• Pubblicato il 16 maggio 2012
maxxi_roma99

Un articolo molto interessante sullo stato della cultura

Si riferisce a una ricerca fatta in Germania ma contiene molti spunti interessanti anche per l’Italia e la nostra realtà locale.

 

L’infarto della cultura
Vincenzo Trione
Corriere della Sera – La lettura 13/5/2012
Il collasso del sistema dell’arte: il manifesto-choc di quattro docenti tedeschi
Musei, teatri, biblioteche: è l’ora di chiudere chi produce soltanto costi

Il titolo è efficace: Der Kulturinfarkt. Ovvero, «L’infarto culturale». Il tono è da pamphlet e, insieme, da inchiesta giornalistica: un incrocio tra la saggistica militante e le ricognizioni sui mali culturali. Ne sono autori Armin Klein (professore di management a Ludwigsburg), Stephan Optiz (professore di management culturale all’Università di Kiel), Dieter Haselbach (direttore del «Centro di ricerca sulla cultura» di Bonn) e Pius Knüsel (Direttore della Fondazione Pro Helvetia). Un feroce j’accuse, che ha suscitato accesi dibattiti in Germania. Der Kulturinfarkt descrive un collasso: l’offerta cresce sempre di più, mentre la domanda diminuisce. Il settore culturale è a un passo dall’infarto: «Ci sono troppe cose e sono quasi ovunque le stesse». Inutile avere nostalgie o rimpiangere stagioni lontane. Occorre muovere da una verità: si sta inaridendo il flusso di denaro pubblico che, per decenni, si era riversato su musei e teatri, fondazioni e convegni, rassegne e associazioni. Cosa fare? Continuare a pretendere i benefit del passato? O protestare? Oppure fingere di non vedere i sintomi dell’agonia in atto? Servono le maniere forti, per gli autori di Der Kulturinfarkt. La ricetta è drastica. Tagliare gli interventi dall’alto, per ridistribuirli secondo nuovi criteri. Ci si deve portare al di là dell’assistenzialismo. Abbandonare la politica delle sovvenzioni. «Affaticare» il sistema nel suo insieme: solo in questo modo sarà possibile immaginare una ripresa. Il discorso di Klein, Optiz, Haselbach e Knüsel muove dalla Germania. Un Paese virtuoso, che ha un ricco tessuto di infrastrutture: 6.000 musei, 140 teatri, 8.000 biblioteche. Dopo aver a lungo «supportato» questa pluralità di presenze, lo Stato deve compiere scelte impopolari. Non ricorrere a tagli miopi, che non tengano conto delle specifiche situazioni (come aveva proposto qualche ministro in Italia). Ridurre i sussidi, affidandosi a metodi più seri e rigorosi. Non dare ascolto alle pressioni delle singole «realtà», dedite per lo più a difendere privilegi consolidati, cristallizzate, autoreferenziali, prive di flessibilità. E non farsi neanche ingabbiare dentro un intellettualismo di tipo adorniano. Insomma, evitare la pratica degli aiuti a pioggia. Privatizzare o addirittura «eliminare» istituzioni che hanno scarsa tendenza all’autofinanziamento: chiudere la metà dei musei, dei teatri e delle biblioteche. E destinare i sussidi rimanenti a un numero ristretto di istituzioni. Per favorire il «passaggio» del 25% dei fondi pubblici a imprenditori indipendenti sensibili al mercato globale e impegnati per incrementare il consumo interno dei prodotti culturali. E, poi, ad artisti, a start up creative e digitali, a università nelle quali si studino le discipline «estetiche». Si devono potenziare quelle iniziative che, progressivamente, potranno raggiungere l’autonomia, l’«autarchia». Dunque, più qualità meno quantità. Per consentire allo Stato di concentrarsi sulla tutela del patrimonio artistico e storico, che va considerato non come un salvadanaio da svuotare, ma come un giacimento etico e civile; non come un archivio di idee senza tempo, ma come una «materia» che si trasforma continuamente. I monumenti, i musei, il paesaggio, secondo Klein, Optiz, Haselbach e Knüsel, appartengono a tutti, ed è dovere di chi governa conservarli e valorizzarli, aprendosi all’aiuto da parte dei privati, con agevolazioni fiscali e con altre strategie di sviluppo: una chance potrebbe consistere nella creazione di piattaforme di crowd-funding (promosse da normali cittadini). Pur attento solo al contesto tedesco, Der Kulturinfarkt affronta tematiche che potrebbero essere agevolmente «riambientate» nel nostro Paese. Che, tra la seconda metà degli anni Novanta e oggi, ha vissuto due fasi. Si pensi al fenomeno dell’«invasione» dei musei d’arte contemporanea. Dapprima, c’è stata la stagione dell’effervescenza. All’origine, c’è una felice intuizione dell’ex sindaco di Napoli, Antonio Bassolino, tra i primi ad aver capito che l’arte d’avanguardia può essere un efficace strumento per il rilancio di una città. Anche sulla scia di questa idea, sono nati il Pan e il Madre (a Napoli), Palazzo Riso (a Palermo), il Marca (a Catanzaro), il Man (a Nuoro), il Museo del Novecento (a Milano), il Macro e il Maxxi (a Roma) e tante esperienze a livello locale. Un’ondata che rivela un’autentica sensibilità civile da parte di alcuni amministratori: la necessità di difendere alcuni gesti «audaci» dalle logiche del mercato; il bisogno di rendere più accessibile alla comunità l’arte del nostro tempo; il desiderio di informare i cittadini sul divenire dei linguaggi attuali. Ci sono stati eccessi, sprechi. Così, all’ebbrezza è seguito il riflusso. Alcuni dati di questi ultimi mesi: la crisi del Pan, del Madre e di Palazzo Riso, il deficit del Maxxi, i problemi del Macro. Un declino espresso simbolicamente dall’incendio di alcune opere della collezione del Cam di Casoria. Siamo in piena austerity. Sempre più spesso, a imporsi è la convinzione secondo cui l’arte sia solo un buco che assorbe risorse già scarse, senza produrne altre. Si dimentica, però, che il sistema della produzione culturale, come ha sottolineato Pier Luigi Sacco, non solo è un meta-settore industriale, ma è anche, tra i comparti più grandi e redditizi del terziario avanzato, con un fatturato pari al doppio di quello delle aziende automobilistiche. Eppure, queste verità sfuggono. Si preferisce adottare una prospettiva priva di coraggio e di lungimiranza. Come uscire da questa condizione? Si possono imboccare tante strade. Ad esempio, ci si potrebbe riferire a quanto accade in Francia, dove da anni si stanno sperimentando forme di azionariato diffuso e popolare: con circa 7.000 membri, la «Société des Amis du Louvre», come ha osservato Marc Fumaroli, è «il principale mecenate privato con una media di 4 milioni di euro l’anno». Ogni cittadino può entrare in istituti come questo, avvantaggiandosi della possibilità di detrarre dalle tasse il 66% di quanto regalato al museo (le imprese arrivano fino al 90%).
Inoltre, determinante sarebbe una ridefinizione corretta dei rapporti tra pubblico e privato. Da un lato, il pubblico: deve impegnarsi in ambiti che non garantiscono sicuri margini di profitto, eppure decisivi per alimentare ricerche innovative. Dall’altro lato, il privato: deve sostenere attività affini ai suoi settori d’intervento e fornire capitali per lo sviluppo di segmenti culturali strategici (illuminante la collaborazione tra Bmw e Guggenheim di Berlino). Ma, forse, la questione è più delicata di quanto ritengono molti economisti. Come affermano gli autori di Kulturinfarkt, lo Stato dovrebbe iniziare a dirottare importanti risorse anche sulla formazione: sulle università «artistiche». Perché, in fondo, è proprio questa la scommessa: investire sulla scuola. Ecco la battaglia da combattere. Nell’epoca dell’«intelligenza di massa», la sfida è: alfabetizzare in un’ottica contemporanea, trasmettendo solidi valori morali e intellettuali. A tal proposito, potremmo ricordare quanto ha scritto Alessandro Baricco in un articolo di qualche anno fa: «Smettetela di pensare che sia un obiettivo del denaro pubblico produrre un’offerta di spettacoli, eventi, festival: non lo è più. (…) Quei soldi servono a una cosa fondamentale, una cosa che il mercato non sa e non vuole fare: formare un pubblico consapevole, colto, moderno. E farlo là dove il pubblico è ancora tutto, senza discriminazioni di ceto e di biografia personale: a scuola, innanzitutto».


