è dedicata ad un santo d’acqua, Cristoforo, un gigante che traghettò, con enorme fatica, oltre un fiume un bambino che, alla fine, gli rivelò d’essere il Cristo.

Il sincretismo dei Chamula si manifesta nell’evidente mescolanza di culti antichi e nuovi che caratterizza la religiosità di questa gente. Nella grande chiesa di San Juan e nei riti che vi compiono si manifesta il cuore del sentimento religioso dei Chamula. In chiesa non si fanno messe e gli oggetti che si trovano all’interno del tempio sono solo in parte quelli comuni nelle chiese cattoliche. Ad esempio non vi sono i banchi e l’altare, mentre sono ben 46 le statue che ritraggono i santi e la Vergine di Guadalupe, cui si aggiungono un Gesù bambino e due crocefissi. Esiste ovviamente la fonte battesimale: non poteva mancare in un tempio dedicato a San Juan Bautista. La domenica i nati nel corso della settimana vi vengono condotti dai padri, che così li riconoscono come propri davanti a tutta la comunità. Quando ho visitato la chiesa ho assistito a molti battesimi officiati semplicemente, uno di seguito all’altro, da un prete di chiare origini indigene, con le modalità tipiche della tradizione cattolica.

I riti che si svolgono in chiesa e le manifestazioni di religiosità esterne al tempio non si possono fotografare. Ci sono testimonianze di reazioni anche violente dei Chamula ogni qual volta scoprono qualcuno intento a fotografare o filmare nonostante il divieto. La spiegazione che frequentemente viene data del divieto è che, ai fedeli, sembra che essere fotografati tolga loro l’anima. È una espressione che va capita, non banalizzata, per almeno due motivi. Il primo è che una foto di un atto di fede difficilmente riesce a restituirne le ragioni profonde. Perciò vederla consente raramente, o quasi mai, di capire. Si risolve solamente in un’impressione fugace e nello stupore di chi guarda, mentre chi si ritrova ritratto sente tradite le proprie ragioni vere. Per questo quelle foto non mostrano l’anima e, non mostrandola per quello che è, la tolgono a chi invece vive la fede intensamente. L’intensità di un sentimento umano si accompagna sempre ad una complessità di motivazioni e solo pochi grandi fotografi riescono a restituire con una immagine sentimenti complessi, nel contempo rispettando chi è soggetto della foto. Conosco solo Danilo De Marco capace di farlo. Il secondo è che i riti che si svolgono dentro la chiesa, pur avvenendo in un luogo comunitario, assorbono moltissimo le persone che li compiono e traggono motivazione da fatti e problemi personali, come malattie oppure una buona sorte cui si aspira. Fotografare una persona in un simile momento può essere anche una violenta intrusione nella sua sfera individuale. Ciononostante, a corredo di questo scritto, si trovano, realizzati da altri, un filmato ed alcune foto rintracciabili sul web, dunque di pubblico dominio. Servono a rendersi conto visivamente di quanto qui descritto ed interpretato. Il pericolo vero è che queste manifestazioni di fede siano trasformate in folklore ad uso dei turisti, come le danze tribali degli indigeni nordamericani delle riserve, perciò non capite.

Per accedere alla chiesa si paga, in una sorta di ufficio turistico comunale, una autorizzazione all’entrata, fissata in 20 pesos, poco più di un euro.

Un muretto delimita il grande sagrato della chiesa, che occupa poco più della metà dello zocalo di San Juan. In corrispondenza con l’entrata principale del tempio, un arco interrompe il muretto ed immette sul sagrato. È qui che si riuniscono i mayordomos e le martomas. I primi sono capifamiglia maschi, riuniti in una specie di società cui è delegata una “guardia” del Santo. Portano alla cintola dei bastoni, che simboleggiano il loro potere sociale. Similmente, le seconde badano ad “accudire” il Santo, pensano a quelle che considerano sue necessità. Dopo aver disposto i mayordomos in fila orizzontale ed il volto rivolto alla chiesa la nuca scoperta ed il cappello in mano, el jefe, il loro “capo”, pronuncia una sorta di giaculatoria nella lingua locale, con la quale conferma la devozione a San Juan e ricorda i meriti acquisiti, sostanzialmente così autorizzando le richieste di aiuto formulate dalla gente del villaggio.

Completata questa lunga cerimonia, alcuni si avviano verso la chiesa, altri si disperdono nella piazza dove salutano i conoscenti. I primi entrano nel sagrato, al centro del quale sta una grande Cruz verde, alla quale è legato un ramo di pino. Attorno allo zocalo, in più punti, si trovano altre croci verdi, a gruppi di due ed in un caso, di tre, mentre quella al centro del sagrato è sola. Sul lato sinistro della chiesa c’è un giardino molto curato, pieno di fiori ed uccelli. Oltre il giardino, sul retro della chiesa, un grande spazio vuoto serve da magazzino all’aperto e vi sono accatastate decine di croci verdi.

Alcune famiglie, credo soprattutto quelle che provengono da villaggi vicini, portano nel sagrato cibi e bevande. Qui si trovano già tavoli e sedie. È un luogo di incontro, usato anche per pranzi famigliari e comunitari durante molte feste, soprattutto le tre principali: quella di San Juan dal 22 al 24 luglio; quella di San Matteo, dal 19 al 21 settembre ed il carnevale. Ma le ricorrenze di molti altri santi, le cui statue sono conservate dentro a delle teche nella chiesa, sono occasioni di festa durante l’anno a San Juan Chamula. Sul lato destro del sagrato, per chi guardi la chiesa, c’è un grande e solido gazebo, sotto il quale si esibiscono le orchestre durante le feste. Rigorosamente fuori dal perimetro del sagrato, ma adiacenti al muretto che lo delimita, ci sono alcuni piccoli chioschi che preparano cose essenziali da mangiare e bere e le passano oltre il muretto alle persone che le richiedono e che si sono sedute ai tavoli rossi della Coca Cola predisposti dai proprietari dei chioschi. Due mariachi, con chitarra e fisarmonica, allietano il pranzo delle famiglie con il loro classico repertorio romantico messicano.

A dar retta alle date dipinte sulla facciata, si iniziò ad edificare la chiesa nel secondo-terzo decennio del cinquecento, cioè a pochi decenni da quel 12 ottobre 1492 in cui Colombo scoprì l’America. Un restauro è terminato da pochissimo, nel 2012.

La chiesa è molto semplice e bella, bianca di calce, ma piena anche di colori e simboli che, se interpretati, predispongono a quel che si potrà trovare all’interno.

Il grande portale sormontato da un semicerchio è rinchiuso dentro ad un arco a tre fasce progressive: la prima a fondo verde, la seconda blu, la terza verde.

Simboli maya sul portale di San Juan Chamula

Lo stesso arco a tre fasce avvolge un balcone che sta sopra al portone, dal quale durante le feste ci si può affacciare. Ai lati del portale, due nicchie verdi a destra e due a sinistra. Infine, nella parte alta della facciata, trovano spazio tre campane e, in cuspide, un’unica croce cristiana ha alle spalle un globo in ceramica verde. Altri elementi decorativi in ceramica segnano ulteriormente la facciata. Scritte ricordano lavori avviati nel 1522 e conclusi nel 1524 ed un recente restauro.

Nelle decorazioni dell’arco a tre fasce è continuamente riprodotta la croce maya a forma di X, che è molto frequente nel Palacio di Palenque, con funzioni di varco nei muri per poter vedere oltre; e a Uxmal, utilizzata nelle decorazioni del Cuadràngulo de las Monjas.(foto qui sotto)

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Ho cercato di fissare le dimensioni dell’edificio, contando i passi necessari per arrivare da un limite piano fino ad un altro e su base proporzionale per l’altezza. Mi sembra che la facciata sia larga 15 metri ed alta 18. All’interno, dal portale fino ad arrivare al limite estremo dell’abside, ho contato 32 passi e perciò altrettanti metri: 25 per la navata e 7 per l’abside. L’altezza massima è inferiore a quella della facciata: al punto massimo, 15 metri. È insomma un edificio semplice e ben proporzionato, delle dimensioni di molte delle nostre chiese parrocchiali di paese. All’interno la luce naturale proviene solo da due importanti finestroni sulla parete destra, per chi sia di fronte all’abside. Migliaia di candele, molte attaccate al pavimenti ed altre sopra tavolini in corrispondenza dei santi cui si chiede intercessione, creano una atmosfera particolarissima nella chiesa.

Dentro, sulla destra, si incontra subito la fonte battesimale, separata e protetta dal resto della chiesa per mezzo di una piccola balaustra. Dall’ottavo passo in poi inizia una sfilata di statue di santi rinchiuse in 15 teche in legno e vetro. Sul fondo, sul lato destro prima che inizi l’abside, vi sono altre tre teche. Nell’abside, da destra a sinistra, nel primo dei tre piani di una struttura in legno che, con quattro colonne per piano, crea tre spazi, sono collocate tre teche: la prima a destra contiene la statua di San Juan Minor, che interpreto essere l’apostolo ed evangelista Giovanni. Al centro c’è la statua di San Juan Bautista ed a sinistra un crocefisso. Questo crocefisso ha una particolarità: la corona di spine è sostituita con una di mais. Il mais era sacro ai maya, che credevano che gli uomini fossero stati generati dal mais. Il Cristo con una corona di mais è una sintesi straordinaria di due mondi. Uno dei simboli della sua sofferenza ed umiliazione, la corona di spine, è sostituito con un simbolo di vita, cibo, fertilità (i semi). Quel mais, lo si voglia o no, finisce per alludere alla resurrezione ed è un segno di speranza su quel corpo straziato e sofferente. Chi ha posto quella corona di mais sul capo del Signore ha compiuto un gesto di straordinario rilievo culturale: c’è da chiedersi quanto ne fosse consapevole. Sulla parete di sinistra dell’abside un Gesù bambino è dedicato al Sacro Nome di Cristo.

Uscendo dall’abside, sulla sinistra, sopra ad un sarcofago che contiene un corpo alla cui identità non si riesce a risalire, ecco un altro crocefisso, questa volta tradizionale. Poi, sulla parete di sinistra della navata, che non ha finestre, ecco diciotto teche che contengono ventuno statue di santi e della Vergine. Nella parte finale della parete sinistra della navata sono accumulati oggetti e strumenti da utilizzare nelle processioni, come le portantine nelle quali inserire le teche dei santi durante le processioni.

Le statue lignee dei santi sono “vestite” con cura, quasi sempre al di fuori di ogni richiamo all’iconografia ufficiale cattolica. E’ un fatto molto comune nelle chiese messicane, anche fuori dal Chapas. Del resto, succede anche in Italia di trovare ad esempio madonne riccamente vestite. Particolare è invece che i capelli e le ciglia di queste statue siano veri, umani, forse dono di qualche donna o uomo che ha visto esaudite le preghiere, specie di ex voto. Quel che colpisce in queste statue è che alcune sono mutile, o scheggiate. Pare che, fino a non molti anni or sono, non fossero protette dalle teche. Erano così esposte all’ira dei fedeli che, avendo molto invocato una grazia da quel santo, non avendola ottenuta, sfogavano contro la statua la loro delusione. Le statue nelle teche della navata, che sono collocate ad altezza d’uomo, portano sul petto uno specchio, nel quale chi prega, invoca o anche solo guarda la statua del santo può riflettersi. Alcuni affermano che questi specchi sarebbero in continuità con antichi culti, ma c’è da chiedersi come i maya storici potessero avere specchi, a meno che non fossero lamine d’argento, di cui però non si trova traccia fra i reperti archeologici né notizie nei testi di storia ed antropologia. Vedo comunque questa cosa per la prima volta in un tempio cristiano e si presta a molte interpretazioni. La più ovvia è che, scorgendosi riflessa, la persona che invoca il Santo senta di essere presa in considerazione e sia spinta a pregare ed invocare con ancor maggior fervore. Questa però non è una spiegazione, ma una reazione. Può essere che quegli specchi siano stati messi casualmente sulle statue, oppure per favorire quella reazione. Ma quali idee possono aver generato gli specchi? È la materialità dell’atto di pregare che rimanda lo specchio, non la voce orante, non il pensiero, non la dimensione immateriale che pure è presente nel fedele che prega ed invoca. Che significa invocare un santo? “Lascia San Juan che il mio povero spirito si accompagni al tuo e mostragli la via per ascendere a Dio, che tu conosci bene: io devo invocare salute per mio figlio”. Si chiede al santo di essere accompagnati presso Dio e raccomandati a Dio. Credo che quegli specchi significhino “Lascia qui tutto ciò che di materiale c’è in te”. “Guardati umano per ricordarti che devi andare oltre la tua dimensione umana: devi transumanare”, per dirla con Pasolini.

C’è un ulteriore aspetto relativo alle statue dei santi che appare significativo: le statue contenute nelle teche della navata sono trentasei. Non credo che il numero sia voluto, anzi lo escluderei. Penso piuttosto che siano opera di famiglie e di qualche sorta di confraternite (forse i mayordomos e le martomas). Ma quel loro avvolgere la chiesa assume, forse involontariamente, un carattere particolare, sembra quasi che una corona di santi osservi le persone che rivolgono le loro preghiere a San Juan inginocchiate o accovacciate sul pavimento coperto di aghi di pino.

Il soffitto della chiesa è a capanna, con capriate in legno fatte di tronchi grezzi di alberi locali, probabilmente pini, vista la particolare venerazione cui quest’albero è soggetto da parte dei Chamula. I tronchi, non troppo grossi, sono curati e resi eleganti dalla muratura bianca di calce che sorreggono. Al soffitto sono appese quattro “quinte” in tela floreale, quasi teatrali. Una è anche nell’abside. Infine il pavimento è coperto da piastre in gres, probabilmente italiane.

Le teche di destra e sinistra arrivano alla stessa altezza, dalla quale in poi, in direzione dell’abside, il pavimento è ricoperto di aghi di pino ed è questo il luogo delle devozioni.

Dentro San Juan

Perché i Chamula coprono di aghi di pino il pavimento della chiesa? Moltissime possono essere le ipotesi. Il verde è un colore importante per i maya, basta pensare alla Cruz verde. Dunque, coprire di agli di pino il pavimento può avere la funzione di purificare il pavimento dopo che vi si sono svolti riti che riguardano gli uomini e le loro malattie. Ma il verde è anche il colore che i maya associano alla terra, perché è verdissima ed è il luogo che è stato loro destinato. La relazione terra-cosmo (degli uomini con il divino) e terra-inframundo (degli uomini con la morte) poggia solidamente sulla terra. Interpreto perciò quegli aghi come la riproposizione della dimensione terrena dei Chamula. È come se dicessero “È da questa terra, nella quale siamo comunque solo una parte e nient’affatto i dominatori, che noi ti preghiamo, Giovanni Battista, Giovanni dell’acqua sacra, apportatrice di vita”.

Dentro la chiesa sia quanti si rivolgono direttamente ai santi che quanti chiedono ad un curandero o a una curandera di farlo per loro, per prima cosa rendono omaggio al santo recandosi nell’abside. Poi compiono i riti del fuoco. Davanti alla teca con la statua del santo che si intende invocare oppure nella navata, rivolti verso San Juan, si scostano gli aghi di pino e sulle piastrelle del pavimento si iniziano a collocare molte candele, in file orizzontali. I ceri sono di diverse altezze, di diversi spessori e di diversi colori e le file sono omogenee: la più vicina al santo è fatta solitamente di candeline fini e bianche, mentre nelle file successive tendono ad ingrossare ed ad essere più lunghe, per poi ritornare fini e corte quanto più ci si avvicina al curandero o alla persona che provvede per se o i suoi cari al rito. I colori delle candele variano a seconda che il rito sia per invocare salute, per scacciare la mala sorte o in morte di un defunto del quale si raccomanda l’anima: bianche per problemi di salute, soprattutto nervosa e mentale; verdi, quando una persona ha problemi di relazione con la foresta, vissuta come entità spirituale; rosse per le ferite ed i versamenti di sangue; marroni per problemi che riguardino la fertilità della terra ed i raccolti; nere, se c’è un pericolo di morte. Anche la disponibilità economica influisce sul colore, sulle dimensioni e sulla quantità delle candele che verranno accese. Nella mia esperienza la grande parte delle candele erano bianche o a fasce colorate, dunque chi le aveva accese invocava salute. Nella cera resa liquida dal fuoco, viene intinto il fondo di ogni candela che così può essere fissata al pavimento della chiesa. Non è semplice collocare correttamente ed in modo geometrico tutte le candele, che a volte superano, e di molto, il centinaio. Alcuni accendono le candele prima di attaccarle al pavimento, altri dopo averle attaccate. Comunque sia, deve essere che, quando inizia l’invocazione al santo, tutte le candele siano accese.

Il curandero o la persona che officia il rito inizia a quel punto una giaculatoria, solitamente assai lunga, lenta e ripetitiva, mentre i parenti della persona malata o che chiede fortuna o che è in pericolo di morte, provvedono a tenere accese tutte le candele. Quando la lunga invocazione si conclude, il curandero o chi officia il rito, intinge le dita in un uovo per spalmarlo sulla pelle della persona che invoca aiuto e lo stesso fa con ossa che trae da un suo sacchetto. Tutti i riti hanno il loro momento topico quando l’officiante afferra una gallina viva e la accosta alla persona che deve guarire o dalla quale vuole scacciare la cattiva sorte e la strofina sulla persona. Contemporaneamente, chi officia il rito rutta tenendo la propria testa vicino al corpo della persona malata o che vuole scacciare la cattiva sorte, in modo che il suo fiato accarezzi il corpo della persona ed investa poi la gallina. Per favorire queste eruttazioni, quanti officiano i riti, prima di iniziare e durante la cerimonia del fuoco, bevono molta Coca Cola. Alcuni curanderos pensano che i riti possano avere efficacia solo se gli officianti cadono in uno stato di trance, che ottengono bevendo il pox, un liquore molto forte tratto dalla fermentazione di canna da zucchero, o mais, o frutta, o queste cose mischiate. Facendo passare il loro fiato eruttato dalla persona alla gallina, gli officianti pensano di aver trasferito la malattia o la cattiva sorte dall’uomo all’animale. La gallina, ormai completato il rito, viene uccisa nella chiesa, per eliminare con lei la malattia o la cattiva sorte. Il corpo dell’animale, ormai infetto, non viene mangiato.

Quanti devono guarire o chiedono buona sorte si accovacciano dietro la persona che officia il rito ed attorno a loro stanno parenti ed amici, soprattutto donne. Tutti sono molto compresi nel rito ma anche impegnati a seguire i bambini, talvolta ad allattarli o a dar loro da mangiare e bere. Partecipano al rito: bevono anche loro Coca Cola, oppure il pox, accompagnano l’officiante nelle eruttazioni, entrano a loro volta in una sorta di trance alcoolica. Finito il rito, spente tutte le candele, ci si alza e si entra nell’abside, per dare un ultimo saluto a San Juan e raccomandarsi a lui ancora una volta. Poi si esce sul sagrato. Dentro, gli inservienti della chiesa rimuovono le candele o quel che di loro rimane, puliscono con una spatola il pavimento ed infine risistemano gli aghi di pino sul pavimento.

Non mi era mai capitato di veder uccidere un animale in chiesa. Il sacrificio di animali a scopo religioso è però pratica antica, come del resto l’idea che gli umani possano concentrare o scaricare su un animale le loro pulsioni più violente ed aggressive destinate altrimenti ad altri uomini: ancor oggi chiamiamo capro espiatorio la persona che viene offerta, consenziente e consapevole o meno, di subire per una colpa non propria.

Nella civiltà contadina e pastorale dei Chamula, sacrificare una gallina significa non tanto uccidere l’animale in se, ma le sue potenzialità, rinunciare al suo carattere riproduttivo, alla sua progenie, al suo spirito vitale. Sacrificando la carica vitale di quell’animale, fanno ofrendas. I Chamula si servono quasi sempre di intermediari, i curanderos, per i riti e significativamente si rivolgono a San Juan Bautista, che non è Dio, ma un intermediario verso Dio. Insomma invocano la divinità ma hanno due intermediari fra loro e Dio. Penso che il sacrificio dell’animale vada perciò interpretato non solo per l’eliminazione dell’essere vivente cui è stata passata la malattia che prima era nella persona. “Rinuncio al futuro di questo animale, alla sua forza riproduttiva, alla sua carica vitale e le porto con me nel percorso che, guidato dal Santo, mi conduce a Dio. Invoco salute e benevolenza per la mia famiglia e la mia casa, mi privo delle caratteristiche essenziali di questo animale come dimostrazione della mia disponibilità a rinunciare a cose terrene per avere quanto chiedo a Dio”. Forse questa è la sintesi possibile di quel che avviene nella chiesa di San Juan Chamula, che è un insieme di vitalismo sciamanico, di spiritualismo della natura e di cristianesimo cattolico. È interessante notare che questa fusione di credenze, fedi e riti è socialmente tanto importante da non poter tollerare altre fedi ed altri riti. Ad esempio è impensabile, per la maggioranza dei Chamula, che nel villaggio possano esistere famiglie evangeliche, che sono iconoclaste e dunque negano radicalmente il mondo spirituale che si riversa nella chiesa di San Juan. Non a caso, negli ultimi cinquant’anni, le famiglie evangeliche sono state scacciate dai villaggi tzotzil, i loro bambini non sono ammessi alla scuola pubblica e talvolta non ne viene registrata la nascita, tanto da costringere il Governo del Chiapas a creare una anagrafe apposita, a San Juan, per gli evangelici: le chiese protestanti affermano, a quanto pare con ragione, di essere perseguitate in quella zona.

 

Note

[1] Il 30 luglio 1847 i maya presero le armi contro la popolazione bianca e meticcia, a causa della situazione in cui vivevano, dalla città di Tepich. Approfittando dell´esperienza bellica acquisita nelle continue guerre civili dello Stato, il movimento ribelle fu capeggiato ed organizzato da Manuel Antonio Ay, cacique di Chicimilà, Cecilio Chi cacique di Tepich e Jacinto Pat, cacique di Tihosuco. Questi fecero proselitismo presso le popolazioni. Scoperto, il 26 luglio 1847 Manuel Antonio Ay fu giustiziato nella città di Valladolid. Fu la scintilla che fece scoppiare la rivolta. La popolazione  bianca di Tepich fu uccisa. Il governo yucateco intervenne immediatamente contro gli indigeni: furono uccisi molti caciques, mentre i villaggi del sud e dell´est furono conquistati dai ribelli che uccisero gli abitanti. Il 21 febbraio 1848, dopo aver conquistato Valladolid, Izamal ed altri duecento villaggi, gli indigeni assaltarono Bacalar, uccidendo la maggior parte della popolazione. Si salvò solo chi, nella notte, fuggì verso l’Honduras Britannico, rifugiandosi presso il villaggio di Corozal. In cambio di aiuto militare, il governo dello Stato dello Yucatan offrì la sovranitá yucateca a Cuba, Giamaica, Spagna, Inghilterra e Stati Uniti, senza che nessuno rispondesse. La rivolta fu di tale portata che la popolazione non indigena dello Yucatan rischiò di scomparire. Il 19 aprile del 1848 fu firmato l´Accordo di Tzucacab (Convenio de Tzucacab), con il quale furono furono ridotte le imposte a carico degli indigeni, che vennero anche autorizzati a bruciare i monti per poter seminare. Cecilio Chi, capo dei maya dell´est, l´attuale Stato di Quintana Roo, non riconobbe l´accordo, volendo lo sterminio totale dei bianchi. La guerra continuò ed i ribelli occuparono buona parte della penisola yucateca. Dopo aver chiesto ed ottenuto aiuto economico e militare dal governo messicano, il 17 agosto 1848 lo Yucatan tornò definitivamente a far parte della Repubblica Messicana e tornò in vigore la costituzione yucateca del 1825. Con l´aiuto delle truppe messicane, il governo yucateco recuperò gran parte del territorio perso. Nell´agosto del 1848 la ribellione fu soffocata, senza che questo significasse la fine della Guerra delle Caste che durò fino al 1901. Questa guerra registrò forti scontri anche in Chapas, nei quali si distinsero anche le tribù Tzotzil ed i Tzeltal. I Chamula, in particolare, furono protagonisti di una rivolta repressa duramente nel 1869.

[2] Il Dipartimento di Stato degli USA redige annualmente un report sulla libertà religiosa nel mondo. In quello del 1999, nella parte relativa al Messico, veniva denunciata la situazione a San Juan Chamula: “… There is a long history of religious intolerance and expulsions in certain indigenous communities whose residents follow traditional religious practices, and where religious diversity is viewed as a threat to indigenous culture. The Evangelical Commission in Defense of Human Rights claimed that municipal authorities had expelled 30,000 evangelicals from San Juan Chamula, Chiapas, in the last 30 years. In San Juan Chamula, Chiapas, the church, the area’s most prominent building, features a mix of Mayan symbols and traditional Catholic motifs. On July 26, 1998, municipal authorities expelled 70 evangelical Christians living in the municipality. State officials helped them to return on August 1, 1998. However, the children of evangelicals have been denied access to the local public schools in six communities there since 1994. In 1998 the mayor of San Juan Chamula declared that evangelicals and Catholics who support them would be unable to register the births of their children. In response, the state government approved a second registration office to handle the evangelicals.”


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  • Pubblicato il 12 marzo 2013
Taren Chankin “Antonio”

ADIOS A LO DIOS DE LA SELVA

Taren Chiankin, chiamato Antonio da noi bianchi, è l’ultimo degli indigeni Lacandones che vivono nel villaggio di Nahà a vivere nel rispetto profondo e convinto delle culture dei suoi avi.

Per incontrarlo, godendo di una presentazione della signora Maria Luisa Armendariz Guerra, dell’Associazione Na Bolom di San Cristobal de las Casas, ho compiuto un lungo viaggio in quello che viene definito il “Territorio libero del Chiapas”, che si suppone cioè controllato cioè da milizie zapatiste, delle quali peraltro non si vede che raramente traccia, mentre l’esercito, la polizia federale e quella municipale di Ocosingo sono molto presenti.

In realtà, fra l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale del Chiapas ed il governo federale del Messico esiste una sorta di armistizio e convivenza: ho visto la polizia federale attraversare un posto di blocco zapatista senza battere ciglio ed i molti cartelli dell’EZLN che si in contrano lungo le strade del Chiapas non vengono rimossi. Con quei cartelli, gli zapatisti, in particolare nella valle che si apre ad est di Ocosingo ed è punteggiata da radi villaggi, dei quali Monte Libano è il maggiore, segnalano molte cose: vietano la raccolta di molluschi in un fiumiciattolo, specificando che è consentita solo alla gente del luogo; stigmatizzano il tentativo del proprietario di un terreno di venderlo (“La terra si lavora, non si vende”), pretendono rispetto per le popolazioni locali e le loro forme di vita sociale dai pochi visitatori dei luoghi.

La valle che da Ocosingo conduce a Monte Libano è davvero molto bella.

Tutta oltre i 2000 metri di altitudine, è caratterizzata da pascoli ottenuti disboscando la foresta, che si abbarbica sui rilievi che fanno da corona alla valle, che è però molto aperta. In mezzo scorre un fiume spettacolare, che raccoglie i molti torrenti che, spesso con belle cascate, scendono dalle montagne che limitano la valle. Il fiume deve essere pescoso, perché in due occasioni ho visto dei ragazzi lanciare le loro reti.

Dei 58 chilometri che separano Ocosingo da Monte Libano sono asfaltati i primi 40. In quel tratto la strada è molto buona e si percorre con grande facilità. Costruita probabilmente con mezzi minori alle necessità, in tre punti le frane la ostruiscono e sono state ridotte solo in parte, costringendo la strada ad una sola corsia. C’è da sperare che i lavori vengano fatti prima della stagione delle piogge, che qui sono abbondanti e durano a lungo. Finito l’asfalto, la strada diventa una pista solida e ben percorribile da una normale automobile, perlomeno nei mesi invernali, che qui sono quelli secchi. Solo dentro l’abitato di Monte Libano, di nuovo, l’asfalto consente di sfuggire alla polvere.

Tutto il territorio è organizzato in “ranchos” dediti all’allevamento dei bovini, che qui sono molto belli e pasciuti, grazie all’erba verde e grassa dei pascoli ed all’abbondanza di acqua per bere. Gli spazi sono immensi e i rancheros si muovono tutti a cavallo, tali e quali a cowboy dei film di John Ford, non fosse per i tratti somatici maya di questi. Anche le vacche sono differenti rispetto ai film western, di razze che si incontrano in Europa. Ogni tanto un grande camion con un bilico per il trasporto animali percorre la strada: i manzi sono pronti per i macelli, pronti a soddisfare l’enorme fame di una megalopoli di 35 milioni di abitanti come Città del Messico. Se è vero che la foresta lascia il posto ai pascoli, è per effetto della spaventosa urbanizzazione della capitale, che richiede approvvigionamenti continui, così da determinare una convenienza all’allevamento e, perciò, il disboscamento. Il Governo messicano ha tentato di limitare il fenomeno dichiarando vaste aree di foresta, e della foresta Lacandona del Chiapas in particolare, protette. È dentro ad una di queste aree ‘della biosfera’, come amano definirle i messicani, che si trova il villaggio di Nahà in cui vive Taren Chankin “Antonio”.

Solo sette chilometri di pista separano Monte Libano da Nahà, eppure la differenza è straordinaria. Il paesaggio cambia del tutto ed i pascoli d’alta montagna lasciano il posto alla foresta pluviale tropicale, con il suo straordinario patrimonio di biodiversità.

Poco prima di Monte Libano si svolta a sinistra. Si incontra prima il villaggio di San Luis, fatto da un centinaio di baracche in legno e da due chiede evangeliche in muratura. È evidente che sono state finanziate da comunità evangeliche non locali ed a me viene una grande rabbia pensando che si preferisce costruire prima chiese in muratura che dare mura, servizi igienici ed acqua corrente alla gente.

Da San Luis si sale decisamente in quota, per imboccare una valle più stretta di quella precedente ma ancora ampia e ridente, caratterizzata da laghi e stagni (che i messicani chiamano “lagune”) sui quali incombe la selva Lacandona. In riva ad una laguna, ecco centinaia di orchidee spontanee.

Quando la pista si divide nuovamente bisogna tenere la sinistra e poco dopo appare Nahà in riva al suo lago. Il villaggio è fatto di una serie di baracche in legno disposte ordinatamente ai lati di una doppia pista. All’inizio dell’abitato un piccolo posto di polizia locale con funzioni anche di protezione forestale, sorveglia che nulla venga a turbare la vita di questo che è uno degli ultimi nuclei di indigeni Lacandones.

 

 

Proprio agli agenti chiedo di Kayum Ma’ax, la persona che Maria Luisa mi ha indicato per portarmi da Taren Chankin “Antonio”. “El pinctor!”, dicono subito, e mi indicano la terza casa sulla sinistra. Scendo dalla macchina e chiedo “Permiso” con tutta la gentilezza possibile. Lui è impegnato in una conversazione con due donne in quello che è un vero e proprio giardino fiorito che circonda la sua casa, mi viene incontro vestito con la tunica bianca tradizionale dei Lacandones, dicendo che è lui la persona che cerco. Gli dico che vengo su consiglio di Maria Luisa, della quale porto i saluti, per parlare con Antonio, vorrei intervistarlo.

“Antonio ha due case, mi dice, vediamo se è in quella più vicina”. Fatti pochi passi, ecco la casa. Fatta di assi, ha però un pavimento in cemento ed una sorta di portico davanti, ottenuto allungando il tetto in lamiera e poggiandolo su travi di legno. Una ragazza che sta scrivendo ad un tavolo ci dice che suo padre non c’è ma dovrebbe arrivare subito. Ci incamminiamo per tornare a casa di Kayum, quando ecco apparire Antonio con la moglie, di ritorno dal lago. Vestono tutti e due le tuniche tradizionali.

Vengo presentato, saluto con rispetto, Antonio mi dice si seguirlo fino a casa. Ci sistemiamo sotto il portico, vicino alla ragazza. Antonio è una persona naturalmente educata e gentile.

Taren Chankin “Antonio”

Signor Antonio, gli dico, sono qui perché Maria Luisa di Na Bolom mi ha detto che lei è uno degli ultimi Lacandones a vivere secondo le tradizioni dei padri. Vorrei conoscere queste tradizioni.

“Il mio vero nome è Taren Chiankin, che nella vostra lingua significa “Sole che sorge”. Maria Luisa manda qui tanta gente a parlare con me! Lo scorso mese è stata una donna, ha fatto un film. Mi chiedo perché veniate così tanti, io ho poche cose da dire”.

Lei è l’ultimo ad aver vissuto nel villaggio prima che arrivassero gli uomini bianchi

“Cinquanta anni fa, noi, qui, non avevamo mai visto un uomo bianco. Io ero bambino allora. Vivevamo come i nostri antenati e tutta la nostra vita era la selva. Si viveva in capanne di legno coi tetti di foglie, si cacciava con arco e frecce e si pescava con le reti. Nella selva raccoglievamo i semi ed i frutti. Conoscevamo alcune erbe per guarire dalle malattie. Non c’era altro, non si sentiva bisogno d’altro”-

Sapevate che esistevano altri uomini, fuori da qui?

“Certo, ci incontravamo ogni tanto, per scambiarci poche cose che noi avevamo ed a loro mancavano, oppure che loro avevano ed a noi mancavano. Ma succedeva raramente, non di proposito”.

Come vi capivate con questi uomini?

“Usavano alcune parole uguali alle nostre. Ci capivamo, non avevamo grandi discorsi da fare”.

Erano maya come voi?

“Noi non sapevamo di essere maya, ce l’avete detto voi bianchi, è da voi che abbiamo saputo che erano esistiti questi uomini che chiamate maya. Noi abbiamo sempre chiamato noi stessi uomini della selva”.

Qual’era la vostra religione?

“Noi non avevamo religione, siete voi ad averci fatto conoscere la religione. C’erano regole, idee, che non volevamo tradire e che io rispetto ancor oggi”.

Quali sono?

“C’era un ordine qui e per me esiste anche oggi. Ai nostri occhi la selva aveva una grande vita, che non si poteva limitare, bisognava adattarsi, rispettare la selva. Il giaguaro è più di noi. Il suo corpo gli consente di fare cose per noi impossibili. Può raggiungere una gazzella in corsa, catturare una scimmia su un albero, oppure un uccello. Il giaguaro vede di notte, noi no. Per uccidere un animale quando avevamo voglia di carne, avevamo bisogno di arco e frecce. Le frecce dimostravano che noi uomini eravamo meno del giaguaro, che dunque era sacro, era lui il più importante nella selva, non noi. Il vento era più potente di noi e così la pioggia. Quando vento e pioggia abbattevano le nostre capanne, le rifacevamo, era inutile resistergli. Il sole tornava ogni mattina e riscaldava la selva, che di notte è buia e fredda. La luna illuminava le notti e si trasformava fino a scomparire e noi sapevamo che quando la luna cresceva la selva era più buona con noi, dava più frutti, nascevano gli animali ed i bambini. Le stelle percorrevano il cielo con la luna e segnavano lo scorrere del tempo, che si ripeteva. Noi sapevamo di non potere nulla verso la selva, il giaguaro, il vento, la pioggia, il sole, la luna, le stelle. Nulla cambiava, tutta la nostra vita era legata a queste cose, noi avevamo una piccola parte in queste cose”.

C’era un capo del villaggio?

“Eravamo pochi e ci rispettavamo. I capi erano persone autorevoli perché conoscevano molte cose, come le erbe. Nessuno rubava perché non c’era nulla da rubare, bastava chiedere per avere quello che ogni famiglia poteva dare. Avevamo tutti le stesse cose e non ricordo, quand’ero bambino, violenze fra di noi o guerre verso con altri”.

E ora?

“Siete venuti voi uomini bianchi, coi vostri fucili. Avete ucciso molti animali, volevate dimostrare di essere più potenti del giaguaro, avete anche ucciso giaguari per dimostrare questo. Portate vestiti colorati, più degli uccelli e del giaguaro, mentre noi vestivamo solo queste tuniche bianche. Avete aperto strade nella selva, per dimostrare di essere più potenti della selva. Costruite case che resistono al vento ed alla pioggia. Spiegate ai nostri figli cosa sono il sole, la luna e le stelle. E contate e scrivete. Avete portato qui la religione. Volete dimostrare di essere più potenti di tutto quel che possiamo vedere.  Io continuo a pensare che il giaguaro è più potente degli uomini e che anche la selva lo è, come il vento e la pioggia. E penso che il giaguaro e la selva sono molto più belli degli uomini e dei fucili. Vivo come mi insegnarono mio padre e mia madre, tanti anni fa”.

Che ne sarà della selva?

“Chiedilo a mia figlia, che va a scuola. Io non lo so”.

Mi volto verso la ragazza, che in qualche occasione ha spiegato a suo padre le mie parole ed a me quelle del padre. Lei si copre un occhio, che credo ammalato od offeso.

“È una cultura che finisce, quella di mio padre. Ma io spero di salvare la selva, perché è bellissima e può continuare a far vivere la mia gente, anche se diversamente dal passato”, mi dice.

Spero che questa ragazza riesca a realizzare questo sogno e se potrò aiutarla, magari attraverso Na Bolom, lo farò.

Ringrazio Taren Chiankin “Antonio”. Ci salutiamo e ci abbracciamo. Mi sento felice di averlo conosciuto.

Mentre mi allontano dal villaggio penso che non ho mai sparato un colpo di fucile o di pistola in vita mia. Pensavo fosse un caso, forse era un segno.

 


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  • Pubblicato il 05 marzo 2013

Il cimitero di San Mauro

Questo articolo è il seguito di questo sul paesino di San Meuro

All’entrata del paese venendo da Celestun si incontra il cimitero. Ho conosciuto prima i morti che i vivi di San Mauro. Sono stato attirato dai due grandi alberi sotto i quali sono poste le tombe e, come per tutti i cimiteri messicani, compresi quelli delle sole popolazioni maya, dai colori sgargianti di alcune tombe, che risaltano dalla strada.

Per entrare, come succede in tanti piccoli cimiteri, ad esempio in quello di San Giacomo di Lussinpiccolo, bisogna slegare una sottile corda che tiene unite le due porte del cancello di ferro. L’ho fatto con il timore di disturbare un mondo cui sono estraneo.

Poi, superato quel sentimento, dentro, la prima cosa che mi ha colpito era il grandissimo disordine, l’abbandono, i rifiuti e la mancanza di un ordine distributivo delle tombe.

Questa davvero non è una constante nei cimiteri di Yucatan e Campeche.

Visitando il cimitero e confrontandolo con quanto emerso da un interessantissimo colloquio con una antropologa messicana di origini maya che lavora nel Gran Museo Maya di Merida, ho però capito alcune cose.

Quando il cimitero di San Mauro era stato realizzato, molti anni prima, agli inizi del secolo scorso, sostituendo un vecchio campo che è facilmente distinguibile nelle vicinanze per alcune tombe nuove, un ordine era stato tentato. Lo intuite osservando la foto che ritrae una infilata di tombe adagiate sul muro di cinta.

sotto il muro

Poi, col tempo, è stato occupato uno spazio, quello sotto agli alberi, che si è fatto progressivamente più significativo man mano che i due giganti crescevano. Io credo cioè che ogni ordine logico sia stato superato per andarsi a sistemare sotto gli alberi.

Perché? Quel cercare posto sotto gli alberi è legato al fatto che per i maya l’albero ha un significato simbolico molto importante.

albero

Le sue radici si infilano profondamente nel terreno, rompono la roccia cercando l’acqua finché la trovano. I maya conoscono bene questa caratteristica dei grandi alberi nello Yucatan, nel Quintana Roo e nel Campeche: sono frequenti le grotte nelle quali, dall’alto, spuntano le radici che poi raggiungono l’acqua per bere. C’è un cenote di questo tipo, spettacolare, proprio nel centro di Valladolid come si vede in questa foto.  valla

Quel mondo sotterraneo è l’inframundo, il luogo misterioso di presenze leggendarie e, per semplificare di molto e forse arbitrariamente, degli inferi che dialogano con i viventi e dai quali si ritorna.

Col suo tronco l’albero però condivide il luogo della vita degli uomini ed in molti modi è loro utile. Infine i rami protesi al cielo sono come braccia rivolte al cosmo. L’albero è insomma la rappresentazione della visione cosmogomica del mondo dei maya, è la spiegazione che essi danno si se, come popolo, e del mondo. Torna continuamente anche oggi nelle opere di finissimi artigiani e spiega il movimento della Cruz verde  che nacque nel Quintana Roo nel corso della Guerra di Casta grazie alla sacerdotessa e capo militare Maria Ucaib. La croce verde è una mediazione fra l’albero e la croce cristiana: è infilata profondamente nel terreno (nell’inframundo), per reggersi e reggere il Cristo, si slancia verso il cielo ed al suo “tronco” è appeso il Nazareno, come nelle rappresentazioni maya all’albero sono ancorati animali ed uccelli, fra i quali il sacro Quetzal. Maria dipinse di verde la croce e ci disegnò sopra alcuni simboli dei maya, come facilmente si può vedere nelle croci verdi di San Juan Chamula

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La ‘x’ maya è uno dei simboli forti anche del portale della Chiesa di San Juan Chamula.  Grazie a quel colore ed a quei simboli la Cruz verde divenne la Cruz ablante, la Croce che parla, oggetto di particolare venerazione da parte dei maya di oggi.
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Va dato grande rilievo al fatto che fu una donna a realizzare questa sintesi identitaria e che, per ricordarlo e farci capire il ruolo delle donne maya allora ed oggi, una veste femminile maya, uno hipil, che è l’abito che le donne maya preparano colle loro mani, tessendo juta e cotone  candidi e poi ricamando con una ricchissima varietà di colori, viene messa sulla croce. Sullo sfondo del quadro di Pacheco dedicato ad una ofrendas in casa, vedete una Cruz verde con un bellissimo hipil femminile.