Use Facebook to Comment on this Post

  • Pubblicato il 12 maggio 2012
1606-1

Sul Messaggero Veneto di oggi

Ecomostro, quartiere in rivolta
Orizzonte oscurato per i residenti, affari in calo per gli esercenti. «Via la luce, puliamo la polvere»

Viaggio nel quartiere dell’ecomostro, tra cittadini irritati e commercianti che imputano al“Punto cardinale” (questo il nome del maxiedificio) la causa della riduzione del loro volume d’affari. Se il malumore dei residenti era noto, è difficile stabilire quale causa del momento negativo attraversato dalle attività della zona i lavori che stanno portando alla conclusione dei 70 appartamenti e degli attigui negozi. La situazione più emblematica, in ogni caso, è quella di Orazio Zagami, titolare del Pantalonaio, negozio che ieri mattina ha subito lo sfratto esecutivo. «Non riuscivo più a pagare l’affitto – ha detto il commerciante -. La situazione è peggiorata drasticamente con l’apertura del cantiere, visto che anche i miei clienti abituali, pensando avessi chiuso l’attività a causa del soffocamento di spazi che abbiamo dovuto subire, hanno smesso di venire da me». Al di là delle difficoltà di commercianti ed esercenti (si salva il salone di parrucchiere gestito da personale cinese), ci sono i residenti. Andrea Maggi vive in via Santa Caterina: dalla finestra del suo salotto l’ecomostro appare in tutta la sua maestosità. «Vivo qui con mia moglie e nostra figlia di 7 anni: ce ne andremo, visto che siamo costretti a pulire casa dalla polvere due volte al giorno. Ci hanno tolto il sole per “regalarci” tanto pulviscolo in più: vogliamo che la nostra bambina cresca in un luogo più salubre e, quindi cambieremo casa». C’è anche chi in piazza Costantini vive da 50 anni. «Non mi sarei mai aspettata che il posto dove ho trascorso praticamente tutta la mia vita si riducesse così» dice Delvina Fioretti, non riuscendo a trattenere la tristezza. Massimo Pighin ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Use Facebook to Comment on this Post

  • Pubblicato il 24 aprile 2012
imgres

Zanolin a Jacob: le risorse non bastano La cultura serve ma non sfuggirà ai tagli

Questa la mia risposta all’intervento di Livio Jacob pubblicato sul Messaggero Veneto di qaulche giorno fa e che riporto alla fine del mio intervento.

Fa ancora discutere il dibattito sui budget a disposizione della cultura in quest’epoca di crisi. Stavolta è il consigliere comunale Gianni Zanolin a replicare alla lettera aperta inviatagli, sulle pagine del Messaggero Veneto, dal presidente delle Giornate del cinema muto Livio Jacob. * * * Livio Jacob difende con passione le sue “Giornate del Cinema Muto”. Fa bene, è stata una bella manifestazione. Lo fa però come se questa Italia, in cui la gente non sa come giungere a fine mese, fosse la stessa di prima, anche di pochi anni fa, nella quale ci illudevamo che ci fossero soldi per tutto e poi abbiamo scoperto che, per averli, facevamo, noi italiani, debiti che ora non riusciamo più a pagare. Lo fa senza rendersi conto che, dalle indagini congiunturali di Unindustria Pordenone, emerge che gli impianti delle nostre imprese industriali sono utilizzati al 60 % e la tendenza è a diminuire. Il numero di cassaintegrati e licenziati aumenta ogni giorno. In occasione del Bilancio, in Consiglio comunale l’opposizione di destra ha proposto robusti tagli alla cultura ed ad altro per pagare tutti meno IMU. Ho sostenuto, anch’io all’opposizione ma non di destra, che non si doveva tagliare sulla cultura, ma elaborare nuove politiche culturali all’altezza della situazione. L’assessore Mio, presentando il bilancio, aveva costruito una sorta di relazione fra le politiche culturali di un territorio e quel che sul quel territorio si produce di beni e servizi: più alte le prime, migliore il prodotto. Si può essere d’accordo o meno, ma è un parallelo intrigante, che a me sembra un po’ troppo meccanico. Ho proposto all’Assessore Cattaruzza una riflessione. Siamo alla ricerca di mercati di sbocco per merci da realizzare, sia con le vecchie che con nuove aziende da far nascere. Inevitabile pensare a quei paesi del mondo dove si cresce, invece che regredire: Brasile, Cina, India, Sud Africa ed altri. Dobbiamo capire se possiamo essere utili a quei popoli: come ed in che cosa? Per saperlo, dobbiamo comprendere quelle genti, le loro culture, le loro aspirazioni. Basta internet? Basta andare là, girare, parlare, prendere contatto? Possiamo realizzare un grande incontro annuale al quale invitiamo operatori sociali, culturali, economici e politici di uno o più di questi paesi, per comprenderli meglio? È nato così l’esempio delle “Giornate del Cinema Muto”, durante le quali invitiamo (e spesiamo, taluni del tutto, taluni in parte ed alcuni per nulla) molte centinaia di studiosi da tutto il mondo. Ma molte altre idee possono essere messe in campo, da altri più capaci di me. Ma serve “cultura” e servono risorse, che invece sono poche e caleranno. E serve decidere cosa viene prima, cos’è più importante, posto che le risorse per fare tutto non ci sono. Viene prima continuare ad indagare sulla storia del Cinema Muto? Jacob ci spiega di sì. Cattaruzza, in Consiglio comunale, non ha avuto dubbi: difesa a spada tratta dell’esistente e non si cambia nulla. Io scrivo queste righe seduto in riva al Noncello ed aspetto disincantato e triste l’ineluttabile, certo che, non potendo alla lunga difendere l’attuale establishment culturale cittadino, giungeremo inevitabilmente anche a duri tagli alla cultura. Succede così quando si confonde se stessi ed il proprio ruolo con i temi e le questioni. Solo una insignificante cosa vorrei dire per concludere, relativamente alla grande immagine che le manifestazioni culturali proiettano di Pordenone. Siccome mi capita troppo spesso di andare al cinema e dover sentire, ultimo anche da Woody Allen, che Pordenone è la città più buzzurra d’Italia, potrebbero Jacob e gli altri sodali fare un piccolo sforzo nel mondo del Cinema per dire loro “Ma come! Se ci facciamo le Giornate del Cinema Muto!”. Almeno, con quel che spendiamo, limitiamo i danni. Giovanni Zanolin ©RIPRODUZIONE RISERVATA