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Insomma, c’è stata nel cimitero di San Mauro una scelta a stare sotto gli alberi che ben si comprende anche alla luce delle forme delle tombe e della presenza ed assenza di simboli cristiani.

Per capire le tombe che osservate nelle foto, occorre però capire come i maya di oggi considerano i loro morti, cosa ne pensano e quale ruolo assegnano loro.

Due sono i tratti fondamentali della questione: le ofrendas e le feste dei morti.

Quando una persona muore, nella sua casa (anche in quelle poverissime, anche in una capanna) viene bandito un tavolo con una tovaglia bianca pulita e possibilmente nuova. Sopra vengono posti frutti, cibi, fiori, oggetti che si ritengono utili al morto per il viaggio che deve compiere nell’inframundo. Insomma il morto si avvia ad una nuova vita nella quale avrà bisogno delle stesse cose che ebbe in vita. Ovviamente il morto non le prende con se, ne coglie l’essenza spirituale ed è  quella che porta con se.

Le ofrendas si ripetono nel tempo, ma quelle che vengono portate in cimitero sono di dimensioni minori.

Per depositarle nelle tombe, vengono realizzati dei cubicoli, specie di microstanzette, che hanno quasi tutte le tombe. Alcune, specialmente quelle che non hanno simboli cristiani,  sono spesso fatte solo da un cubicolo.

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tombeNel caso delle tre tombe più in rovina e non colorate, due dei cubicoli non hanno simboli cristiani e tutte e tre riproducono chiaramente architetture maya. Ebbene, quello è il posto in cui vengono messe le ofrendas che si fanno in cimitero. Questo spiega due cose: la prima sono i sassi messi davanti ad alcuni cubicoli, per proteggere le ofrendas sia dal tempo che dagli animali. Gli animali hanno uno straordinario rapporto con l’inframundo e dunque proteggere da loro le ofrendas ha un grande valore simbolico.

La seconda sono i rifiuti che vedete sparsi per terra. Non c’è dubbio che in questo fenomeno vi sia anche molto dell’abbandono di un poblado poverissimo.  Ma il poblado è discretamente ordinato: gran parte dei rifiuti presenti in cimitero sono i resti delle ofrendas, hanno dunque un significato.

Le feste dedicate ai defunti che si tengono a fine ottobre ed inizio novembre hanno un grande significato per i maya. Infatti i morti tornano in quelle occasioni nelle loro case. Vengono preparate le tavole piene di ofrendas per loro, in modo che si trovino a loro agio nella casa, che viene pulita come non mai (anche le capanne più povere). Il defunto deve sentire di essere ancora gradito in quella casa che fu sua. Il 31 ottobre si festeggiano i pixanitos, i morti bambini, che sono purtroppo molti in un popolo che ha ancora un altissimo tasso di mortalità infantile. Poi, il 2 novembre, si festeggia hanal pixan, il ritorno dei morti adulti, che avviene di notte. Dal calar del buio in avanti nessuno deve lavorare più in casa, sarebbe cosa sgradita ai morti, quasi che fare altre cose fosse più importante del loro ritorno. La sera la famiglia presenta i morti ai bambini. Gli adulti raccontano la vita di tutti i parenti morti di cui si conserva memoria ai bambini, ne sottolinea l’importanza, invita a dialogare coi morti. E non è il muto parlare del Foscolo sui sepolcri, è proprio fare discorsi, rivolgersi ai morti. C’è un villaggio, Camino Real Alto, nel Campeche, in cui il ritorno dei morti è anche materiale: le famiglie si recano il 31 ottobre e poi il 2 novembre in cimitero e prelevano le cassette contenenti le ossa dei morti e le portano in casa.

C’è una cosa che mi pare assai interessante che avviene in quei primi di novembre, nelle case nuove o ristrutturate: la gente spiega ai morti i cambiamenti avvenuti, non volendo causare loro disagi nella casa che non riconoscono più. Per questo davanti alla casa in ristrutturazione in paese hanno realizzato un lettino con un pezzo del lenzuolo del morto. Le feste dedicate ai morti durano per tutto il mese di novembre. Ovviamente tutti questi riti, queste tradizioni, sono più forti in una società ferma o in lenta evoluzione. I maya che si trasferiscono a Città del Messico o altrove mutano queste modalità, ma sembra che non le abbandonino del tutto. Sarebbe formidabile fare una ricerca antropológica per capire, a Città del Messico, fra i maya che là vivono, quanto rimanga di tutto questo. Non ho trovato molto né in librería né nella rete, ma la testimonianza di Paolo Gori sul permanere, fra gli indigeni che lavorano per lui, di antiche spiegazioni della vita e del mondo mi pare significativa.

Infine, mi sembrano importanti alcune ultime cose.

La tomba che mi pare più interessante è quella tripartita in rovina, con un angelo ancora visibile al centro, con davanti due cubicoli rinfrescati di recente e privi di simboli cristiani.

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Se la si confronta con El arco LabnaArco, un monumento le cui forme sono diffuse in tutta la penisola dello Yucatan ma che ha il suo punto stilistico maggiore in quest’arco che si trova nel sito di Labnà. Il rapporto fra le due è evidente,  anche se ovviamente la tomba subisce la mediazione cristiana. Penso che le architetture maya classiche siano sostenute da una visione del mondo e della vita per alcuni aspetti simile a quella che ispira i maya di oggi e che questa idea della vita perciò generi forme ancor oggi riconducibili: sia l’arco che la tomba sono passaggi dell’umano verso l’inframundo.

A chi visiti San Marco rimane difficile immaginare che qualcuno dei suoi abitanti, negli anni in cui sono state realizzate molte delle tombe, abbia visitato i siti archeologici maya nei quali allora si lavorava, traendone ispirazione per realizzarle. Sono le famiglie stesse a costruire le tombe. Inoltre la grande parte sono state realizzate quando ancora non esisteva la televisione ed in paese non c’era energia elettrica.

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La tomba, recentemente riinfrescata di celeste, di Olegario Pat Ek e di Candida Pat Tzuc ha due semicerchi che la completano nella parte alta. Sopra la lapide di Candida, sul semicerchio, c’è ancora un angioletto, dall’altra parte è rimasto solo il basamento. Ma al centro la croce è impreziosita con delle conchiglie che la tempestano. Ripensando alla Chiesa di San Mauro, pur con proporzioni diverse, il richiamo è evidente.

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Infine, in un campo che era stato da molti decenni abbandonato, accanto a quello oggi in uso, una famiglia ha pensato di seppellire i propri morti. I cubicoli delle ofrendas sono ostruiti dai sassi.

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Lì vicino, una vecchia tomba viene svelta da un albero, come un tempio maya nella selva.

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San Mauro Seconda parte Qui la prima parte


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  • Pubblicato il 05 marzo 2013
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San Mauro, un poblado fra Celestum e Maxcanù

San Mauro è un poblado, un paesino, sulla strada fra Celestun e Maxcanù. La zona è arida, una grande pianura poggiata sulla roccia porosa di origine corallina che costituisce la base di tutto lo Yucatan.  La pioggia, che nella stagione umida è abbondante, filtra rapidamente e si raccoglie nel sottosuolo. Proprio questa estrema porosità da vita alla diffusissima presenza di grotte e di corsi d’acqua sottorranei in Yucatan ed al fenomeno dei “cenote”, quei grandi buchi profondi e rotondi sul fondo dei quali si creano laghetti, che i maya antichi talvolta utilizzavano per i sacrifici agli dei inferi. Si discute da decenni sull’origine dei cenote e sul fatto che siano quasi sempre rotondi. Alcuni sostenevano si trattasse di crateri meteoritici, ma non si sono trovate tracce di rocce di origine diversa sul fondo dei crateri. Prevale ora l’idea che questo particolare tipo di roccia, cedendo in un punto, possa favorire erosioni che nel corso dei millenni assumono quella forma rotonda, quasi che il punto in cui si è prodotto il collasso divenga un centro di gravità: una sorta di carsismo geometrico.

In questa zona, in superficie si sviluppa una boscaglia di alberi generalmente di piccole dimensioni, radi, dentro ad una sorta di savana, o piuttosto di steppa, perché le erbe non raggiungono l’altezza di quelle africane. Ogni tanto, però, anche qui si incontrano grandi alberi maestosi. Ricordano, ma rispetto a loro sono più grandi, i nostri bagolari (celtis australis), gli alberi che popolarmente chiamiamo spaccasassi, che hanno la forza di spezzare la roccia se “sentono” che sotto c’è l’acqua di cui hanno bisogno per svilupparsi.

La boscaglia, nel corso di milioni di anni, ha creato, non omogeneamente, un minuscolo strato organico, di terra. A San Mauro l’agricoltura ha scarse o nulle opportunità proprio perché la terra è poca, lavorando duramente puoi riunirla per farci un orto. Che però sarà in grado di produrre molto nella stagione delle piogge, mentre ora, nel secco di quest’inverso tropicale, è desolato.

In questi ultimi anni a San Mauro è arrivata la corrente elettrica e, se una famiglia ha i soldi per farsi un pozzo, con un motorino può attingere tutta l’acqua dolce di cui ha necessità. Il problema è quanto costa fare il pozzo, quanto il motorino e quanto l’energia e se dalla coltivazione si tragga un reddito che giustifichi quelle spese. Oggi il paesino ha l’aria di essere sul punto dell’abbandono, una estrema dignità delle persone non può negare l’evidenza della povertà, talvolta estrema. Si vive nelle vecchie capanne elissoidali, coperte di canne, fatte di rami conficcati nel terreno e fango secco. Dentro ci sono solo le amache per dormire, qualche piccolo oggetto, le pentole generalmente stanno fuori, le donne cucinano bruciando carbone o legna dentro i bidoni che una volta venivano usati per il trasporto di petrolio, oppure in barattoli più piccoli. Si vive dell’allevamento di poche vacche e capre, mandate a pascolare nella savana. I bovini sembrano quelli dei pastori africani, hanno sviluppato sul collo una gobba che, similmente ai cammelli, serve loro per raccogliere e mantenere l’acqua nella stagione umida. Li allevano per la carne ed il poco latte che possono produrre cercando qualche erba che non sia ancora secca.

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San Mauro è un villaggio maya, vivono qui oggi come mille o duemila anni or sono, non fosse che la televisione sempre accesa ha sostituito il mondo di fantasie ed icone antiche con l’illusione della ricchezza cui si può assistere nei programmi.

Le decine di canali commerciali di intrattenimento trasmettono continuamente pubblicità, fra un quiz e l’altro, col calcio e le telenovelas dell’america latina a fare da asse culturale portante. Qualche sporadico notiziario magnifica l’opera dei governanti ad ogni livello e rimanda, come fossero film, le notizie e le crude immagini della guerra in corso fra le bande di narcos nel nord del Messico: la scorsa settimana in un conflitto a fuoco fra due bande sono morti in 31, ma nei siti dei giornali italiani la notizia non è nemmeno apparsa. Questo è l’immaginario collettivo, che non può che sviluppare un confronto avvilente con la realtà concreta e cruda in cui si vive e perciò spinge le persone ad abbandonare la capanna del paese per vivere in una baracca in città, con la televisione ovviamente.


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San Mauro non può avere uno ‘zocalo‘, lo spazio rettangolare attorno alla chiesa in cui si sviluppa la vita sociale e commerciale di ogni pueblo, anche perché nessuno ha i soldi per comperare e nessuno perciò si mette a vendere. Davanti alla chiesetta, con pervicacia demenziale, un programma del Governo a favore delle comunità indigene, ha fatto sì che venisse realizzata una lastra di cemento con due canestri per giocare a basket. Tutti i pueblos e poblados maya, e ne ho visitati a decine, hanno questo maledetto campo di pallacanestro, realizzato per la popolazione più bassa di statura che io abbia mai visto. Lo spazio dell’irrazionale deve essere grande nella mente di governanti e funzionari messicani. Fra mille anni, facendo scavi archeologici, qualche arguto studioso, trovando ovunque i resti dei campi da pallacanestro, trarrà la conclusione che i maya avessero mantenuto la tradizione del gioco della pelota, trasformando il canestro da verticale in orizzontale.

curandero

San Mauro non ha alcun medico di tipo occidentale, neppure occasionalmente, mi dicono nell’unico baretto. Qualche servizio sanitario, che viene ora usato dalla gente, è ubicato nei paesi vicini, anche se qui “vicino” ha il significato di una ventina di chilometri. Per fortuna la strada è asfaltata ed ora transita quattro volte al giorno una corriera. In questa situazione, la salute e non solo, del villaggio è affidata ad un vecchio ‘curandero‘, di cui nel bar del paese mi hanno detto che conosce molte erbe ed il loro uso.

Purtroppo con lui non sono riuscito a parlare: anche se c’era la sua bicicletta, la moglie mi ha detto che non c’era.

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Il paese è comunque pervaso da una sua qual sacralità e religiosità. Vicino ad una casa appena rimessa a fresco, era stato realizzato un lettino in miniatura con sopra una croce, un mazzolino di fiori ed un bicchiere blu.

(San Mauro 1, segue)


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  • Pubblicato il 28 febbraio 2013
Christo, Wrapped Woman

LE MOLTE COSE CHE UNO SCIAMANO MAYA HA CAPITO DI ME

“Tu problema es spiritual”. Come fosse un medico, Manuel, lo sciamano neomaya con cui da poco più di un’ora ho iniziato una sorta di visita, o forse di terapia, mi comunica quel che ha sentito dal mio corpo. Potrei dire la sua diagnosi.

Per prima cosa ha messo su un ripiano una giada, un’ambra rossa, un’ammonite. Mi chiede di mettere la mia mano destra sopra le pietre, una ad una. Come le sento? A me pare ovvio, sentiró giada ed ammonite fredde e l’ambra, al confronto, mi sembrerà calda. L’ambra è resina cristallizzata e pietrificata, chiaro che richiede un minor calore per scaldarsi, le donne lo sanno bene. Comunque riferisco a Manuel le mie osservazioni, ma non questi pensieri, frutto della mia mentalità europea.

Lui mi dice che l’ambra al contatto con la mia mano scotta perché le pietre hanno il potere di recepire i messaggi del nostro corpo, con cui dialogano. Non è una novità per me, ho conosciuto molta gente che crede ad esempio nelle proprietà dei cristalli e questa è una versione di convinzioni molto diffuse nelle religioni antiche o naturalistiche contemporanee. Riecco il mio scetticismo occidentale. Comunque sia, l’ambra avrebbe recepito una sofferenza del mio spirito. La prende nella sua mano destra e me la mette sul cuore, tenendola premuta, sotto la maglietta. Nella sinistra tiene la giada e me la appoggia sulla fronte. Siamo in penombra, io chiudo gli occhi, Manuel inizia a pronunciare parole del tutto incomprensibili, in lingua maya. Recita, credo, e frequentemente mi soffia sul viso e sul corpo, spostandosi attorno a me sempre tenendo le sue mani e le pietre sul mio cuore e sul capo.

Mi fa sdraiare. Appoggia la giada sulla mia fronte, l’ammonite sul mio pube, l’ambra sul cuore. Lui sta in disparte, pronuncia altre parole incomprensibili, soffia sul mio corpo, come se volesse mandar via qualcosa che lui avverte.

Ora, da terra, vedo meglio la stanza in cui sono. Il soffitto, dipinto di blu, riproduce un cielo stellato. Davanti a me il símbolo del calendario maya, con al centro Hunac Ku. Ai lati una raccolta di maschere e oggetti simbolici, credo di buona qualità. Cosí disteso su un tappeto tradizionale, con un altro, piegato, sotto la testa a fare da cuscino, mi rilasso molto. Ascolto le giagulatorie di Manuel, incomprensibili, sento il suo fiato su di me.

Passano dieci minuti e Manuel mi fa sdraiare pancia a terra. Mi risistema le pietre. Inizia a tastarmi, soprattutto la base del collo. Lavora sulla colonna vertebrale, sa dove mettere le mani, vuole farmi espellere aria con un ritmo suo e ci riesce. Poi inizia un massaggio ed ha la forza per trattare un corpaccione come il mio. Comunque vada, penso, questo massaggio mi farà bene.

Ha finito, mi dice di girarmi, risistema le pietre, dice che mi posso rilassare, lui ora se ne va ma tornerà, promette. Io quasi mi addormento, c’è un pò d’aria condizionata.

Torna dopo una decina di minuti, accende progressivamente le luci. “Ho toccato 21 punti del tuo corpo, mi dice. Io penso che il tuo problema sia attorno al cuore, riguarda il tuo lato spirituale, le tue emozioni, i tuoi sentimenti profondi, come li mostri, o non li mostri. È lí che sei bloccato, lí che non ti esprimi come vuoi davvero. Non so perché, prova a pensare, torna indietro di molti anni, perchè hai blocchi in molte parti del corpo, li ho sentiti, c’è molta energia accumulata che non riesci a far andare via, ti blocca. Ora io ho aperto un canale di comunicazione della tua mente con la forza generatrice, con la, la sapienza dell’universo che si esprime nei messaggi di Hunac Ku. In questo momento stai meglio, hai un equilibrio fra mente, spirito e corpo. Ma e molto debole, sta a te consolidarlo. Hai 21 giorni davanti a te, nei quali il canale che ho creato resta aperto. Usali per ripensare, con libertà. E poi cambia. Porta sempre con te un poco d’ambra e di giada, ti aiuteranno.”

Ci salutiamo.  21 giorni sono una rivoluzione lunare e 21 i punti del corpo che dice di aver sentito. Entro un’altra luna piena devo aver affrontato i problemi di cui Manuel mi ha parlato: almeno, lui dice che per me è un’occasione.

Che io abbia voglia di manifestare liberamente i miei sentimenti e le mie emozioni e che invece sia trattenuto, tarpato, fin da quando ero bambino, è cosa che so da tanto tempo. So anche come cerco di rimediare: con un eccesso di attività cerebrale e di pensiero. Le conseguenze psicosomatiche, per un lungo periodo si sono limitate al peso eccessivo. Da due anni riguardano il mio cuore. Manuel ha certamente intuito. Da che cosa gli derivi, non so, accetto le sue spiegazioni.

Quando vado a dormire, succede una cosa: sogno.

Sogno che sono in una delle tante case in cui ho abitato con mio padre e mia madre, quella in cui eravamo nel 1976. Stiamo scendendo in cantina, non so perchè, loro sono davanti a me. All’improvviso un terremoto sposta le pareti, tutto crolla, vedo distintamente i miei genitori morire schiacciati e penso di morire anch’io. Invece no, mi ritrovo in una sorta di nicchia, quasi una bara, ma vivo. Terrorizzato, mi sveglio.


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  • Pubblicato il 27 febbraio 2013
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Manuel Mex, uno sciamano neomaya a Merida

Merida è la capitale dello Yucatan, una cittá di oltre 800.000 abitanti, che ha conservato nel centro storico un aspetto coloniale.

Sulle destra della cattedrale si trova il Museo di Arte Contemporanea dell’Ateneo dello Yucatan (MACAY). Ci sono capitato di domenica pomeriggio, quasi per caso. Nel museo, oltre ad una mostra temporanea strepitosa di Claire Becker, una artista di cui troverete molte tracce in rete, c’è una stanza con 6 tele di Fernando Castro Pacheco, uno dei grandi artisti muralisti messicani. Nato nel 1918 a Merida, Pacheco ha dedicato una parte consistente della sua lunghissima carriera e delle moltissime opere alla promozione della dignitá del popolo Maya. Nel MACAY, in particolare, è conservato un quadro in cui, con grande sensibilitá umana ed artistica, Pacheco riproduce una ‘ofrendas’ in casa. Muta, una donna vista di spalle, sulla sinistra, guarda il tavolo che ha terminato di imbandire, pieno di frutti, in onore di un defunto. Per terra, alle estremitá del tavolo, due vasi di fiori, monocromi, quasi graffiati su uno sfondo tenue, danno alla scena un carattere di grande umanita ed al contempo, per la raffinata tecnica usata, invocano forti valori culturali. Tali erano, indubbiamente, quelli dei Maya, una civiltà lontana da noi e dal nostro sentire, ma di estrema complessità. Gli indios, i loro eredi, hanno dato con la schiavitù, con le loro lotte per riconquistare la libertá, con le loro leggende e con una straordinaria messe di immagini ed icone, un enorme contributo al Messico, che Pacheco si è incaricato di testimoniare.

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Un guardiano del museo mi dice che, per vedere le opere di Pacheco nel massimo splendore dei murales, devo andare al palazzo del Governo, che è a pochi passi dalla cattedrale.

Sto per entrare quando un hombre, che affianca i poliziotti di guardia alla porta, mi chiede se sono americano. “Italiano”, gli dico. “Finalmente!”, mi dice. È italiano anche lui, si chiama Gianluca Benedetti, è figlio di una italiana e di un indio dello Yucatan. Dice di far parte della polizia e di occuparsi di comunicazioni. Scherza: “¡Soy un haker!”.

Mi accompagna a vedere le opere di Pacheco.

Mi aggiro in mezzo a quei capolavori che scopro peró non essere murales. Pacheco li ha realizzati (strana cosa) su lastre di ferro e praticamente occupano ogni spazio delle pareti del primo piano del grande Palazzo del Governo. Gianluca mi chiede che cosa mi abbia spinto in Yucatan. “Vorrei capire, gli dico, se e come sopravvivono, fra gli indios qui in Yucatan ed in Chapas, le convinzioni religiose dei Maya e che rapporto hanno col cristianesimo, specie quello cattolico”.

“Questo é incredibile, mi dice. Mio nonno è uno sciamano e adesso anche mio zio lo è. Puoi parlare con loro se vuoi. Il nostro incontro è la prova dell’esistenza di Dio”. Mi chiedo sempre più spesso quali intenzioni abbia il Creatore. Comunque guardo Gianluca esterrefatto: da giorni mi chiedevo come avrei fatto ad incontrare persone che mi potessero mettere in contatto con il mondo degli sciamani neomaya e quasi disperavo di riuscirci. Oggi, casualmente, cercando arte ho trovato gli sciamani.

Gianluca mi dice che più tardi potremo parlare con suo zio. Ora, visto che stanno riaprendo i portoni della Cattedrale, mi invita a visitarla assieme, mi fará da guida. Benvolentieri, penso: vediamo come si comporta in Chiesa il nipote di uno sciamano. Entriamo. Dovete immaginare tre navate gigantesche, segnate da colonne circolari molto grandi. Tutto è realizzato in una pietra locale, chiara ma non bianca. La chiesa non è intonacata. Le volte sono rette da archi a tutto tondo molto belli, in alcune parti sono tessute a nido d’ape. Nessun orpello, nessuna pesantezza del barocco coloniale spagnolo, tutto è semplice, compreso l’immenso crocefisso in legno di cedro che è appoggiato alla parete di fondo dell’abside. In una cappella, sulla sinistra, è conservato un crocefisso nero. Si dice che sia sfuggito all’incendio di una chiesa in cui si trovava e che abbia suscitato grande devozione popolare perché, sottratto alle fiamme, si sarebbe coperto di bolle, come succede alla nostra pelle dopo una scottatura.

Gianluca è prodigo di spiegazioni, si fa il segno della croce quando passa davanti alle immagini che ritiene più significative, mi racconta della visita di Giovanni Paolo II a Merida e che lui, con sua madre, occupava un posto che mi indica, che era riservato alla comunità italiana. Il Papa si sarebbe fermato anche da loro e Gianluca mi mostra una medaglia ricevuta, da cui non si separa mai. Ha dato ai suoi due figli i nomi di Giovanni e Paola, in onore di quel Papa cui e molto devoto.

Usciamo ed andiamo a bere qualcosa, oggi fa molto caldo. Mi porta al caffé gestito dalla madre e telefona allo zio, che nel giro di dieci minuti si presenta al nostro tavolo. Si chiama Manuel Mex, che però pronuncia alla maya, mi spiega, “mesch”. Se pensate agli sciamani come a personaggi strani vestiti in modo improbabile, toglietevelo dalla testa. Manuel è un signore in pantaloni corti (necessari qui ai tropici), scarpe da jogging, maglietta, orologio pataccone come piace a queste latitudini. Ci presentiamo e decidiamo di spostarci, c’è troppo rumore. Facciamo un isolato ed entriamo in un negozio di artigianato locale, grande su due piani. Saliamo al primo piano e Manuel mi dice: “Siamo una cooperativa, questo è un negozio, come dite voi, equo e solidale”.

HunabKuMentre mi chiedo se ci possa essere qualcosa che possa sorprendermi di più di quel che ho vissuto nelle ultime due ore, Manuel accende le luci e si svelano una serie di ambienti successivi, senza finestre, le pareti coperte da vetrine in cui sono conservati oggetti ispirati alla tradizione dei Maya ed appesi drappi e tessuti. “È come entrare in un tempio!”, mi dice. E vero, quella è la sensazione. Alla fine mi trovo davanti ad un simbolo religioso, quello di Hunab Ku, che pero Manuel pronuncia e scrive Hunac Ku. È il simbolo maya della potenza generatrice dell’universo. Osservo che è molto simile a quello dello Yin e dello Yang taoista e buddhista.

“Lo dicono tutti gli occidentali che vengono qui”, afferma Manuel. “C’è però una differenza. Noi non pensiamo che la realtá si dislochi attorno a due soli poli, maschile e femminile. Questo rapporto non è per noi decisivo. Noi crediamo che vi siano tre elementi fondamentali: la mente, che è sede del sapere umano e della sapienza; lo spirito, che alberga nel nostro cuore e genera emozioni e sentimenti; il corpo, che ha il suo fulcro negli apparati genitali maschili e femminili. E fra questi elementi che si deve stabilire un equilibrio, senza il quale siamo morti anche rimanendo in vita. In noi esistono sentimenti negativi, ci conduciamo ad avere comportamenti sbagliati, sia nei confronti degli altri che verso noi stessi.”

Ma come interviene Humac Ku, in questo processo?

“Tutto depende da lui, dalla sua infinita capacitá generatrice che viene messa a nostra disposizione. C’èé una continua trasmissione di sapienza e conoscenza, alla quale, se vogliamo e se sappiamo come, noi singole persone, possiamo accedere.”

Come comunica Hunac Ku con l’umanitá?

“Attraverso la luna, che è l’elemento finale di una catena di pianeti che raccoglie questi messaggi e li rende a noi tangibili. La luna, con le sue rivoluzioni, governa gli elementi essenziali della vita del nostro pianeta e degli esseri umani, scandendo anche i nostri ritmi. Ma dobbiamo andare oltre la pura esperienza materiale, cogliere il significato profondo di quest’opera. Tutti sanno che bisogna seminare, o piantare gli alberi, con la luna che cresce. Noi sappiamo che i bambini, perche crescano sani e alti verso il cielo, vanno concepiti quando la luna è piena, non quando cala. Bisogna però anche cogliere l’elemento ciclico di tutto questo. Noi crediamo che i cicli naturali durino 300 anni solari formati da 365 giorni. Pensiamo che dentro questo ciclo, ad uno spirito, viene affidato un corpo per 9 volte e che lo spirito può affinarsi nella relazione col corpo progressivamente, fino ad abbandonare la necessitá di ogni dimensione terrena. La potenza generatrice crea gli spiriti, li affida ai corpi che sono dotati di una mente. È la mente che deve reggere l’equilibrio fra spirito e corpo, fra la dimensione dei sentimenti e delle emozioni e la nostra attivita física e soprattutto riproduttiva. È la mente a condurre all’equilibrio che libera alla fine lo spirito dalla dimensione materiale. Il corpo è  il mezzo che viene usato per tutto questo.”

In questo sta l’abilità umana?

“Sta nel capire profondamente i messaggi che ci giungono dall’universo e nell’usarli per stabilire un equilibrio stabile dentro l’essere umano. È un proceso continuo, un affinamento, un percorso. Se lo conduciamo bene, il nostro spirito si sará affinato e dopo la morte gli sará affidato un altro corpo e questo processo continuerá. Alla fine lo spirito potrá fare a meno di un corpo, avrá completato il suo percorso. Per questo non temiamo la morte se abbiamo ascoltato quel che l’universo ci comunica, affinato la nostra sapienza e la conoscenza, lavorando per l’equilibrio. Moriremo e potremo fare ancora meglio. Se invece non l’abbiamo fatto, ecco: tutto ricomincia con uno spirito fermo, che non si è evoluto. Soffrirá lo spirito, avrá ancora più bisogno della mente e della sapienza, il corpo sará ancor più sollecitato a comportamenti che rischieranno di peggiorare la condizione dello spirito. E tutto questo avverrá e si ripeterá in un tempo dato, non all’infinito. In 300 anni la liberazione dello spirito deve avvenire.”

E se non avviene?

photo“Avviene, Hunac Ku, la potenza generatrice mette a disposizione tutto perché avvenga, ci ha concepito e ci nutre di sapienza per fare in modo che avvenga. Ma ci sono forze contrastanti, negative. È in queste forze, che i cristiani chiamano diaboliche, che si concentrano gli spiriti che non salgono i nove livelli della piramide di Kukulcan a Chichen Itza. Stá a noi sciamani aiutare gli umani a fare positivamente quei nove passaggi in 300 anni e perciò indebolire ogni elemento negativo, violento, apprimente.”

La gente si rivolge allo sciamano per riuscire a trovare l’equilibrio fra mente-sapienza, spirito e corpo o per motivi molto più concreti, come una malattia?

“Voi occidentali affermate che il 90 per cento delle malattie sono di origine psicosomatica. È così. La mancanza di equilibrio, la sua rottura, genera malattie. La gente si rivolge a noi per superare le malattie e ritrovare equilibrio. È un processo che mette in gioco 21 punti del nostro corpo sui quali lavoriamo.”

Come si diventa sciamani?

“Non si diventa, si nasce. Ci sono segni nella gravidanza che fanno prevedere che nascerá uno sciamano e segni nel corpo del bambino che nasce. Mia madre, mentre mi aspettava, era convinta di sentirmi piangere, non sapeva cosa fare. Quando sono nato avevo un orecchio formato in modo particolare ed una macchia scura sul pube: è la luna. Mio nonno sciamano riconobbe subito in me il suo successore.”

Manuel mi fa vedere il suo orecchio ed il suo pube rasato, con la macchia scura.

“Noi Maya, maschi e femmine, ci rasiamo da sempre il pube. È una pratica antica. Quando un bimbo nasce, in una delle nostre famiglie, lo sciamano pratica un minuscolo taglio nel perineo ed inserisce tre piccolissime pietre: una ammonite, una giada, un’ambra. Metterá quel corpo al sicuro dai tentativi degli spiriti maligni di conquistarlo.”

Il diavolo, nella demonología cattolica, tenta spesso di possedere gli umani penetrando attraverso gli sfinteri. Chiedo a Manuel come faccia ad intervenire su 21 punti del corpo umano.

“C’è un solo modo: devi provare.”

Mi guarda e dal mio corpo e dai miei ragionamenti mi dice di aver tratto la convinzione che sto cercando un nuovo equilibrio.

“Sei venuto da me per questo, perchè cerchi un nuovo equilibrio. Altrimenti, perché saresti qui a fare domande?“

Non fa una piega, domani proverò.


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  • Pubblicato il 24 febbraio 2013
Foto di Danilo De Marco

Il Messico di Paolo Gori fotografo di Tarcento che vive in Messico da sempre.


Paolo Gori si è lasciato convincere a venire a Mahahual, ad un incontro fra operatori culturali messicani ed italiani. Non ne aveva molta voglia, troppe cose lo trattenevano a Città del Messico, ma alla fine l’insistenza di Luciano Consoli lo ha convinto. Per l’occasione ha realizzato anche quello che una volta avremmo definito come un ‘cortometraggio’, strano e sensibile. Ha messo una microcamera sulla testa di tre cani e, conducendoli per la sua città, ha realizzato 7 ore di riprese, condensate poi in 13 minuti. Ne è nato Ojos de perro, Occhi di cane, che è ancora un esperimento: un modo di vedere la megalopoli con gli occhi di un cane, attirato da odori, esigenze e sensazioni molto diverse da quelle degli umani.

“Sono nato a Tarcento, in Friuli, nel 1937 e vivo a Città del Messico. È una città gigantesca e piena di problemi. Forse sono 35 milioni i suoi abitanti. Non si sa quanti siano effettivamente i messicani, oltre 120 milioni, probabilmente. La concentrazione nella capitale non ha eguali in altri paesi. Ci sono giorni in cui la città cresce di 10.000 persone. Moltissimi non vogliono nemmeno essere censiti, semplicemente perché c’è una forte, storica diffidenza verso le autorità. La vita, per la grandissima parte di chi abita a Città del Messico, è durissima, senza servizi sanitari, senza fognature, senza acqua in casa, senza scuole per i bambini, senza alcuna sicurezza. Per molti anche il cibo è poco, o di scarsa qualità. Quando arrivai, nel 1966, nel cartello che si trovava all’entrata della città, stava scritto che aveva 4,9 i milioni di abitanti. In realtà già allora erano di più. Ma non mi stupisce questa dimensione, chi vuol abituarsi al Messico fa subito i conti con la sensazione che qui tutto sia molto grande.“

Paolo attraversò la frontiera a Nuevo Laredo. Viaggiava con Simonetta Picone Stella, un’amica romana ritrovata negli Stati Uniti. Allora disponeva di una discreta agiatezza economica e si stancò presto di New York. Propose a Simonetta un viaggio che a lei sarebbe servito per le sue ricerche sociologiche, alle quali dedicava un periodo di studio postuniversitario negli USA.

“Dopo tre mesi di visite ed interviste degli stati del sud a cercare latini e neri, ne avevo abbastanza. Eravamo in Texas e proposi di andare in Messico. Lei accettò ed entrammo. Io avevo il Messico in testa, devo dirlo. Avevo visto molti film del periodo d’oro del cinema messicano, sostanzialmente coincidente col nostro neorealismo. Avevo letto “Los hijos de Sanchez”, un libro bellissimo scritto da Oscar Lewis, un ricercatore che per primo utilizzò la tecnica dell’intervista registrata con una famiglia di Città del Messico. Truman Capote lo riprese in “A sangue freddo”. Ma soprattutto, a Roma, avevo frequentato la casa di Cesare Zavattini, che aveva un grande amore per il Messico, lo considerava il paese più ricco di culture ancestrali ed originali. Aveva la casa piena di oggetti messicani, molti dischi di mariachis, opere d’arte, carte. Mi avevano incuriosito anche certe miniature, per le quali i messicani hanno ancor oggi grande passione.

Quando entrai in Messico fu l’esotismo nella fisionomia della gente a colpirmi, la loro predisposizione ad usare i colori nel vestirsi, nel dipingere le case. Bastava guardarsi in giro per capire Diego Rivera ed i suoi murales.

Poi fu la vastità dei paesaggi ad impressionarmi. Anche negli Stati Uniti c’erano n’erano di non meno giganteschi, ma quelli messicani avevano un carattere differente, mi affascinarono. Davanti ai miei occhi si spalancavano prospettive vastissime, imponenti. Per me, proveniente dall’Europa, coi nostri spazi angusti e generalmente attutiti, non solo le dimensioni del Messico ma anche i suoi fortissimi contrasti erano un motivo straordinario di attrazione.

Un’altra caratteristica di questo paese di cui ci si accorge ben presto è la sua altezza sul livello del mare. È alto, il Messico: dal Chapas al confine con gli USA è tutto un susseguirsi di montagne ed altipiani, ai quali bisogna abituarsi ben presto.

queTi veniva voglia di conoscere, di esplorare, di capire: vulcani di oltre 4000 metri, deserti senza fine, rocce dai colori i più strani, immense ‘sierras’.  Anche le piante, pur nelle zone aride, erano enormi. Rimasi colpito da una varietà di agave gigantesca, la maguey, la stessa che aveva attratto l’attenzione di Ejzenštejn e che compare di frequente in “Que viva Mexico!”. È un’agave gigantesca, mansueta, sensuale, con grandi foglie che si piegano docilmente.

Dopo il clamoroso esotismo della prima impressione, in pochi mesi mi sentii come ritornato a casa. C’era una evidente somiglianza con l’Italia: l’attitudine per la vita, l’autoironia, il discredito nutrito per tutto ciò che è ufficiale. In Messico se il Governo dice che non ci sarà svalutazione del peso, tutti pensano che ci sarà. A fare quasi da contrappunto rispetto alla vastità e violenza dei paesaggi, era sulle piccole cose che ritrovavo aria di casa: nelle feste di paese esponevano gli stessi giocattoli di quand’ero bambino, come quegli acrobati che scendono a cascata da una scaletta di legno, o i fischietti di terracotta, le ocarine. Era come arrivare nell’Italia di trent’anni prima. Tutto era melanconico e al contempo memorabile. C’è molta melanconia in Messico, è un paese tragico per molti aspetti. Da quand’erano colonia spagnola ad oggi il dramma dei messicani non si è assorbito. Sono tradizionalisti, ma da alcuni anni, dentro i processi di globalizzazione, il modello nordamericano prevale. Dove avverto questa prevalenza è la musica. Il Messico era ed è un paese di grande e magnifica musica, ma oggi il novanta per cento di quel che si ascolta è osceno, ritmi imposti dal nord del continente, banalità, bestialità. Avevamo una grande vena romantica, che è ancora viva. Il fenomeno dei mariachis, ad esempio, è straordinario, ha creato musiche, armonie, testi popolari bellissimi. Ma c’è anche musica colta e raffinata, però fatta dalla gente. Nella regione di Veracruz, soprattutto a Tlacotalpan e nella zona della foce del fiume Papaloapan, resiste una tradizione di arpa popolare, dal contrappunto barocco finissimo. Sono luoghi bellissimi, sia per il paesaggio naturale che per quello costruito. I colori e la luce dominano sia l’uno che l’altro ed io credo abbiano influenzato la nascita della musica locale. Ma l’arpa non è il solo strumento “colto” ad aver dato vita ad un genere popolare. In Chapas la musica popolare è la marimba, che prende il nome da uno xilofono fatto con legni locali. Esiste una grande orchestra, la Marimba Nandayapa, molto conosciuta e di grande qualità. Huazteca è una grande zona al centro del Messico, di montagna, condivisa da tre stati messicani, che ha una grande tradizione musicale e da cui trae origine il huapango. Ma non c’è solo una dimensione locale della musica messicana. C’è stata anche una stagione, quella dominata da Carlos Chavez, in cui si è tentato di costruire una sorta di musica “nazionale”.


Anche oggi ci sono compositori bravissimi. Io conosco Arturo Marquez, che ha composto fra l’altro un bellissimo huapango. C’è uno sforzo rivolto ai bambini, per insegnare loro la musica, anche quella colta. Ci sono anche in Messico esperienze simili all’Orchestra bolivariana organizzata a Caracas da Antonio Abreu. Ma direi che in Messico c’è una didattica “naturale” della musica, molti suonano senza averla mai studiata, perlomeno nelle forme classiche. C’è un modo di dire tipicamente messicano per significare che si suona senza aver studiato: si dice “Soy un lirico” e molti lo affermano con orgoglio. Sembriamo poveri, oggi, solo perché siamo invasi da stupidaggini, da ritmi noiosi. Ma c’è invece una musica viva, che riemerge sempre, che nasce dalla relazione fra il carattere indigeno e quello latino del paese. È lo stesso fenomeno che percorre tutta l’America latina, dentro la quale oggi il Brasile appare come il laboratorio musicale più capace di interessare anche i non latini. Tutto la musica latinoamericana contamina positivamente il Messico e noi facciamo lo stesso con gli altri paesi. Anche il caribe è un formidabile luogo di creazione musicale. La musica cubana e quella messicana si contaminano da sempre. Avevo avuto un primo approccio con la musica messicana a casa di Zavattini, poi qui mi sono innamorato.”

Dicevi della musica e dell’arte come incontro del carattere latino ed indigeno di questo paese. Ci parli del carattere indigeno?

“Non è facile parlarne. Si tratta di popolazioni molto chiuse e tormentate. Bisogna tener conto che con la conquista gli spagnoli portarono qui le loro malattie. Si calcola che la prima epidemia di influenza giunta in queste terre tramite gli spagnoli abbia falcidiato il 90 per cento della popolazione indigena. Si deve immaginare che in pochi mesi intere popolazioni furono distrutte. Si pensi a cosa volle dire questa tragedia per gli Atzechi, che erano nel pieno della loro civiltà. Ma anche per i Maya del sud del Messico, ridotti a nulla. Quella strage annullò in realtà grande parte delle civiltà indigene, molto di più e molto peggio di quel che riuscirono a fare le spade e gli archibugi degli spagnoli. Solo pochissimi nuclei rimasero isolati e non meticciarono, per volontà e scelta o, più spesso, per violenza. C’è una tribù nella selva Lacandona, nel sud del Chiapas, che è riuscita a mantenere fino ad oggi i caratteri originali, ma sta cedendo alla distruzione della foresta. I pochi sopravvissuti per riprendersi demograficamente dalla strage portata dalle nostre malattie, ebbero bisogno di secoli, ma la trasmissione delle loro grandi culture era interrotta. Restavano forse solo alcuni caratteri. Ad esempio gli Atzechi erano abituati a poteri teocratici e non ebbero difficoltà perciò ad accettare l’enorme potere e la struttura verticale del potere della Chiesa cattolica.