ECCO L’ARTICOLO DI LIVIO JACOB

Spese per le Giornate del cinema muto Alta tensione tra Jacob e Zanolin

Il Cinema Muto stavolta si mette a parlare, anzi a tuonare. Lo fa attraverso il presidente delle “Giornate”, Livio Jacob, a cui non sono andate giù alcune dichiarazioni rilasciate nell’ultimo…

Il Cinema Muto stavolta si mette a parlare, anzi a tuonare. Lo fa attraverso il presidente delle “Giornate”, Livio Jacob, a cui non sono andate giù alcune dichiarazioni rilasciate nell’ultimo consiglio comunale da Gianni Zanolin circa budget e prestigio della cultura pordenonese. Ecco la sau lettera aperta.

* * *

Dopo aver appreso dalla stampa locale delle dichiarazioni sulle Giornate del Cinema Muto fatte in Consiglio comunale da Gianni Zanolin (Il Ponte), osservo con dispiacere come, come ancora una volta, il festival venga attaccato per fini che nulla hanno a che vedere con la nostra attività.

Mi sento tuttavia in dovere di replicare, giacché il consigliere, affermando che “paghiamo studiosi di cinema di tutto il mondo che vengono a Pordenone”, lascia intendere che copriamo le spese di alloggio di tutti i partecipanti alla manifestazione. Se così fosse, dovremmo disporre di ben altro budget!

Come noto, le Giornate del Cinema Muto si realizzano grazie al sostegno, oltre che di sponsor privati come la Banca FriulAdria-Crédit Agricole, di enti – Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Friuli Venezia Giulia, Comune e Provincia di Pordenone, Camera di Commercio, Fondazione Crup – cui dobbiamo annualmente e dettagliatamente rendicontare l’utilizzo delle singole sovvenzioni. Ora, le spese di alloggio sostenute dal festival – e si tratta comunque di somme che vengono redistribuite sul territorio – sono quelle relative a organizzatori e staff (inclusi i musicisti che accompagnano le proiezioni dal vivo) e ai collaboratori in senso lato, vale a dire archivisti, restauratori, studiosi e giornalisti che con il loro lavoro contribuiscono alla buona riuscita della manifestazione, trovando film, prestando copie, fornendo le schede per il catalogo, scrivendo recensioni e promuovendo quindi il festival e la città. A questi collaboratori, in una sorta di “do ut des”, le Giornate offrono alcuni giorni di ospitalità. Riassumendo, sul totale dei presenti, organizzatori compresi, l’8% alloggia a totale carico delle Giornate; un altro 32% a carico parziale del festival (da 2 a 5 notti); il restante 60% provvede personalmente al pagamento dei propri costi alberghieri.