Oggi noi vediamo gli indios come persone timidissime, che abbassano davanti a noi lo sguardo. Non è affatto sempre stato così. Sul finire degli anni ’80 percorsi tutta la Barranca del cobre, la terra dei Taraumar. Ricordo alcuni episodi. Viaggiavo con un pulmino. Arrivai ad una svolta della stradina che scendeva verso il fondo di quello splendido canyon. In un luogo da cui si godeva un paesaggio straordinario stavano un padre col figlio. Erano persone dal fisico asciutto, alti, slanciati, molto diversi dall’immagine che tradizionalmente attribuiamo agli indios. Erano in piedi, guardavano quello straordinario paesaggio. In quegli anni, molto più di oggi, il passaggio di un’auto era motivo di curiosità. Ricordo perfettamente che padre e figlio nemmeno si girarono, con mia sorpresa. Erano impegnati in qualche cosa di profondo e spirituale, l’osservazione della loro terra. Visti con gli occhi di un fotografo, erano naturalmente in posa. Lo facevano con orgoglio: allora i Tarahumara erano entrati in contatto con i bianchi da pochi decenni. Poche centinaia di metri dopo trovai un vecchio ai bordi della strada. Fece segno con una mano di fermarmi. Salì a bordo senza nemmeno pronunciare una parola. Dopo una trentina di chilometri mi indicò di fermare, scese e se ne andò, senza dire una parola. Ero ospite da loro, il passaggio non doveva chiederlo, era un mio dovere darlo. Dopo poco mi misi in cerca di benzina- Mi dissero che in una casetta isolata forse ne avevano. La trovai e sull’entrata erano seduti due anziani, una coppia. Il vecchietto abbracciava la sua compagna, con tenerezza ed affetto. Osservavano la Barranca, lo loro terra, con un’espressione felice e non si spostarono per farmi entrare. Erano liberamente affettuosi davanti a me, cosa che non ho mai visto negli indios che hanno subito l’imposizione dei nostri costumi.

Cito questi tre episodi con i Tarahumara per significare che ciò che sono oggi gli indios, il loro carattere, è frutto della colonizzazione, non è affatto il modo d’essere della popolazioni originarie. Pensiamo al loro artigianato, alle produzioni artistiche. Nella stragrande parte dei casi sono stati piegati a ripetere inutilmente vecchie cose, a confermare stereotipi, con produzioni artigianali sempre uguali, in modo tale che la loro creatività non risalta. Voglio solo fare un esempio di come le cose potrebbero invece essere. Io ho amici fra gli indios che vivono nello Stato di Hauvaca ed in particolare nel pueblo di Teotitlan del Valle. Nel 1969 vi giunsi per la prima volta. Il Natale era passato da poco e mi venne voglia di visitare la chieda del villaggio. Di per se l’edificio non aveva alcunché di rilevante, ma dentro trovai cose meravigliose: c’erano candele fatte con una tecnica sopraffina, nelle quali erano infilati come degli spilloni, che infilzavano anche dei frutti e dei fiori di cera. Frutta e fiori sono l’elemento tipico delle “ofrendas” per i morti. A volte, in occasioni particolari oppure quando muore una persona, in casa, un tavolo o una parete, vengono riempiti ed addobbati con fiori e frutta. Si tratta chiaramente di un rito antico, originario delle antiche popolazioni preispaniche, ancestrale. Ecco che qualcuno aveva pensato di collegare quella antichissima tradizione con la fede cattolica e di riprodurre fiori e frutta con la cera, di collegarli alle candele che poi venivano portate in chiesa davanti ad un altare. Chiesi chi avesse fatto quelle particolarissime candele e mi indicarono una casetta, non distante. Vi andai e trovai una signora di 50 anni con alcuni bambini. Era stata lei a fare le candele di cera con fiori e frutta di cera infilzati? Candidamente, rispose che sì, lei faceva quelle cose. Scattai alcune foto bellissime di quella donna, dei suoi bimbi, della casa. Alcuni anni dopo tornai nel villaggio, volevo rivedere la signora. Cercai la casetta, ma non la trovai, avevano spostato la strada ed non riuscivo ad orientarmi. Entrai in un’altra, dove stava una famiglia che, scoprii, tesseva. Buttai l’occhio sui lavori di tessitura e rimasi sbalordito: facevano cose bellissime! Divenni amico di quei due tessitori zapotecos, che si chiamavano Victoria e Perfecto. Dopo alcuni anni, riordinando il mio archivio, trovai le foto della donna di tanti anni prima, quella delle candele, lei coi suoi bambini. Le mostrai a Perfecto e lui impallidì: quella era la sua mamma ed uno dei bambini era lui! Era l’unica immagine che avesse di lui bambino.  Ora si spiegava la sua straordinaria arte della tessitura: era nato in una famiglia creativa, con una madre a sua volta artista.

Ho conosciuto altri grandi artisti indio. Ad esempio nel villaggio di Patamban si produce una bellissima ceramica vetriata verde. Ad inventare la tecnica per realizzarla fu un artista indio locale, che la trasmise a tutto il villaggio, permettendo così di migliorarne la difficile condizione economica. Ciò che non voleva diventasse appannaggio di altri erano le forme dei suoi vasi. Si narra che, sul letto di morte, pretese che tutti gli stampi che aveva prodotto negli anni gli fossero portati e venissero distrutti davanti a lui: che il villaggio facesse pure la ceramica da lui inventate, ma non ripetesse quelle forme che erano solo sue. Nel vicino villaggio di Ocumicho si produce invece una ceramica narrativa, con uno spirito minuzioso,buffo e, a mio avviso, un tantino angosciante. Regalai ad Arnold Steinhardt, un caro amico violinista, una bella Santa Cecilia. Molta parte della iconografia barocca messicana si è innescata in quella preispanica. La più alta testimonianza di questa tradizione è quella che ci ha dato Josè Guadalupe Posada, il più grande e geniale incisore, che ha creato immagini iconiche conosciute in tutto il mondo, come la famosa “Catrina pecona” , “La donna elegante calva”: è una definizione ironica, naturalmente. La utilizzai per una pubblicità della Pepsi Cola, forse qualcuno la ricorda ancora.
Posada2.CatrinaIl cattolicesimo intervenne drammaticamente su questo mondo di immagini. I preti decisero che erano rappresentazioni diaboliche. Un frate, Diego De Landa, decise che tutto questo mondo di immagini doveva essere distrutto e girò lo Yucatan a bruciare e distruggere i codici Maya che contenevano tutte queste immagini.

Basta guardare ai templi ed alle città che hanno abbandonato per capire di quali vette di civiltà fossero capaci, basta ammirare le testimonianze artistiche rimaste. Il carattere originario degli Atzechi, dei Maya e delle altre decine di etnie originarie era tutto diverso da quello che mostrano oggi. Siamo noi europei ad averli distrutti, ad aver tarpato la loro creatività.

Oggi le antiche religioni, o meglio quel che di loro resta in forme di riti e credenze ancestrali, si scontrano con la condizione sociale drammatica in cui gli indios si trovano sia che vivano nelle regioni di origine , sia che si siano spostati a Città del Messico. Io ho continuamente una relazione col pensiero magico indigeno. Ad esempio la mia cuoca è una persona intelligente che non ha potuto studiare. Molte delle cose in cui crede sono, agli occhi di un occidentale, assurde, chiaramente preispaniche. C’è una trasmissione di queste credenze di madre in figlia, favorita io credo anche da un fenomeno sociale: la maggioranza dei bambini che nascono a Città del Messico hanno una madre ma non conosceranno mai il loro padre. Ciò determina, soprattutto per la scarsissima scolarizzazione nei gruppi sociali più poveri, una trasmissione culturale in cui il vecchio immaginario magico sopravvive. Anche il machismo, così tipicamente messicano, è frutto di questa situazione. Le donne non conoscono altro che quel comportamento maschile e, coi figli maschi, loro stesse tendono inevitabilmente a legittimarlo, perché non ne conoscono di diversi. Perciò lo trasmettono come un fatto naturale. Non mi stupisce se un vecchio mondo sopravvive anche in ghetti in cui però trovi le televisioni che trasmettono porcherie e si ascolta pessima musica nordamericana.”

Paolo fuma uno dei sigari toscani che Danilo De Marco gli ha portato dall’Italia, siamo nel patio dell’hotel Matan Ka’an. Poco distante da noi Giancarlo Venuto, dopo essersi arrampicato su un’impalcatura, sta disegnando una delle quattro grandi calle che saranno il suo omaggio a Tina Modotti ed un lascito per Cruzando fronteras, l’incontro di intellettuali ed artisti italiani e messicani che è in corso qui a Mahahual, nello Stato del Quintana Roo, il più meridionale di quelli che fanno parte della confederazione messicana.

“Quando sono arrivato, ero pronto ad innamorarmi del Messico, in realtà. Tutto quel che avevo fatto prima spingeva in questa direzione, anche se non ne ero consapevole. Durante la guerra mio padre diede un po’ di soldi e forse cibo ad un ufficiale tedesco. In cambio ottenne una splendida macchina fotografica. Mio fratello maggiore fu preso dalla passione per la fotografia ed organizzò in casa un piccolo studio, con quanto serviva per sviluppare le foto. Ero piccolo, sette, forse otto anni, ma presto imparai. Lui lasciava Tarcento per frequentare il Collegio Don Bosco a Pordenone. Mandarlo dai salesiani parve a mia madre il modo migliore per salvarlo dall’arruolamento forzoso cui sarebbe stato costretto se sorpreso in casa, magari nel corso di qualche rastrellamento. Si salvò infatti. A me, per lunghi mesi, in quegli anni di guerra e subito dopo, rimase quella macchina, un po’ di pellicola, il necessario per sviluppare. Nacque così la mia passione per la fotografia. Ho avuto la fortuna di diventare amico di Riccardo Toffoletti, che aveva un anno più di me ed era figlio di una fotografa, che a sua volta aveva ereditato lo studio da suo padre, il primo fotografo di Tarcento. Riccardo perciò era più avanti di me e mi insegno alcune cose. Lui, soprattutto, secondo me stampava molto bene.

Feci le scuole superiori ad Udine, al liceo Stellini. Studiavo e disegnavo tanto, era la cosa che mi piaceva di più fare e mi ci ero appassionato già durante le medie, in paese. Delle medie e del liceo ricordo poco, ma questa passione per il disegno mi è stata ricordata da un compagno di scuola delle medie, che poi divenne generale dell’esercito italiano e che, venuto a trovarmi a Città del Messico, dimostrò di ricordare quei tempi felici assai meglio di me. Conservava persino il ricordo di un personaggio dei fumetti che avevo creato, un certo Amilcare Barca, un tizio che, fatti due buchi sul fondo di una minuscola barchetta, vi aveva infilato piedi e gambe e camminava vestito con quella barca, un elmo in testa. Stranezze da ragazzo fantasioso. Sul finire del liceo un mio compagno di classe ebreo, mi condusse ad incontrare l’architetto Marcello D’Olivo a Udine, pore lui ebreo. Io non avevo né diplomi né capacità tecniche che potessero essere utili a D’Olivo, ma lui, visti i miei disegni, mi disse che potevo rimanere nel suo studio a disegnare per lui. Era un uomo incredibilmente creativo, schizzava sulla carta idee, sulle quali noi disegnatori cercavamo di intervenire. Divenni in breve un suo disegnatore, ma non ne avevo alcun reddito. Dormivo nello studio di D’Olivo a Udine, potevo andare in trattoria a mangiare a sue spese, ma non vedevo una lira. Sono stato due anni da lui, ricordo in particolare due suoi lavori: il villaggio turistico di Manacore Garganico ed il progetto di una grande città universitaria a Riad. Quest’ultimo soprattutto: D’Olivo aveva  una grande passione per la fantascienza e, non so come, disegnò al centro di questa nuova città per 250.000 studenti, una torre a base triangolare che doveva essere alta un chilometro, coperta da celle per catturare il calore del sole e trasformarlo in energia. Allora questo tipo di impianti era solo nell’immaginazione degli autori di fantascienza, oggi è a disposizione di tutti. Marcello era un grande visionario, mi fece scoprire la grande architettura, una passione che mi prende anche oggi. Dopo due anni lasciai lo studio di D’Olivo per iscrivermi ad architettura a Venezia. L’ambiente era meraviglioso, c’era un dibattito ed un clima culturale esaltante ma io vivevo serie difficoltà economiche. Mio fratello stava a Roma, aveva una stanzetta, mi disse di andare da lui, in qualche modo avremmo fatto. Ci andai e mi iscrissi ad Architettura a Roma. Che delusione! Erano gli ultimi emuli di Piacentini, la facoltà era il rifugio dei fascisti romani. Era insopportabile culturalmente, ma anche politicamente, per uno come me che usciva da una famiglia antifascista. Decisi perciò di iscrivermi a fisica, ero molto attirato da alcuni elementi di filosofia della scienza. Un giorno, camminando in via Spallanzani, dentro un garage con la serranda sollevata, vidi un tizio che metteva ad asciugare foto appendendole ai fili che si usano per stendere la biancheria. Entrai e rimasi affascinato: stava sperimentando in fotografia cose nuove, che mi attirarono subito. Cominciammo ad usare in modo non ortodosso le emulsioni, le solarizzazioni, gli alti contrasti, facevamo strani usi delle varie carte che potevamo impiegare, non ultima quella chimica che allora si usava per fare fotocopie. Per questa via, da autodidatti, inconsapevolmente, ci collegavamo al movimento della fotografia soggettiva, di cui ignoravamo persino l’esistenza e che scoprimmo solo dopo molti anni. Iniziò così, col mio sbalordimento, una amicizia straordinaria. Ma mentre io venivo da un ambiente culturalmente molto debole, di estrema provincia, quel ragazzo, che si chiamava Enzo Ragazzini e sarebbe diventato un fotografo molto conosciuto, proveniva da una interessante famiglia romana. Il padre di Renzo in particolare conosceva il movimento surrealista ed inoltre coltivava una vera passione per le cultura primitive. Ricordo che possedeva un libro sui simboli preispanici in Messico. Fu attraverso lui che conobbi il figlio di Zavattini e poi Cesare. Lasciata definitivamente l’Università, lavoravo a Roma con Enzo, eseguivo quel che lui mi diceva di fare, ma la mia passione era sperimentare, anche ed in laboratorio. Abitavo in casa di Enzo, conobbi un quei mesi Simonetta, con cui poi venni in Messico. Il padre di Enzo possedeva una piccola fabbrica di ceramiche a Vietri sul Mare. Me ne affidò la gestione per qualche mese, ma non era quello il materiale con cui sentivo di dovermi esprimere.

Venni richiamato per il servizio militare, che allora durava 18 mesi. Siccome ero un indisciplinato, ne feci 24, sei dei quali a Ugovizza, per punizione. Rientrai a Roma, a casa di Enzo, che nel frattempo si era sposato con Simonetta. Capitai così nel mezzo di un  conflitto. Simonetta era una sorta di proto femminista ed Enzo mal sopportava questa cosa. Io mi schierai con Simonetta e dovetti lasciare la casa e lo studio. Ero senza lavoro, a Roma. Mio fratello se ne era andato e decisi che dovevo anch’io girare il mondo. Sognavo di fare il fotografo di guerra. Avevo conosciuto dei ragazzi che erano profughi politici da Angola e Mozambico, mi venne voglia di documentare quello che mi raccontavano. Andai a Parigi, dove bussai a molte porte senza che mi fossero date occasioni. Mi spostai allora a Londra, dove appena arrivato mi ammalai seriamente. Romano Cagnoni era un fotografo che conoscevo e che lavorava a Londra. Mi ospito ed aiutò a rimettermi in salute. In breve tempo dimostrai ad alcuni quel che sapevo fare con le tecniche che avevo sviluppato con Enzo Ragazzini. Ed ebbi fortuna, ci vuole nella vita. Mi presentai in una banca, esposi i miei progetti e le mie tecniche, chiedendo un prestito. Davanti a me stava un giovane direttore, che mi ascoltò algido. Pensavo mi mandasse via ed invece mi diede fiducia e finanziò con 7.000 sterline. Ripagai ampiamente le fiducia, ebbi molto successo, ottenni anche incarichi ufficiali, per il padiglione britannico all’expo mondiale di Montreal. In cinque anni feci davvero molto lavoro e in ultimo arrivarono molti soldi. Finché un giorno la persona che mi teneva la contabilità, un piccolo ebreo che sembrava uno scrivano rinascimentale, fatti un po’ di conti, mi disse che se non me ne andavo subito dal Regno Unito avrei pagato una valanga di tasse. In realtà sapevo di dovermene andare anche per un altro motivo: stavo con una ballerina della BBC, una donna bellissima cui voglio ancora molto bene. Ma lei a quel punto della nostra relazione voleva che facessimo un figlio, cosa che non ho mai desiderato. Non mi è mai piaciuto “lasciare” qualcuno, ma in questo caso pensai che, bella com’era, avrebbe facilmente trovato qualcuno con cui sostituirmi. Presi su tutto e mi trasferii a New York, dove, con i miei soldi, ho fatto per sei mesi il “giovane gentiluomo ritirato”. Ma dopo poco non ne potevo più e quando Simonetta, venuta negli Usa per i suoi studi sociologici ed antropologici, mi venne a cercare, le proposi di partire. E così arrivai in Messico.”

Come hai iniziato a fare il fotografo in Messico?

“Fu una cosa pazzesca. Era il 1966, si stavano preparando le olimpiadi del 1968. Conobbi l’ex Presidente del Messico Lopez Mateo, che era presidente del Comitato organizzatore. Lo convinsi a realizzare una sorta di libro da distribuire a tutti i turisti che sarebbero venuti in Messico per l’occasione, per convincerli a non limitarsi a visitare Città del Messico, ma anche le meraviglie del paese. Lopez Mateo mi incoraggiò e, a mie spese, iniziai a girare tutto il sud del Messico per fotografare paesaggi, città, persone. Feci 500.000 chilometri con le strade di allora, imparagonabili con quelle di oggi, sfasciando tre maggiolini volkswagen. Spesi tutti i miei soldi. Purtroppo Lopez Mateo morì ed a succedergli fu chiamato Pedro Ramirez Vasquez. Costui letteralmente mi rubò le foto, un anno e mezzo di lavoro. Una polizia speciale di allora, la “poliziales”, una sorta di corpo senza controlli, venne in casa mia e mi rubarono persino i negativi. Anni dopo ricevetti dal Ministero dell’Interno un ordine perentorio ad andarmene dal Messico entro poche ore. Mi precipitai da Ramirez Vasquez chiedendogli di far ritirare quell’ordine. Lui dettò alla sua segretaria una lettera indirizzata al viceministro degli interni, nella quale magnificò il mio contributo alla riuscita dell’operazione olimpiadi. Nell’occasione mi mostro le tante mie foto pubblicate, che io nemmeno avevo mai viste e che erano uscite senza alcuna indicazione dell’autore. Insomma quei 18 mesi di lavoro servirono perlomeno a garantirmi la possibilità di stare in Messico a tempo indeterminato. Attraverso varie peripezie riuscii comunque ad aprire un mio studio e ben presto dimostrai di essere piuttosto bravo nel mondo della pubblicità. Ho lavorato per molti grandi gruppi, grandi aziende. Non erano quelle le foto che volevo fare, ma quelle mi consentirono di vivere ed ancor oggi è il mio lavoro. Ho fatto anche alcune cose strane. La mia passione per l’architettura mi ha spinto ad esempio a disegnare la casa in cui vivo a Città del Messico. Ho usato un modulo esagonale, ispirato a Frank Lloyd Wright. Penso di essere fra i pochissimi al mondo a vivere in un luogo che ha angoli di 120 gradi. Ovviamente ho disegnato e fatto fare tutti i mobili, perché in commercio con quegli angoli non ce ne sono. Una volta Jorge Ibargüengoitia, un grande scrittore umorista, un genere poco diffuso nel Messico, scrisse per sull’Excelsior, un giornale prestigioso, un articolo con cui descriveva la sua visita ad una simile casa, chiedendosi pubblicamente che mai potesse essere il matto che l’aveva progettata. Ovviamente sapeva bene che ero io. È stato simpatico. Sono contento di quella strana casa.”

Qui hai messo su famiglia?

“Ti dicevo che non ho voluto figli, ma ho costruito due importanti relazioni ed oggi sto con Maru. Lei ha due figli e 4 nipoti, che io considero come fossero figli miei e miei nipoti. Sono molto felice dell’affetto che mi riservano, quasi fossi davvero loro padre e nonno. È una cosa che mi gratifica.”

Il Messico ha cambiato il tuo modo di fotografare?

url-2“Non lo so, penso di sì. Il Messico è anche un potente creatore di immagini, ti stimola molto sul piano culturale. Ad esempio quando arrivai qui mi sorpresi di quanto i messicani conoscessero il nostro neorealismo. Oggi troppo è imposto dalla potenza economica e commerciale nordamericana. Ma anche in questo momento difficile, il Messico ha risorse creative formidabili. Negli ultimi anni sono state prodotte almeno una ventina di pellicole importanti. Probabilmente in Italia nemmeno sono passate. Una cosa che io ho scoperto, invece, solo in Messico, sono state le foto di Tina Modotti e di Weston. Non sapevo nemmeno che esistessero, quando sono arrivato qui. Ma il Messico di certo ha acuito la mia sensibilità per alcuni temi. Ad esempio mi ha spinto a fare un libro dedicato al rapporto fra i monumenti ed il potere. La rivoluzione di Villa e Zapata ha lasciato un segno potente nel Messico. Ad esempio la caduta delle barriere fra ciò che è artisticamente elevato, accademico, colto e ciò che è popolare, dunque fra grandi artisti e artigiani. Molti anni prima del movimento “Bauhaus” in Germania, qui in Messico l’opera di uno scalpellino molto bravo veniva pubblicata al fianco di quella di un grande architetto. Sono scelte ed impostazioni che hanno dato il via ad un fenomeno che credo solo messicano, quello dei monumenti la cui realizzazione le comunità locali, o qualche potente locale, ha affidato a semplici e capaci persone del paese in cui poi il monumento sarebbe sorto. Questo fenomeno ha consentito di leggere il rapporto fra il potere ed i monumenti in modo particolare. Il libro non fu stampato come volevo e come doveva, ma rimane un passaggio culturale importante del mio percorso, sia di quello artistico che di quello di vita. In ambienti ristretti, ma che mi sono cari, viene considerato una sorta di oggetto di culto. È una bella sensazione e soddisfazione.”

Cosa vedi nel futuro del Messico?

“Vedo con molto pessimismo il futuro di questo paese e, per essere sincero, del mondo intero. Le cose in Messico peggiorano: in trent’anni siamo passati da una mortalità infantile del 28/1000 ad una del 70/1000. Le spese per la scuola e la cultura erano 30 anni or sono il 32% del bilancio dello Stato, oggi siamo attorno al 15. Le spese militari sono passate da meno del 10 per cento di trent’anni or sono all’attuale 30 per cento. Quando arrivai in Messico questo era un paese  relativamente felice, che aveva alle spalle una lunga fase di crescita e sperava molto nel futuro. Poi vennero le Olimpiadi del 1968. Il ’68 messicano ebbe la stessa forza ed ampiezza del maggio francese. I giovani non sopportavano più i recinti in cui le istituzioni messicane li volevano rinchiusi, chiedevano libertà. Un mese prima dell’inizio delle olimpiadi una grande manifestazione nella piazza maggiore della capitale si concluse con una strage dell’esercito: ufficialmente dissero che 270 ragazzi erano stati uccisi. In realtà ne ammazzarono oltre 3000. È una ferita che ancora non si è sanata. Ma soprattutto da allora i potenti di questo paese pensarono che non valeva la pena di far studiare la gente, visto che proprio gli studenti si erano ribellati. Da allora calo degli investimenti in cultura ed istruzione ed aumento della spesa di controllo militare vanno di pari passo. Non c’è una vera e matura democrazia in questo paese, in cui molti milioni di uomini e donne che non sono nemmeno iscritti alle liste censuarie ed elettorali. Il Messico è oggi un paese di grandi contrasti sociali, in cui grandi fortune si confrontano con estreme povertà. È un paese di grandi ingiustizie mai sanate e quante più se ne accumulano, tanto più c’è bisogno di un apparato repressivo per contenere al rabbia e le reazioni di quanti le subiscono. È un paese in cui esistono fortissimi poteri criminali, che dominano intere regioni del nord. Dove andrà il Messico? Verso un grande scontro, forse non solo interno ma internazionale. Speriamo bene.”


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  • Pubblicato il 11 marzo 2012
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webromanzo – capitolo 19 Ecco, la vicenda si conclude.

Ecco, la vicenda si conclude.

Questa indagine ha consentito a Vidal Tonelli di ripercorrere i passi fondamentali della sua vita, di darsene ragione. Alla fine, Tonelli sceglie di aprire al futuro, lasciandosi alle spalle molto. È una scelta difficile e coraggiosa, quella che compie il nostro commissario. In realtà, le mature certezze che si illudeva di poter continuare a far vivere, erano purtroppo svanite da tempo, ma solo questa indagine dà a Tonelli la capacità di superare se stesso, di elaborare il distacco.
Si svela, in questo capitolo finale, una dimensione umana di Tonelli che ho cercato di far intuire per tutto il corso del romanzo.

Ora si apre una fase diversa di lavorazione. Devo rivedere tutto il testo, superare incongruenze, dare spiegazioni logiche, talvolta più profonde di quel che mi era riuscito di fare. Dovo chiedere al alcune persone di leggerlo e di segnalarmi aspetti irrealistici, errori, usi impropri delle lingue usate nel romanzo, dall’italiano al triestino di Romano, al veneziano di Alvise.

Poi publicherò su questo sito la versione definitiva.

Ringrazio i molti che mi hanno seguito ed incoraggiato. Ed anche quelli che mi hanno stroncato. L’ho detto: non sono uno scrittore, racconto storie. E’ tutt’altra cosa.

Infine il romanzo ha mischiato realtà e fantasia. Ma la storia è tutta inventata. Se qualcuno, leggendolo, ha riconosciuti riferimenti a fatti realmente accadut e se ne è sentito offesoi, sappia che non era mia intenzione. In particolare, sia chiaro, questo romanzo non vuole tracciare una storia alternativa a quella realmente accaduta e processualmente accertata delle fasi finali della vita della colonna veneta delle BR. È piuttosto una metafora della zona grigia in cui si situano una serie di vicende umane. Ho grande considerazione per le vittime della lotta armata che ha insanguinato Venezia ed il Veneto sul finire degli anni ’70 ed agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso e grande rispetto per le famiglie ed il loro dolore. Ogni romanzo ci parla della realtà attraverso una finzione. Ma resta pur sempre una finzione.

Gianni

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Appena entrato in autostrada ho spento il telefonino. Voglio starmene per i fatti miei. Quando sapranno di quel che è successo a Padova mi chiameranno tutti e io non voglio dire nulla.

Parcheggio nell’autorimessa comunale di piazzale Roma e già mentre scendo con l’ascensore mi sento rilassato, calmo, tranquillo. È sempre così quando sento che una inchiesta difficile si è chiusa. Stamattina, quantomeno, ho completato il mio ruolo in questa inchiesta, quel che resta, lo può fare chiunque. Ma non ho chiuso solo questa inchiesta. È una parte della mia vita che si chiude e diventa solo un ricordo. Mi ci vorrà del tempo per elaborare, ma da oggi mi sento libero di pensare al futuro.

Leggero. Salgo e scendo l’incanto cala traviano. L’ovovia per le carrozzelle ovviamente è bloccata. Percorro le fondamenta di Santa Lucia e mi avvicino alla biglietteria dei vaporetti della stazione. C’è calca come al solito, ma non me ne frega nulla. Ordino andata e ritorno, non residente, pago e mi butto in lista di Spagna. Sto così bene che neppure un trionfo carnacialesco il primo di luglio riesce ad indignarmi. Passo il ponte delle Guglie, mi fermo a dare un’occhiata in fondamenta della pescheria. Il pescivendolo ha una passione particolare per la merce povera. Stamattina ha le ali delle razze ed altri pesci per la zuppa. Gli scorfani nostrani hanno colori bellissimi, tutte le sfumature fra il nero ed il rosso. Mi verrebbe quasi da comperare, ma dovrei andare da Alvise per mettermi a cucinare e non ne ho voglia: so già come va a finire, che fatto quel che ho da fare mi verrà una piomba di sonno e andrò da lui solo per dormire due ore, prima di tornare in ufficio.

Passo per il ghetto novo, ogni volta mi emoziono. Davanti alla casa di riposo israelita incontro un vecchio amico di Alvise, ci salutiamo. Vado svelto in direzione della Madonna dell’Orto, passo per la calle del Piave con le sue belle geometrie ed i rami, le sue case novecentesche, un luogo splendido di Venezia che pochi conoscono. Arrivo al vaporetto. Mi siedo al sole ad aspettare, quasi mi addormento. Quando attracca aspetto che scendano a terra due donne con la spesa, salgo e mi siedo fuori: prendere il sole è ancora più bello con quest’aria che ti viene in faccia. Ci fermiamo alle Fondamenta nove e poi inizia il salto verso San Michele.

Questo è uno dei luoghi di Venezia che amo di più. Arrivarci non è semplice, non è il cimitero di una città di terraferma. San Michele è un’isola molto vasta e, anche quando c’è gente, trovi sempre un  luogo per te, dove puoi rimanere solo a riflettere. È di una strana bellezza, monumentale ma con un suo ritmo: i campi si susseguono ma dentro ad un disegno che è facile capire. È un grande giardino circondato dalle tombe di famiglia. Percorro  i vialetti fino ad un luogo caro. Sopra, in alto, su una specie di arco, c’è la scritta “famiglia Cogo”. Una grossa tenda di cotone impermeabilizzato protegge quello spazio dal caldo. Apro il cancello di ferro ed entro. Devo abituare gli occhi a quell’improvvisa penombra.

Ora , fra me e te, c’è questa lastra di marmo.

Silvia Cogo Tonelli

Venezia, 5 ottobre 1957 – Pordenone, 15 marzo 2006

Sono qui, Silvia.


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  • Pubblicato il 07 marzo 2012
Senza titolo-1

Webromanzo – capitolo 18

18.

Michele Quercioli, via Tiziano Vecellio 37, Padova.

Dov’è ‘sta via Tiziano a Padova? Arcella. Il tom-tom non lo volevo, credevo di poter arrivare da solo nei posti che cercavo, al massimo domandando. Ma in effetti ‘sto coso aiuta.

Albeggia. Sono le sei di mercoledì primo luglio e me ne sto parcheggiando a 150 metri dall’entrata di casa di Quercioli. È un quartiere di case e condominietti piccoli, media borghesia padovana, gente quasi tutta con una solida posizione, non ricchi ma benestanti. Il gran misciamerda deve avere acquistato qualche anno fa, il condominio in cui vive è piccolo e relativamente recente, signorile.

Io con questa pistola che mi hanno dato non ho mai tirato un colpo in vita mia. Addirittura mi spaventa il botto dei colpi di pistola. Dove sta scritto che un commissario debba saper sparare? Da nessuna parte. Quello che mi auguro è di non doverlo fare stamattina. È da mezz’ora che aspetto che Quercioli esca. Che debba uscire, è solo una supposizione. Quando ieri ho fatto controllare all’anagrafe canina di Padova se possedesse un cane ed abbiamo scoperto che ce l’ha, un labrador di 5 anni, ho pensato che avrebbe fatto come tutti, l’avrebbe portato fuori a pisciare e cagare, la mattina presto. Dunque, che aspetti, Quercioli? Se lo so io che hai un cane, figurati se non lo sanno i tuoi ex amici. Forza Quercioli, sono qui con la mia Beretta col colpo in canna, pensa a cosa mi hai ridotto, maledetto Quercioli misciamerda!

6.32. Si apre la porta del condominio, un labrador nero trascina il suo attempato padrone. Escono in strada e si dirigono verso uno spazio verde pubblico all’inizio di via Vittorio Saetta, poco più avanti. Non poteva che andare lì, quello spazietto verde è lo sfogatoio di tutti i cani del quartiere, appena arrivato l’ho controllato ed è pieno di merde di cane, perché siamo italiani, suvvia, nessuno le raccoglie. Se nei giorni scorsi l’hanno sorvegliato, sanno che finisce lì di certo.

Quercioli sta quasi per arrivare all’incrocio con via Saetta, quando alle mie spalle sbuca una Ducati Monster nera con due a bordo. Hanno il casco, vogliono fare un lavoro per il quale risulta indispensabile. Metto in moto e li seguo accelerando più che posso. Quello che sta dietro estrae una mitraglietta. Con la sinistra sparo subito due colpi in aria, uno dopo l’altro. Quercioli si getta a terra, la moto si ferma, quello dietro scende dalla parte del marciapiede, io gli arrivo addosso con la macchina mentre inizio a frenare, salgo sul cordolo e mi frappongo fra lui e Quercioli. Quello si ferma e mi punta la mitraglietta, io gli sto puntando la pistola. Mi metto a gridare.

“Polizia! Vattene via stronzo.”

Mi punta la mitraglietta e credo che sto per morire. Lui invece comincia ad arretrare sempre puntandomi, sale sulla moto, se ne vanno.

Cazzo, ma come faccio ad essere così figo? Ho avuto una paura folle ma ho talmente tanta adrenalina addosso che potrei regalarla! Esco dalla Golf.

Vado da Quercioli, il cane sta abbaiando, lui è rannicchiato in posizione fetale. Forse è la posizione che assumo tutti quelli che si apprestano a morire sparati.

“È tutto finito, Quercioli, può rialzarsi.”

Il vecchio spione misciamerda si toglie le mani dalla nuca, mi guarda con la coda dell’occhio, comincia pianissimo a raddrizzare il capo. Il cane mi abbaia contro.

“Quercioli, per favore, può richiamare il suo cane? Comincia a starmi sul cazzo.”

Quello emette un gemito, poi un rantolo, poi capisco che il nome del cane è “Rambo”. Rambo? Sto stronzo ha chiamato Rambo il suo cane? Dovevo lasciare che l’ammazzassero, lui, non il cane.

“Come si sente?”

“B..bene, mi pare.”

“Vuole che chiamo un’autoambulanza?”

“Sì, è meglio.”

Chiamo invece il 113, si arrangeranno loro. Li prego di far arrivare in via Tiziano all’incrocio con via Saetta due volanti ed un’autoambulanza. C’è stato un tentativo di omicidio sventato. Come sempre in questi casi dall’altra parte sono diffidenti, devo ripetere chi sono, dare il mio numero di telefonino, chiedono chi sia la persona che ha subito il tentativo di omicidio: “Non lo so, non lo conosco”. Spero solo che non mi chiedano chi erano i tentati assassini, non si sa mai, di barzellette su quanto siamo stupidi noi poliziotti ce n’è già troppe.

La gente si è affacciata, qualcuno scende. Uno si avvicina.

“Signor Quercioli, ma cos’è successo, come sta?”

Chiedo se conosce la moglie, se può chiedere se scende per aiutare il marito.

“Per favore, adesso rimanete lontani, là e là, capito? Per fortuna non è successo niente, adesso arriva la Polizia.”

Mi vien da ridere, sono io la Polizia!

Arriva la moglie, quasi grida a vedere il marito seduto per terra, io consiglio di non muoverlo, meglio essere prudenti. “Sta bene, non lo vede? Adesso comunque arriva un’autoambulanza, gli faranno accertamenti. Lo segua in ospedale.”

Tra l’altro: Quercioli deve aver mollato gli sfinteri per la paura. Consiglio alla moglie di andare a prendere vestiti puliti.

Arrivano i nostri! Ovviamente sgommando, perché così si fa quando tutto è finito.

Adesso devo spiegare, ricostruire, chi sono. Mi ci vogliono 15 minuti per far capire a questi ragazzi che sono un Commissario di Pubblica sicurezza della Questura di Pordenone. Se fossi un imbianchino, quanto ci mettevo? Tre giorni? Quattro? Cominciano a girarmi.

Arriva un collega, mi riconosce.

“Che cosa ci fa qui a Padova, Tonelli?”

“Ho passato una magnifica notte a casa di un’amica.”

“E qui cos’è successo?”

“Che ne dice se andiamo in Questura?”

“Meglio.”

“Infatti. Senta, lascio ai suoi agenti le chiavi della mia macchina, la Golf bianca. Gli dica per favore che il proprietario è un commissario di Pubblica sicurezza e se quando hanno finito di fare fotografie me la riportano in Questura qui a Padova, che così posso ripartire per Pordenone. La pistola d’ordinanza me la porto dietro o la lascio a qualcuno?”

“Se la porti dietro.”

“Molto bene.”

“Beh, in fondo non è successo nulla di straordinario. Sono uscito dalla casa di una mia amica, volevo tornarmene presto al lavoro a Pordenone. Metto in moto e parto. Due ragazzi su una moto nera mi sorpassano e il passeggero estrae una mitraglietta. Cazzo, dico, ma che fanno questi? Vedo che puntano su un signore che sta portando a spasso il cane. Prendo la pistola dal cruscotto, tolgo la sicura, sì, è vero, sono piuttosto bravo con la pistola (un giorno mi vergognerò a raccontare balle così!), sparo due colpi in aria per cercare di fermarli, quelli bloccano la moto, il passeggero scende e si avvicina al signore col cane, che nel frattempo si è rannicchiato a terra. Con la macchina mi butto sul marciapiede e inchiodo. Mi fermo giusto davanti a quello con la mitraglietta e dal finestrino della mia golf gli punto addosso la pistola. Gli grido “Polizia!” e quello si prende paura, risale in moto e se ne va. Vi ho chiamato ed eccomi qui.”

“Lei conosce il signore che ha salvato?”

“Non ho la più pallida idea di chi sia. Certo che se hanno tentato di ammazzarlo, magari ci riprovano. Lo farei sorvegliare in ospedale e soprattutto chiederei che non sia rivelato ad alcuno il posto dov’è ricoverato.”

Il collega padovano mi guarda come se fossi un pazzo furioso.

“Che c’è?”, gli chiedo.

“Ma perché mi prende in giro, commissario?”

“Io? Nemmeno mi sogno di farlo.”

“Va bene. Lei intende sporgere denuncia …”

“Per che cosa? Ho fatto solo il mio dovere. Procedete voi d’ufficio.”

“Mi da le generalità della signora con cui ha passato la notte?”

“Non lo farei mai. Sono fatti privati del tutto distinti da quel che è successo.”

“Lei mi sta coglionando.”

“Mi creda, non cogliono nessuno, tantomeno un collega che sta facendo scrupolosamente il suo lavoro. Mi faccia firmare e chieda se mi riportano la macchina.”

Sono quasi le nove quando, dopo aver raccontato per la decima volta chi sono, perché ero lì e come sono andati i fatti, mi fanno firmare una deposizione e, chiedendomi di restare a disposizione, mi lasciando andare via. Un agente mi riconsegna le chiavi della Golf.

“Faccia controllare le gomme, commissario. Dopo un colpo del genere meglio equilibrarle.”

“Ottimo consiglio. C’è un gommista qui vicino?”

“Qui vicino no, ma se va verso l’uscita di Padova Est ne trova più d’uno dopo la Stanga.”

“Perfetto, mille grazie.”

Mi fermo dal primo gommista che trovo, chiedo un’equilibratura delle gomme, dopo qualche minuto si mettono a lavorare. Ne approfitto per telefonare.

“Questa è la segreteria telefonica di Silvia Cogo. Lasciate un messaggio dopo il bip e vi richiamerò appena possibile”.

“Arrivo.”


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  • Pubblicato il 06 marzo 2012
LEGITTIMA DIFESA

Webromanzo – capitolo 17

17.

Ho dormito male, come sempre in questi casi. Apro il balcone e saluto Santa e Bomben che passeggiano nel giardinetto di Silvia. Sono contenti, sanno che fra poco possono andare loro a riposare.
Mi lavo con l’acqua fredda, faccio la barba, mi cambio e prendo la busta con le foto originali. Esco e invito i miei due angeli custodi a bere un caffè alle Tre gazzelle. Affido la busta con gli originali a Santa e gli dico di portarla a Mazzariol. Lo chiamo.
“Santa ti porta la busta con gli originali delle foto di ieri sera. Me le digitalizzi, avanti e dietro. Anche la scheda che trovi nella busta e già che ci sei anche gli altri documenti. Metti tutto in almeno quattro chiavette. Gli originali e una chiavetta a me, una a te, una a Romano e una a Michele. Puoi farlo?”
“Capisco il senso della cosa. Io non ho tempo, ma ho qua una persona che può farlo per me. Fammi avere e provvedo subito.”
“Grazie.” La volante parte per portare il materiale a Mazzariol, io vado in tribunale a piedi, dove arrivo alle 8 puntuali.

Mentre cammino telefono a Michele.
“Ascolta, fammi un favore. Chiedi al comune di residenza se il signore della BMW nera, hai capito di chi parlo?, ottimo. Dicevo, chiedi al comune se quel tizio possiede un cane, per favore. Sì, hai capito bene. Chiedi al Comune se possiede un cane, le persone di settanta anni di solito hanno un cane. Ok? Poi mi sai dire.”

“Avrei preferito che tutto si concludesse come pensavamo domenica sera. Ma se le cose stanno così, serve approfondire, indubbiamente.”
Il Procuratore non si preoccupa di nascondere i suoi sentimenti. Pensa che questa cosa posa portargli rogne, ma tant’è, che ci si può fare se un Commissario scopre tutti questi casini? Nulla. Quanto all’interrogatorio, lo rinviamo, non apporterebbe novità al quadro probatorio che si sta delineando. Annuncio che in mattinata completiamo le perquisizioni con la Casera del Medico e la stalla. Propongo di rivederci verso le 19, concordano.
Chiedo a Katia se mi accompagna in Questura.

Monto in macchina con lei ed ecco che squilla il mio BlackBerry. È Celante.
“Grazie per avermi chiamato. Sai della questione di cui abbiamo parlato ieri, la doppia identità di tizio? Esatto. Il magistrato raccomanda il segreto e prega di non parlarne con alcuno. Esatto. Ti devo una cena. Dove? Troppo caro per il mio portafoglio. Decidi tu. Ottimo, ci sentiamo, ciao.”

“Perché eri a Venezia ieri? E perché un uomo dei servizi ti seguiva?”
“Perché a Venezia questa storia è nata tanti anni fa e speravo di trovare la prova di una doppia identità di Mazzocco. Infatti a Venezia l’ho trovata. Quanto a Fedeli e ai servizi, non trovo innaturale che si occupino di questa vicenda. Che mi facciano pedinare è altra storia. Del resto sono convinto stanno controllando il mio telefono, il tuo, quello del sostituto, quello del Procuratore. E altri. Perciò adesso sanno che Mazzocco e Sella sono la stessa persona. Stanno di certo manovrando. Posso solo fotterli in velocità.”
“Perché li vuoi fottere?”
“Perché non hanno alcun interesse a far emergere la verità. Anzi, lavorano per nasconderla, perché ci sono dentro fino al collo. Per caso io sono capitato in una storia che più va avanti e più richiama questioni che, per molti motivi, conosco. Per questo vado veloce. Ce la posso fare solo se concludo tutto o quasi per stasera. Altrimenti questa storia non finirà mai.”
“Mi par difficile finire per stasera.”
“Dipende. Tu da che parte stai?”
Silenzio.
“Che vuoi dire?”
“Hai capito benissimo.”
“Io sto sempre con la Polizia. Noi cerchiamo la verità, questo ci interessa.”
“Bene. Allora ce la facciamo per stasera.”
È la prima risposta quella che conta. E la prima risposta della signora Questore è stato il silenzio. In realtà, starà dalla parte che gli indicherà Bastoni: con Fedeli. Da che parte starà quel topo? Davvero vuol liberarsi di Quercioli e compagni? O solo di Quercioli per continuare ad usare la struttura? E con quali soldi, ora che non c’è più il soldatino che va a prenderli, i soldi? Vedremo, decidono in queste ore. Sarà decisivo quel che pensano che io abbia in mano. Devo tirar fuori la pistola in una nuova perquisizione.

Scendo davanti alla Questura, saluto Katia che parcheggia, mi fiondo da Mazzariol.
“Andiamo a bere un caffè.”
Ci dirigiamo verso il caffè Marconi, ma quando siamo davanti gli faccio cenno di proseguire. Camminiamo in silenzio, tra l’altro oggi fa effettivamente caldo. Entro nel parcheggio del condominio Ariston.
“Ieri sera ho capito al volo che mi suggerivi di trovare la pistola alla Casera del Medico. Giusto?”
“Corretto. Non avrai difficoltà, il posto è credibile.”
“Seconda cosa: sicuro che non ci siano nostre impronte sul giocattolo?”
“Tu non l’hai toccata, io nemmeno. L’hai messa in tasca?”
“Sì, ma l’ho raccolta senza toccarla direttamente, ho usato la carta da formaggio che c’era sopra il tavolo della cucina come una specie di guanto e poi l’ho lasciata dentro. Te l’ho consegnata avvolta in quella carta e dentro il sacchetto sterile. Ho usato un guanto per mettercela.”
“Bene. Io quella carta l’ho gettata, ho pensato che conteneva le tue impronte. Comunque stasera distruggi i pantaloni che portavi quando l’hai messa in tasca.”
“Ok. Possono capire quando quella pistola abbia sparato per l’ultima volta?”
“No, ho preso le mie precauzioni.”
“Dove ce l’hai?”
“In ufficio, in un cassetto chiuso a chiave. L’ho avvolta in un canovaccio che ho preso nella casa di Marsure e poi l’ho messa dentro un vecchio sacchetto di un supermercato di Aviano che ho trovato in malga. Ho preso un canovaccio di Marsure perché fosse lavato da molto prima del delitto. Né sul sacchetto né sul canovaccio ci sono nostre impronte.”
“C’è altro?”
“Mettiti una giacca, altrimenti se tieni la pistola nella tasca dei pantaloni la notano tutti.”
In effetti, in ufficio tengo sempre una giacca, per l’emergenza.
“Altro?”
“No. Sto lavorando sulle pallottole. Ma non posso entrare nelle banche dati per cercare riscontri prima che tu ritrovi la pistola ed io possa recuperare una pallottola sparata. Ogni entrata e ogni navigazione in banca dati viene registrata, mi fottono se vedono che indago sulle pallottole di quella pistola prima di averla in mano. Capisci?”
“Chiaro. I tempi in questa storia sono fondamentali.”
“Passa da me prima di salire in Piancavallo per la perquisizione, ti prendi il giocattolo.”
Beviamo un caffè al bar Ariston e torniamo in Questura.

Chiamo Steiner, ci diamo appuntamento entro mezz’ora.

Avviso l’avvocato Pavan che completeremo le perquisizioni con la Casera del Medico. Lui non sembra dare molta importanza alla cosa. Chiedo comunque che avvisi la moglie perché venga ad aprirci, o mandi un figliolo. Va bene.

Passo da Franco per il giocattolo. Me lo dà in un sacchetto di plastica chiuso che contiene a sua volta quello del supermercato in cui ha messo canovaccio, pistola e caricatori. Metto il tutto nella tasca interna della giacca.
“Sfila il secondo sacchetto senza toccare e questo primo riportamelo. Mettiti questi guanti sterili per fare l’operazione. Mi riporti anche questi.”
Capito tutto. Si parte.

“Steiner? Può venire al posto di blocco, per favore? Grazie.”
Arriva con un’auto della Polizia militare. Esce a piedi e mi viene incontro, oltre la sbarra. Ha un sorriso positivo. Mi muovo anch’io e gli consegno la busta.
“Dentro troverà la prova della doppia identità di Mazzocco. Lei ha novità?”
“Lei è perfino troppo veloce, commissario.”
“Sarebbe per me fondamentale sapere a chi fossero dirette le telefonate coi telefonini di Telekom Serbia. Quello che stava in Piancavallo era Mazzocco, ma chi era il tizio di Padova che aveva l’altro telefonino coperto?”
“Vedo cosa posso fare.”
“Grazie.”

Sicuro che Steiner sta pensando: ma questo quanto sa davvero? Perché chiede a me? Pensa Steiner e poi aiutami, che tu ed i tuoi capi ne sapete di certo molto, su chi si muove fra la Ederle di Vicenza ed il campo di Aviano. O no?

Saliamo veloci verso la Castaldia e Casera del Medico, voglio chiudere in fretta questa cosa di ritrovare la pistola. Quando arriviamo sono le 10 e 15. Non c’è ancora nessuno.
“Ragazzi, io devo fare una cosa da solo. Ci siamo capiti?”
Sorridono. Prendo un giornale.
“Commissario, c’è un rotolo nel bagagliaio!”.
“Obbligatissimo!”, risata generale.
Entro nel bosco, corro per fare un rapido giro di tutta la stalla e sul retro c’è il grande portone dal quale i manzi escono la mattina ed entrano la sera. Tutto è vuoto ed anche in ordine, considerato che siamo in una stalla. Mi guardo attorno, devo stare attento a non lasciare adesso tracce delle mie scarpe. Comunque poi qui ci torno. Il tetto è fatto a capriate in legno, sopra è appoggiata la lamiera di copertura, che fa scivolare la neve d’inverno. Fra le travi in legno e la lamiera ci sono spazi. Potrei mettere lì la pistola. A lato del portone c’è una sedia. Mi metto i guanti, prendo la sedia, metto il giornale sulla seduta, salgo, tolgo il primo sacchetto, lo uso per dare una pulita al posto in cui metterò la pistola, me lo metto in tasca, sistemo la pistola, scendo, do un’occhiata dal basso per essere certo che non si veda. È tutto a posto, talmente a posto che temo non la troveranno mai. Tolgo il giornale, rimetto al suo posto la sedia, controllo di non aver lasciato impronte sulle merde del pavimento della stalla, esco dal portone, mi inoltro di nuovo nel bosco e la faccio davvero. Uso molta carta igienica, metto un bel sasso sopra a tutto, mi ricompongo e me ne scendo trionfante verso le due volanti. Restituisco il rotolo e vado all’abbeveratoio a lavarmi le mani. Quando ritorno alle macchine, arriva la signora.

Ha il volto di una persona molto provata. Si scusa, ha molto da lavorare, non ce la fa a rimanere. Ci lascia le chiavi, dice che in casera non c’è nulla di loro, non la usano come casa e nemmeno come ripostiglio. Per favore, riportateci le chiave quando abbiamo finito.

Si comincia, dico ai ragazzi. “Vi dico subito che cerchiamo armi e documenti, questo è quel che ci interessa. Metà passano a setaccio la Casera, metà la stalla. Io resto qui, se ci sono cose, chiamatemi.”

La porta della casera è protetta da una inferriata chiusa con un grosso lucchetto. Poi c’è la porta vera e propria. Gli agenti aprono le finestre e possono dare un’occhiata. Dopo un po’ mi chiamano a vedere. La casera è vuota, per terra qualche straccio, sacchetti di plastica, due secchi di plastica. Una rampa di scale conduce al piano superiore. Sopra ci sono due stanze, vuote anche queste. Scendo, torno all’aperto. Chiudono la casera. “Andate a dare una mano ai vostri colleghi in stalla”.

Passo pochi minuti nei quali mi chiedo quanto ci mettono a trovare la pistola, poi finalmente:
“Commissario, può venire un momento?”
Con calma mi avvio verso la stalla, entro dalla parte del grande portone metallico.
“Trovato qualcosa?”
Un agente è in piedi sopra alla sedia. Punta una pila sull’interstizio fra la capriata in legno ed il tetto.
“Qui c’è un pacchetto. L’ho tastato, secondo me contiene un ferro.”
“Speriamo. Seguite le procedure, mi raccomando. Attenzione a non coprire impronte.”
Con una telecamera riprendono tutto. Poi il pacchetto viene rimosso. Un sacchetto da supermercato contiene una pistola avvolta in un canovaccio da casa, sporco di lubrificante. Con la pistola ci sono anche alcuni caricatori. È una Beretta.
“Molto bene, ragazzi, continuate a cercare, non è detto che non salti fuori dell’altro.”

Controllano tutti gli spazi fra le capriate e la lamiera del tetto, non trovano niente altro. Dichiaro chiusa la perquisizione. Vado con una volante a riportare la chiave alla signora. Ringrazio ancora e gli dico che appena possibile consegneremo un verbale delle perquisizioni nella malga, nella casa di Marsure ed in Casera del Medico. Saluto e via.

“Katia? Volevo avvertirti che nella stalla di Casera del Medico abbiamo trovato una pistola, nascosta fra le capriate e la lamiera del tetto.”
“Bene, adesso portala qui e dalla a Mazzariol, vediamo se ci dice qualcosa.”
“Subito.”

Ora di sicuro Fedeli sa che abbiamo la pistola. Probabilmente anche Quercioli, fra poco, saprò che la pistola è tornata fuori. Secondo me lo dava per scontato e sapeva che non riusciva a bloccarmi su questo, tanto che non mi ha messo alle costole Pavan.

“Sono Vidal Tonelli, dottor Tassan Zanin. Volevo avvisarla che nella perquisizione della stalla vicino a Casera del Medico abbiamo trovato una pistola. No, non so dirle di più. Ora la consegno a Mazzariol. Appena so qualcosa, sì, certamente.”

Accompagno gli agenti della scientifica che hanno trovato la pistola da Mazzariol. Gliela consegnano rispettando i protocolli, tutti coi guanti e nessuna impronta, nemmeno sul sacchetto.
“Va bene, ora farò le verifiche su quest’arma. Devo dare priorità a quest’arma?”
“Si, priorità assoluta, sospendi il resto, per il momento. Vorrei sapere se di quest’arma esiste traccia nella nostra banca dati.”
“Va bene. Dovrò sparare un colpo ed esaminare la pallottola. Ti saprò dire.”
“Per quando?”
“Stasera verso le 18 potrei anticipare qualcosa, domani a pranzo sarò più sicuro.”
“Va bene.”
“Ah, Vidal, ecco gli originali di quelle foto che mi hai chiesto di digitalizzare ed una chiavetta che le contiene, assieme agli altri documenti che abbiamo trovato nella busta.”
“Mille grazie.”

Informo Romano e Michele che nella stalla in Castaldia abbiamo trovato una pistola.
“Scrivete report su tutto quello che avete scoperto ieri ed oggi. Stasera alle 19 intendo consegnare al dottor Tassa Zanin un primo resoconto completo delle nostre attività. Mi metterò a scrivere dopo pranzo. Chi di voi ha la chiavetta con le foto che abbiamo spedito io e Santa da Piancavallo sabato mattina?”
Michele apre un cassetto, prende una chiavetta e me la porge.
“Ecco qua, Commissario. Sopra quello schedario ci sono il suo PC portatile di casa, si ricorda che ci aveva chiesto di andarli a prendere. Forse è meglio che non li lasci qui, è un porto di mare.”
“Vero. Me li metto in macchina oggi stesso.”
Andrò da un amico e glielo farò tenere per qualche giorno ancora. Importante è che da sabato mattina nessuno ci sia entrato.

Sono le dodici e trenta quando mi richiudo nella mia stanza. Ora serve ragionare, fare le ultime mosse, ma che siano quelle giuste.
Ora Fedeli sa, dalle intercettazioni o perché gliel’ha detto la Marinelli, che abbiamo trovato una pistola. Cosa sanno davvero i servizi del legame fra Quercioli e Sella-Mazzocco? Sospettano di sicuro che Mazzocco fosse un soldatino messo in riserva ed attivabile a comando. Di certo era in grado di fare lavori sporchi, visto quanto è abile con le armi. Ora sospetteranno che con quella pistola venissero fatti i lavori sporchi. Forse non solo con quella, o non tutti con quella, ma anche con quella. Sanno che i servizi americani conoscono la doppia identità di Mazzocco e dunque che l’assassino dei tre ragazzi aveva un rapporto con qualcuno che perlomeno era stato nei nostri servizi. Cos’è prioritario, per loro? Dimostrare che non centrano niente con tutta questa storia. Potrebbero limitarsi a starne fuori e a lasciar lavorare me. Ma allora perché mi pedinavano e di certo sono lì che registrano ogni cosa che faccio? Perché il quadro non gli è chiaro e ne vogliono conoscere l’evoluzione? Cosa sanno di Quercioli e di quelli che stanno sopra di lui? Che rapporti hanno? Probabilmente chi controlla Quercioli sta molto in alto, chissà dove.
La cosa che non so e se Quercioli fosse l’unico collegamento di Sella-Mazzocco. Lui conosce qualcuno che stia sopra, oltre Quercioli? Mazzocco è uno intelligente, in molti anni vuoi che non si sia posto il problema? E che non sappia davvero altro, oltre ovviamente ai crimini eventualmente commessi su indicazione di Quercioli? Dopo tanti anni di servizio? E del resto, un soldatino così, dopo qualche anno diventa pericoloso: o lo lasciano libero e staccano ogni rapporto o più probabilmente lo fanno fuori, per non lasciare tracce. Ma Sella è diventato Mazzocco da 29 anni, credo che sia un record per questo tipo di cose. Perché lo tengono ancora in gioco? Col telefonino Telekom Serbia per le emergenze. Solo perché è un grande professionista delle armi? Steiner dice che li ricatta. In cosa consiste il ricatto? Quando è passato in mezzo ai fotografi, domenica mattina, quasi era orgoglioso. Ecco: ci teneva a farsi fotografare, non si nascondeva, era a viso aperto. Con chi stava parlando in quel momento? È possibile che Sella-Mazzocco almeno conosca qualcosa di importante di quel che c’è nelle retrovie di Quercioli. Li sta sfidando, gli dice: “Attenti a quel che fate, tiro fuori tutto quel che ho scoperto in 29 anni, e forse più, di onorato servizio”. O forse anche questo fa parte di quella sua tensione per la doppia identità, sentirsi ben più che l’allevatore-pastore-malghese che ufficialmente è diventato? Può essere che Sella-Mazzocco non si fidasse più di Quercioli: trent’anni così potevano continuare? Di certo Sella-Mazzocco se lo chiedeva. E se questo triplice omicidio fosse nient’altro che un modo per salvarsi? Magari paradossale, dipende dalla lucidità della mente di Sella-Mazzocco. C’è ancora in lui la capacità di riconoscere la realtà? Se ad esempio solo supponesse di sapere chi sta dietro a Quercioli? O magari se gli avessero passato qualcosa di falso, negli anni, per fargli credere di sapere chissà cosa, quando in realtà non ne sa nulla? Quest’ultima ipotesi mi pare la più realistica. Quel che Sella-Mazzocco sa, probabilmente, si limita al suo coinvolgimento in azioni dal momento in cui gli regalarono una nuova identità e lo trassero dalle BR venete ad oggi.
E allora, se siamo di fronte a due gruppi, come sostiene Fedeli, i servizi ufficiali e questo gruppo non ufficiale, chiamiamolo così, cosa stanno pensando di fare, adesso?
Forse Fedeli pensa di stare a vedere. Qualcuno sopra di lui sta mettendo i ferri in acqua per mettere limiti a questa inchiesta, perché teme di dover ammettere qualcosa non sul passato, ma sull’esistenza di strutture parallele attive sul territorio. Cercheranno perciò di avocare ad altre procure, se fossero confermati i crimini avvenuti a Montecatini e chissà dove. Cercheranno di disperdere e sfilacciare tutto, non consentiranno mai un unico processo. E insinueranno dubbi, cose del genere. Vorranno forse smantellare un gruppo che si è indebolito e perciò può non servire più. Ma al contempo gli serviranno “pezzi” di quel gruppo.
Gli altri, se esistono davvero, vorranno invece salvarsi. Alcuni come persone, altri anche come gruppo. Hanno una vera ed unica speranza: che Sella-Mazzocco conosca solo Quercioli, non sappia altro.
A Tassan Zanin, al Procuratore, a Katia non ho mai fatto iI nome di Quercioli, glielo dirò solo stasera. Non prima. Al telefono non ho mai parlato di Quercioli, solo la mia squadra e Steiner sanno. E non è affatto detto che i servizi americani ne abbiano parlato coi nostri. Secondo me vogliono stare a vedere per capire cosa si muove. Vediamo come reagiranno.
Oggi mi accontento di un panino ed una aranciata. Devo restare bello teso fino alle sette.

Mi metto a scrivere sul mio PC portatile il report per la Procura alle due e mezza del pomeriggio. Molto sintetico, non tralascio in realtà niente, salvo la pistola ritrovata in quel nascondiglio che conoscevo per caso da quand’ero ragazzo e che poi ho fatto ritrovare. Aggiungo tutte le foto, comprese quelle di Quercioli e Mazzocco che parlano. Quelle, secondo me, faranno saltare sulla sedia parecchi di loro. Ci metto due ore buone a completare. Adesso devo aspettare il lavoro di Mazzariol, per quanto parziale. Metto tutto sotto chiave.

Alle 16.30 chiama Steiner. Vuole vedermi. Volentieri. Viene lui a Pordenone. Viene da me? Perfetto. Ci mette dieci minuti per mettersi a sedere davanti alla mia scrivania. Vuol dire che era già in città. Mi porge una chiavetta.
“Commissario, in questa chiavetta lei trova le registrazioni delle conversazioni fra i telefoni Telekom Serbia che mi ha chiesto. Se la Procura della Repubblica di Pordenone ce le chiedesse per vie ufficiali, ve le forniremmo volentieri. Così abbiamo deciso.”
Sono sorpreso ed emozionato. Ormai non scappano più.
“Io la ringrazio molto, signor Steiner. Lei sta facendo molto per fare luce su tutta questa storia.”
“È una decisione non semplice, quella che abbiamo preso. Ma siamo felici di collaborare con lei e la polizia italiana. Mi permetta di aggiungere una cosa. Credo che quelle foto che sono state trasmesse sabato mattina dal luogo del delitto al suo ufficio siano molto importanti.”
“La persona fotografata accanto all’assassino è quella che ha il secondo telefonino Telekom Serbia?”
“Esatto.”
“L’immaginavo, ma lei me ne fornisce la prova. Molto bene. Ringrazi tutte le persone che l’hanno aiutata in queste giornate. La chiamerò per comunicarle gli sviluppi delle indagini.”
Ci stringiamo le mani, sorridiamo tuti e due soddisfatti.

Inserisco la chiavetta e la apro. Ci sono cinque file, ma il mio PC d’ufficio non li legge. Vaffanculo! Provo col mio portatile. Li legge!
Primo file.
Ore 1.09 di sabato mattina. Mazzocco ha già buttato nel lago di Barcis vestiti e fucile. Rientra alla malga. Accende il telefonino serbo e dal Piancavallo parte un SMS per un telefonino italiano.
Dopo pochi minuti Mazzocco chiama.

Secondo file, prima telefonata di Mazzocco a Quercioli.
Ore 1.20
“Sono io.”
“Che succede?”
“Ho fatto una stronzata.”
“Cosa?”
“Tre americani mi hanno preso in giro. Li ho fatti fuori.”
Silenzio.
“Sei sicuro?”
“Non sbaglio mai.”
“Dove?”
“In Castaldia, vicino alla Casera dove ci siamo visti l’ultima volta.”
Silenzio.
“Lasciami che penso. Richiamo io.”

Terzo file. Prima telefonata di Quercioli a Mazzocco.
Ore 2.03
“Eccomi.”
“Sì.”
“Quella è una zona coperta, registrano tutto. Non riusciamo a coprire questa roba.”
“Ho fatto un lavoro sulla portiera della macchina di quei tre. Se ci fosse un comunicato delle BR che rivendicano, possiamo depistare.”
“Pessima idea! Ti ripeto, gli americani hanno di sicuro registrato tutto. Gli facciamo al massimo perdere qualche ora, poi arrivano. Con in più che cominciano a cercare robe vecchie, capisci?”
Silenzio.
“E allora, cosa vuoi fare?”
“Non so, bisogna gestire sta merda.”
“Cioè?”
“Finirai dentro per qualche anno. Bisognerà spiegare che ti avevano offeso, ti metterò vicino un ottimo avvocato. Se ti chiedono di quella roba sulla portiera, dici che ti era venuto in mente di depistare. Le indagini le devono fare i carabinieri. Tanto saranno gli americani a fare tutto.”
“Adesso sono io che devo pensare. Ti richiamo.”

Quarto file. Seconda telefonata di Mazzocco a Quercioli.
Ore 2.58
“Ho pensato. Che non vi venga neanche in testa di mollarmi. In tutti questi anni ho raccolto tutto quello che ho fatto e so chi c’è dietro a te. Due avvocati hanno un dossier completo. Chiaro? Se mi mollate finisce tutto sui giornali. Tutto. Chiaro? Si riapre tutto, è chiaro?”
“E allora?”
“Allora mi faccio arrestare tranquillo, mi dai un ottimo avvocato, la storia finisce qui, io vado dentro, diranno che quei ragazzi si facevano di hashish, che poi è vero, e mi avevano offeso, che ho reagito, fatemi pure passare per matto. La mia famiglia ha da vivere. E io non dico niente. Altrimenti immagina come finisce. Chiaro?”
“Non vedo cosa altro si può fare.”
“Fai comunque quel comunicato delle BR.”
“No, se deve risultare che hai reagito ad una provocazione, a che serve un comunicato?”
“Fallo, ti dico! Servirà comunque.”
“È un’idea del cazzo, una stronzata. Rischiamo noi di riaprire una cosa morta e sepolta, non ha senso.”
“Credimi, fallo, ci darà qualche ora.”
“No, non lo faccio, è un errore.”
“Ma va a cag…, non capisci un c….!”

Quinto file. Seconda telefonata di Quercioli a Mazzocco.
Ore 6.45
“Stai calmo, vengo a trovarti, sto per partire. Vengo su da te per parlare, voglio vedere il casino che hai fatto. Sai se li hanno trovati?”
“Non ancora, sono passato da poco per il posto per andare a lavorare in stalla, non c’era nessuno, tutto come l’ho lasciato ieri sera.”
Cerco di essere lì per le otto. Dove ci vediamo?”
“Se vuoi passare di là, più facile vederci in Col Alto. Ti aspetto vicino alla cabina elettrica, è l’unica che c’è.”
“Arrivo verso le otto e un quarto. Tu comportati normalmente.”
“Niente scherzi, ti ho già detto.”
“Solo un matto può pensare di tentare di fare scherzi a te.”

Quercioli non voleva fare un falso comunicato di rivendicazione delle BR. Poi però qualcuno l’ha fatto. Chi sarà stato? Perché?
Mazzocco è rimasto sveglio tutta la notte. Deve aver svegliato moglie e figli e spiegato loro quel che era successo. Deve aver spedito i figli a raccogliere quei documenti e a pulire la casa di Marsure. Forse sono scesi da Piancavallo durante la notte. Bisogna chiedere ai vicini se hanno visto i ragazzi in casa e a che ora, qualche contraddizione può scoppiare. Ma soprattutto quanta verità avrà raccontato a quei ragazzi? E alla moglie? Avrà avuto il coraggio di raccontare loro tutta la sua storia e di spiegargli quel terribile delitto? La moglie, la Battistella, quando sono andato da loro, mi era sembrata sinceramente sorpresa ed addolorata per quei tre poveri ragazzi. Se recitava, se la cavava bene. Quanto sanno i ragazzi di quel padre? Possono considerarlo un eroe, aiutarlo? O aiutarlo spinti da compassione? Da riconoscenza, se pensano che sia stato un buon marito ed un buon padre? Non la vedo, la famiglia Mazzocco, come un clan mafioso, che copre i propri crimini.

Copio i cinque file sul mio PC portatile.
“Scusa Michele, copiati i file che trovi in questa chiavetta. Per te e per Romano. Danne una copia a Franco Mazzariol. Tu sai se abbiamo un sistema per trascrivere automaticamente delle conversazioni? Quattro dei cinque file che trovi in questa chiavetta sono brevi registrazioni audio. Me le fai trascrivere subito, per favore? Vorrei vedere te, Romano, Franco e Santa, alle 18.20 puntuali, in ufficio da me. Sono pronti i report che vi avevo chiesto? Ottimo.”

Cerco Muner, il capo della “politica”. Mi ero preso l’impegno di raccontargliela giusta.
“Stasera alle sette vedo il Procuratore. Gli lascio una ricostruzione circostanziata di come, a mio avviso, sono andate le cose e di cosa c’è dietro. Domattina, in forma riservata, ce l’hai sul tavolo. Non ne parlerai con nessuno, ci sono passaggi non banali.”
“Ti ringrazio.”

“Allora, Franco, hai novità sulla pistola trovata stamattina?”
“Stiamo rilevando impronte. Il numero di matricola è abraso, ma secondo viene da uno stock di armi nostre, deve esserci stata rubata. È un modello di fine anni ’80, molto ben tenuto. Stiamo lavorando in banca dati per verificare denuncie per furto di quel tipo di pistole subito fra il 1988 ed il 1993, quello dev’essere il periodo. Ho cercato in banca dati casi insoluti di delitti o reati gravi commessi usando quel tipo di arma. Mi sono concentrato sul nord Italia, ovviamente. Per prima cosa, l’arma è compatibile con l’episodio di Montecatini del 2004. Poi ci sono tre episodi, fra il 1996 ed il 2008, in Veneto. Sono stati trovate ammazzate a pistolettate quattro persone. L’arma usata era compatibile con quella ritrovata. Si trattava di trafficanti di droga, pare di alto livello. Gli episodi sono stati interpretati come parte di una guerra fra clan rivali per il controllo del mercato in queste zone. Ovviamente non si è mai saputo se siano spariti carichi di droga o denaro o altro. Mi concentrerei su queste quattro cose, per ora. Se si trovano riscontri, poi si può lavorare per similitudini, cercare casi simili.”
“Molto bene. Prosegui questo lavoro. Una domanda: secondo te sarà possibile stabilire con certezza che con quell’arma sono stati compiuti, negli anni scorsi, degli omicidi?”
“Con un notevole grado di verosimiglianza. Stabilire poi chi abbia sparato, mi pare difficilissimo, a meno che non emergano altri elementi oggettivi, come riscontri sulla presenza di Mazzocco nei luoghi in cui sono avvenuti gli omicidi. Però si andrà sempre per deduzione. Poi manca il movente. L’unica refurtiva sarebbero i gioielli rubati a Montecatini, ma figurati se sono così scemi da tenerseli, avranno fuso tutto, sono passati sette anni.”
“Pare anche a me un quadro credibile. Però tenteremo. Comunque questi elementi servono a comporre un quadro. Allora, fra poco io vado dal Procuratore assieme alla dottoressa Marinelli. Tiro fuori tutte le cose che sapete, compresa quest’ultima importante. Vedrà il Procuratore come usarla. Michele vi ha dato la registrazione delle telefonate partite e ricevute col telefonino serbo da Mazzocco, quindi anche di questo sapete. Per quel che mi riguarda, ora la parola passa al magistrato. Ci dirà lui nei prossimi giorni che cosa fare, se e come proseguire le indagini. Ovviamente credo che ci saranno interventi importanti, sia di Bastoni che di altri. Vedremo cosa succederà, l’importante è che noi siamo in grado di dare un senso compiuto a tutto quello che è successo. Avete osservazioni o suggerimenti? Bene, allora ci vediamo domani, vi trasmetterà le indicazioni di lavoro che verranno dal magistrato. Grazie per l’ottimo lavoro.”

Mi sento una locomotiva.

“Può chiedere alla dottoressa Marinelli se mi riceve?”
La segretaria di Katia alza il telefono e annuisce.
“L’accompagno, commissario.”
Ci speravo, ha un culo che è uno spettacolo.

“Vidal, stavo per chiamarti. Novità?”
“Molte ed importanti. Intanto ecco in anteprima il fascicolo sull’indagine che consegnerò al Procuratore. Stamattina abbiamo trovato una pistola nella stalla della Casera del Medico. Ovviamente le verifiche sia sulle impronte che sul suo eventuale uso sono appena iniziate, ma pare che possa riservarci riscontri positivi. Dice Mazzariol che potrebbe essere compatibile con quella usata nel 2004 a Montecatini ed in almeno tre altri omicidi, questa volta di grossi trafficanti di droga, avvenuti in Veneto. Poi Steiner, la persona che si occupa delle indagini per gli americani, mi ha comunicato che sono disponibili a darci le registrazioni delle telefonate fatte da Piancavallo usando telefonini serbi. Dovremo fare però una richiesta formale, non so come, forse una rogatoria, sapranno di sicuro al Ministero. Per intanto mi ha dato per le vie brevi copie dei file che contengono le telefonate. Interessanti, Sella–Mazzocco concorda con un tizio come gestire il suo destino dopo il triplice omicidio e lo ricatta: se non fa alcune cose, lui ne rivelerà delle altre. Pare che due avvocati abbiano documenti che renderebbero pubblici se Mazzocco dovesse essere ammazzato. Un bel quadro della situazione. So chi è la persona al telefono con Mazzocco. Si chiama Michele Quercioli, è un ex ufficiale dei Carabinieri, collaboratore dei servizi segreti. Oggi è in pensione, vive a Padova. Sabato mattina, verso le otto, poco tempo dopo aver scoperto i cadaveri, una BMW nera è passata sulla strada asfaltata vicino all’auto dei ragazzi, senza fermarsi. Ho guardato chi fosse, aspettavo infatti Tassan Zanin che saliva da Aviano e speravo fosse lui. Sul momento non ho riconosciuto la persona alla guida, ma ho memorizzato il numero di targa. Ho subito chiesto al mio ufficio di sapermi dire di chi fosse l’auto ed era di Quercioli. Quando è arrivato Santarossa, siccome doveva andare in Piancavallo a prendere del nastro per delimitare la zona, gli ho chiesto di dare un’occhiata in giro. Se vedeva la BMW nera doveva sapermi dire cosa facesse il signore che la guidava. Santarossa ha fatto ben di più: è riuscito a fotografare Quercioli a colloquio con Mazzocco. Le foto sono nel fascicolo. Questo Quercioli era un ufficiale dei carabinieri che si occupava di lotta armata a Venezia e nell’area veneta, col quale avevo avuto qualche rapporto quando lavoravo alla Digos di Venezia, agli inizi degli anni ‘80. Ascoltando poi la voce della persona al telefono con Mazzocco ho riconosciuto quella di Quercioli. Sono passati molti anni ma il timbro è quello. Altre cose rilevanti potrebbero emergere dagli interrogatori di Mazzocco e dei suoi famigliari e dall’esame completo della pistola ritrovata nella stalla. Ma a me pare che il quadro sia chiaro.”
Silenzio. Si vede che trattiene a stento la rabbia e mi guarda stralunata.
“Perché non ci hai avvertito subito che avevi visto uno dei servizi sabato mattina in Piancavallo e addirittura che avevi foto di quel tizio che parlava con Mazzocco?”
“Perché non avevo elementi certi per formulare alcuna ipotesi. Inoltre ho imparato ad andarci cauto con tutto quel che riguarda i servizi. Ora tutto mi è più chiaro.”
Silenzio, è super incazzata.
“Tu non sei una persona trasparente, non sei stato leale con me. Tutto questo mi mettera in grande imbarazzo nel rapporto coi miei superiori.”
“Io fin dall’inizio ho teso a proteggere la polizia, compreso il mio Questore, in una vicenda che ho subito intuito essere intricata e piena di pericoli, per le persone ed anche per le istituzioni. Una volta riconosciuto Quercioli, mi sono comportato di conseguenza, tenendo conto delle modalità e delle abitudini di chi avevo davanti. Non potevo tirar fuori tutto subito. Mi avrebbero bruciato chissà in quale modo. In questo tipo di indagini due cose sono fondamentali: evitare polveroni nei quali perdersi e dettare i tempi, in modo che altri siano costretti a seguirti, non tu a seguire loro. Ho scoperto quel delitto sabato mattina, siamo a martedì sera e tutto viene squadernato davanti a voi in modo chiaro. Se ci sono riuscito, è perché questa vicenda è per molti aspetti l’epilogo di una storia che ho vissuto ormai trent’anni or sono. Detto questo, sul piano dei rapporti personali, ti ho sempre detto che non consideravo affatto concluse le indagini e che dovevamo capire chi davvero fosse Mazzocco e perché avesse compiuto quegli omicidi. Ho sempre invitato alla prudenza. Ti ho dato modo di riflettere ed evitare, soprattutto nelle relazioni con la stampa, di assumere posizioni che poi si sarebbero potute rivelare sbagliate o incomplete. Non è colpa mia se la realtà è molto più complessa e dura di quanto già non appaia. Ma l’Italia è anche questa roba qui, non solo la disperata stupidità dei delinquenti con cui abbiamo a che fare di solito.”
Silenzio.
“Andiamo in Tribunale.”

Guida Katia ed il silenzio è tombale. Ma non mi imbarazza.

Davanti al Procuratore ed a Tassan Zanin ripeto tutto ed alla fine consegno il fascicolo con le foto e la chiavetta con le conversazioni di Sella-Mazzocco e Quercioli. Il Procuratore, già preoccupato prima che parlassi, diventa scuro in volto.
“Questa storia minaccia direttamente il prestigio e la credibilità dello Stato. Se dovessimo accertare che davvero alti ufficiali delle forze dell’ordine hanno sottratto alla giustizia una persona condannata da un tribunale per gravi reati, per poterla utilizzare per compiere atti criminali al fine di procurarsi finanziamenti per mantenere una organizzazione parallela a quella dei servizi segreti ufficiali, credo che lo scandalo ed il clamore sarebbero altissimi. In questi casi, come sapete, le indagini per comprendere la verità si intorbidano e tutto riesce più difficile. Dobbiamo perciò agire coi piedi di piombo ed io devo riflettere bene su che cosa debbo fare. Voglio che sappiate che io sono determinato a consegnare alla magistratura giudicante una accusa credibile e formulata con prove circostanziate e certe, questo è il mio stile ed ho sempre agito così. Dunque chiedo che nessuno degli elementi che con tanta abilità e direi anche passione il Commissario Tonelli ha scoperto, venga riferito alla stampa. Il fascicolo continua ad essere tenuto dal dottor Tassan Zanin, che assume una direzione molto stretta delle indagini. Se dovessi trovare qualcuno degli elementi che sono qui emersi sulla stampa, sarei costretto ad una dura indagine per appurare la responsabilità di una fuga di notizie che, oltre che danneggiare le indagini, potrebbero seriamente colpire il prestigio dello Stato e delle istituzioni. Sono stato chiaro? Ora lei Tonelli concordi con Tassan Zanin ogni passo di quelli da fare nei prossimi giorni e lei, dottoressa Marinelli, è per me garante di uno sviluppo futuro che abbia tutte le caratteristiche di riservatezza e prudenza ch ho richiamato. Penso di essere stato chiaro. Me lo confermate? Bene. Tonelli, prego.”
“Io desidero solo dire una cosa. Restano da chiarire, secondo me, solo aspetti di questa vicenda. I miei due vicecommissari potranno lavorare seguendo le indicazioni del dottor Tassan Zanin. Fondamentali saranno gli sviluppi del dottor Mazzariol della scientifica. Se con quella pistola siano state commesse davvero attività criminali e se su quella pistola dovessimo trovare davvero impronte di qualcuno, sarebbe significativo, anche se in sede processuale, definire responsabilità a distanza di anni e su fatti oscuri, provare la presenza di Mazzocco sui luoghi dei delitti non è di certo facile. Comunque, vedremo quel che è possibile fare. Questa indagine, però, avrà come conseguenza inevitabile lo smantellamento, o la trasformazione, dell’organizzazione che sta dietro a Quercioli. Non è facile infatti trasformare un Sella nel soldatino Mazzocco e non penso che casi come questo abbondino e siano a disposizione di chiunque. E non si vive senza soldi e qualcuno che li procuri. Questo è importante, dal mio punto di vista. Questo è il risultato vero che abbiamo raggiunto, oltre all’arresto rapido dell’assassino dei tre ragazzi. Se dunque non riuscissimo ad assicurare alla giustizia, con certezza, l’autore degli omicidi di Montecatini e dei trafficanti di droga, e di chi altri non so, visto che le ricerche dei collaboratori di Mazzariol continuano, io ne sarei molto dispiaciuto, ma riterrei comunque soddisfacente aver smantellato la rete che aveva, eventualmente, ordinato quei delitti. Se poi siamo davvero convinti che sia stato Mazzocco, credo che comunque sia destinato ad un lungo periodo di reclusione per aver ucciso i tre ragazzi americani. Sono considerazioni che vi offro, forse ci aiuteranno negli sviluppi futuri.”
Silenzio.
Il Procuratore mi guarda con attenzione.
“Lei ha detto cose importanti, commissario. La ringrazio. Raccomando a tutti ancora la segretezza. Concordate nei particolari il lavoro dei prossimi giorni e se ci sono novità riferitemele.”

“Adesso cosa farai?”
“Concorderò con Tassan Zanin.”
“Ormai ti conosco. Tu segui un tuo indirizzo e lavori sui tempi, in modo da anticipare gli altri.”
“L’ho già fatto. Penso di aver completato le indagini. Ve l’ho anche detto.”
“Chissà cosa debbo aspettarmi per domani.”
“Azioni di polizia, ovviamente.”

Mi scarica davanti casa. La guardo ripartire.
Domani? Lo capisce anche un bambino quel che devo fare domani mattina presto, se voglio impedire che tutto venga svalutato, ridimensionato, sottaciuto.
Metto la sveglia alle quattro.


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  • Pubblicato il 03 marzo 2012
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Webromanzo – capitolo 16

16.

Alvise ed io siamo seduti sulle fondamenta, davanti all’Anice stellato, una bella osteria che da poco hanno rimesso a nuovo. Sono quasi le sette, la temperatura è ottima e sono molto contento. Quel gran cagnone rifilato allo stronzo che i servizi mi avevano piazzato alle costole mi ha messo di buon umore. E poi sento che la storia dei tre ragazzi americani ammazzati in Piancavallo ora ha un capo ed una coda. Sempre una follia resta, ma almeno mi pare di averla capita. Domani mattina con Romano, Michele e Franco praticamente possiamo chiudere, soprattutto se Franco Mazzariol ci racconta qualcosa sul giocattolo, se sia stato usato, dove, per fare cosa, in questi anni.

Non mi resta che godermi questi zucchini fritti, il risotto all’onda coi calamari, il fritto misto che abbiamo ordinato e il merlot che è già qui sul tavolo.

Suona il mio BlackBerry. È Fedeli.

“Caro Commissario …”

“Col cazzo caro Commissario.” Mi scosto dal tavolino dove mangiamo, faccio pochi passi mentre continuo a parlare e mi appoggio alla spalletta destra del ponte di calle della Malvasia. “Non mi faccia più pedinare, soprattutto da uno stronzo buono a nulla come quel Pagotto. Chiaro?”

“Era per proteggerla, Commissario.”

“E per proteggermi lei mi mette alle costole uno che si fa sorprendere come un mona?”

“Indubbiamente lei è molto bravo, Tonelli.”

“Lasci perdere. Le comunico che il vero nome di Riccardo Mazzocco è Franco Sella, è nato ad Asigo, in provincia di Vicenza, nel 1954. Ha subito una condanna in contumacia per partecipazione a banda armata e detenzione di armi da guerra. Lo cerchi nella sa banca dati e vedrà che lo trova. Era nella colonna veneta delle BR e poi voi l’avete fatto sparire, gli avete dato l’identità di un ragazzo argentino e sistemato ad Aviano. Secondo me l’avete usato per anni per le vostre peggiori cose, fino a che venerdì sera, di sua iniziativa, ha fatto fuori quei ragazzi americani. Dopo ha cominciato a ricattarvi ed ora state cercando di limitare i danni. Corretto?”

Silenzio.

“Corretto?”

“Com’è che si chiama?”

“Franco Sella, Asiago, 1954:”

Silenzio.

“Non non centriamo con questa storia.”

“Come no, ovvio. E io sono la nonna del corsaro nero.”

“Voglio parlare con lei, subito.”

“Lei sa benissimo dove sono, venga qui verso le nove.”

“Dove ci vediamo?”

“Nella sala d’aspetto della questura di Venezia, alle 21 puntuali.”

Torno al tavolo da Alvise, che mi aspetta.

“Ho lanciato una bomba ai servizi. Vediamo come esplode. Alle nove ho appuntamento in questura con uno dei capi. Vedremo. Ora però spengo il telefonino e mangiamo in pace. Poi devo farmi l’assicurazione sulla vita.”

È buono il risotto veneto coi calamari, appena appena liquido, delicato. È buono anche il fritto misto di laguna con i gamberetti di laguna, che a Venezia ed in tutta la costa fino a Marano chiamano schie, i calamari e i piccoli sardoni, con due fette di polenta gialla abbrustolita ed un poco di radicchio verde fresco di contorno.

Quando manca un quarto alle otto ci alziamo, Alvise va a pagare, ci incamminiamo verso casa. Io sto bene attento a non dimenticare la mia preziosa busta da qualche parte. Sorpresa: Claudio è già fuori dalla porta che ci aspetta, ha ormeggiato il suo barchino vicino a quello di Alvise. Propone di fare un giro e di andare a pescare. Io proprio non posso, ma sono ben contento se lo fanno loro. Alvise è lesto a prepararsi nonostante l’età ed in pochi minuti sono già pronti per partire. Li guardo allontanarsi tutti felici. Chissà se Claudio ha un buona bottiglia di bianco fresco sul fondo della barca, fra le cerate. Probabile.

Ora devo mettermi a telefonare. Lo faccio mentre, con calma, vado verso la stazione.

“Dottor Tassan Zanin?”

“Buonasera Commissario.”

“Buonasera. Ho novità decisive, ma sono a Venezia. Potrei essere ad Aviano attorno a mezzanotte stasera, spero prima. Le chiedo di ricevermi, nonostante l’ora. È molto importante.”

“Dev’esserlo davvero. Avevo la sensazione che lei ci preparasse sorprese, a dire il vero. Mi chiami quando arriva ad Aviano.”

“La richiamo. Buona sera.”

“Steiner?”

“Buonasera Commissario.”

“Buonasera. Volevo darle in anteprima una notizia importante. Il signor Mazzocco si chiama in realtà Sella, Franco Sella. È nato ad Asiago, in provincia di Vicenza nel 1954. Faceva parte delle Brigate Rosse, è latitante dal 1982. Credo sia stato fatto sparire da servizi italiani, non so ancora se quelli ufficiali o che altro. Non credo comunque che esista una minaccia terroristica. Credo di poter dare una spiegazione dell’omicidio dei vostri tre ragazzi. Domani passerei da lei, se è possibile.”

“Noi le saremo molto grati, Commissario. Vedo che lei è in anticipo sui tempi di cui avevamo discusso, molto bravo. Mi ripete il nome, per favore?”

“Franco Sella, Asiago, 1954.”

“Grazie, a domani.”

“Katia?”

“Vidal, dove sei?”

“A Venezia. Ho fatto una scoperta importante, che ti comunico in anteprima. Il vero nome di Riccardo Mazzocco è Franco Sella, nato ad Asiago nel 1954. Ha fatto parte della colonna veneta delle BR ed è stato condannato in contumacia per detenzione di armi da guerra e partecipazione a banda armata. Dal 1982 è scomparso ed io credo che siano stati i nostri servizi a farlo, per usarlo poi per altri scopi. Non so se tratta di servizi ufficiali o meno.”

Silenzio.

“Questo cambia tutto.”

“No, Katia, non cambia un granché, lui è l’omicida confesso e per ora non sappiamo di altri reati commessi in questi anni, sui quali scommetterei comunque.”

“Cosa fai adesso?”

“Ho appuntamento con Tassan Zanin verso mezzanotte, ad Aviano. Gli farò vedere tutta la documentazione che ho raccolto. Domattina alle otto sono nel tuo ufficio.”

“Cosa faccio, avverto Manganelli?”

“Forse domattina dopo che ci siamo parlati, così valuti anche la consistenza delle prove che ti porterò.”

“No, meglio che vengo ad Aviano, così informi anche me. Poi eventualmente chiamo il grande capo.

“Romano?”

“Dove si è cacciato, Commissario? Io e Michele abbiano novità importanti, dobbiamo vederci.”

“Ottima cosa. Siete ancora in ufficio? Molto bene. Intanto vi do io una novità molto rilevante. Riccardo Mazzocco in realtà si chiama Franco Sella, nato nel ’54 ad Asiago. Era nelle BR, è latitante dal 1982, è stato condannato per banda armata e detenzione di armi da guerra. Andate a cercare la sua scheda e stampatela. Aspettatemi in ufficio, così mi raccontate le vostre novità. Chiedete a Franco Mazzariol, a nome mio, se può esserci. Io poi vado ad Aviano da Tassan Zanin. Adesso vedo un tizio in Questura qui a Venezia, poi salgo.”

 

Arrivo con mezz’ora d’anticipo in Questura. Mostro il distintivo al piantone, che mi apre e mi dice che c’è una busta per me da parte del commissario Celante. Ringrazio. Devo fare delle fotocopie, chiedo dove posso andare. Lui chiama un collega, gli spiego che mi serve un buona fotocopiatrice, lui mi accompagna. Qui a Venezia, in Questura, invece di salire si scende, perché l’entrata pedonale è su una strada sopraelevata all’uscita di piazzale Roma. Scendiamo perciò al piano di sotto e con l’agente facciamo cinque copie di ogni foto avanti e dietro e della scheda preparata da Alvise tanti anni or sono. Faccio anche le copie del materiale che mi ha lasciato Celante e preparo i cinque fascicoli più l’originale. Mi faccio portare le buste grandi e su una scrivo “Celante” e la consegno all’agente. Ho bisogno che, anche nella peggiore delle ipotesi, un collega possa proseguire le indagini dal punto in cui sono arrivato.

“La consegni personalmente al Commissario Celante domattina, la prego.”

“Non dubiti, Commissario.”

Preparo le altre buste: “Dottor Odorico Tassan Zanin”, “Dottoressa Marinelli”, “Steiner”, “Michele e Romano”. Gli originali restano a me. Risaliamo.

Fuori dalla porta della Questura, in sala d’attesa, c’è Fedeli. Chissà dov’era nascosto, il topo, per essere arrivato così presto a Venezia. Non me ne frega nulla, in realtà.

Dico al Piantone di farlo entrare, Fedeli lascia i suoi documenti civili all’entrata. Ottima cosa, così la sua entrata in Questura a Venezia viene registrata. “Guai un mal”, dicono a Pordenone.

Ci accomodiamo in un ufficio.

Prima che spari cazzate parlo io.

“Mazzocco ha una doppia identità. Domani credo di poterla scoprire. Lei ne sa niente?”

Lungo silenzio.

“Noi non centriamo”, dice deciso.

“Qualcuno centrerà. Non è banale creare una doppia identità ad uno che è organico alle BR venete e tenerlo a bagnomaria per 29 anni, ci vogliono collegamenti e mezzi, per farlo. E quel comunicato delle BR, partito da Roma, che rivendica il triplice omicidio di Aviano mi dice che qualcuno si è mosso.”

Silenzio.

“Può essere. Quel che voglio dire è che i servizi italiani di oggi non centrano, noi non centriamo.”

“Glielo dico con sincerità e sicurezza: non me ne frega nulla. Dovrete comunque dimostrare che non centrate. Affari vostri. E ora andiamocene, io devo tornare a Pordenone in Questura e lei nella sua tana. Una sola cosa: come lei sa io oggi sono stato in una casa qui a Venezia. Ci vive una persona che per me è più che un padre. Come ho detto a quel mona che mi ha mandato dietro oggi, non provate a toccare quella persona. Chiaro?”

“Chissà perché dovremmo toccare il suo amico Alvise, una persona di cui conosciamo bene il passato ed i meriti.”

“Allora ci siamo intesi.”

“Si fermi, Tonelli.”

“Non ho tempo.”

“Parliamo.”

Mi volto a guardarlo.

“Faccia in fretta.”

“Il Veneto è sempre stato un’area cruciale, a partire dalla fine degli anni ’60, lo sa anche lei. Che in giro resti qualche scheggia impazzita, può essere. Ora grazie alla sua indagine potrebbe cominciare ad emergere qualche verità. Per quel che ci riguarda, prima tutta quella gente viene neutralizzata, meglio è.”

“Non conti su di me. La neutralizzi lei.”

“Lei è stato una loro vittima, però. L’hanno trasferita a Grosseto, sappiamo bene cos’è successo.”

“Non si intrighi in questa vecchia storia. C’è gente che ha sofferto molto e soffre ancor oggi, senza avere alcuna colpa. È una vicenda troppo alta ed importante, per uno come lei.”

Me ne vado, voglio respirare un’altra aria.

Io e Fedeli serviamo sotto la stessa bandiera: la Repubblica non deve avere le idee molto chiare.

Sono le 21 e 45 quando entro nel parcheggio comunale, pago e salgo alla terrazza dell’ultimo piano. Apro la macchina, metto le buste sul seggiolino anteriore destro, prendo la pila che mi porto sempre dietro. Esploro bene il pianale sotto alla macchina, il vano motore, il bagagliaio, le tasche interne. Guardo con attenzione le ruote ed i freni. Tutto a posto, posso mettere in moto. Sono un tipo prudente, soprattutto se ho a che fare con certa gente.

Entro in Questura alle 23 e 15. L’autostrada era libera, ho corso come un matto. Salgo subito in ufficio, ci sono Romano, Michele, Franco e anche Santa. La sua presenza mi fa molto piacere, mi farò portare ad Aviano da lui. Tiro fuori la busta per l’ufficio e mostro le foto. Loro hanno già la scheda d’archivio su Sella.

“È lui sputato!”, dice Franco. Gli altri annuiscono.

“Ora ditemi che cosa avete scoperto.”

Michele: “Beh, le foto delle carte d’identità le avete già. Foto ne hanno fatte sempre poche, ma non è vero che non ne facessero in assoluto. I fotografi professionisti di Aviano e della zona hanno pochi ricordi, ma uno ricorda che qualche rullino glielo hanno portato. Ora con le digitali ed i computer la storia è tutta cambiata. Ho cercato informazioni sulla moglie. Esce da una famiglia molto devota di Aviano, si chiamano Battistella. Lei fin da ragazza ha militato a sinistra, ma nulla di eclatante, prima i gruppi, poi il PCI, poi più niente, da quando ha conosciuto il marito. Ha buoni rapporti con la sua famiglia. Sono molto preoccupati per quel che ha fatto Mazzocco, credo che temano di essere isolati in paese. Sono stato a scuola per sapere dei due ragazzi. Ho trovato solo elogi, ottimo rendimento, molto controllati ed educati. Poi ho fatto il giro della banche di Aviano e dei paesi vicini. Domani cercheremo eventuali conti correnti o portafogli di titoli di Mazzocco e della moglie in tutte le banche della provincia e di quelle vicine. Con le Poste è più facile, ho già controllato, non avevano nulla. Mazzocco ad Aviano ha conti in FriulAdria e nella Banca di Credito Cooperativo. Ha molti soldi, davvero molti per i miei gusti, oltre trecentomila liquidi ed altrettanti in obbligazioni. Ho chiesto che mi preparino la lista completa dei movimenti dei due conti, fin dove possono risalire. Spero che domani nel primo pomeriggio le due banche me le possano dare. Infine, come Vidal sa, mi è venuta l’idea di sentire Guardiacaccia e forestali sulla questione del mauser. E in effetti loro sapevano che in Castaldia qualcuno sparava ai cervi col mauser, ma non l’avevano mai incastrato. Non si sono stupiti che fosse Mazzocco. Stanno pensando se sia possibile aggiungere anche il bracconaggio fra i reati da contestargli. È un po’ ridicolo, mi rendo conto, ma insomma …”

“Perché ridicolo? Compone il quadro, invece. Tu Romano?”

“Io avrei moltissimo da raccontare, ma immagino che se devi andare ad Aviano sia meglio una sintesi estrema. Ho ricostruito la vita di Mazzocco a Buenos Aires: dove ha fatto le varie scuole, chi erano i suoi insegnanti, il rendimento scolastico. Il vero Mazzocco era un lavativo, probabilmente la morte dei genitori ha influito. Comunque se domani hai l’interrogatorio ti preparo una scheda dalla quale potrai far uscire domande molto specifiche, sulle scuole fatte, gli insegnanti, i risultati. Ho anche un profilo degli zii che l’hanno cresciuto e coi quali non aveva un gran rapporto. Comunque sia, in Argentina del vero Riccardo Mazzocco non c’è più traccia e all’anagrafe del Boca risulta espatriato. Collima. Può essere che al Mazzocco vero abbiano dato altri documenti.”

“Perfetto. Tu Franco, hai novità?”

“Domani mattina vengo presto al lavoro ed esamino i proiettili del giocattolo. Vediamo se nei nostri data base abbiamo tracce simili. Mi avevi chiesto di verificare se ci siano precedenti di simboli tracciati sulla porta di un’automobile in occasione di un delitto. C’è un precedente, del 2004. A Montecatini Terme un rappresentante di gioielli fu assassinato nella sua auto e sulla portiera destra fu trovata una scritta che allora non riuscirono ad interpretare. Scrissero AML. La scritta fu tracciata probabilmente con la chiave della macchina del morto, che non venne ritrovata. Usarono una Beretta. Nessuno riuscì ad interpretare quell’AML. Oggi forse possiamo pensare “Annamaria Ludmann”, la donna cui era intitolata la colonna veneta delle BR. Infine credo che bisognerà completare la perquisizione degli immobili frequentati da Mazzocco. Manca infatti la Casera del Medico.”

“Questa cosa che ci ha detto Franco è fondamentale. Domani avremo altri riscontri. Se dovesse uscire che il giocattolo è stato usato, voglio un incrocio fra la date sospette e le attività bancarie o gli acquisti ragguardevoli di Mazzocco. Chessò: auto, trattori, immobili, altro. Chiaro?”

Annuiscono. Bene.

“Ragazzi, io domani sera vorrei aver finito tutto il grosso, per scrivere poi una relazione dettagliata da consegnare al Sostituto ed alla Marinelli. Franco, scusa, per perquisire Casera del medico devo chiedere un nuovo mandato a Tassan Zanin o era ricompresa fra gli edifici già nel mandato usato per la Malga e la Casa? C’era già? Meglio. Santa, scusami, io sono stanchissimo. Mi accompagni per favore ad Aviano? Andiamo a parlare con Tassan Zanin, sarà presente anche il Questore. Poi mi riporti a casa.”

“Non c’è problema.”

“Siamo un gruppo formidabile, stiamo facendo un grande lavoro. Buonanotte, adesso riposate. Sarò qui domattina alle nove, non prima.”

Romano: “Posso dirle una cosa?”

“Vai.”

“Non si fidi di nessuno.”

“TYranquilli, solo della mia squadra.”

 

“Questa è la segreteria telefonica di Silvia Cogo. Lasciate un messaggio dopo il bip e vi richiamerò appena possibile”.

“Silvia, amore, sono undici passate. Ora vado ad Aviano a riferire quel che ho scoperto al Sostituto procuratore. Spero per l’una di essere a casa. Un bacio. Ciao.”

“Sto partendo per Aviano. Dove abita?”

“Si fermi in piazza, davanti al Duomo. Passo a prenderla. Dovrebbe trovare lì la dottoressa Marinelli.”

“Fra un quarto d’ora sarò ad Aviano.”

“Ci vediamo.”

Arrivo e trovo Katia che passeggia davanti al Duomo.

“Mio Dio! Sei stanchissimo, Vidal.”

Arriva Tassan Zanin, dalla macchina ci fa cenno di seguirlo. Anche stavolta ci porta nella Caserma dei Carabinieri. Ci sistemiamo nella stanza che usammo per il primo interrogatorio di Mazzocco

Consegno le buste ai due e illustro il contenuto. Silenzio.

“Vi dico subito che le BR, a mio avviso, non centrano. Sella alias Mazzocco è stato nascosto o dai servizi italiani ufficiali o da schegge diciamo ‘private’, potreste usare anche altre definizioni, dei servizi. Io un’idea in proposito ce l’avrei, l’ho covata fin dalle prime ore dopo il ritrovamento dei corpi dei tre ragazzi ma credo che solo domani avrò elementi certi. Penso che Mazzocco sia stato allevato come un ‘soldatino’ dei servizi o di quei pezzi dei servizi. L’hanno usato per procurarsi finanziamenti, che sono fondamentali se vuoi mantenere in piedi una struttura, specie se parallela. Credo che abbiano commissionato a Mazzocco, non so se da solo o con altri, rapine a rappresentanti di gioielli e cose del genere. Lui deve averle fatte da grande professionista delle armi quale ha dimostrato di essere. Per ora ho solo un episodio sospetto. Nel 2004 a Montecatini un rappresentante di gioielli fu trovato ammazzato nella sua auto, il campionario scomparso ed era molto rilevante, oltre un milione e mezzo di euro. A Montecatini fu usata una pistola, non un fucile. Io penso che possa entrarci Mazzocco, in questa storia di Montecatini, perché sulla portiera destra, con le chiavi dell’auto, avevano scritto AML. Nessuno capì cosa potesse significare, io credo che AML stia per Annamaria Ludmann, il nome della donna cui era stata intitolata la colonna veneta delle BR. Verificheremo questa ed altre notizie. Perché quella scritta? Perché Mazzocco ama lasciare ‘pezzi’ di se, segni. Costretto a nascondere la sua vera identità e la sua vera personalità, lancia come delle sfide a capire. Vale secondo me anche per il caso su cui sto lavorando e credo che abbia ucciso quei tre ragazzi perché, schernendolo, negavano proprio questo suo mistero. Forse nella sua attività di ‘soldatino’ Mazzocco si teneva una parte del bottino. Risulta infatti avere una ottima disponibilità di denaro, fino ad ora oltre seicentomila euro fra liquidi e titoli. Cercheremo anche in altre banche. Possiede una casa molto bella ed una vasta azienda agricola. Tutte cose non semplici da realizzare col semplice mestiere di allevatore, pastore, malghese. Anche questa sua vita doppia, secondo me, spiega l’omicidio, non ha retto più la tensione. Dopo averli ammazzati credo si sia reso conto che quella stella a cinque punte sulla portiera non avrebbe impedito di arrivare a lui ed ha cominciato a ricattare l’organizzazione. Abbiamo i tabulati delle telefonate passate per le celle del Piancavallo nei giorni prima del delitto e fino all’arresto di Mazzocco. Dobbiamo ovviamente verificare ogni telefonata, ma una cosa balza agli occhi: dopo il delitto e fino alla mattina presto di sabato ci sono state quattro telefonate da telefonini che avevano delle SIM di Telekom Serbia, due partite dal Piancavallo e due arrivate. Tutte e quattro le telefonate sono passate anche per una cella della città di Padova. Ho buoni motivi per credere che su quelle telefonate dobbiamo appuntare una parte della nostra attenzione. Domani saprò darvi altri strumenti per conoscere e capire. Dovremmo rinviare l’interrogatorio di Mazzocco previsto per domani, in attesa di saperne di più e farci un’idea definitiva della situazione. Infine: Forestale e guardiacaccia erano in cerca di un tizio che sparava ai cervi col mauser da quelle parti, un bracconiere. Hanno riferito di non essere affatto sorpresi che si trattasse di Mazzocco, è conosciuto per essere un grande tiratore. Credo che serva a comporre il quadro.”

Silenzio.

“Lei ci porta novità molto importanti. Debbo immediatamente avvertire il Procuratore.”

Tassan Zanin si alza e va a telefonare. Torna dopo pochi minuti.

“Siamo tutti convocati nel suo ufficio domattina alle 8.00. Chiede il massimo riserbo. Chi altri sa di questi sviluppi?”

“La mia squadra, ovviamente.”

“Altri?”

“Un mio collega, il commissario Celante, della Questura di Venezia, che ha collaborato con me a trovare le tracce di Sella. È un funzionario di grande esperienza e lealtà, dal quale non mi aspetto sorprese.”

“Speriamo bene. Cerchiamo di gestire domani queste scoperte. Non intendo rinviare l’interrogatorio. Voglio anzi sentire Mazzocco prima che la sua doppia identità venga rivelata. Ci può aiutare.”

“Un mio vice ha lavorato tutta la giornata a ricostruire la vita del vero Mazzocco in Argentina. Conosciamo molto di quegli anni, le scuole che ha frequentato e i suoi insegnanti, il rendimento scolastico, il quartiere dove ha vissuto, le sue abitudini. Possiamo metterlo in difficoltà chiedendogli particolari su quella fase della sua vita.”

“È un ottimo suggerimento. Su questi aspetti condurrà lei l’interrogatorio, commissario. Dottoressa Marinelli, lei ha qualche osservazione?”

“Solo una. Credo di dover avvertire il dottor Manganelli. Il fatto che in Questura a Venezia una persona sappia, mi fa pensare che sarebbe grave che venisse a saperlo da altri che non siamo noi.”

“Va bene, lo avverta e chieda però il segreto. Lei Tonelli comunichi al suo collega veneziano che le notizie di cui è a conoscenza sono sottoposte a segreto. Idem per la sua squadra.”

“Dottore, posso chiedere che l’interrogatorio di Mazzocco avvenga a Pordenone e se possibile sia breve? Domani sarà una giornata decisiva per comporre il quadro ed ho bisogno di tempo. Di certo Mazzocco non apporterà novità.”

“Certo che lei lavora tanto sui tempi, mette fretta a tutto. Comunque, domattina alle otto, col Procuratore, decidiamo anche questo. Saremo brevi. Buonanotte.”

 

Nel parcheggio della caserma dei carabinieri Katia mi ferma.

“Come hai fatto?”

“Culo e fiuto.”

“Fedeli ti ha aiutato?”

“No. Fedeli è una merda.”

“Mi ha chiamato oggi nel tardo pomeriggio. Mi ha detto che a Venezia hai picchiato un suo uomo.”

“Quel Pagotto che l’ha accompagnato nel tuo ufficio. Mi pedinava.”

“Dov’eri andato?”

“A casa di un vecchio partigiano veneziano, più di un padre per me.”

“Lui centra con la scoperta della doppia identità di Mazzocco?”

Mi va di scherzare: “Siamo una Repubblica nata dalle resistenza, Katia. I vecchi partigiani hanno una memoria prodigiosa, a volte. Ci vediamo domattina in Tribunale.” Monto sulla volante di Santa. “Porteme casa, so straco da morir.”

 

“Buona sera. Sono il Commissario Vidal Tonelli, della Questura di Pordenone. Buonasera. Sì, esatto, sono venuto da voi poche ore fa. Ho lasciato una busta per il Commissario Celante. Esatto. Mi faccia un favore, quando domattina gliela consegnate, può dire a Celante di chiamarmi immediatamente? Lui dovrebbe avere il mio numero di cellulare, comunque glielo lascio. Sì, grazie.”

 

Quando siamo vicini alla città chiamo la Marinelli. È ancora in macchina anche lei, dietro di noi.

“Scusami Katia. Posso disporre che una volante stia ferma sotto casa mia, stanotte?”

“Certo.”

“Grazie. Buonanotte.”

“Santa, ci pensi tu? Una volante sotto casa mia, solo per stanotte. Domani sarà tutto finito, almeno credo.”

“Non c’è problema, commissario. Se non sbaglio Bomben è di turno, facciamo noi due. Lo chiamo.”

Salgo in casa mentre Santa sistema la volante nel sottoportico, il suo collega arriva a momenti. Mi lavo il muso e i denti, poi mi tuffo sul letto a dormire, faccio solo a tempo a mettere la sveglia per le sette e mezza.


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  • Pubblicato il 02 marzo 2012
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WEBROMANZO – capitolo 15

15.

Passo il ponte di Calatrava. Anche oggi non funziona l’ovovia per le persone in carrozzella che sta sulla sinistra per chi va verso il palazzo della Regione. Possibile mai? Davanti alla stazione di Santa Lucia ci sono i soliti presidi sindacali e a me sembrano simboli di una sconfitta già segnata. L’ affollarsi di turisti attorno all’imbarco dei vaporetti è l’inizio del caos che troverò dopo. Odio passare per Lista di Spagna, è il posto peggiore di Venezia, un baraccone. Decine di bancarelle fisse che vendono maschere di carnevale in tutte le stagioni e sciocchezze per turisti poveri o dementi, regalano di Venezia un’idea cialtronesca e funebre, di una immobilità nello stereotipo che nuoce alla città. Passo quasi in apnea, potessi correre lo farei. Ma non è possibile, in mezzo a tutta questa gente, vado avanti a “Permesso, mi scusi, excuse my!”. Una volta quando arrivavo al ponte delle Guglie questa sensazione pessima iniziava a scemare e cominciavo a trovare la mia Venezia. Ora invece anche la zona di rio terrà San Leonardo è diventata un acchiappa scemi: maschere, magliette, borse false, bigiotteria spacciata per veneziana. Pazzesco. Una volta c’erano le bancarelle della frutta e della verdura, conoscevo quasi tutti i gestori, si chiacchierava. Adesso hanno venduto e sui banchi lavorano cingalesi ed altri improbabili veneziani. Guardo merce in pessime condizioni che continua ad essere esposta: ma a chi la venderanno? Gli interesserà davvero vendere o queste bancarelle servono ad altro? Per fortuna  è finita, mi butto in rio terrà Farsetti, dove trovo poca gente e si comincia a respirare Venezia. Passo davanti ad un fast food che propone cibo orientale e devo dire che non mi dispiace, perché sento alcuni profumi, questi sì veneziani, come la cannella e la noce moscata. Se questi ragazzi avessero un minimo di cultura culinaria potrebbero puntare sulla relazione che questa città ha sempre avuto con l’oriente e valorizzare molto il loro lavoro. Ma figurati, questi che arrivano a Venezia non sanno del passato del luogo in cui vivono, credo che siano infastiditi di non poter arrivare qui con le loro automobili. Ma adesso la città riprende ad essere lei, quasi senza turisti. Passo il ponte Farsetti e arrivo sulle fondamenta Ormesini. Do un’occhiata all’insegna della sezione del PD di Canareggio, che una volta era del PCI, in calle del Zudio, sulla sinistra e svolto a destra verso calle del Forno, che ha invece mantenuto il carattere suo. C’è una bottega artigiana dove si riparano vecchie radio ed apparecchi elettrici in genere, poi il mitico forno dove compero sempre i grissini di sfoglia ritorti. Sulla destra hanno aperto un piccolo supermercato, Alvise ci fa la spesa e i prezzi sono decorosi, per essere a Venezia. Passo il ponte del Forno ed eccomi davanti a casa di Alvise. Anni fa l’ha ristrutturata, è di un bel colore rosso cardinale, ha affittato due appartamenti a gente un po’ su, lui si è tenuto le stanze che danno sulle fondamenta dei Mori, gli altri hanno un poco di guardino, che a Venezia è una sciccheria.

Apro la porta e salgo le scale in legno della casa in cui Alvise vive dalla nascita, all’angolo con calle Loredan, che è strettissima. Lo chiamo mentre salgo e lui risponde dalla cucina.

“Ti ga fato presto.”

“Si. Xe ‘na question importante.”

“Eh, go capio!”

È solo, la moglie gli è morta ormai tanti anni fa e lui non ha mai voluto un’altra persona al suo fianco. Non avevano avuto figli. Tiene la casa ordinata, una signora viene due pomeriggi la settimana ad aiutarlo a sbrigare le pulizie. Al primo piano ha una bella cucina, un bagnetto, la sala che contiene una parte del suo archivio storico e dei suoi libri. Sopra, il secondo piano ha due camere ed un altro bagno. In una delle due camere si completa la sua raccolta di documenti. Si tratta di migliaia di carte sulla storia politica e sindacale di Venezia dalla guerra di liberazione allo scioglimento del Partito Comunista. Lui, Alvise, quel venir meno del “suo” partito l’ha capito, ma non si è iscritto a nient’altro. Oggi mantiene solo la tessera dell’ANPI, uno degli ultimi sopravvissuti. Era iscritto e frequentava, quando poteva, la sezione di Canareggio, ma è sempre stato più un uomo di Federazione che del territorio, ha ancor oggi il piglio di uno che dirige. In Federazione aveva un ufficio, ma non si fidava a tenerci carte, era convinto che gli altri non ne capissero il significato ed avrebbero distrutto o disperso tutto. Perciò teneva a casa tutto quel che raccoglieva e passava molte ore a dare senso compiuto a quelle raccolte per temi. Più volte ho discusso con lui che cosa si debba fare di questo enorme archivio alla sua morte. Ne ho parlato anche con il Sindaco ed abbiamo concordato che tutto sarebbe andato in una sezione speciale dell’archivio storico comunale. Spero che di questa decisione, in Comune, abbiano qualche traccia.

Alvise si siede nella sua poltrona ed io in quella che uso abitualmente. Va subito al sodo.

“Quella faccia la gavevo za vista, ma go dovuo tirar fora le buste de quei ani. Mi credo de averlo trovà”, e mi passa una foto di un corteo del 1979.

“Vardilo.”

È lui. Magro e con un filo di barba e baffi, mentre nella foto per i documenti di tre anni dopo ha un viso pulito. Ma è lui. Alvise mi passa altre tre foto.

“Qua te lo riconossi mejo.”

Due foto di cortei ed una di una assemblea.

“El iera dentro autonomia, dopo secondo mi xe ‘ndà nelle BR. Niente de eclatante, almeno credo. Non go idea sel sia sta arrestà. De processi no so. Se el ga cambià nome e per tutti sti ani xe stà nascosto lì de ti, sicuro ch’el no iera a processi, contumace. In quel caso lo considerè ancora latitante, quel ti vedarà ti.”

“Ma come se cjamava, te ricordi?”

“Varda drio.”

Giro le foto, ci sono molti nomi.

“No ghe rivo.”

“Lui xe l’unico in tute le foto e ghe xe un solo nome in tute le foto.”

Guardo con attenzione.

“Franco Sella. Ti sa niente altro?”

“Savuo il nome, xe sta facile. Ti sa che me scrivevo quel che savevo de tuti quei che girava attorno alle BR qua a Venexia. Ecco quel che gavevo scrito de ‘sto tizio.”

Mi passa un foglio. Sono poche righe battute a macchina. Due battiture diverse: l’aveva aggiornata. Leggo a voce alta.

“Franco Sella, nato ad Asiago, nel 1954. Studente fuori corso di architettura. Collettivo autonomo di Ca’ Foscari. Ha partecipato a risse davanti a scuole superiori di Mestre. Molto deciso e violento. Non interviene nelle assemblee.”

Poi, con la stessa macchina da scrivere ma con un nastro diverso, anni dopo.

“È stato visto per caso parlare con Ongaro in un bar di Mestre. Non ha più la barba. Deve essere in contatto con le BR. Non si vede più in giro.”

“Avrai scritto la prima nota nel ’78 o nel ’79 e la seconda nell’80 o ’81.”

“La prima credo che la sia del ’77, la seconda sì giusto, dell’80 o ‘81.”

“Posso far una telefonada?”

“Tranquillo.”

Chiamo dal suo telefono di casa la Questura a Venezia.

“Sono il commissario Vidal Tonelli della Questura di Pordenone. Può vedere se è in ufficio il commissario Celante, per favore?”

Passa un minuto, poi Celante risponde.

“Vidal, fio de un’ostia, non dirmi che ‘sta storia del Piancavallo ha agganci a Venezia!”

“Ciao Rudy. Come stai intanto?”

“Ben, grazie a Dio. Ti anche, son sicuro, visto come hai lavorato per prendere quel tizio.”

“Ascolta, ho bisogno di un aiuto, Piancavallo non so se centra. Ricordo vagamente che quando lavoravo a Venezia devo aver intercettato un certo Franco Sella, che allora faceva parte di autonomia e credo poi si sia anche mischiato alle BR. L’ho perso di vista, ma ora vorrei avere qualche notizia. Tu ne sai qualcosa?”

“Buio totale. Scusa, entro in banca dati. Come mai sei tornato su una vecchia conoscenza?”

“Te giuro Rudy, vado a tentoni per capir de più.”

“No ghe credo gnanca morto, no te si il tipo … Scusa un secondo, ma per l’autorizzazione ci vuole un po’ di tempo. Ecco qua. Come no, è latitante dal 1982, nessuno l’ha più visto. Condannato in contumacia per partecipazione a banda armata e detenzione di armi da guerra. C’è anche una foto. Era stato anche arrestato nell’ottobre 1981 e poi rilasciato per decorrenza dei termini. Vuoi che ti mandi le note segnaletiche via mail?”

“No, fammi un favore, invece. Dagli una stampata e lasciamele in copia in una busta per me lì in portineria. Digli che passo stasera, ma non so a che ora.”

“Va bene. Tu però prima o poi mi spieghi che cazzo centra questo tizio col Piancavallo, perché in queste ore tu pensi solo a quello e se passi in Questura a Venezia vuol dire che sei qui in città. Dunque in qualcosa centriamo, ma capisco che tu non me ne voglia parlare, tantomeno al telefono. Quando potrai mi dirai, va bene?”

“Tranquillo, lo farò. Grazie.”

“Di niente. Ciao.”

Guardo Alvise.

“Condannato per partecipazione a banda armata e detenzione di armi da guerra. Vuol dire di sicuro perlomeno un fucile. Non mi stupisco, visto l’abilità dimostrata per ammazzare quei tre ragazzi in Piancavallo.”

“Ben. E adesso? Ti sa chi ch’el xe, de sicuro xe sta protetto dai servizi per tuti ‘sti ani, magari ga fato lavori sporchi per quei. Ti vol tirar fora sta storia?”

In realtà non so cosa fare.

“Se la tiro fuori così, non faccio altro che riaccreditare la pista delle BR sull’assassinio di quei tre ragazzi americani. Ma io sono certo che non ci sono più le BR e se anche ci fosse ancora in giro qualcosa delle BR, non centra nulla con quello che è successo. Sella ha confessato ed anche se non lo avesse fatto, o ritrattasse, ho messo insieme prove molto specifiche, circostanziate. Vedrai che subirà una dura condanna. Io non credo nemmeno che chi l’ha protetto e forse usato in questi anni gli abbia ordinato di uccidere quei tre, anzi: secondo me quelli che lo manovrano sono preoccupatissimi, se potessero sbarazzarsene, lo farebbero. Ma lui ha qualcosa in mano per ricattarli. A proposito, sai chi era il suo contatto con l’organizzazione che lo proteggeva?”

“Chi?”

“Quercioli, proprio lui.”

Mi guarda preoccupato.

“Xe come se tuto torna indrio. Ecco con chi chel manovrava, in quei anni. Suggeriva, probabilmente saveva tutto in anticipo. Go sempre pensà che i gaveva qualchedun dentro. E adesso, cossa se ne fa de un come Sella?”

“Non lo so di preciso. Però questo Sella è un killer molto bravo. Usa benissimo il fucile, anche un vecchio Mauser. Evidentemente li sa tenere da Dio, anche la manutenzione intendo. Penso che sia bravo anche con la pistola, ma quello ancora non lo so. In tutti questi anni si è tenuto ben addestrato. Per far cosa? Nessuno si addestra per niente, perché costa ed è molto impegnativo. Secondo me Sella ha fatto il soldatino per questi altri, lo hanno usato per ammazzare e rubare. Ha un tenore di vita che non può derivare solo dal suo lavoro. Io penso che abbia fatto altro e ne abbia tratto non pochi soldi. Se Sella ha lavorato, vuol dire che la struttura che Quercioli e i suoi amici hanno usato negli anni della autonomia e delle BR, qui in Veneto, almeno un pezzo, è ancora in piedi. Una roba così costa, hanno bisogno di soldi. Secondo me Sella è stato usato anche per procurare soldi alla baracca. Come non so, capiremo. Ma sai che cosa, più di tutto, mi interessa? Perché ha ammazzato quei tre poveri cristi. Lui sostiene che era arrabbiato, uno dei tre doveva averlo coglionato, perché era un pastore. Non so. Ma penso che potrebbe essere vero, nel senso che davvero è stato preso in giro e questa cosa ha fatto traboccare un vaso. Ma perché lo ha fatto traboccare, quel vaso? Cosa si era accumulato prima, in quel vaso?”

Ci guardiamo, cercando una risposta.

“Mi credo, Alvise, che sia stada la tension de dover far una dopia vita. Ho visto la casa di questo Sella, che se fa cjamar Mazzocco. ‘Sta tento: xe una casa che un pastor gnanca sea sogna, ma non solo per una questione di soldi, no! È quello che c’è dentro la casa che, uno come vorrebbe o dovrebbe farci credere di essere Mazzocco, nemmeno se lo sogna. Tanti libri, bei quadri, e raffinati, che solo uno che abbia studiato arriva a concepire. Costosi tra l’altro. Bei mobili, una bella casa, ti ga capio? Una casa par un de quei coi schei da ‘na vita, che non ha bisogno di farli vedere.  Oppure uno che non ha bisogno di farli vedere perché ha ben altro, di più importante. Capito? E anche i figlioli, ti giuro, si capisce che non è roba semplice, sono ragazzi educati a leggere cose mai banali. E questo signore si fa tre mesi in isolamento, in montagna, a pascolar vacche e mungerle, a far formaggio e pulir stalle? Per carità, bella vita, aria buona, non metto in dubbio. Ma in Mazzocco, o Sella, chiamalo come vuoi, credo che ci sia la convinzione di stare dentro la grande storia, non alla vita della gente normale. Per qualche anno può anche andare bene mascherarsi, è quasi un gioco. Ma alla fine tutto diventa duro, difficile. Per questo, quando i ragazzi lo cojona, ‘sto altro se la cjapa da morir. Quando li rivede, e capisce che in quel posto ci tornano, si prepara per farli fuori la volta dopo. Gira col Mauser in macchina, nel bagagliaio, in un posto dove spesso ci sono la forestale e i guardacaccia, che tra l’altro cercano un bracconiere che in quei posti ammazza col Mauser. Tieni inoltre conto che quella è un’arma da guerra, detenere armi da guerra non è affatto un reato banale. Quando li rivede li ammazza con una precisione incredibile, roba che solo un professionista può fare. Insomma, secondo me, non è scoppiato. Par me ha voluto fare una cosa quasi per strappare un velo. Anche il disegno della stella delle BR non era inventato sul momento. Nella sua mente riapriva un ciclo della sua vita, per rivendicarlo. Ha ammazzato bene, da professionista torno a dire, nella follia di quei momenti. Ma era un piano sgangherato, se nei momenti successivi era lucido anche solo un poco, o se lo era chi ha parlato con lui, sapeva o sapevano che una seria investigazione avrebbe portato a lui. Era come se Mazzocco avesse gridato  “Ho diritto ad un posto!”. Come se dicesse: “Prendetemi!”, capisci? Ma subito dopo che, sua sponte o perché gliel’hanno spiegato, ha capito che non andava da nessuna parte, ha anche realizzato che sapeva troppe cose. Per farlo tacere avrebbero potuto farlo fuori. Allora chiama Quercioli, credo che sia la seconda telefonata che gli fa, dopo averne ricevuta una. Comincia a ricattarlo: “Se mi succede qualcosa, automaticamente alla stampa arrivano dei fascicoli in cui c’è tutto”. E a quel punto Quercioli e compagni vanno nel pallone, perché solo così si spiega che Quercioli prenda e se ne salga in Piancavallo a parlar con Sella: è una mossa azzardatissima, non da lui. Ed è solo perché sono capitato io di mezzo che le cose sono andate in un certo modo. Perché se non arrivavo io, per caso, proprio davanti alla macchina de quei tre figlioli, potevano far qualcosa d’altro. Non tanto, perché Quercioli e i suoi capi sanno che gli americani hanno sistemi satellitari che controllano tutto quel che succede attorno alla base e quindi che, se facevano sparire i corpi, sarebbero stati comunque visti. Sanno che si sarebbero trovati di fronte i servizi della base, gente cazzuta, no moeche. Hanno cercato di gestire come potevano, male comunque. Poi è successa un’altra cosa, del tutto casuale come il ritrovamento dei tre cadaveri. No te digo cossa, preferiso tignirlo par mi. Ma credo che questo mio secondo colpo di fortuna li abbia convinti che non c’era nulla di casuale in quel che stavo facendo. Dunque era meglio bruciare Sella per quel triplice omicidio e cercare di stendere un velo sul resto, per salvare quel che potevano. Sella ha detto di sì, avrà trattato alcune condizioni. Non gli restava altro che consegnarsi e confessare d’aver ammazzato i tre ragazzi. Ora ovviamente cercheranno di farlo passare per matto, più o meno, per farlo venir fuori prima che possono. Magari morto di morte naturale. Meno casino possibile. I giornali e il Governo, ben contenti che non si torni a tempi difficili, i ga subito magnà la foia: xe sta un mato de pastor, tignilo dentro!”.

“E ‘desso, cossa ti fa?”

“No son mi che fasso la storia, Alvise. Metto insieme tutto e lo consegno, sarà un fascicolo sesso secco, tante foto e poche storie. Il sostituto, tra l’altro, è una persona coi fiocchi. Deciderà lui. Prima però devo far sapere a chi di dovere che so tutto e che anch’io ho un’assicurazione sulla vita, come Mazzocco, o Sella, come diavolo si chiama.”

“Me par la roba giusta da far. No vojo saver altro. Invese andemo all’”Anice stellato”, magnemo un bocon. No sta far storie, qua te si a casa mia, ofro mi. E po’, con tanto tempo che no te vedo. Dopo ti torni casa.”

Lui lo sa benissimo che non muove mai da Venezia e dunque offre sempre. Tanto tempo? Vengo praticamente due volte al mese a trovarlo! Ma lui è così, ci conosciamo da tanti anni, mi ha eletto a figlio, quello che non ha avuto. Per un riflesso automatico mi avvicino alla finestra che dà sulle fondamenta senza farmi vedere all’esterno: sarò sbirro per qualcosa? Le tende sono tirate, i balconi socchiusi per non far entrare il sole ed il caldo. Guardo fuori e posso farlo senza che mi vedano, nello spazio fra un balcone e l’altro: oltre il ponte, in calle del Forno, c’è un tizio appoggiato al muro. Sembra che non faccia nulla. Si guarda le scarpe.

“Speta Alvise, un secondo. Vojo veder se riconosso una persona. No stà ‘ndar fora.”

Il tizio ora guarda verso casa di Alvise. Ecco chi è: quel Pagotto che accompagnava Fedeli, era alla riunione nella stanza di Katia. Lui guarda ancora per un momento la casa di Alvise, si girà e retrocede, forse se ne torna verso  fondamenta Ormesini.

“Stemo fermi qua ancora qualche minuto, vedemo se un tizio torna”, dico ad Alvise.

“Chi?”

“Uno dei servizi, lavora a Roma all’antiterrorismo, erano venuti in Questura da me ma li ho fregati sul tempo. Il loro capo diceva che sarebbero tornati a Roma, sapevo bene che mentiva. Quel tizio mi ha seguito fin sotto casa tua e ci sorveglia. Ora se ne è andato. Secondo me torna, voglio vedere quanto tempo se ne sta via.”

Dopo un quarto d’ora ecco tornare Pagotto, di nuovo si appoggia sulla casa di sinistra, si accende una sigaretta. Ci deve essere una scuola di instupidimento di quelli dei servizi: secondo quello scemo è naturale che uno si appoggi ad una casa in una calle a Venezia e si metta a fumare? Mi tolgo il telefonino dalla tasca e lo appoggio sul tavolo di Alvise.

“Se ne è andato. Ho un quarto d’ora. Tu non uscire di casa.”

Esco e giro verso fondamenta della Sensa, salgo ponte della Malvasia e faccio tutta la calle, sbuco davanti a ponte Ormesini, mi butto nella calle, faccio il gomito, la percorro tutta e quando arrivo allo sbocco su rio terrà  Farsetti mi blocco e mi tengo addossato al muro di destra. Se Pagotto compare, viene di sicuro dalla mia destra e non mi vede. Riprendo il fiato e dopo poco eccolo che spunta con la sua bella lacostina bianca, parla al telefono e guarda avanti: torna a vedere se a casa di Alvise è tutto tranquillo. Lo lascio passare, conto fino a venti e sbuco in rio terrà Farsetti. Mi precede di una quarantina di metri. Ora il problema sarà il ponte, se quanto c’è sopra si volta, mi vede. Ma il genio telefona ed è tutto preso dalla conversazione, non si cura di quel che ha attorno. Sale il ponte, lo scende, gira a destra su fondamenta Ormesini, fa tutta calle del Forno continuando a parlare, si ferma e si appoggia al muro come prima. Nella calle passa poca gente, ma è quella che basta per non farmi notare. Finalmente chiude il telefono quando sono a cinque metri e gli sono addosso.

Non so esattamente da dove mi derivi una propensione ad essere essenziale nei momenti topici. Comunque sia decido che un cagnone sia quel che gli sta bene. Lo passo, mi metto davanti a lui e gli tiro un pugno durissimo allo stomaco. Non ha neppure il tempo di stupirsi, si ritrova piegato in due a terra, i polmoni svuotati. Due persone che passano se la battono spaventati.

Lo prendo per il colletto della Lacoste e lo tiro su come un sacco di patate, mi capita in questi momenti di avere una forza inaspettata.

Non è ancora in grado di connettere.

“Mi ascolti bene, pezzo di merda: in quella casa vive una persona che per me è più di un padre. Se gli dovesse succedere qualcosa, lei nemmeno si immagina cosa potrei fare. Chiaro?”

Ansima, non parla.

“È chiaro?”, quasi grido.

“Chiaro Commissario, chiaro.”

Lo lascio andare, quasi cade per terra.

“Dica a Fedeli di chiamarmi.”, e lo lascio lì, appoggiato al muro. Mi giro e vado verso casa di Alvise. Il vecchio è uscito di casa nonostante quel che gli avevo detto ed è lì che osserva la scena.

“Cossa ti fa qua fora?”

“Ciapo il fresco, sborà!”, e ride. Rientriamo.

Vado subito al telefono di casa di Alvise, chiamo il mio pompiere preferito.

“Son Vidal. Tuto ben?”

“Sissì, tuto ben. Succede qualcossa?”

“Sta attento, Claudio. Stanotte, e magari anche doman, bisogna che o ti o Dino, un dei due, dormì a casa de Alvise, con lui. Ti spiegherò perché, vi aspetto qua, uno dei due. Ti vien ti? Benissimo. Verso le otto? Son qua. Scolta: ti sa cossa portar, giusto? Se semo capii. Ciao.”

Alvise è incazzato come una bestia: ma chi te credi de esser, fa il commissario a casa tua, il giorno che gavarò paura de quea zente tanto val morir, un fero lo go anca mi e via dicendo.

“Me ne frego. Alvise: te pol protestar per ore, adesso se fa come che digo mi. Ti per stanote no te dormi da solo. E, se no xe indispensabie, te resti in casa doman. Devo far saver a quee bestie che i documenti ormai li gò mi e che anche se i te brusa la casa ormai li go portai via e no i riussirà a blocarme. Chiaro? Solo che mi servono alcune ore per parlare con tutta la gente che deve sapere che io so. In quelle ore altri potrebbero chiedere a te le stesse informazioni che mi hai dato. Dopo tutto rientrerà nella tranquillità, per forza di cose. Per questa notte è meglio essere prudenti. Quel tizio che mi aveva seguito (“Bel mona!”), va bene, un bel mona, comunque è dell’antiterrorismo. Se mi ha seguito a Venezia vuol dire che ne sanno meno di me e vogliono sapere. Sono certo che è così. Perciò prudenza, non sappiamo con chi abbiamo a che fare e tu custodisci segreti. Chiaro?”

E che casso, quando che me rabio me rabio, anca coi veci.

Alvise mi guarda.

“Questo vol dir che all’Anice stellato no ghe ‘ndemo?”

“Dai, pare, co mi te pol ‘ndar dove che ti voe!”, e ridiamo. Per fortuna.

Mi faccio dare le foto e le scheda, le metto in una busta, preferisco portarmele dietro, e usciamo. Come da una vita, Alvise non chiude a chiave la porta. Lui è sempre vissuto così, con la porta aperta, anche negli anni più duri nessun sconosciuto è mai entrato in casa sua. Rientro in casa, prendo la chiave che è appesa ad un chiodo infisso nello stipite della porta, la chiudo e infilo la chiave nella toppa. Non gira, meledizione. E Alvise ride.

“Xe ani che no la uso!”

“Dame un poco de oio da machina, dai, no sta far il mona.”

“Fasso mi, questa non xe ancora casa tua”, e mi strappa la chiave. Prende una lattina col beccuccio che ha in un ripiano del piano terra dove tiene tutti gli attrezzi della piccola barca con cui va a pescare e sulla quale mi ha ospitato un sacco di volte. Mette olio nella serratura, prova la chiave e in battibaleno funziona. Mi ritorna la chiave.

“Adesso di pol sarar.”

Chiudo, finalmente.

 


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  • Pubblicato il 01 marzo 2012
diario

Il Diario Mongolo è pubblicato

Cari amici il diario del mio viaggio in Mongolia con cui ho inizaito a scrivere questo blog è ora un piccolo libricino edito e distribuito dal Circolo Menocchio di Montereale.

Il libro è in vendita alla libreria Il Segno e verrà presentato il 27  marzo alle 18,  il Sala Teresina Degan alla Biblioteca di Pordenone.

In vista della pubblicazione ho corretto e rivisto le prime stesure che potete trovare qui: parte primaparte secondaparte terzaparte quarta.

 

 


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  • Pubblicato il 29 febbraio 2012
Piazzale-Roma-old-13

Webromanzo – capitolo 14

14.

Lunedì 29 giugno, ore 11.

Sono rimasto quasi sempre a casa. Ho chiamato qui Mazzariol, gli ho offerto un caffè alle Tre Gazzelle, me lo sono portato in piazza XX settembre e gli ho raccontato delle SIM serbe. Dice che secondo lui è molto improbabile che qualcuno in Italia abbia le registrazioni, ma che gli americani potrebbero averle per via dei sistemi di sorveglianza della base. Se si usano telefonini serbi non lontano dalla base, secondo lui la registrazione scatta. Magari poi non ce lo vorranno dire, o non lo dicono a noi ma a qualcun altro. Siamo sbirri di provincia, in fondo. Gli chiedo notizie sul giocattolo, mi dice che lo farà funzionare nel primo pomeriggio e raccoglierà le pallottole. Poi ci vorrà tempo, perché deve fare tutti gli accertamenti sul mauser e sui vestiti. Deve anche completare il fascicolo sulle tracce nelle merda di vacca per darmelo, così che io lo consegni a Tassan Zanin.

“Io lo chiamerei così: ‘operazione tracce nelle merde di vacca’ o più facilmente ‘tracce nella merda’.“

“Giusto, la merda è molto evocatrice anche di altre cose.”

“Pensavo anch’io.”

Mi chiama Michele e mi dice che all’anagrafe di Aviano sono meticolosi da sempre, un vecchio ufficiale d’anagrafe era così e loro hanno continuato. Conservano tutto e gli hanno tirato fuori le foto di Mazzocco, sia di quando ha fatto la prima carte d’identità, poco dopo essere rientrato dall’Argentina, che di quando l’ha rinnovata. Hanno anche una fotocopia del passaporto argentino col visto. Serve? Certo che serve, manda qualcuno in Questura col malloppo da me appena puoi. Santa? Va benissimo.

Ora vado in Questura più contento.

Sono seduto alla mia scrivania da poco quando arriva Santa con le foto e le fotocopie del vecchio passaporto. Lo mando alla scientifica per far stampare una serie di foto di Riccardo Mazzocco all’arrivo dall’Argentina. Chiedo che le faccia scannare e me le mandi sulla mia casella di posta elettronica. Gli faccio portare le fotocopie del passaporto argentino al responsabile dell’ufficio passaporti, qui in Questura a Pordenone. Voglio sapere tutto di quel passaporto.

Passano pochi minuti e vedo sulla posta elettronica del BlackBerry una stellina. Un messaggio con due allegati dalla scientifica. Apro il primo: Mazzocco nel 1982. Giro il file sul mio PC d’ufficio, lo voglio vedere in grande e me lo voglio stampare. Arriva subito e lo metto a pieno schermo. Gli do una stampa a colori. Gliene do una in b/n. Eccolo qui tre volte. Chi è? Non mi viene in mente. Ma questo volto così forte, gli occhi bassi, i tratti robusti ma non volgari, fronte alta, capelli mori corti e dritti: chi è, l’ho forse già visto?

La foto è del 1982. Se l’ho visto l’ho incrociato mentre lavoravo a Venezia. È a Venezia che devo cercare e l’unico che può dirmi se Mazzocco frequentava ambienti vicini ai miei in quegli anni è Alvise. Solo che lui non ha PC ed internet, per fargli avere questa foto sono costretto a chiedere a qualcun altro che gliela porti. Potrebbe essere Claudio Zulian.

“Sono Vidal, ciao.”

“Oh, che onor, comisario. Tuti che parla del lu, sui giornai.”

“No sta smenarme. Ascolta invece. Ho de far arrivare una fotografia ad Alvise. Te ga posta eletronica a casa?”

“Sissì, la go. Te scrivi? Eco, claudio punto zulian chiociola libero punto it. Ti ga capio?”

“Se ti mando un file con una fotografia, riesci a stamparla?”

“Diobeato, provo, vedemo.”

“Te la mando subito. Segnati il mio numero di cellulare e richiama in ogni caso. Va bene?”

“Te ciamo.”

Dopo dieci minuti Claudio mi chiama. Tutto bene. Solo che per portare la fotografia ad Alvise ci vogliono come minimo due ore, perché lui ha da fare una cosa per casa e abita al Lido e per andare a Venezia deve prendere il vaporetto, scendere alle Zattere, farsi una bella camminata per arrivare da Alvise. Va bene così, Claudio mi fa comunque un grande piacere.

Telefono ad Alvise.

“Ciao. Son Vidal.”

“Gho ben capio. Xe quasi ‘na setimana che no te sento!”

“Non far finta di non sapere che cosa mi è capitato da sabato mattina.”

“Figurite. Ti ga fato anche bea figura. Congratulassion.”

“Grassie, pare.”

“Pare ta morti, mona. Ti ‘o ga vuo un pare. E po’: mi ‘desso so cussì vecio che forse podria esser tu nono.”

“Cambiamo discorso. Stai attento. Fra un paio d’ore, forse meno, arriva Claudio, Claudio Zulian, quello che faceva il pompiere, abita al Lido.”

“Ti pensi che son rincojonio? Lo conoso da ‘na vita e co’ su pare iero amico.”

“Ben. Claudio ti porta una fotografia. Il tizio è quello che ammazzato i tre ragazzi americani, quelli che ho scoperto io. La foto è del 1982, quasi trenta anni fa. Voglio sapere se quel tipo che è in foto ti ricorda qualcheduno o qualcosa degli anni nostri. A me sembra di sì, però non mi ricordo.”

“Lo vardo ben e lo confronto co le quatro fotografie che go qua in casa.”

Quattro fotografie? Alvise ha il più grande archivio sulle lotte politiche e sindacali di Porto Marghera, centinaia di foto. Se Mazzocco è in una di quelle, lui lo riconosce. Spero.

“Ciamime, pare. Ciao.”

Romano sta smanettando come un pazzo al suo PC. Io gli ho girato la foto di Mazzocco giovane. Non gli chiedo nulla, giro dietro la sua scrivania e guardo lo schermo: è in fb con un tizio, lui scrive in italiano l’altro in spagnolo. Non gli chiedo nemmeno chi sia e cosa fanno, meglio non disturbare.

Sono le dodici e trenta di lunedì, l’unica cosa da fare è aspettare che Alvise veda la foto e ci ragioni su. Michele fa il suo, Romano anche, Mazzariol di sicuro. Io vado a mangiare da Puiatti a Torre.

Pujatti è una classica trattoria di queste parti, fatta per gli operai che sospendono il turno nei cantieri per il pranzo e per chi abita nel quartiere. Una casa degli anni ’60 rimessa a posto, con accanto tre campi da bocce, i tavolini per quelli che assistono alle partite e appoggiare il litro di vino. Dentro, una cucina rustica, di terra, senza fronzoli. È stata una delle osterie preferite di mio padre e alcuni se lo ricordano ancora. La gestiscono due signore, Anna e Loredana, molto cordiali. In cucina lavora Raffaele detto Lele “Botesela”, un uomo sulla cinquantina, basso, largo, simpaticissimo, ruvido negli atteggiamenti e fine nei sentimenti. Del resto questo è l’atteggiamento tipico della gente che frequenta l’osteria. Alcuni eccedono nel linguaggio e nei toni, se appena accenni ad un atteggiamento di superiorità sei finito, ti smontano, ironizzano duramente su vizi e debolezze umane, danno un enorme valore al sesso ed alle sue più varie manifestazioni. L’osteria ha alcuni frequentatori che sono salacissimi, soprattutto Elio Turcatel. In realtà io dialogo poco con loro, mi piace molto di più sentirli parlare, prima e dopo il pranzo. Con me sono parecchio riservati, forse per il lavoro che faccio, quei quattro amici di mio padre che sono rimasti mi guardano con simpatia. Perciò non è strano che quando entro ci siano i soliti saluti e niente di particolare. Sembrano dire: hai fatto il tuo dovere, non montarti la testa. È giusto, concordo. Tanto più che io so bene che la storia è ancora lunga da finire. Loredana, quando viene a prendere la comanda, sorride.

“Complimenti. Sei su tutti i giornali.”

Il menù del giorno è scritto in un manifesto bianco, appeso sotto il televisore. Tre primi, tre secondi, contorni. Basta e avanza ed è tutto curato. Vedo scritto “Pasta alla Norma” e trasecolo. La pasta alla Norma di Lele è la fine del mondo. Se la fa, vuol dire che un camionista è passato per Catania e si è ricordato di comperargli la ricotta informata dei Nebrodi e finché non l’ha finita ogni tanto ci concederà questa goduria. Ordino la pasta e per il secondo aspetto, non voglio fretta. Vino rosso e acqua. Quando arriva è un trionfo. I maccheroni  sono coperti dal sugo di pomodoro e sopra ci sono le melanzane fritte, coperte dalla ricotta grattugiata. La porzione mi pare gigantesca, nella migliore tradizione di Pujatti. Ma questa lo è anche di più, avranno detto a Lele che era per me, lui sa che la Norma mi piace molto.

Prima mi tolgo la giacca, non si sa mai. Poi infilo il tovagliolo di cotone nel colletto della Lacoste e mi copro bene. Poi prendo il cucchiaio e la forchetta e li infilo nella pasta, ma piano, piano. Poi con lentezza mischio, senza farmi prendere dalla fame e dalla foga. Piano pianissimo, piano. Quando è tutto ben mischiato infilo con la forchetta il primo maccherone e lo porto in bocca.

È sublime.

Sento tutto. Il pomodoro fresco dolce con cui Lele ha fatto il sugo, l’aglio con cui ha insaporito le melanzane dopo averle fritte, il dolce delle melanzane fritte, la punta di peperoncino, la ricotta infornata grattugiata che si mischia con le melanzane filando nel pomodoro ed i maccheroni cotti giusti che raccolgono e sublimano. Mangio con calma una quintalata di pasta, io proprio non concepisco quelli che assaggiano e basta, i quarantagrammisti. Mi fermo ogni tanto per bere un bicchiere d’acqua e alla fine centellino un bicchiere di vino. Loredana, credimi, non ha senso mangiare altro, perfetto. Ora mi rilasso, è come se tutti gli altri trenta vicino a me non esistessero, fantastico.

 

Devo passare in cucina a ringraziare Lele. Chiedo permesso di accedere alla cucina, me lo accordano ed eccolo.

 

“Fantastica pasta, Lele. Ricotta incredibile. Un tuo amico camionista, immagino.”

“Esatto Commissario. Aveva una consegna ad Adrano, mi ha avvertito per telefono, ho chiamato un mio amico e gli hanno consegnato tre chili di ricotta infornata dei Nebrodi. Non ne voglio di più, perché qui da noi resta buona per un periodo, poi non è più lei. Meglio andarla a prendere quando si può. Per questo oggi ho fatto la Norma. Non mi durerà tanto, ormai la conoscono e la ordinano in molti. Ma finché ce n’è …”

Apre il frigorifero, estrae una forma di ricotta e ne taglia una scaglia che mi passa.

“Senti che roba? È l’erba di primavera delle montagne siciliane, non ce n’è per nessuno.”

 

Ho bisogno di camminare, non voglio abbioccare sulla scrivana: decido di lasciare qui l’auto e di tornare a piedi. Non ci metto molto, la città è piccola, in un quarto d’ora si arriva in centro.

 

Faccio i calcoli: sono da poco passate e due, Claudio dovrebbe aver consegnato la foto ad Alvise meno di un’ora fa. Se quella foto gli ricorda qualcosa, ora sta cercando. Ci vorrà ancora un’ora. Riceverò una telefonata verso le tre.

 

Quando arrivo in piazzale Duca d’Aosta do un’occhiata al palazzo che ospitava la Questura fini a pochi anni or sono. Non provo alcuna nostalgia di quel posto e nemmeno del bar che c’era sotto gli uffici, non hanno mai fatto uno sforzo per dare ai clienti un caffè decoroso. Ora è pieno di macchinette per buttare via soldi. Imbocco viale Marconi. Negli anni ’70 era la parte nuova della città, quella del ristorante migliore, dei negozi che oggi si direbbero trendly. Da vent’anni è in decadenza, favorita sia dai centri commerciali in periferia, sia da un traffico rumoroso, troppo veloce, molto inquinante. Ci vorrebbe una città diversa per riportarlo al centro dell’interesse della gente. Arrivo in Questura e non faccio tempo ad entrare che suona il telefonino. È Steiner.

“Buongiorno Commissario. Possiamo vederci?”

“Anche subito. Vengo in base da lei?”

“Si, è meglio.”

Mi faccio riportare a prendere la Golf e vado da Steiner.

Largo sorriso, mano tesa, Steiner credo rimarrà nella mia vita come il simbolo del poliziotto militare americano.

“Commissario, io credo che uno di quelli che hanno parlato con quei telefoni dopo che i nostri tre ragazzi sono stati ammazzati, sia il killer. L’altro potrebbe essere una persona che ha avuto molti rapporti con lui. Credo che il killer abbia chiesto di venire subito a trovarlo. O forse, come si dice, pretendere, lui ha costretto l’altro a venire. Perché poteva far conoscere cose che quello che riceveva le telefonate non vuole che vanno sui giornali e in tribunale. Il killer, Mazzocco, credo che forse ha minacciato, se lui non resta vivo e non viene aiutato, di fare conoscere a tutti certe cose. Io penso che forse si sono detti così. È una ipotesi.”

Ha sentito le telefonate ma non può darmele. Ma mi ha detto quello che immaginavo. I ragazzi la mattina presto sono corsi a Udine da qualche avvocato o notaio ed hanno depositato documenti. Il quadro è più chiaro. Lo guardo.

“Come le dicevo, quello che riceve le telefonate è un certo Quercioli, uno che in passato, di certo, ha lavorato per i servizi segreti italiani. Questo signore lavora ancora per i servizi italiani? Che cosa fa? Chi rappresenta? Credo che per lei queste siano domande molto importanti.”

“Sono domande che io mi faccio e che il mio governo si fa, commissario Tonelli. Lei forse può aiutarci a trovare una risposta?”

Dai, Steiner! Non fare il furbo con me. Se esistono spezzoni deviati dei servizi, che forse sono nati al tempo del terrorismo, gli sono sopravvissuti ed oggi hanno una relazione con Mazzocco, voi non ne sapete niente? Forse tu, come persona, non ne sai niente, ma possiamo tutti e due stare certi che qualcuno dei tuoi li conosce eccome.

“Steiner, io osservo solo i fatti, niente altro. So che tre ragazzi innocenti sono stati uccisi in Piancavallo, so che per far ricadere i sospetti su un vecchio gruppo terroristico che probabilmente oggi non esiste nemmeno più è stato disegnato sull’auto dei ragazzi il simbolo delle Brigate Rosse. So che qualcuno, che non è l’assassino, ha scritto un falso comunicato del gruppo terroristico. So che, anche grazie a lei, sono riuscito a scoprire subito l’assassino e che la pista del terrorismo è stata dichiarata falsa dal capo della Polizia italiana. So che nella notte ci sono state quattro telefonate da e per il Piancavallo, attraverso telefoni cellulari di Telecom Serbia, con qualcuno che sta a Padova. So che l’assassino, il mattino dopo aver ucciso, si è incontrato con un ex ufficiale dei Carabinieri che di certo faceva una volta parte dei Servizi segreti italiani che si chiama Quercioli ed abita a Padova e penso sia probabile che le telefonate coi telefonini serbi fossero fra Mazzocco e Quercioli, che dunque avevano un sistema di comunicazione fra loro “coperto”. So che i sistemi di comunicazione “coperti” servono per motivi gravi, illegali. So che lunedì, prima che io scoprissi che Mazzocco era l’assassino, qualcuno ha fatto sistemare nella sua malga una microtelecamera trasmittente. So che Mazzocco, lunedì mattina, ha fatto consegnare suoi documenti a Udine, ad una o più persone, dai propri figli. So che lei suppone che Mazzocco abbia chiesto a Quercioli, ricattandolo, di aiutarlo e garantirgli la vita, altrimenti avrebbe rivelato altre cose. So che Mazzocco non è un semplice pastore di vacche, ma un uomo molto più complesso, perché ho visto la sua casa e sentito il modo con cui parla. So infine che Mazzocco sostiene di aver ucciso i ragazzi in un eccesso d’ira, per essere stato insultato da uno di loro. Mi faccio alcune domande, alle quali cerco risposta. La prima è chi è Mazzocco davvero, da dove viene, cosa ha fatto in questi anni. La seconda è che cosa davvero l’ha spinto ad uccidere quei tre ragazzi. Se l’ha fatto in uno scatto d’ira, come è maturata quest’ira, cosa ha accumulato Mazzocco nel corso degli anni dentro di se per sfociare poi in un tale spaventoso atto di violenza? Come si concilia l’ira con le modalità quasi professionali dell’omicidio, che sembra l’opera di un killer professionista? Quali sono i rapporti di Mazzocco con Quercioli? Chi e che cosa rappresenta Quercioli? E infine: tutto quello che è successo mette in pericolo la sicurezza di altre persone oppure no? E se sì, chi eventualmente è in pericolo?”

Silenzio. Ci guardiamo.

“Commissario Tonelli, noi siamo interessati come lei a trovare risposte a quelle domande. Le stiamo cercando. Fino ad ora lei è stato molto bravo e noi abbiamo cercato di aiutare lei e la Polizia italiana. Credo che lei abbia molti più strumenti di noi per scoprire la verità. Davvero. Questa mi pare una storia molto, come dire, italiana. Tutta italiana. Non avrà ostacoli da noi, mi creda. Se anzi possiamo aiutare, lo facciamo. Noi non vogliamo che altri entrino in questa storia. Capisce quel che voglio dire?”

“Certo.”

“Un consiglio, Tonelli. Lei fino ad ora ha vinto grazie alla sua velocità. Se tiene alto questo ritmo ce la può fare a scoprire tutto. Due giorni, forse tre. Dopo è difficile capire cosa può succedere.”

“Ho tre giorni al massimo, lo so bene.”

Sto rientrando verso Pordenone quanto Alvise mi chiama sul BlakBerry. Parcheggio in un distributore della Esso per parlare con calma.

“Ecco, adesso ti pol parlar, Alvise.”

“Quando ti vien da mi, che vojo vederte?”

“Adesso, parto subito e verso le cinque, cinque e mesa son da ti.”

“Ti te fermi a magnar?”

“Si, andemo al bachero.”

“Va ben, te speto.”

Non ripasso nemmeno per l’ufficio, telefono a Romano che ho un impegno e ci vediamo domattina presto in ufficio. Ci sono novità? Me ne parla domattina. Ha sentito Michele? Si, facciamo il punto di tutto domattina. Ok.

“Questa è la segreteria telefonica di Silvia Cogo. Lasciate un messaggio dopo il bip e vi richiamerò appena possibile”.

“Silvia, amore, vado da Alvise. Non credo di aver tempo per passare a salutare tua mamma. Arrivo tardi. Un bacio. Ciao.”

Questa autostrada che da Pordenone mi porta a Venezia, quante volte l’ho fatta: la mia Golf potrebbe andare direttamente al parcheggio comunale di piazzale Roma. Sono passato di qua molte volte e per molti motivi. Anche per l’estremo saluto ad un amico, che quando battono i cinquant’anni li vedi diradarsi accanto a te e molti viaggi diventano mesti. Conosco il rumore che fanno le gomme della mia Golf sull’asfalto di questa autostrada, è ormai un sottofondo amico al viaggio. Ritrovo le molte stazioni di servizio e le uscite che ho sempre passato veloce. So tutto del viaggio che mi conduce a Venezia, per anni è stato il momento più bello della settimana: con Silvia verso Venezia, io a trovare Alvise, lei la sua mamma, a cena a casa di lei in campo San Stin, dormire a Venezia e svegliarsi senza tempo, le campane dei Frari chiamano a messa. Riti che rassicurano e rasserenano.

Entro in autostrada e spengo subito il BlackBerry, voglio isolarmi, questo viaggio mi spinge sempre a ripensare a molti giorni passati. Soprattutto a certe mattine d’autunno e d’inverno, fredde e umide, passate a Marghera, i mesi da ottobre a marzo del 1980 e dell’81, spesso a cercare sui muri le scritte fatte da autonomi e brigatisti durante la notte. Molti ricordano facce, altri voci, altri ancora luoghi. A me rimbalza nella testa la puzza di ogni fabbrica di quello che allora era forse il maggior polo chimico d’Italia, con molte decine di migliaia di operai. Di alcuni di loro ricordo ancora i nomi, i vecchi che venivano da Mira, dalla bassa padovana, dal rovigotto, i tanti meridionali, la prima ondata ormai assorbita e la seconda che stava arrivando, che già allora non ce n’erano più, di veneti, contenti di entrare in quelle fabbriche. Ricordo i capi del Consigli di fabbrica, i vecchi quadri della CGIL e le reclute del dopo ‘68, quelli degli aumenti uguali per tutti, quelli che li sentivi parlare e capivi che non avevano cambiato di molto gli argomenti da quando frequentavano la parrocchia.

Ma non era lì che avevo cominciato, appena arrivato mi avevano messo a seguire gli studenti, a fare le mappe delle presenze di tutti i gruppi estremisti di sinistra e di destra nell’Università e nelle superiori. Di politica, quando facevo l’università, non mi ero mai interessato. Ora, vestito come uno di quei ragazzi, mi ritrovavo ad ascoltare le assemblee, cercando inutilmente di non farmi riconoscere, che tanto dopo poco capirono che ero sbirro e mi isolarono, alle assemblee non ero più ammesso. Collezionavo volantini, cercavo di ricostruirne il senso, il linguaggio, la forma. Tentavo di riconoscere i più attivi, li “schedavo” come dicevamo allora. È facendo questo lavoro che ho conosciuto Silvia. Era in un collettivo autonomo allo IUAV, poco attiva, distribuiva qualche volantino. Stava con un disgraziato che non studiava e faceva il leader. Sarebbe diventato, anni dopo, un architetto socialista del giro dell’onto, lo presero dentro al tempo di mani pulite, oggi chissà dov’è. Io, di  Silvia mi innamorai subito e, strano, non se l’è mai spiegato nemmeno lei, anche Silvia si innamorò di me. Da gennaio ad aprile del 1980 trascorsero i più bei mesi della mia vita fino ad allora: stavo con una splendida ragazza, facevo un lavoro che mi piaceva, quei ragazzi con le loro idee strampalate mi facevano simpatia, cercavo di evitare casini e qualche volta perfino ci riuscivo. L’unico problema è che Silvia, scegliendo me, era stata completamente cancellata dalle vecchie amicizie e ne soffrì molto. Per questo cercavo di starle vicino il più possibile, twitter l’abbiamo inventato noi in quei mesi.

Tutto cambiò il 12 maggio del 1980. Ero in ufficio, la mattina presto, quando come un fulmine si sparse la notizia che avevano ammazzato il mio capo. Io lo conoscevo poco, ero un ragazzo di bottega e lui era molto impegnato in indagini “pesanti”. Ma fu ugualmente terribile, un dolore indicibile. Ricordo che la sera, tornando a casa tardissimo, trovai mio padre e mia madre, assieme a Silvia. I miei vecchi volevano convincermi a mollare la polizia, che non mi preoccupassi, che avrei trovato altro. Li guardai come se fossero pazzi, io da quella mattina avevo un motivo formidabile per restare in Polizia. Molte persone non sono in grado di indicare quando abbiano smesso di essere ragazzi e, per scelta, per necessità o sull’onda di qualche evento siano diventati adulti. Io lo so perfettamente: da quel giorno la mia vita cambiò, cominciai a guardare ad ogni cosa in modo nuovo. Quell’omicidio costrinse tutti a cambiare. Giurammo che avremmo fatto ogni cosa per fargliela pagare a quei bastardi. In realtà non avevo la più pallida idea di quel che volesse dire “fargliela pagare”, a parte ovviamente prenderli. Ma questi non erano semplici delinquenti, non ammazzavano per soldi, o vendette personali, o gelosie. Che significa “fargliela pagare” ad uno gruppo che uccide per politica? Col passare delle settimane mi diedi una risposta, non so dire quanto condivisa dai miei colleghi: occorreva batterli prima politicamente, dimostrare che le loro azioni danneggiavano i gruppi sociali e culturali di cui si sostenevano paladini. Quando fossero stati isolati, li avremmo disarticolati facilmente. Capivo che non era facile per un poliziotto accettare una simile impostazione. Richiedeva una preparazione che non avevamo ed una articolazione della nostra attività che neppure riuscivamo ad immaginare. Io ad esempio non ero consapevole di che cosa mi ruotasse attorno, che cosa generasse quella violenza, che scopo avesse, perché producesse quei morti e perché proprio il mio capo: non capivo. Avevamo dentro tanta rabbia, ma io non sapevo come usarla, sentivo che rischiavo di sbagliare. Silvia, per amore, cercò di farmi capire. Mi spiegava, talvolta giustificava, raccontava di questi suoi ex amici che, da quando si era messa con me, non la salutavano nemmeno più, causandole un grande dolore. Quante volte, in quei mesi, ho dovuto ascoltare le maledizioni di Silvia sulla violenza di noi poliziotti fascisti di merda, guarda cos’avete fatto a Pinelli, siete voi che costruite la violenza, la pianificate e ora vi lamentate. Erano quelli i mesi in cui, ogni mattina, la radio raccontava di sparatorie e ferimenti di uomini della polizia, dei carabinieri, di magistrati, giornalisti ed ovviamente di dirigenti d’azienda. I morti erano ormai un lungo elenco a cui era stato aggiunto il mio capo.

Fui mandato in prima linea, dovevo occuparmi delle fabbriche. Quando chiesi cosa e come dovevo fare, mi dissero che dovevo completare una mappa, fabbrica per fabbrica, delle presenza politiche interne e del lavoro politico e sindacale che veniva svolto dentro e verso le varie fabbriche. Cominciai a frequentare gli uffici del personale, raccogliendo quel che c’era e costruendo spesso da zero.

Ma era un lavoro incompleto, anzi: era solo l’inizio di un lavoro. Perché il problema non era solo sorvegliare chi c’era in fabbrica, cosa del resto difficilissima, perché non avevamo strumenti per farlo. Dovevo soprattutto capire se e che cosa stava maturando in ogni fabbrica, se c’era lo spazio per un gruppo collegato con quelli armati, di che collegamenti si trattava, quali fossero gli argomenti e gli obiettivi, se la violenza avrebbe influenzato a suo favore le dinamiche sindacali e politiche in quell’officina, in quel cantiere, in quegli uffici.

Ma a me mancavano conoscenze e capacità di interpretazione di questioni, soprattutto sindacali, fondamentali.

Fu nell’autunno del 1980 che conobbi Alvise.

Era una persona, lo capii solo più tardi, di cui quelli che contavano davvero nel PCI si potevano fidare. L’avevano incaricato di contrastare l’estremismo nelle fabbriche. Allora il PCI disponeva di una rete di persone, fabbrica per fabbrica, officina per officina, che a quell’uomo della resistenza, col suo prestigio personale, raccontavano tutto quel che succedeva. Raramente sbagliava nel giudicare le persone e mi prese subito a benvolere. Iniziai ad incrociarlo fuori dalle fabbriche, nei bar in cui si fermava nel suo giro mattutino, dove aspettava a fine turno i suoi compagni delle sezioni di fabbrica. All’inizio mi chiedevo chi fosse, perché lo trovavo troppo spesso e non capivo cosa stesse facendo. Quando lo dissi ad un collega molto più esperto di me, lui rise, mi spiegò chi fosse, mi fece leggere la sua scheda in Questura, lunga come credo pochissime altre, e infine ci presentò. Alvise mi disse che aveva capito subito che ero uno sbirro.

“Te spusi de sbiro. Anche mi tuti me conose, ma mi contro quella zente fasso battaglia politica e go una storia, un partito. Ma ti, cussì, fio mio, no ti combini niente e podria essere pericoloso, per ti”. È seguendo i suoi consigli che mi sono trasformato nello sbirro che serviva in quel momento, in quel posto, con l’incarico che io pensavo mi avessero dato. “Ti vol diventar comisario, mi ‘so stà comisario, de brigata, so come se fa!”, e rideva. Mai avrei raccolto la fiducia e le confidenze di operai e quadri sindacali senza la mediazione di Alvise, se lui non mi avesse pian piano riconosciuto, educato, portato per mano a capire. Questo cambiamento fu una scuola di vita per me, su nessun libro era prevista una situazione del genere. Nessuno mi aveva insegnato che cosa fossero un punto di cottimo e gli infortuni in quelle fabbriche e come, a partire dal lavoro politico fra i cottimisti, si potesse arrivare prima a organizzare il salto dei pezzi, poi, magari senza piena consapevolezza, a sabotare la produzione e a partecipare a riunioni di Potere Operaio, poi di Autonomia e infine a dare una mano alle Brigate Rosse. Ho dovuto capire, imparare, studiare, seguire tutte le lotte sindacali, comprendere che cosa mettessero in gioco e su quali consensi, anche i più particolari, si basassero. Che fatica è stata, ma che soddisfazione finalmente riuscire a capire il mondo in cui mi muovevo! Nelle riunioni in Questura, nei sporadici incontri coi magistrati, solo dopo me ne resi conto, quel mio entusiasmo correva il rischio di farmi sembrare supponente, forse un giovane sbirro insopportabile. Avvertivo l’interesse in alcuni, un che di nervoso fastidio in altri. Ero distante dal prevedere che quel fastidio mi avrebbe rivelato l’esistenza di ben altro. Era dei sentimenti manifesti, palesi, che mi preoccupavo quando nel 1979 arrivai in Questura a Venezia, alla Digos. Poi, nell’autunno del 1980 e fino all’estate del 1981, poco alla volta, cominciai a prestare attenzione all’assenza di dissensi o consensi palesi: a quel punto furono i silenzi ad interessarmi. Da dove nascevano quei silenzi? Non capivo, non riuscivo a valutare.

Mi sarei dovuto preoccupare, e molto, del non detto, dell’interesse manifestato fuori dagli incontri ufficiali, delle collaborazioni improvvise ed inaspettate, delle osservazioni apparentemente corrette che bloccavano una cosa che si doveva fare e che in forza di quelle osservazioni riusciva difficile, se non impossibile fare.

“Ma che cosa vuol dire?”

“Ti ghe rivarà da solo, ti capirà. Xe importante che ti ghe riva da solo!”

A forza di respirare l’aria delle fabbriche, poco alla volta, mi ero convinto che le BR avrebbero tentato di forzare sulle lotte sindacali a Marghera e che perciò fosse necessario in primo luogo ridurre il rischio. Mi pareva logico che lo Stato non avesse alcun interesse a che altre, nuove persone si collegassero alle BR, per mille e per me evidenti motivi. Dunque anche noi, che lavoravamo per lo Stato, dovevamo lavorare per tener separati i gruppi della sinistra sindacale, quelli che si erano incistati nel sindacato fuori e dentro le fabbriche, dall’Autonomia e dalle BR e così isolare e sconfiggere i gruppi armati. Voleva dire cercare di capire le dinamiche di fabbrica, lo scontro sindacale, per individuare e fermare tutti quelli che “stavano in mezzo”, quelli che lavoravano per collegare. Quercioli, un esperto ufficiale dei Carabinieri, uno che avevo conosciuto e mi ascoltava con interesse, mi chiese un appuntamento per dirmi che quegli elementi di collegamento erano interessanti anche per noi, perché seguirli ci conduceva a quelli che davvero dovevamo fermare. Stupido io, che non capii allora l’intelligenza e l’ambiguità di quelle parole. Se non avevamo ami per pescarli, dovevamo almeno prosciugare quei tratti di canale in cui i pesci BR nuotavano. Dovevamo cioè capire il senso politico delle azioni armate: dove con un agguato, un ferito o addirittura un morto si mirasse a costruire consenso politico. E dov’erano le condizioni, nella logica assurda delle BR e di chi le fiancheggiava, per costruire consenso? Mi chiedevo, e volevo sapere da Alvise, dove fosse, interpretando la logica che reggeva Autonomia e BR, il luogo dello scontro politico per cercare di capire chi avrebbero colpito, per sviluppare la loro influenza dentro la fabbrica. Commisi l’errore di fare questo ragionamento parlando con Quercioli. Indicai le aziende ed i reparti nelle fabbriche in cui l’organizzazione del lavoro creava i maggiori problemi, in cui si combattevano dure vertenze sugli infortuni ed il meccanismo che legava quantità e qualità del lavoro ed il salario era al centro del conflitto dei sindacati con le aziende: a quei reparti guardava chi aveva scelto la lotta armata per estendere la propria influenza. In relazione a quei reparti, a quelle aziende avrebbero colpito. E feci alcuni nomi, di persone che potevano essere bersaglio proprio perché volevano risolvere i problemi e perciò mediavano e dunque erano antitetiche alla lotta armata: quelle di certo volevano colpire, quelle dovevano essere protette. Mi guardò interessato. Disse che sì, quelli bisognava proteggerli, ci pensavano loro, che non mi preoccupassi. Io, ragazzo di bottega della Questura di Venezia, quel lavoro di protezione, con nessun realismo ed un coraggio da temerario o da pazzo, l’avrei voluto per me. Potevo oppormi ad un ufficiale dei Carabinieri, un uomo esperto e molto considerato? Non eravamo sulla stessa barca? Non correvamo gli stessi pericoli, noi sbirri? Ricordo come ora il momento in cui consegnai l’elenco. “Prego, a lei, non c’è alcun segreto”, gli dissi porgendo il foglio.

Dopo poco più di un mese, a maggio del 1981, il prevedibile accadde e fu irreparabile.

Allora io capii. Fu come un lampo per me. E capii perché Alvise voleva che io ci arrivassi da solo. Perché se me l’avesse detto lui, io, sciocco giovane servitore a tutto tondo dello Stato, non avrei creduto. Quella mancata protezione, quell’offrire un Agnello sacrificale, a cui seguirono il lutto cittadino, i funerali con tutte le autorità, quel cordoglio generale, servivano. Ma non a salvare lo Stato, che non era affatto in pericolo. Servivano alla lotta politica in Italia, servivano per un progetto politico che di quel sangue, come dell’altro che in quei mesi veniva versato in mezza Italia, aveva bisogno. Ecco quel che dovevo capire e che tardi capii. Ne parlai a lungo con Silvia ed Alvise. Lei finalmente cominciava a capire e lui, pur stremato e distrutto per quel prevedibile ed inevitabile disastro, era nient’affatto convinto di dover accettare senza resistere quel disegno politico.

Fu straordinario quel che accadde in quel maledetto luglio. Si sparsero voci su una mia militanza nel PCI, sul fatto che fossi organico a quel partito. Io all’inizio ne ero inconsapevole, fu sempre Alvise ad avvertirmi.

“I te vol sputanar, i te tajerà fora. ‘Stè vosi vol dir che i ga da far porcherie, forse per salvar qualchedun e noi vol rompicoioni. No sta far il mona, non ti ga niente per resister. Solo i ani te ‘iuta. Ti ga il tempo che stì altri noi gà. Più che te te smeni, più i te fa fora. Sta bon! Scoltime, domanda de lassar la Digos!”.

Lasciare la Digos? Ma che follia era quella? Star buono? Ero una belva, tutto dovevo fare meno che star buono!

Quella che avrei voluto fosse una brillante carriera si arenava, tutto il mio lavoro veniva reso inutile o, peggio, era stato utile a raggiungere scopi inconfessabili ma ormai chiarissimi.

Erano gli ultimi giorni di luglio quando mi convocò il Questore.

Ricordo quel colloquio come la cosa più dura della mia vita. Mi disse che venivo trasferito immediatamente a Grosseto. “Come scusi, signore. Non ho capito”, gli dissi.

“Tonelli, lei ha capito benissimo. Questa è una mia iniziativa. Ho scelto io così. Mi creda, è per il suo bene.”

Per il mio bene? Cominciai a gridare come un pazzo, dissi che lasciavo la polizia, che nulla di quel che era successo mi era imputabile e che sapevano benissimo che anzi se mi avessero ascoltato … Sragionavo. Mi fermò con autorità. Ricordo come ora:

“Tonelli, in questa Questura abbiamo già avuto un morto. Io sono qui per proteggere i miei uomini, so quello che faccio. Non voglio vincere questa guerra versando il sangue dei miei uomini. Vada subito a Grosseto, è un ordine. Fra qualche tempo, quando sarà cresciuto, mi ringrazierà.”

Anni dopo gli scrissi per ringraziarlo.

Andai a casa con l’animo gonfio di lacrime, chiamai Alvise per dirgli che me ne andavo, lui mi disse “Per fortuna!”, me lo ricordo bene. Anche Silvia fu sollevata e decise subito di accompagnarmi in quello che consideravo il mio esilio, avrebbe completato gli studi andando su è giù da Grosseto a Venezia: era il suo modo per proteggermi, si costrinse ad una fatica che è ancor oggi il principale pegno dell’amore che provo per lei. A ripensarci oggi, è evidente che Alvise e Silvia pensavano che il prossimo nella lista della BR venete potevo essere io. Quando istruirono i processi venne fuori una scheda dettagliata su di me, su Alvise, un accenno a Silvia: dove abitavamo, che abitudini avevamo, con chi avevamo rapporti. È andata così, inutile farsi domande su quel che poteva succedere.

Parcheggio all’ultimo piano di piazzale Roma. Sento il profumo del mare che sale fin quassù. Scendo, vado a piedi fino a casa di Alvise, mi piace passeggiare veloce per Venezia.

 


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  • Pubblicato il 20 febbraio 2012
re

Cucino io!

Cari amici,
ogni tanto qualcuno mi chiede di preparare una cena in un ristorante. Alcuni anno or sono, alla “Gattabuia”, ripescai un vecchio menù di mia nonna, che faceva la cuoca dai Conti di Porcia agli inizi del ‘900 e ci ha tramandato alcune sue preziose ricette.
Ora sono Paola ed Angelo Zago, di ERARISTORANTINO BIO  di via Oberdan, in Pordenone, a propormi di cucinare per una sera e per gli amici che vorranno partecipare. Lo faccio volentieri.
La cena è organizzata per il 1° marzo 2012, alle 20.30.
Ho scelto un menù solo vegetariano, con molti piatti anche vegani. Mi pare adeguato a nuove sensibilità. Mi ripropongo di dimostrare che si possono gustare cose molto buone senza sacrificare alcun animale. Io, sia chiaro perché non voglio barare, mangio carne e pesce, ogni tanto. Ma sempre meno.
Partecipare alla cena costerà 35 euro a persona. Spero che saranno ben ripagati, in quantità e soprattutto qualità. Ringrazio fin d’ora quanti vorranno partecipare e chi collaborerà alla serata, primi fra tutti la famiglia Zago di Pordenone ed Alessandro Vicentini Orgnani di Valeriano.
Prenotare è indispensabile. Telefonate a EraRistorantino 347.8756466 o mandate una mail a info@eraristorantino.it .
Ultima cosa. La cena è aperta a tutti e non preoccupatevi: non parlerò di politica, promesso!
Ciao.
Gianni

————————————————–

Ecco il menù che ho pensato

Antipasti
sono entrambi vegani

Piccola insalata di carciofi freschi
con gheriglio di noci, olio d’oliva, limone, sale e pepe

Piccola insalata di tarocchi
arance bio di Palagonia con olio d’oliva, olive nere e capperi

Primi
sono tutti e tre vegani se serviti senza formaggi

Pasta alla Norma
sugo di pomodoro fresco, melanzane fritte nell’olio d’oliva, aglio, ricotta salata agrigentina grattugiata, maccheroni

Risotto coi carciofi
riso carnaroli, aglio, olio extravergine d’oliva, vino bianco, fiori e manici di carciofi, parmigiano reggiano grattuggiato

Pasta e fagioli
aglio, sedano rapa, carote, cipolle, patate, fagioli borlotti, sale, pepe, olio extravergine d’oliva a crudo, tagliatelle di solo grano duro, parmigiano reggiano grattugiato

Secondi e contorni
tutti vegani ad eccezione dei formaggi

gran misto di formaggi delle latterie di Marsure e Savorgnano

polenta abbrustolita
con farina tratta dal mais biologico prodotto a Cordenons da Dino Mucignat

carciofi al tegame
aglio, olio extravergine d’oliva, fiori e manici di carciofi, sale, zucchero, limone, prezzemolo battuto

patate in tecia
patate, olio extravergine d’oliva, aglio, rosmarino, noce moscata

caponata in rosso
con cipolle di Tropea, peperoni rossi, cavolo cappuccio, olio extravergine d’oliva, aceto di vino, zucchero

radicchio fresco
con olio d’oliva e sale. Aceto di vino, limone e pepe a scelta

Dolce
mi spiace, questa proprio non riesco a farla vegana

una torta di mele calda
con succo e scorza di limone, uova, burro, farina di grano, zucchero, profumo di cannella, lievito vegetale, vanillina, pochissimo sale, mele ed infine zucchero velo

Frutta

I tarocchi di Sicilia, le mele e le noci

Vini

Azienda vitivinicola di Alessandro Vicentini Orgnani di Valeriano. Il vignaiuolo mescerà il vino
Merlot, cabernet, friulano, sauvignon, ucelut per finire

Spiriti e caffè

Tradizionale Grappa Pagura di Lindo Pagura, Castions di Zoppola


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  • Pubblicato il 17 febbraio 2012
gelato

Webromanzo – capitolo 13

13.

“Questa è la segreteria telefonica di Silvia Cogo. Lasciate un messaggio dopo il bip e vi richiamerò appena possibile”.
“Silvia, amore, sono le cinque. Alle sei ho una riunione in Questura, poi con ogni probabilità dovrò vedere il Procuratore ed il Sostituto. Spero per le sette di essere a casa. Un bacio. Ciao.”

Chiamo Tassan Zanin, gli dico se vuole che ci vediamo per fare il punto. Propone alle 19 in Tribunale. Va bene.

“Katia, alle 19 vedrò Tassan Zanin in Tribunale. Vuoi esserci?”

“Ci sono novità importanti?”

“No, credo sia tutto concluso col ritrovamento del fucile e dei vestiti. Sempre che le analisi confermino che sono quelli usati dall’assassino.”

“Ovvio. Non mi sembra necessario esserci. Comunque ci vediamo alle sei qui in Questura, giusto?.”

“Alle sei.”

Prima o poi gli dovrò raccontare qualcosa. Per ora no.

Che bella cosa, una domenica pomeriggio d’estate in Questura. Felicità allo stato puro.

I giornalisti se ne sono andati e anche dentro non c’è agitazione. Tutti considerano chiuso il caso, i turni stanno tornando normali, la tensione si è allentata e a me sta bene.

Sono le cinque e trenta del pomeriggio quando mi metto alla scrivania, entrano Romano e Michele. Visi stanchi, tesi. C’è qualcosa.

“Sedetevi. Novità?”

Michele: “Sono arrivati a tempo di record i tabulati sul traffico telefonico fisso e mobile da e per il Piancavallo negli ultimi giorni e soprattutto di venerdì e sabato. Domani ce li passiamo. Una cosa però è subito evidente.”

“Che cosa?”

“Ci sono quattro telefonate da una SIM della Serbia ad un’altra, sempre serba. Passano attraverso la cella della Piancavallo e vengono intercettate da una cella a Padova.”

È Mazzocco che telefona al misciamerda. Usano cellulari slavi per non essere intercettati.

“A che ora?”

“A occhio da dopo il delitto e durante la notte, non prima. Le studieremo.”

“Potremo mai sapere a chi appartengono le SIM? Esistono secondo voi registrazioni da qualche parte?”

“Sapere di chi siano, impossibile. Usano coperture, documenti falsi oppure di gente che non ne sa un cazzo, già provato mille volte. Si fanno 10 SIM con buone ricariche, nei momenti di tensione le usano per poche ore, poi le gettano e ne usano altre. Caricano i numeri sulla memoria del telefonino e così non perdono tempo.”

Romano: “Le registrazioni, il problema è trovarle. Forse il suo amico americano.”

“Perché parli italiano, Romano?”

“Perché da quando ho visto quei prefissi slavi, ho capito che questa è una storia molto più complicata di quello che mi sembrava. E pericolosa. Meglio non rilassarsi.”

“Giusto. Qui c’è tanta merda e noi sappiamo ancora poco. Riccardo Mazzocco di certo è uno snodo di cose che ancora non sappiamo. Tu Michele hai visto la sua casa. Mazzocco è altro rispetto al pastore che appare. Legge molto, ha gusti complessi, si circonda di oggetti belli, deve avere una disponibilità di denaro che prescinde dal suo lavoro, è evidente. Io penso che quella dell’allevatore di vacche sia una copertura e visto che l’abbiamo sorpreso a parlare con una vecchia conoscenza dei servizi, questo ci dice che sotto c’è qualcosa di pesante.”

“Parlava con uno dei servizi?”

“È successo così. Poco dopo aver scoperto i tre cadaveri  ho visto arrivare una BMW nera guidata un tizio anziano, che mi ricordava qualcosa. Vi ho chiamato per sapere di chi era e voi mi avete dato il nome di Michele Quercioli, uno che abita a Padova. Vi ricordate? Bene, questo Quercioli è una mia vecchissima conoscenza. È stato, perché credo che adesso sia in pensione, un ufficiale dei Carabinieri, ma in realtà era un uomo dei servizi con cui ho avuto a che fare ai tempi in cui ero in servizio a Venezia. Davvero un’anima nera, un giorno vi racconterò la storia. Quando è arrivato Santa gli ho detto di girare senza fretta per il Piancavallo e di sapermi dire se e dove si era fermata la BMW nera e con chi eventualmente quel tizio si stava incontrando. Santa ha fatto molto di più, ha visto la BMW ed è passato oltre. Ha fatto un lungo giro a piedi ed è riuscito a fotografare quel tizio mentre parlava col pastore. Dal suo telefonino vi ho fatto inviare le foto e vi ho chiesto di farne tre copie. Ricordate? Bene. Quello che …”

Romano: “Chi sa di questa cosa?”

“Noi tre e Santa. A cui ho chiesto di stare zitto con chiunque.”

Michele: “Non lo sa Tassan Zanin?”

“No.”

“Non lo sa la Marinelli?”

“No.”

“Minchia!”

“Io credo che nemmeno Quercioli sappia che abbiamo una foto sua con Mazzocco e nemmeno i servizi diciamo ‘ufficiali’. Quello che è successo dopo lo sapete quanto me: siamo stati così bravi e veloci che abbiamo scombinato ogni piano per impedirci di prendere Mazzocco, come certamente avrebbero tentato di fare se gli avessimo dato tempo. Costruivano la pista delle BR e chissà che altro. Ora dobbiamo sapere che ogni domanda, ogni scoperta può condurci a cose che altri vorrebbero non emergano. Secondo me su questa storia stiamo lavorando in quattro: noi, Quercioli coi suoi, i servizi.”

Romano: “Sono tre. Chi è il quarto?”

“Indovinate.”

Silenzio. Se non rispondono entro cinque secondi mi incazzo. Ci arrivano quasi assieme.

“Gli americani.”

“Ovvio. Secondo voi rinunciano a sapere tutto quel che è successo? State certi che non si accontentano dell’arresto di Mazzocco, vorranno sapete tutto di questa storia e hanno ragione. Steiner è molto collaborativo. Devo dargli anch’io qualcosa, non posso limitarmi a chiedergli, altrimenti chiederà ad altri, sa dove trovarli. Gli darò questa cosa delle SIM serbe, secondo me lui lo sa già ma così verificherà che siamo efficienti e leali.”

Mi interrompo per qualche secondo: quando mi ha detto della cimice in malga voleva mandarmi un messaggio sul fatto che ne sapeva già di più. Ovvio, ma non c’ero arrivato.

“Steiner, anche se le ha, non mi darà mai le registrazioni, dovrebbe ammettere che oltre al grande occhio hanno anche un grande orecchio e deve proteggere la sicurezza della base. Sapete bene che la posta in palio è alta e di certo in giro c‘è gente abituata a cose assai più difficili di quelle cui noi siamo abituati. Dunque prudenza. Può andarci di mezzo molto della nostra vita e di quella delle persone care. A me è già successo molti anni fa, un giorno ve la racconto. Per capire come gira, guardate l’avvocato che si è scelto Mazzocco, quel Pavan: è chiaramente uno molto bravo, di Padova, la stessa città verso cui sono dirette le telefonate. È uno che i servizi gli hanno messo a fianco, anche per controllarlo. Allora: su questa cosa lavoriamo solo noi tre, il Santa e Mazzariol. Fra poco, nella riunione, dichiariamo sostanzialmente chiuse le indagini, sul come completarle ufficialmente chiediamo indirizzi al magistrato. Di questa storia dei telefonini serbi non parlate con nessuno, ma a me date i numeri e le ore, che li passo subito a Steiner. Nel frattempo ricostruiamo tutto di Mazzocco. Domattina Michele va in Comune ad Aviano, in anagrafe. Vedi se hanno conservato le foto della prima carta di identità di Mazzocco dopo il ritorno in Italia o altre, fattele dare. Poi fai il giro dei fotografi di Aviano e della zona, vedi se davvero i Mazzocco non hanno fatto mai foto, come dicono e cerca qualsiasi cosa. Poi vedi se sono state conservate foto della patente. Voglio assolutamente foto vecchie di Riccardo Mazzocco, sento che sarà decisiva, voglio farla vedere ad una persona a Venezia che può aiutarci. Per prima cosa in anagrafe ad Aviano fatti dare tutti i dati della famiglia, ricostruisci quelli dei genitori di lui e li trasmetti a Romano. Tu Romano domani mattina ti metti a lavorare su Buenos Aires, cerca di sapere tutto sui genitori e sul ragazzo, trova agganci, ci sono tantissimi italiani a Buenos Aires ed alcuni argentini sono qui da noi. Trova modo di sapere, sono certo che ci riesci.”

Romano: “È un lavoro delicato. Che rapporto ha col Questore?”

“Che vuoi dire?”

“Nulla”

“Come nulla?”

Silenzio.

“Voglio solo dire che se silenzio è, è con tutti. Punto e basta.”

Li guardo. Mi guardano come se mi rimproverassero. Sono gelosi?

“Ok, con nessuno. Mazzariol sa tutto, meno ovviamente questa cosa dei telefonini serbi. Stasera lo informo. Gli dirò queste cose che abbiamo concordato. Michele, prendi Santa e gli dici questa stessa cosa: silenzio. Siamo solo noi cinque e andiamo avanti finché sentiamo di poterlo fare. Nessuna follia. Solo se avremo certezze parleremo con Tassan Zanin. Adesso in riunione parlo solo io. Chiudiamo in pochi minuti ringraziando tutti e rimandando ad un brindisi nei prossimi giorni.”

Mi alzo e mi metto la giacca.

 

“Vi voglio ringraziare tutti. Abbiamo raggiunto uno straordinario risultato grazie ad un lavoro di squadra. Abbiamo dato con tutti l’idea che lavoriamo bene e che siamo molto efficaci. La ricostruzione di tutte le tracce sul luogo del delitto ed il ritrovamento del fucile e dei vestiti nel lago di Barcis, ci danno gli elementi che il magistrato utilizzerà per formulare una accusa precisa. Inoltre, come sapere, la persona sospettata ha deciso di confessare. Ma alla confessione non saremmo mai arrivati se l’assassino non avesse avuto l’impressione di avere davanti a se investigatori precisi, ordinati, determinati.

Ora rimane tutta quella fase preziosa che serve a chiarire bene perché questo delitto sia avvenuto e come, nei minimi particolari. Michele e Romano condurranno queste indagini, mettendo meticolosamente assieme ogni particolare, per consegnarlo al magistrato. Vi chiederemo di aiutarci nei prossimi giorni. Passo la parola al nostro Questore, la dottoressa Katia Marinelli. Prego, dottoressa.”

“Vi ringrazio anch’io, anche a nome del dottor Manganelli. La Polizia di Stato, grazie a noi, a fatto un’ottima figura. Non solo in Italia, anche negli Stati Uniti e voi certo intuite che questo è molto importante. Domani, alle 11.30, ci vediamo tutti qui per un  brindisi. Ora andate alle vostre case e godetevi questo scampolo di domenica d’estate con le vostre famiglie. Bravi, sono orgogliosa di voi!”

Applausi e spirito di corpo. Bene così.

Katia mi guarda interrogativa.

“L’aspetto in ufficio da me fra cinque minuti, Commissario.”

 

Si avvicina Muner della Digos. Mi guarda.

“Parliamo?”

“Volentieri.”

Mi segue nel mio ufficio.

“Tonelli, questa non è da te. Qui c’è un sacco di roba che non convince e tu non chiudi un’indagine senza avere chiarezza su tutto quello che è successo, ti conosco. Delle due l’una: o te l‘ha imposto qualcuno o quello che c’è sotto non lo vuoi condividere con altri. È una roba così grossa?”

Non so che cosa dirgli.

“Se completando l’indagine trovo qualcosa di davvero importante, te ne parlo.”

Entro dalla Marinelli.

Sta seduta dietro la sua megascrivania. Mi accomodo in una delle due sedie sistemate davanti. Mi guarda.

“Vidal, dimmi una cosa. Ma tu lo vuoi conoscere davvero, il Mazzocco? Mi dicevi stamattina che il difficile dell’indagine veniva dopo aver trovato l’assassino. E oggi, coi tuoi uomini, la proclami chiusa? Senza sentire il bisogno di parlarmene prima? Ma che modo è? E anche nel merito: non sono affatto sicura che tutto sia chiaro in questa storia.”

Che gli dico, adesso, a questa? Come a Murer.

“Gli elementi essenziali ce li abbiamo in mano. Ora lavoriamo sui dettagli. Io, Michele e Romano. Con Mazzariol, ovviamente.  Non c’è bisogno di altri uomini. Se emerge qualcosa di particolare, sarai la prima persona a saperlo. Murer ha espresso i tuoi stessi dubbi, ho detto la stessa cosa anche a lui. Se dovessi aver bisogno di aiuto, te lo chiederò.”

“Vidal, te lo dico sinceramente: sento che c’è qualcosa che sai e non mi vuoi dire. Stai attento a non commettere reati.”

“Io ho solo pensieri nella mia mente. Sensazioni. Per ora nessun fatto, oltre a quelli che conosci. Procedo sempre così, ci sono fasi in cui ho bisogno di solitudine, devo pensare e cercare. Servono molto le sensazioni che provo. Poi, se arrivo a qualcosa, ne parlo . Vuoi che oggi ti racconti di spazi vuoti in una libreria che non dovrebbero esistere? Di case in cui non si trovano le foto che trovi in tutte le altre case? Di cose che dovrebbero, a lume di logica, esserci e non ci sono? Sono solo sensazioni. Quando avrò capito cosa davvero cercare, te ne parlo.”

Quanti giorni ho? Pochi.

“Steiner? Buonasera. Ho una cosa da darle. Possiamo vederci?”

“Vengo io a Pordenone, Commissario. Dove ci vediamo?”

“In Questura, nel mio ufficio. Lei sa dov’è?”

“Sì, so dov’è.”

“A che ora arriva?”

“Parto subito.”

Sono le sei e quaranta del pomeriggio, ho appuntamento alle sette in Tribunale, lui ci metterà 15 minuti ad arrivare. Va bene, avverto Tassan Zanin che ritardo di 10 minuti.

“L’aspetto.”

Corro a comperare una magnum di prosecco al bar Marconi.

 

“Si accomodi. “

Lo guardo con attenzione e gli regalo un sorriso. È stato prezioso per me in queste ore e voglio che sappia che ho molto apprezzato.

“Ho avuto i tabulati delle telefonate transitate dal Piancavallo prima e dopo il delitto. Devo ancora esaminarli con attenzione, ma c’è una cosa che richiama subito la mia attenzione. Ci sono quattro telefonate, dopo il delitto e durante la notte, da un telefono cellulare che ha una SIM della Serbia ad un altro, sempre con una SIM serba. Transitano attraverso una cella telefonica del Piancavallo e giungono ad una cella di Padova. Io credo che le due persone che si parlano siano Riccardo Mazzocco, quello che ha confessato di aver ammazzato i vostri tre ragazzi, ed un  certo Michele Quercioli. Questo Quercioli è stato un uomo collegato ai servizi segreti italiani, ora non so che cosa faccia e per chi lavori. Sta di fatto che io l’ho conosciuto molti anni fa e sabato mattina l’ho visto in Piancavallo. Tutti vorremmo sapere che cosa si dicono Mezzocco e Quercioli.”

Passo a Steiner un foglio coi numeri e le ore. Sono stato esplicito e leale. Vediamo come reagisce.

“Vedrò cosa posso fare. Grazie per la fiducia, Commissario.”

“Lei ha avuto fiducia in me, io la ricambio. Tutti e due vogliamo sapere tutto di quel che è successo, non devono esserci ombre. Solo così eviteremo nuovi pericoli.”

“Concordo.”

Si alza.

“In Italia per ringraziare a volte si offre una bottiglia di vino. Questa è per lei, lo beva freddo.”

Steiner guarda contento la magnum di prosecco. Sorride.

“Grazie.”

“A lei.”, e lo accompagno fino alla macchina.

Arrivo in Tribunale poco dopo le sette di sera. Tassan Zanin mi apre il cancello. Saluto il Procuratore e relaziono, tutte cose che sanno. Descrivo la casa, dico che cerchiamo foto ed informazioni che permettano di ricostruire la personalità dell’assassino e di farci capire se la giustificazione del delitto che ci ha dato sia coerente con altri comportamenti o stili. Gli dico che cerchiamo le foto ed in particolare quelle della giovinezza, perlomeno italiana, di Mazzocco. Inoltre Romano cerca notizie, da qui, in Argentina. Concordiamo comune sul fatto che il quadro probatorio è molto ampio anche nel caso in cui Mazzocco ritrattasse la confessione. Con Tassan Zanin concordiamo un incontro prima del nuovo interrogatorio previsto per martedì alle undici del mattino, in carcere a Udine. Bene così.

Sono le sette e mezza di sera di una domenica di fine giugno ed io finalmente avrei finito. Decido di lasciare la macchina in Tribunale, domattina torno a prenderla. Voglio passeggiare fino a casa, è meno di un chilometro e vicino al teatro c’è una gelateria. Mi faccio un cono, me lo merito. Pistacchio e nocciola.


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  • Pubblicato il 16 febbraio 2012
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Webromanzo – capitolo 12

Osservo con attenzione, da una ventina di metri, la casa dei Mazzocco. Una prima cosa impressiona: è molto grande.

È una classica vecchia casa contadina, dalle nostre parti se ne trovano alcune ancora in piedi e la gran parte sono state ristrutturate profondamente. Molte non avevano infatti fondamenta e non erano isolate dal terreno. Tutte quelle messe a posto hanno “sottofondato”, come dicono i tecnici, rifatto solai e tetti, rafforzato i muri perimetrali che erano tutti portanti, spesso ancorandoli a reti metalliche poi coperte di cemento ed intonaco, inseriti i servizi che ovviamente non esistevano. Questi risultati si ottengono con tecniche che da queste parti si sono molto sviluppate dopo il terremoto del 1976 e Silvia, che pur insegnando sempre architetto è, si è molto appassionata e me ne parla spesso. Insomma, quando le vecchie case persistono, dell’antica struttura conservano solo parte del disegno e i sassi con cui erano costruiti alcuni muri che vengono rinforzati. A volte i muri di sasso vengono esposti totalmente perché sono molto belli da vedere. Più frequentemente sono invece coperti da spessi strati di intonaco che lasciano scoperti piccoli pezzi di muro e questa è la soluzione che a me non piace. Mazzocco ha optato per lasciare del tutto scoperta l’intera parete ovest della casa, che infatti è molto bella, intonacando il resto e dipingendolo di rosa. Sicuramente così ne ha di molto migliorato l’isolamento e spende meno per riscaldarla.

Questa case erano quasi sempre divise in due: sulla parte sinistra abitavano le persone, spesso su tre piani, a destra c’era la stalla con sopra il fienile. La parte della casa dedicata alle persone poteva essere più o meno grande a seconda di quanti erano in famiglia ed il numero era legato alla quantità di terra lavorabile. Questa parte della casa poteva ampliarsi col tempo, con pezzi che si aggiungevano, quasi a formare una piccola “schiera” di case, tutte del clan famigliare. Al piano terreno c’era la cucina, dove si preparava il cibo (quando ce n’era …) e si mangiava. In questa stanza, spesso con un pavimento di terra battuta, nella migliore delle ipotesi c’era un camino che tentava di convogliare fumo e calore verso l’alto e dunque “scaldava”, ma in realtà innalzava la temperatura di pochissimi gradi, sempre se continuavano a bruciare legna, mentre vivere in quella stanza voleva dire avere gli occhi pieni di fumo e i polmoni peggio. Molto migliorò con le “cucine economiche”, che diminuirono fortemente la quantità di fumo nella stanza e, grazie ai tubi metallici in cui veniva convogliato il fumo, iniziarono a scaldare decentemente anche altre stanze. Me la ricordo bene, la “cusina” a casa mia, quand’ero bambino, con mia madre che mi mandava a prendere la legna da ardere, la caldaia dell’acqua calda, il forno da cui uscivano profumi straordinari, il tubo che portava fuori il fumo ed il tepore bellissimo che diffondeva. C’è molta nostalgia, da queste parti, per le “cucine economiche”, molti ce l’hanno, se ne fabbricano ancora e sono ovviamente ancor più efficienti del passato. Nelle case in tutto il Friuli sono molto presenti. Scommetto che nella cucina dei Mazzocco ce n’è una e almeno un caminetto, o una di quelle nuove stufe che non fanno fumo e riscaldano bene intere stanze: adagiata al muro delle stalla nuova che sorge non distante dalla casa c’è una grande ed ordinata catasta di legna da ardere, dal taglio minuto, giusto per infilare la legna nelle stufe. Alzo lo sguardo verso il primo piano, dove sistemavano l’unica camera in cui dormiva tutta la famiglia. Raramente le camere erano due, una per la coppia, l’altra per i figli o per i nonni. Il sottotetto doveva consentire ad un uomo di stare in piedi sotto la capriata lignea centrale e di muoversi con relativa facilità. Nelle pareti laterali si aprivano finestrelle, che consentivano l’aereazione. Nelle case di un certo pregio queste finestrelle erano ovali, normalmente sono rettangolari. Nel sottotetto si mettevano a seccare le pannocchie, si adagiavano le fascine sulle quali i “cavalieri”, come da queste parti chiamavano i bachi da seta, avrebbero fatto i loro bozzoli, si conservavano derrate alimentari allora importantissime come noci e nocciole, e frutti sui graticci, le mele in particolare, che dovevano durare almeno fino al giorno di San Biagio, il 3 febbraio, per contribuire a curare tosse e raffreddori dei bambini, e le pere da bollire d’inverno, i “petorai”.

Nella parte destra della casa una volta c’era la stalla, spesso con una comunicazione diretta con la “stansa” in cui vivevano le persone. Nella piccola stalla la presenza di una o due vacche determinava la più grande e palpabile differenza fra la miseria e la povertà di una famiglia. Il maiale non era ammesso in casa, stava in una porcilaia fuori. Capre e pecore, se c’erano, vivevano in un recinto vicino alla casa. Il puliner sul retro della casa ospitava galline, raramente oche e anatre, più spesso, in gabbie alte da terra per proteggerli da volpi, faine e donnole, i conigli. Ma tenere lontani i predatori era assai difficile, si chiedeva ad un cane di spaventarli. Molti consentivano alle galline di razzolare nel cortile di casa. Oggi la porcilaia ed il puliner diventano garages e depositi di attrezzi di case in cui non è semplice fare delle cantine. La stalla, d’inverno, era il luogo più caldo della casa, la sera la famiglia stava in stalla con le bestie, i bambini giocavano, gli adulti chiacchieravano, le donne cucivano. Sopra la stalla c’era il fienile, che occupava tutto lo spazio che nell’altra parte della casa, quella per le persone, era dedicato al piano per dormire ed al sottotetto. Oggi, nelle ristrutturazioni, questo spazio viene utilizzato diversamente a seconda di quanto sia grande l’altra parte della casa. Se la zona notte è sufficientemente grande per le esigenze di chi ristruttura la casa, allora spesso l’ex fienile diviene una specie di grande spazio aperto: conosco un architetto che ci ha fatto lo studio, ma più spesso è il luogo preferito dei figli. La parte sinistra della casa di Mazzocco non doveva essere sufficientemente grande ad ospitare tre camere, un bagno ed un ripostiglio e si nota subito che non c’è alcun “open space” al posto del fienile. È stato ampliato il “graner” del sottotetto e sono curioso di vedere come utilizza quello spazio davvero molto ampio. Guardando il piano terreno già m’immagino una divisione razionale dello spazio: a sinistra a destra troverò un locale adibito a deposito, con un collegamento con la grande cucina. Lo spazio della stalla di certo è utilizzato per una grande sala, un bagno, l’entrata che di certo immette sul vano scale. Ci sono quattro porte che consentono un ingresso diretto dal giardino alla casa: una doppia, in centro, dev’essere quella principale. Sulla sinistra una consente l’entrata diretta alla cucina ed un’altra, all’estremo, probabilmente immette in un locale magazzino e forse spogliatoio. Sulla destra vedo una porta doppia, che immette sulla sala. A parte quella del probabile magazzino, sono tutte porte-finestre, che consentono l’entrata della luce ed hanno dei battenti in legno, che permettono di chiuderle e renderle più robuste. Al piano terra oltre alle porte di sono sei finestre, al primo piano le finestre sono dieci. Non mi riesce di capire come gli spazi possano essere divisi ai piani superiori, il ritmo delle finestre è regolare.

 

Entro in uno spazio che ordina la casa. Le porte sono aperte. Sulla sinistra c’è la cucina. L’entrata consente un accesso diretto ad un piccolo bagno ed alle scale e a destra c’è la grande sala. Mi basta questo primo sguardo per capire che la signora ha passione per la casa, c’è molto ordine, pochi oggetti, atmosfera rustica ma non priva di gusto. Vado nel piccolo bagno: asciugamani in ordine, servizi molto puliti. C’è una vecchia cassapanca, una vecchia panera restaurata. Sopra ci sono due ciotole, una piena di petali di rosa seccati ed altri fiori secchi, l’altra di conchiglie marine. Chiamo un agente, gli chiedo di spostare le due ciotole per poter guardare se la panera sia piena di asciugamani ed è così. Faccio aprire il mobiletto del lavandino e sotto ci sono un secchio con degli stracci, detersivi per il pavimento, una riserva di bagnoschiuma per la doccia, saponi per le mani. Immagino che quando gli uomini finiscono il lavoro in stalla sia qui che si fanno la doccia e come sempre sia poi necessario asciugare il pavimento. Ora voglio vedere la cucina.

 

È una vasta stanza rettangolare piena di luce, il giovane Mazzocco ha dato aria ed aperto porte e finestre. Al centro c’è un grande tavolo in legno dipinto di bianco panna, coperto da una tovaglia e ci scommetterei che sotto c’è una cerata leggera per proteggere il legno dalle macchie. Dieci sedie sono attorno al tavolo ma altre due sono vicine alle pareti. Perché tante sedie, se la famiglia è di quattro persone e vivono in modo molto riservato? Forse hanno momenti durante l’anno in cui per i lavori agricoli hanno bisogno di aiuti e quella tavola si può riempire di persone. O forse hanno amicizie e rapporti fuori dal paese. Vedremo. Mi siedo in mezzo al tavolo, le spalle rivolte al cortile. Davanti a me la cucina vera e propria, grande, bianca come il tavolo. Da destra a sinistra c’è un mobile dispensa con un ripiano, buono credo per metterci una pianta ed appoggiarci le chiavi e quel che si ha in tasca quando si entra. Poi c’è il frigorifero, normale, ad incastro, non quelle cose mastodontiche che si trovano oggi nelle case dei ricchi. Dopo il frigo, vani dispensa e piani di lavoro. Sotto il forno elettrico. Nell’angolo il forno a microonde. Poi inizia la zona acquaio, con sopra lo scolatoio e sotto, credo, gli spazi per i rifiuti. Sopra l’acquaio si apre una finestra che da sul retro della casa. Subito dopo l’acquaio c’è la lavastoviglie ed un’altra zona dispensa, credo usata per pentole e piatti. Poi i fuochi del gas e subito dopo la cucina economica conclude la cucina vera e propria. Un metro oltre, una piccola stufa in ceramica, verticale, chiude la stanza vicino alla porta che conduce a quello che suppongo essere il magazzino di casa, poi vedo se è così. Adagiata all’ultima parete, sulla mia sinistra, una credenza con sopra una piattaia, che espone vecchi piatti floreali friulani, credo fabbricati dai Galvani di Pordenone. Nella credenza, di sicuro, ci sono le tovaglie buone di casa, i piatti ed i bicchieri della festa. Alle pareti il calendario dell’erborario dedicato alle farfalle notturne che anch’io ho a casa, quadretti con stampine graziose di quadri di montagna.

 

La cucina mi fa un’ottima impressione, è davvero bella. Chiedo ad un agente di aprire gli stipi fino a che non trova le pentole, voglio vedere che pentole usano. Hanno una bella batteria moderna, poco usata: devono averla comperata da poco. Poi una sorpresa: il rame. O meglio: mi aspettavo alcune vecchie pentole in rame, ma qui di vecchio non vedo niente: hanno almeno una decina di bellissime pentole in rame, di varie dimensioni. Sembrano appena comperate. Oppure sanno usarle e pulirle molto bene, cosa non banale. Chiedo di leggere la punzonatura: come immaginavo, sono quelle di Nico Marin, di Spilimbergo. Le fanno con lastre di rame di uno spessore che varia fra i due millimetri ed i due millimetri e mezzo. All’esterno sono martellate a mano e la superficie interna è rivestita interamente con stagno puro, i manici sono in ottone. Silvia ed io non ce le possiamo permettere, i Mazzocco evidentemente si. Beati loro. Mi siedo di nuovo a guardare la stanza.

 

Questa è una cucina colta, fatta per persone che hanno una alta concezione di se e della loro vita. È calda, comoda e razionale, poche superfici in metallo, elegante senza essere ultramoderna o avere qualcosa di eccessivo. Ci si aspetta una cucina così da uno che d’estate porta le vacche in alpeggio e fa il formaggio? Da un essere selvaggio e brutale capace di trucidare tre persone? Non te l’aspetti, ma è qui davanti ai miei occhi. Che sia merito della signora, che sia il suo regno e la sua sintesi, staccati dal resto? Mi pare difficile, ma della signora ancora so molto poco, la ricordo sabato mattina mentre arrivava dalla stalla, una donna forte, bel viso sano, robusta in tutto, un tono di forte umanità nell’apprendere di quei tre poveri ragazzi trucidati. Ma è davvero poco.

 

Entro nella stanza successiva. È proprio un magazzino, con ripiani metallici. Ci sono attrezzi per l’orto, contenitori per la raccolta differenziata, un armadio per le scarpe, la lavatrice, un lavandino, attrezzatura da sci per fondo e discesa, per tutta la famiglia: ai Mazzocco piace sciare, questa è una bella cosa. Credo sia il posto giusto per conservare mele, patate e cipolle, per mondare le verdure appena raccolte, per tenere il vino e chissà che altro. Ma vino ce n’è pochissimo, qualche bottiglia di rosso della cantina di Rauscedo: i Mazzocco devono essere limitati consumatori. Tutto è molto razionale.

 

Ripasso per la cucina, vado verso la sala, che di solito, nelle nostre case, è il luogo meno usato della casa, la famiglia si ritrova in cucina.

 

È grande questa sala rettangolare, più di quel che mi aspettavo. Ci sono spazi liberi, ci si può muovere in libertà. Molto bello l’insieme, non freddo. Vicino alla porta finestra c’è una grande schermo televisivo. Davanti alla TV quattro poltrone comode ed un tavolinetto per appoggiare tazzine e bicchieri. Per chi arriva dalla cucina, subito sulla sinistra una lunga madia contiene di certo i bicchieri in cristallo e i piatti più belli che non ti sogni nemmeno di usare. Sulla parete che dal sul retro della casa, sopra ad un lungo mobile, ecco quel che non ti aspetteresti, ma c’è: un quadro di Vittorio Basaglia, una battaglia medioevale, di intonazione cubista, coi suoi cavalli, tutta in una tonalità azzurra, sviluppata in verticale.. Una vera meraviglia. Ma quanto costa una cosa così? Decine di migliaia di euro? E Mazzocco li ha e li spende per un così bel quadro? Davvero singolare.

Nella sala c’è anche un tavolo, che secondo me non hanno mai usato. Sotto il tavolo un bel tappeto persiano, ma non saprei dargli un valore, non me ne intendo. Ma la tonalità è molto intonata col quadro di Basaglia. All’estremo opposto rispetto alla porta che conduce n cucina, c’è una grandissimo camino, di quelli che fanno oggi, col vetro davanti, il fondo metallico e gli aeratori per diffondere il calore in tutta la stanza. Possono bruciarci tronchi, in quel camino e d’inverno deve fare un grande effetto tutto quel fuoco.

Pochi oggetti in giro, alle pareti, a parte il Basaglia, non c’è praticamente nulla. Molto rigoroso, molto giusto, valorizza un’opera importante.

A guardare bene il camino è ricavato in un sottoscala. Ce n’è una infatti che conduce al primo piano, in legno, stretta da far passare una sola persona alla volta. M’attira, la voglio salire.

 

Scricchiola, nessuno può usare questa scala senza che una persona che stia di sopra la senta. Salgo e per una volta non so che cosa mi aspetta. Sbuco in una grande stanza ben illuminata. Resto stupito: è predisposta per una grande libreria. Ci sono, a occhio, centinaia di volumi, ma anche spazi pronti per accoglierne altri. In mezzo alla stanza un tavolo-scrivania, con due sedie. Di lato due poltrone davanti ad una stufa sulla parete di fondo. Ai lati della stufa due librerie della Book a tre ante, chiuse, color noce. Sulla parete opposta a quella della scala c’è solo un grande bellissimo quadro di Nane Zavagno, molto valorizzato dallo sfondo bianco immacolato di quella grande parete vuota. Infine, sulla parete di sinistra si aprono due finestre. Mazzocco ha un quadro di Zavagno? Anche questo è un bell’investimento, per uno che alleva vacche e vitelli. Soprattutto: che uomo sei, Mazzocco? Com’è che conosci Basaglia e Zavagno? Sistemo una delle due poltrone in modo da poter osservare tutta la stanza. Mi siedo. È un luogo molto bello, raffinato, borghese: tutto quello che non sembrerebbe essere Riccardo Mazzocco. Tra l’altro: il pavimento è fatto di vecchie tavole larghe lucidate, bellissime. Chissà dove le ha trovate e quanto le ha pagate. Se fossi io il l’organizzatore di questa stanza, cosa ci terrei? Tutte le mie carte personali, comprese quelle con valore fiscale. Piccoli oggetti, ricordi di momenti particolari e significativi della mia vita, perciò le foto, quelle della famiglia comprese. Alcune buone bottiglie e dei bicchieri. Mi alzo per verificare se ci sono raccoglitori di documenti. C’è un modulo Book dedicato. Sulla schiena vedo scritto “Dichiarazioni dei Redditi”, “Contabilità aziendale”, “Atti di proprietà e affitti”, “Automobili e trattori”, “Bestie”, “Caccia e porto d’armi”, “Scuola dei ragazzi”. Molto ordinato, come si era capito già dal piano terra. Chiamo Mazzariol e gli chiedo se può far allineare sul tavolo tutti i documenti che si trovano in questa stanza. Arriva un agente che fa un lavoro certosino mentre io lo osservo ed ogni tanto do qualche indicazione. Non ci sono foto, o diapositive. Alla fine, sul tavolo, sono allineati esclusivamente ordinate cartelline con documenti fiscali. È stranissimo che non ci sia altro, quale uomo non trattiene nulla della storia della sua famiglia? Chiamo Mazzocco Junior, che di nome fa Pietro. Chiedo se la famiglia conserva delle foto e nel caso se può prenderle aiutato da un agente. Lui dice che non ricorda album o scatole di foto in casa ma che chiederà alla madre. Cerco Franco Mazzariol e gli chiedo di accumulare sopra il tavolo della biblioteca tutte le foto e tutti i documenti che si trovano in casa. Mi dice che di foto non ne hanno trovate. Chiamo Michele.

“Domattina presto vedi con l’anagrafe del Comune di Aviano. Se sono ordinati dovrebbero aver conservato tutte le foto presentate da Mazzocco per i documenti. Vedi anche se ha il passaporto e cerca da noi le foto presentate per la patente. Cerca tutte le foto che le istituzioni potrebbero avere di lui.”

L’avvocato Pavan mi segue passo passo ed ogni tanto mi pare quasi che sogghigni.

Torna Pietro Mazzocco: la madre dice che non hanno mai fatto foto, non ce ne sono in casa. Perché non fare mai delle foto? Questa è una cosa davvero particolare.

“Avvocato, Lei era mai stato in questa casa prima d’oggi?”

“No commissario, mai.”

“Non le pare strano che in tutta la casa non ci sia una foto che testimoni il passato di questa famiglia?”

“È forse inusuale, commissario, strano non direi. Si vede che le foto non gli piacciono.”

“Ha ragione, è inusuale. Noi poliziotti abbiamo una grande curiosità per ciò che è inusuale.”

“Questo è invece usuale.”

“Senza dubbio.”

Non ci credo che non abbiano fatto foto in trent’anni. Nascono i bambini e questi non fanno foto? Il primo giorno di scuola, le feste, la prima comunione che pure i ragazzi hanno fatto, tutto il resto, una morte, una nascita, amici, parenti di lei perlomeno: possibile che non ci sia nulla? Siccome questa è una casa ordinatissima, le foto dovevano essere raccolte in perfetti album. Ma non ci sono. Voglio Michele.

“Domani fai fare il giro di tutti i fotografi di Aviano e dei paesi vicini. Cerca anche quelli che hanno chiuso o trasformato l’attività. Fai chiedere se i Mazzocco portavano loro foto o diapositive da sviluppare. Metti insieme più informazioni possibile. Adesso le foto si fanno coi telefonini. Vedi se quelli della famiglia sono predisposti per fare foto e se ne hanno fatte.”

 

Ma l’assenza di foto in casa mi dice che io devo prestare attenzione a quel che manca, non a quel che c’è. Cos’altro manca? Non devo ragionarci su, devo aspettare sensazioni, meglio uscire dalla biblioteca, vado a vedere le tre camere.

 

Uscendo dallo studio di Riccardo Mazzocco si entra in un lungo corridoio, pavimento in legno, fatto con le stesse grandi tavole usate per lo studio. Sul corridoio sulla sinistra si aprono le porte delle camere e del bagno e c’è l’accesso al vano scale, sulla destra ci sono quattro finestre che danno sul retro della casa, con un ritmo regolare. Trovo per prima la camera del ragazzo più giovane, Renato. Cosa c’è nella camera di un sedicenne di oggi che qui non c’è? Il caos, il casino: qui è tutto in ordine. Sembra inverosimile. E non credo che sia solo perché ora sono in malga e pensavano di restarci fino ai primi di settembre dunque, prima di partire, la madre ha riordinato la casa. No, qui c’è un ordine strutturale, è evidente. Tutto è conservato in modo logico, ricostruibile: libri e quaderni degli anni scolastici precedenti, una grande raccolta di Tex ordinata per numero, un armadio con pantaloni, maglie, camicie, maglioni, un giubbotto, giacche a vento. calze, biancheria, tutto perfetto. Dietro al letto un grande puzzle con una scena di montagna, nient’altro alle pareti. Una grande scrivania con un computer da tavolo, mi sembra datato, deve averglielo passato il fratello. Chiamo Mazzariol e gli chiedo di mettere un suo uomo a quel PC, di leggere ogni file e di segnalare ogni sito in cui sia entrato negli ultimi mesi. I ragazzi a questa età scrivono anche i loro pensieri, fanno specie di diari. “Più trovano cose personali meglio è, voglio leggermi tutti. Cercate anche immagini. Inoltre fai sfogliare tutti i libri, vedi se ci sono carte sfuse, appunti, lettere, roba così.”

Vediamo che libri legge questo ragazzo e che musica ascolta. C’è poca letteratura, forse usa la biblioteca del padre. Spesso avere dei libri non significa averli letti. Ma se questo ragazzo ha letto i libri che ha nelle mensole sopra la scrivania allora conosce Calvino, Tolstoj, Joyce, Mann, Camus, Malraux, Grass, Brecht. Notevole. Voglio parlarci. Ha anche altri libri, tutti dedicati agli animali, alla natura ed alla montagna. Passiamo alla musica. C’è di tutto, ovviamente anche classica, visti i libri che legge. Chiamo il fratello.

“Signor Mazzocco, per favore, mi sa dire quali di questi CD sono suoi ed ha passato a suo fratello e quali ha acquistato lui?”

Dice che sono tutti suoi, lui è geloso della sua musica. Allora Renato ascolta molto Mozart, i Beatles, Laura Pausini. Poco rock, è un romantico. Bene, passiamo oltre, voglio vedere la camera di Pietro.

Supero il vano scale e sto per entrare nella camera quando squilla il telefono. È Romano.

“I gà ripescà tutto, col robottin.”

“Splendido, congratulazioni. Il fucile è proprio il mauser che cerchiamo?”

“Dio, un mauser xe, poi sarà scientifica a dir se xe proprio lui.”

“Certo. Ascolta, adesso avviso il Questore, gli dico …”

“No servi, la xe qua, ghe la passo.”

“Sono Katia.”

“Ciao. Tutto bene, mi dicono.”

“Ottimo, qui ci sono anche i giornalisti, adesso diamo un po’ di gloria ai ragazzi che hanno ripescato vestiti e fucile. E da te come va?”

“Molto interessante. Ci vediamo alla riunione delle 6 in Questura e ti racconto.”

“Va bene.”

 

Entro nella camera di Pietro Mazzocco e mi pare del tutto simile a quella del fratello, anche nell’arredamento. Anche qui manca il caos dei ragazzi e tutto è razionale. Però i libri sono diversi, gli piacciono i gialli: molto Camilleri, Larsson, quasi tutto il Pepe Carvalho di Montalban, altri scandinavi. E nella musica mi pare più rocchettaro, molto Ligabue, perciò niente Vasco. Questo mi pare più normale. Dietro al letto ha un grande poster del Liga: vai Pietro, sei tu il normale della famiglia? Lo chiamo e arriva anche l’avvocato del padre.

“Signor Mazzocco, mi scusi, dov’è il suo pc portatile? Qui nella sua camera vedo la stampante, ma il PC non c’è.”

“È in macchina. Glielo porto?”

“No. Lo dia invece al mio collega Mazzariol, glielo restituirà nel giro di pochi giorni. Grazie.”

 

Il bagno è grande, doccia ed anche vasca idromassaggio. Notevole.

 

Entro nella camera dei genitori. È la più banale della casa. Un grande letto matrimoniale, una grande armadio, comodini. Mi piace solo un bel cassettone vecchio restaurato. C’è uno specchio alla parete, tutto è in ordine perfetto. Mi faccio aprire l’armadio, c’è poca roba, Riccardo Mazzocco non ha passione per i vestiti e le scarpe. La signora poco più di lui, ama i pantaloni più delle gonne. Esprimono nel vestire una grande sobrietà. È così anche la casa, senza sfarzo, ma con particolari di grande qualità: quei due quadri, le pentole in rame, i pavimenti del primo piano. C’è un certo gusto dietro a queste scelte, probabilmente tutti quei libri l’hanno indotto, oppure anche loro ne sono conseguenza. Comunque sia questa casa non è banale.

 

Voglio salire a vedere la soffitta. Ancora una rampa di scale in legno, scricchiolanti, una porta immette su un’unica grande stanza open space, lo stesso pavimento bellissimo del piano di sotto, travi a vista per reggere il tetto, mattoni vecchi chiudono il solaio e reggono le tegole, probabilmente con una chiusura impermeabile fra tegole e mattoni, col compito di isolare il locale. Le finestrelle ricordano la grande sala, che è totalmente e sorprendentemente vuota. Mai vista una simile bellezza. Mazzocco, chi te l’ha suggerita una simile figata? Questo luogo è lucente, i legni odorano di cere buone. Avessi i calzettoni mi metterei a correre e soprattutto a scivolare. In fondo alla sala ci sono alcuni amplificatori, due chitarre, un basso, una batteria. Grazie a Dio! I ragazzi suonano, sono ordinati ma suonano. Chiamo Pietro Mazzocco.

“Lei e suo fratello suonate?”

“Renato la chitarra e il basso, io la batteria. Qualche volta vengono gli amici.”

“Che musica preferite?”

“Cerchiamo cose che piacciono a tutti e due.”

“Tipo?”

“Sul Liga ci mettiamo d’accordo.”

“Ottima scelta. Questa stanza è magnifica.”

“È bella ma d’inverno è troppo fredda. Papà aveva promesso che ci avrebbe istallato una stufa a pellets.”

Non so cosa rispondergli. Di certo il padre per molti anni non rientrerà in quella casa. Però ecco che emerge un Riccardo Mazzocco attento alle esigenze dei figli, dialogante. Con questo ragazzo vorrei parlare, ma mi rendo conto che il clima di cui avrei bisogno è irrealizzabile, perlomeno adesso. E poi: è possibile che quel triplice omicidio non sia che un aspetto della vita di suo padre. E se questo mio tentativo di capire meglio suo padre ne appesantisse la situazione? Se uscissero altri reati? Posso coinvolgere quel ragazzo in un rapporto che sbocchi in un appesantimento della posizione del padre? Non me la sento.

Ora voglio tornare di sotto, in biblioteca.

 

Comincio col farmi un’idea di tutti i libri esposti. È quasi tutta letteratura, narrativa per essere precisi, poesia davvero poca. Ci sono molti libri Adelphi, di tutte le collane. Ha una grande passione per Simenon. Vedo Einaudi, Sellerio, Feltrinelli. Un buon numero di libri editi da Guanda ed Iperborea. Riccardo Mazzocco ha una vera passione per la vecchia BUR, quella dei libri piccoli, con le copertine grigie, ne ha parecchi. Insomma in questa casa vengono letti i grandi classici della letteratura internazionale, una volta avrebbero detto “buone letture”. Gli autori sono quasi tutti classici o quelli di riferimento delle case editrici. Cosa manca?

 

Cosa manca in questa raccolta di letteratura? Confronto i suoi libri coi miei, Mazzocco ne ha molti più di me e soprattutto li conserva. Silvia ed io, casa piccola, dopo un po’ siamo costretti a selezionarli: teniamo in casa quel che ci è piaciuto di più e chiudiamo in scatoloni quelli che non ci hanno convinto, i più. Poi io li sistemo in soffitta. Prima o poi dovrò decidermi a regalarli a qualcuno di quelli che fanno i mercatini. Cos’è che io ho e Mazzocco non ha? Jorge Luis Borges, per esempio, non c’è. Cerco altri autori argentini: Ernesto Sabato? Non c’è. Osvaldo Soriano? Non c’è. Adolfo Casares? Non c’è. Ricardo Piglia? Non c’è. Magari ce ne saranno altri che non conosco, ma non mi pare di scorgerne. Vado all’altra libreria, quella dove avevo visto i raccoglitori di documenti e che mi pareva contenesse anche libri illustrati. Cerco un libro sull’Argentina. Nulla. Ma come, Mazzocco, ci sei nato, ci sei vissuto 20 anni. Possibile che non ti interessi nulla dell’Argentina? Non capisco. Vuoi cancellarla dalla tua memoria? L’hai cancellata? Oppure non c’è nella tua memoria?

 

Cerco saggi. Non pare un genere che gli interessi, non c’è praticamente nulla. Persino eccessivo: hai frequentato librerie per comperare tutti questi libri e non ti è mai nata la curiosità di leggere un saggio, su qualsiasi argomento? Strano.

 

Mi risiedo sulla poltrona e guardo da lontano le due Book. Cos’è che non c’è? Il pieno, ecco cosa non c’è. Le librerie a casa mia sono colme di libri. Lui ha molti spazi vuoti. Vediamoli.

 

Prendo una sedia e l’avvicino alla Book che conteneva la letteratura. Osservo un ripiano vuoto. Ecco: è vuoto da poco. La polvere è poca, ma quel che basta a far rimanere traccia di una fila di libri che non c’è più. Mi sposto all’altra libreria, quella degli illustrati e dei documenti. Cerco un ripiano vuoto. Idem, un piccolo velo di polvere e tracce di una fila di libri che non c’è più. Chiamo Mazzariol e gli faccio notare le tracce sulla polvere.

“Voglio sapere quando i libri sono stati rimossi.”

“Da poche ore: vedi che la polvere non si è riformata?”

“Fai fotografare tutto.”

“Di più: faccio anche fissare la polvere”

Chiamo il giovane Mazzocco, che arriva con l’avvocato del padre. Voglio sorprenderlo, vedere la sua reazione.

“Dove sono i libri che occupavano gli spazi vuoti della libreria?”

Colpito e affondato. S’imparpaglia.

“… come scusi?”

“Ripeto: dove sono i libri che occupavano gli spazi vuoti di questa libreria.”

Interviene Pavan. Chiede che io mi spieghi meglio.

“Semplice avvocato. Vede che queste due librerie hanno alcuni spazi vuoti? Li ho fatti fotografare ed ora fisseranno le polveri con un prodotto chimico. Salga pure sulla sedia e noterà che ci sono tracce di file di libri che sono stati tolti. La domanda è: dove sono finiti?”

Pavan osserva con attenzione. Risponde lui per il ragazzo.

“Nulla di più semplice: saranno stati spostati nelle camere dei ragazzi, qualcuno sarà in malga, saranno stati risistemati fra gli altri, per dare ordine alla libreria.”

Guardo il ragazzo.

“E’ così?”

“Non so che cosa mio padre possa aver fatto, credo che sia logica la spiegazione data dall’avvocato.”

Si è un po’ ripreso.

“Io penso che la rimozione di quei libri sia avvenuta da poche ore. Vedete le strisce che hanno lasciato sulla polvere? Non sono state ricoperte da altra polvere. Non può essere stato suo padre, prima dell’arresto non si era mosso da Piancavallo per molti giorni.”

Pavan prende in mano la situazione-

“La sua fantasia è davvero notevole, Commissario. In realtà questa è una libreria ad ante chiuse e dunque penetra pochissima polvere. La rimozione, se c’è stata, può essere avvenuta nelle scorse settimane, mesi addirittura. Chiederò al mio cliente.”

“Ci conto, avvocato.”

 

Mi risiedo sulla poltrona. Hanno portato via libri. Perché? Che libri erano? Solo libri? Mi guardo attorno. Sotto il tavolo c’è una piccola cassettiera con le ruote. Il primo cassetto in alto ha una chiave infilata. Ci scommetto che è una di quelle che se chiudi a chiave il primo cassetto non se ne apre nessuno. Chiamo un agente.

“Mi può aprire quella cassettiera?”

“Già fatto, commissario. Non c’è niente.”

“Mi faccia vedere comunque e rilevi le impronte sulla chiave, per favore.”

Chiamo Franco.

“Ricordati di far rilevare le impronte in questa stanza. Vorrei anche sapere quando sono state lasciate.”

 

La cassettiera è completamente vuota. Mazzocco, tu ti comperi una cassettiera per tenerla vuota? Ridicolo.

È chiaro: qui c’è stato qualcuno ed ha “pulito” questa stanza. Qualcuno che non era un esperto, perché avrebbe di certo tolto la polvere nei ripiani lasciati vuoti. Resta da capire perché sia stato fatto: che libri erano, quelli che non ci sono più? Dove li avranno messi? Gettati in un cassonetto per la carta? Portati in un luogo nascosto ed amico?

 

“Signor Mazzocco, le chiedo un’ultima cosa. Sabato mattina, quando sono stato in malga, lei e suo fratello non c’eravate. Vostra madre mi ha detto che eravate andati da una zia, ad Aviano. Ci siete stati?

“Si, le abbiamo portato del formaggio in regalo e biancheria da lavare. Sa, in malga non è semplice.”

“Poi siete rientrati?”

“No, siamo venuti qui a dare aria alla casa. Abbiamo aperto le finestre e poi siamo andati a Udine.”

“A Udine? Per fare che cosa, se è possibile sapere?”

“Era la nostra mezza giornata di libertà, dopo due settimane di lavoro. Io e mio fratello quando vogliamo divertirci andiamo a Udine, giriamo librerie e qualche negozio. Mentre eravamo là mamma ci ha chiamato e siamo rientrati in Piancavallo.”

 

Sono stati qui sabato mattina, probabilmente hanno fatto la “pulizia” e poi sono andati a Udine. A divertirsi? O a fare che cosa. La storia che quando i fratelli Mazzocco vogliono divertirsi vanno a Udine va verificata.

 

Chiamo Michele. Gli dico che per me si può chiudere, torno a Pordenone. Appuntamento in questura alle 18.

 

Monto in macchina e mi avvio verso Aviano. Chiamo Steiner.

“Steiner?”

“Congratulazioni Commissario. Ottimo lavoro, nel mio paese sono molto soddisfatti.”

“Io invece ho bisogno di parlare con lei, urgentemente.”

“Può venire da me in base fra mezz’ora?”

“Si.”

“Bene, allora avverto che la facciano passare. Ci vediamo.”

Va bene, un gelato ad Aviano non me lo toglie nessuno.

 

“Quello che mi piacerebbe sapere è che cosa i due ragazzi hanno portato via dalla casa di Marsure e che cosa hanno fatto ad Udine.”

“Nel primo caso forse posso aiutarla a formulare qualche ipotesi. Nel secondo non credo.”

Mi sta dicendo che il limite di controllo attorno alla base non copre la città di Udine.

“Sarebbe comunque molto importante.”

Steiner riflette.

“Perché prosegue le indagini? Lei ha già un colpevole certo e che ha confessato.”

“Per la vostra sicurezza, Steiner. Perché se non sappiamo tutto di quel che è successo, forse in giro resta qualcuno pericoloso per voi e per noi.”

“Corretto. Va bene, chiamo io appena so qualcosa.”

“I due ragazzi hanno usato un piccolo Pk rosso della FIAT, il pianale dietro è coperto da un telo blu ben teso.”

“Grazie.”

 


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  • Pubblicato il 15 febbraio 2012
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Webromanzo – capitolo 11

11.

Bel sole, tanta gente che passeggia nei due corsi, il caldo giusto, né umido né afoso. Mi piace la mia città quando si rilassa e se la fila. Vedi facce sorridenti, tutti ben vestiti ma non cagoni, le auto nei parcheggi e così non ci sono gare a chi ha il suv più grande, più nuovo, più pulito, più accessoriato.

Passeggiare col Questore per andare da Peratoner a farsi un caffè: mi pare quasi inopportuno. È una sensazione strana, imbarazzante. Ci sono tre morti, un assassino confesso, una famiglia distrutta qui da noi e tre in america. Pure, noi passeggiamo: per raccogliere applausi? Ma no, qui ognuno si fa i cazzi propri. Cosa dice l’etica e l’esperienza, in questi casi? Che se hai risolto il caso puoi rilassarti. Lei, Katia, pensa di sicuro che sia risolto. Io? Io non penso proprio, ma non lo dico a nessuno. Siamo seduti da Peratoner, il giardino sul retro trasuda l’oro dell’estate ed io lo guardo inebetito.

“Cosa pensi di Mazzocco?”

“Mi chiedo che cosa ci sia nella mente e nella storia di una persona per spingerla ad ammazzare tre ragazzi che non conosce solo perché si ritiene offeso da quel che giorni addietro uno o più di loro ha, o avrebbe, detto. Se non ho capito male, uno avrebbe insultato Mazzocco per il suo lavoro, loro ragazzi di città l’avrebbero canzonato per il suo lavoro di pastore di vacche. A me pare strano: i pastori di vacche erano un mito negli Stati Uniti. Forse ha capito male. O c’è dell’altro? Non sappiamo ancora granché di questi omicidi. O meglio: sappiamo quello che ci hanno detto, che a me non pare convincente.”

“E allora?”

“Allora andiamo avanti finché tutto ci persuade. Nel primo pomeriggio voglio andare nella casa di Mazzocco a Marsure. Voglio star seduto in quella casa, guardare dentro i mobili senza toccare nulla. Chissà se riesco a capire con chi ho a che fare”

“Verrò anch’io”

“Dottoressa Marinelli, per favore, no”

“Perché no?”

La guardo, resto in silenzio per un po’.

Dio Santo, questa nemmeno immagina in che rogna potrebbe mettersi. Devo puntare a farle credere che non la voglio con me perché mi imbarazza una sua eventuale altra avance, così non sospetterà altre cose.

“A costo di sembrare Jannacci: perché no!”

“Spiegami perché”

Minchia!

“Voglio stare da solo, al massimo con Michele, il mio vice, che mi conosce e se gli dico di lasciarmi solo lo fa senza chiedermi perché. E poi tu sei il Questore, passati gli anni in cui facevi il Commissario. Quello è il mio ruolo, lasciamelo, è l’unico che ho! Oggi dovrete dare informazioni alla stampa, se recuperano il fucile e gli abiti dal lago li presentate coi ragazzi che hanno fatto il lavoro, hanno diritto anche loro ad un momento di gloria e a me di andare sui giornali ed in TV non interessa. Noi prepariamo una riunione di staff per le 18 così facciamo il punto di tutto e se del caso approfondiamo altre cose. Vieni a quella, che è importante. E poi in quella casa io devo starci da solo, non voglio altri sbirri fra le palle.”

Non è facile negargli la verità. Ma per ora avverte solo una difficoltà nella relazione fra noi due, io che non voglio andare oltre …

“Va bene, io resto in ufficio, stasera tu lavi i piatti.”

“Dai, non è una questione maschi-femmine con le donne che restano in ufficio! E comunque io i piatti li ho sempre lavati, non è un problema”

“Non vorrei averti offeso, ieri notte.”

“No, non mi hai offeso. Ma fino a indagini concluse non ho mente altro che per quelle. Non voglio distrazioni, faccio come un calciatore prima di una partita importante, mi concentro solo su quello. E se faccio altro sento che sbaglio”

“Ogni lasciata è persa, vecchio mio, soprattutto alla nostra età”

“Katia, questo è maschilismo puro”

“Sbagliato anche questo: è puro buon senso, commissario. Torniamo in Questura”.

Come vorrei dirle “Katia stanne fuori, per il tuo bene”. Ma come glielo spiego?

Mentre risaliamo corso Garibaldi chiamo Romano a Barcis.

“I lavora con una telecamerina, assai interessante. Una specie de robot che i comanda da un camionzin qua sora, un tipo co ‘na roba tipo il telecomando dei videogiochi, davanti a un televisor. Forsi non servi mandar zo sommozzatori, davvero. I ga trovado il sacco bianco coi vestiti ma lo lassa zo, fin quando che no i trova il ferro. Il capo qua disi che se i tira su il sacco ‘desso i riscia de far un fumeron col fango posà sul fondo e per ore non se vedi niente. Dopo, no go capio come, ma i riva col robot a fissar sia il sacco che forsi anche il fusil e li tirà su. Sempre che lo trovi in fusil, ovvio.”

“Vertime quanto che i trova anche il fusil”

“Sicuro. Meucci.”

“Meucci senza fili. Sta ‘tento: alle 6 oggi pomeriggio riunion de staff, spero che ti gavarà finio per le sei”.

Avverto Katia di quel che succede a Barcis.

Chiamo Mazzariol. Ha finito la perquisizione della malga, nulla di rilevante.

“Avverti la signora che la perquisizione della casa a Marsure la faremo alle 14.30. Pregala di esserci ad aprire o di mandare uno dei figlioli. Può ovviamente chiedere la presenza di un legale. Devi esserci anche tu ed almeno uno dei tuoi, voglio che sia fotografato tutto. Voglio anche sapere se ci sono impronte in casa fatte fra venerdì e sabato mattina. A Barcis hanno trovato il sacco coi vestiti, ora cercano il mauser”.

Chiamo Michele a Marsure.

“Cos’hai saputo?”

“Cose interessanti. È tornato qui nel 1982 dall’Argentina, ho raccolto un sacco di cose”

“Continua a cercare, anche sulla moglie e i figli. Dovrebbe avere dei lontani parenti, così ha detto nell’interrogatorio. Ne sai qualcosa?”

“Li ho trovati e abbiamo parlato. Praticamente non hanno rapporti con Riccardo Mazzocco, l’hanno ospitato per qualche settimana appena arrivato poi lui si è piano piano sistemato e si vedono per caso, di rado. Non si sono lasciati andare, ma ho come l’impressione che fossero molto freddi nei suoi confronti, c’è qualcosa da approfondire. Questi omicidi devono averli rafforzati nella diffidenza, non saprei … Il prete mi ha detto che non lo conosce, che non va mai in chiesa. I figli sono andati a catechismo il minimo indispensabile, poi non li ha più visti e nemmeno la moglie, che è di Aviano. Invece le due maestre del paese mi hanno parlato benissimo dei ragazzi, molto studiosi, molto bravi. Pare che fossero bravi anche alle medie e alle superiori. Il più vecchio ha fatto bene alla maturità l’anno scorso ma ha scelto di lavorare col padre, niente università. Il più giovane continua a studiare, all’agrario di Spilimbergo”.

“Va bene, continua. La pizzeria è aperta oggi a pranzo?”

“Si”

“Allora ci vediamo in pizzeria all’una, mangiamo assieme e poi alle due e mezza facciamo la perquisizione della casa, assieme a Mazzariol. A proposito: chi si occupa dei tabulati di tutte le telefonate da e per il Piancavallo negli ultimi giorni?”

“Scientifica, fanno loro.”

“Ci vediamo all’una”.

 

Rientriamo in Questura, quasi nessuno accampato fuori, vuol dire che per la stampa è tutto chiaro dopo le cose dette dall’avvocato difensore: caso chiuso. Meglio così.

“Forse basterà diffondere le foto del fucile e dei vestiti ripescati dal lago, se ci riescono. Non serviranno conferenze stampa, la tensione è già calata”

“So cosa pensi, che così tu lavorerai in pace. Giusto?”

“Giusto. Per lavorare in pace, lo chiedo solo per curiosità, si sa che fine hanno fatto i tre tirapiedi venuti da Roma?”

“Credo siano in gita, si godono le bellezze del posto”.

Non ci credo nemmeno se li vedo, Katia.

 

Convoco la riunione per le 18 e sto per uscire dalla Questura quando vedo Fedeli venirmi incontro sorridente.

“Posso congratularmi anch’io?”, di dice.

“La ringrazio, non è stato difficile”

“Le fa il modesto, commissario. Io invece penso che se non ci fosse stato lei, questo caso sarebbe andato in tutt’altro modo. Le siamo molto grati”

Se non avessi trovato io quei tre, se non avessi incrociato il misciamerda, la pista BR sarebbe stata costruita, è questo che Fedeli vuol dirmi? Lo guardo con attenzione. Io credo che comunque non sarebbe andata così, c’è dell’altro da scoprire. Magari all’inizio Mazzocco aveva pensato alle BR per depistare, ma poi ha capito che non reggeva e ha cambiato obiettivi. Sapere quali siano gli obiettivi di Mazzocco e perché tutto questo sia stato fatto: questo è il punto.

“È possibile”

“Ci sono aspetti ancora da chiarire, Tonelli?”

“Lei cosa dice?”

“Io non conosco molte cose”

“Beh, io mi chiedo chi abbia scritto quella rivendicazione delle BR …”

“Questa è una domanda che mi faccio anch’io e vogliamo venirne a capo prima possibile”

“Di tutta la filiera che ha condotto a quel comunicato”.

Lui mi guarda fisso negli occhi.

“Tutta la filiera, come la chiama lei. Va scoperta e resa inoffensiva”

“Quel che diventa anacronistico non serve più. Anzi, è pericoloso”

Silenzio.

“Lei ha qualche idea, Tonelli?”

“Scherza? Non ho la più pallida idea”.

Silenzio.

“Ho dato un’occhiata ai tabulati delle comunicazioni da e per il Piancavallo degli ultimi giorni. Ieri mattina sono giunte un sacco di foto al suo ufficio dai BlackBerry”

“Interessanti, vero?”

“Le ripeto, lei è stato molto bravo, molto utile. Si goda questo successo Tonelli, creda a me. Manganelli e tutti le sono grati. Lasci a noi gli aspetti minori”

“Non dubiti, le lascerò gli aspetti minori, come dice lei”

“Perfetto. Noi partiamo per Roma, se avesse bisogno di me, le lascio un mio biglietto”, e me lo porge.

“Grazie Fedeli. Mi saluti i suoi collaboratori”

“E lei i suoi”.

Ci stringiamo la mano. Ho la sensazione che la mia ora puzzi di merda. Vado in bagno.

 

“Questa è la segreteria telefonica di Silvia Cogo. Lasciate un messaggio dopo il bip e vi richiamerò appena possibile”.

“Ciao Silvia, ora vado a Marsure per una pizza, poi alle sei ho riunione di staff in Questura. Alle otto vedrai che sono a casa. Ciao. Ti amo”.

 

C’è anche Mazzariol a mangiare la pizza con noi. Io digerisco a fatica le pizze, sono costretto ad una margherita e mezza minerale. Michele una siciliana con le olive e Franco una col salamino piccante: ha lo stomaco di un lupo, digerirebbe viti e chiodi, come certi fachiri indiani.

Michele riassume il lavoro della mattina.

“Questo Riccardo Mazzariol è un tipo riservatissimo, non frequenta nessuno, parla pochissimo, nessuno lo conosce davvero. Ma eccelle in una dote apprezzatissima, almeno mi pare, qui a Marsure: si fa gli affari suoi, non disturba mai nessuno. È uno che ha fama di onestà. Questo aumenta a dismisura l’impressione suscitata dalla strage. Se la spiegano dicendo che deve essere uscito pazzo e compatiscono la moglie ed i figli, si chiedono come faranno adesso a tirare avanti. L’isolamento, il fatto di essere uomo di così poche parole, in qualche modo lo faceva apparire strano ad alcuni, incomprensibile. Anzi uno a cui non va di essere oggetto di interesse. Ma nessuno in paese ricorda episodi di violenza di cui sia stato protagonista. Le due maestre dei figli con cui ho parlato hanno escluso di aver mai visto i bambini con dei lividi. Lui non è mai stato a parlare con loro, solo la madre. La signora deve avere una forte personalità, sta un pò sui coglioni alle altre donne del paese, è anche troppo riservata e quando parlano con lei, per le poche parole che scambiano, hanno l’impressione che sia una che ha sempre ragione. Non sono affatto religiosi, cosa che sembra strana qui a Marsure. I figli hanno frequentato la parrocchia il minimo indispensabile, per il catechismo. Dopo, mai più visti. Partecipano poco anche alle feste del paese, si fanno appena vedere, quasi di sfuggita. Lui non va mai in osteria, nessuno sa se beve vino o alcolici. Non fuma, la signora del tabacchino non ha mai visto la famiglia se non per comperare fiammiferi. La signora è di Aviano, devo andare a chiedere informazioni di lei. Una signora mi ha detto che da giovane lei deve essere stata una testa calda, gruppi di sinistra o roba del genere. Poi non si è più occupata di nulla. In generale nessuno ricorda un impegno o un discorso politico di quella famiglia, del tutto assenti e distaccati. C’è una cosa strana: la signora del bar davanti alla latteria mi ha detto che fino a pochi anni fa lui comperava due giornali, il Gazzettino ed il Sole 24 ore. Ora compera solo il Gazzettino”

“Confermo, dice Mazzariol. Compera il Sole di domenica. Ho trovato qualche copia nella sua camera, in malga. Era stato letto, sfogliato”.

Osservo che il Sole ha uno splendido inserto culturale la domenica.

“Un malghese che legge un giornale economico ed è interessato all’inserto culturale? Sempre più strano. C’erano libri su in malga?”

“No. Io credo che non abbiano nemmeno il tempo per aprirli, i libri. Lavorano moltissimo. Mi chiedo come faranno ora senza di lui”

“Vediamo fra poco in casa se ci sono libri. Chiameranno qualcuno a dar loro una mano. Seguiamola, questa cosa, può essere interessante vedere a chi si rivolgono”

“Io andavo a comperare formaggio da loro prima di questa cosa. So che trattavano solo una parte del latte, facevano la ricotta ed il formaggio che sapevano di poter vendere. Il resto del latte, la maggior parte, lo davano alla latteria di Marsure, che è una cooperativa turnaria. Secondo me, smetteranno di fare ricotta e formaggio in malga e cercheranno di vendere il latte alla latteria di Marsure. Venderanno il formaggio della latteria in malga, magari se lo fanno fare senza il marchio di Marsure, così possono continuare a dire che è il loro. Renderà tutto più semplice”

“Probabile. Resta in contatto colo casaro per vedere se va a finire così. Tu dopo chiedi alla signora con quale banca lavorano e domani fai comunque il giro di tutte quelle di Aviano, per capire se hanno mai avuto rapporti con la famiglia e di che tipo. Fatti dare gli estratti conto dal gennaio dell’anno scorso, vediamo come girano i soldi in quella casa. Ricordami di chiedere alla signora se per fare la casa hanno fatto un mutuo ed eventualmente con chi. Può essere interessante verificare come l’hanno pagato. Scusa Franco, dimmi una cosa: avevano lettori di CD su in malga? Un lettore di DVD?”

“Tutti e due. Ho anche controllato che CD e DVD hanno, me l’immaginavo che ti interessasse. I film sono un po’ radical chic, che ti devo dire, Özpetek, Almodovar, roba così. Nulla di banale ma nemmeno cose troppo impegnate. Hanno la trilogia del Signore degli Anelli, quella sì. Sulla musica direi cose vecchie, De Andrè, cantautori e gruppi italiani, gruppi rock inglesi anni ’70, anche colti, come i Traffic. Mi chiedo chi li ascolti, forse per i due genitori sono vecchi ricordi. Ci sono poi cose riconoscibili dei ragazzi, nulla di straordinario: CCCP, Modena City Ramblers, 99 Posse. Roba strana per ragazzi così giovani, li diresti impegnati politicamente, ma da quello che riferisce Michele non pare che lo siano”

“Non hai trovato nulla che riguardi l’Argentina, qualche disco che la rammenti, che ti dico: un CD di tango, non so che altro. O qualche film in spagnolo”

“Nulla di tutto questo”.

Butto giù l’ultimo pezzo di pizza. Chiedo un gelato, mi offrono il solito tartufo. Dio Mio No!, citando Battisti. Propongo di andare in gelateria ad Aviano, ce la facciamo comodamente a tornare per le 14.30. Esultanza generale!

 

Manca pochissimo alle 14.30 di questa splendida giornata di giugno quando parcheggio nel cortile che si trova fra la casa e la stalla dei Mazzocco, poco prima del passaggio a livello di Marsure. La casa è aperta, c’è il figlio più grande. Una macchina coi collaboratori di Mazzariol ci sta aspettando. Sorpresa: c’è l’avvocato Pavan!

“Quale onore, avvocato! Ci accompagna in questa perquisizione?”

“Posso essere sincero? Non capisco perché la facciate, c’è un reo confesso, tutto è chiaro…”

“Mah, lei certo sa, conviene fornire a chi dovrà decidere un quadro il più completo possibile, senza che manchi alcunché. Le presento il dottor Mazzariol, che coordina il nucleo di Polizia scientifica della nostra Questura ed il dottor Michele Lojacono, è il mio primo vicecommissario e principale collaboratore”.

Si stringono la mano.

“Prego tutti di indossare questi guanti”, dice Franco porgendoceli. “desidero rilevare tutte le impronte presenti in casa e non voglio che ci sia confusione. Anche nel muovervi nelle stanze prego tutti di non toccare nulla. Io sono il responsabile di questa perquisizione e rispondo al Procuratore. Dunque solo io tocco e sposto oggetti. Se qualcuno ha curiosità, mi indica cosa desidera fare e, se concordo, si fa. Queste sono le regole. Vanno bene per tutti?”

L’avvocato è palesemente molto impressionato dal discorso di Mazzariol. Deve pensare che siamo gente seria. E lo siamo!

Ci mettiamo tutti i guanti, compreso Mazzocco junior.

“Bene, ora entrano i miei due fotografi per realizzare immagini di inquadramento generale. Se lo desiderano il signor Mazzocco e l’avvocato Pavan accompagnano i fotografi. Impiegheremo un certo tempo a fotografare la casa, non so dire esattamente quanto, ma di solito in questa prima fase bastano pochi minuti, visto che questo non è il luogo dell’omicidio. Poi potranno entrare gli altri, quando vi chiameremo”.

Trascorro questi pochi minuti passeggiando da solo nel cortile che separa la casa dalla grande stalla. Ora fa caldo, ma non è fastidioso, nonostante l’ora: c’è poca umidità. Guardo la vecchia casa colonica restaurata, che è stata dipinta di rosa. È un ottimo lavoro, il progetto deve averlo fatto un buon architetto e se davvero Mazzocco l’ha poi realizzato tutto o quasi da se, allora deve essere molto bravo. Non ci sono cose fuori posto nel cortile ed anche il retro della casa, visto da qui, è pulito ed ordinato. La coppia Marzocco deve essere molto decisa e precisa ed i figli come loro. Del resto, anche la malga era ordinata e pulita. Osservo la stalla: è un grande edificio nuovo, in cemento armato, con capriate metalliche. Ha i pannelli solari sullo spiovente del tetto che guarda a sud. Un trattore Lamborghini azzurro, due carri, aratri multipli ed erpici sono conservati in una sorta di magazzino aperto che occupa la prima parte della stalla. Tutto è pulito ed ordinato, non vedo nessun attrezzo sporco o abbandonato. Sulla facciata della stalla, in direzione della casa, riparata grazie agli ampli sporti del tetto, hanno sistemato la legnaia. Deve essere il frutto delle potature delle siepi e delle boschette di pianura che si fanno alla fine dell’inverno. I pezzi di legna sono tutti circolari, piccoli alberi o rami, tagliati con precisione e poi accatastati in verticale, a formare una alta parete. Due tronchi delimitano verticalmente l’inizio e la fine della catasta, in modo da non farla di crollare. Sulla destra la catasta degrada fino al tronco, in modo da consentire di prendere la legna per portarla in casa. Sulla sinistra della stalla c’è un grande prato. Ben allineate sul prato ci sono diverse decine di grandi balle cilindriche di fieno, avvolte da plastica celeste. Da una decina d’anni hanno eliminato i silos e conservano sia il fieno che la paglia in questo modo. Le balle vengono realizzate già sul campo di grano o sui prati, poi i trattori con i carrelli elevatori le raccolgono e coi carri vengono portate vicino alla stalle. Alcuni allevatori costruiscono quasi edifici di balle, mettendole una sopra l’altra. Mi è capitato a volte di vedere queste forme perfettamente geometriche allineate nei campi, quasi paesaggi metafisici di De Chirico, realizzati in collaborazione “land art” con Christo, quello che avvolgeva elementi del paesaggio.

Michele mi chiama, possiamo entrare in casa.

 


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  • Pubblicato il 09 febbraio 2012
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Oggi vi dico come faccio la pasta alla Norma

L’ho imparata a Catania, dove pare sia nata, in occasione della prima in quella città della Norma di Bellini. Ha molte varianti, questa è una. Per prima cosa dovete procurarvi la ricotta salata che fanno ad Agrigento, quella che si grattugia. Non è facile, ma potete riuscirci, se girate un pò di negozi. Badate che non sia troppo vecchia, deve avere una certa morbidezza. Poi fate il sugo di pomodori freschi, nelle forme canoniche: mettete a bollire una pentola d’acqua, intanto pulite i pomodori in acqua fredda ma badate a non ferirli. Quando l’acqua bolle mettete i pomodori pochi alla volta dentro l’acqua e, dal momento che riprende il bollore, lasciateli dai tre ai 5 minuti, a seconda del pomodoro che usate. Poi li togliete dall’acqua per farli raffreddare in una terrina. Fate così con tutti i pomodori. Quando saranno tutti freddi toglietegli la pelle, che dovrebbe sfilarsi facilmente. Poi schiacciate i pelati in una terrina con una forchetta, fino a che non ottenete una bella poltiglia rossa abbastanza omogenea. Fate un bel soffritto di cipolla bianca tagliata finissima e olio d’oliva e ci mettere a cucinare i pomodori. Se la stagione è giusta, aggiungete il basilico fresco spezzato solo con le dita. Un pò di sale dovete mettercelo, ma tenetevi indietro, perchè poi userete la ricotta salata. Quando avete finito di preparare il sugo, dedicatevi alle melanzane: le lavate, le mondate, le tagliate a fettine tonde di spessore massimo di tre o quattro millimetri. Mi raccomando: che siano senza semi, candide all’interno. Asciugate le melanzane con la carta da cucina e friggetele in olio d’oliva. Dopo la frittura lasciate asciugate bene le melanzane, questa volta dall’olio. Mentre friggete, mettete a bollire l’acqua per la pasta. Ricordatevi del sale, ma non esagerate. Usate spaghetti o altra pasta lunga. Quando avrete scolato la pasta mettetela in una grande terrina, copritela col sugo di pomodoro e poi con le melanzane fritte a fette, disponendole in modo omogeneo sopra il pomodoro, così da coprirlo tutto. Poi grattuggiate sopra le melanzane abbondante ricotta salata. Portate in tavola fumante e, davanti a tutti, mischiate la pasta e servitela.

Un Corvo di Salaparuta accompagnerà degnamente la Norma. Sappiatemi dire, io la trovo sublime.


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