Mentre punta il dito su quanto le Giornate costano alla comunità, Zanolin tace sui benefici che esse portano. Eppure, proprio per rispondere alla sua domanda, e cioè se Pordenone possa ancora permettersi “certe manifestazioni”, occorre considerare altri fattori. Non mi riferisco solo al pur importante contributo che le Giornate danno in termini di arricchimento della vita sociale e culturale pordenonese e di veicolazione di un’immagine positiva della città a livello nazionale e internazionale (mi piace ricordare a questo proposito che le Giornate sono conosciute in tutto il mondo come Pordenone Silent Film Festival), ma alla loro ricaduta economica sul territorio. Ricaduta che – sia in base alle nostre elaborazioni, sia in base ad un recente studio condotto dalla Iulm di Milano con l’Afic (Associazione Festival Italiani di Cinema) e con l’istituto di ricerca Makno secondo il quale per ogni euro investito nel settore dei festival cinematografici ne ritornano circa tre nel territorio – possiamo quantificare in oltre un milione di euro.

Un quarto di questa cifra è riferito a costi sostenuti direttamente dal festival. I restanti tre quarti comprendono 400 mila euro di spese di pernottamento sostenute dagli ospiti; 250 mila euro circa di spese di vitto, sostenute sempre dagli ospiti; 125 mila euro di ulteriori spese riconducibili ad altri settori del terziario pordenonese quali farmacie, supermercati, profumerie, negozi di abbigliamento e calzature, librerie, tabacchi, edicole, taxi, ecc. A fronte di un “investimento” inferiore ai 200 mila euro (a tanto ammonta il sostegno complessivo alle Giornate da parte di sponsor ed enti del pordenonese), la ricaduta di un milione di euro non sembra un risultato così negativo. Certamente lo pensava anche Zanolin quando, come assessore della giunta Bolzonello, auspicava il rientro delle Giornate a Pordenone dopo la trasferta di otto anni a Sacile.

Livio Jacob – Presidente delle Giornate del Cinema Muto

©RIPRODUZIONE RISERVATA

21 aprile 2012

Use Facebook to Comment on this Post

  • Pubblicato il 16 marzo 2012
www.legambiente

La mafia nel Nord è «Cemento spa»

Molto interessante questo articolo del Messaggero Veneto di oggi. A questo indirizzo potete scaricare e leggere l’intero dossier di Legambiente sulla “mafia del cemento”

Rapporto Legambiente
Il rapporto tra mafia, abusivismo ed edilizia è un’equazione ormai accertata anche al Nord, al punto che per la criminalità oraganizzata tutto il Nord Italia è una sorta di «Cemento spa»: illegalità, corruzione e abusivismo sono un humus ideale per favorire le infiltrazioni in settentrione. Questa la sintesi di «Cemento spa», il dossier di Legambiente presentato ieri a Genova in occasione della XVII Giornata contro tutte le mafie, organizzata per domani a Genova dall’associazione Libera. Il dossier fornisce dati basati sulle risultanze investigative e le analisi conseguenti. Nelle regioni del Nord Italia – Liguria in testa, Lombardia e Emilia Romagna – sono 26 i clan e le ’ndrine censiti dalla Direzione nazionale antimafia (nella foto il procuratore Grasso) e 1.431 i beni confiscati. La Liguria detiene il triste primato delle infrazioni in materia edilizia con il 25,2% dei reati registrati nell’intero Nord Italia, 337 sequestri e 2.641 persone denunciate. Al secondo posto c’è la Lombardia, seguita da Emilia Romagna, Piemonte, Veneto, Trentino, Friuli e Valle d’Aosta. Tra le province del Nord, quella che presenta maggiori criticità è Imperia, seguita da Genova, Savona e Sondrio. Nel dossier di Legambiente viene ricordato l’alto numero di clan e ’ndrine presenti al Nord: sono ben 26 e vengono considerati quelli di maggior spessore criminale ed economico. Un altro dato che sintetizza la gravità della situazione è quello relativo ai beni confiscati alla criminalità organizzata: in tutta Italia, la Lombardia si attesta al terzo posto per numeri di confische: 205 sono stati i beni mobili e immobili posti prima sotto sequestro e poi confiscati dopo Sicilia (561) e Campania (317).

Use Facebook to Comment on this Post

  • Pubblicato il 23 febbraio 2012
messaggeroveneto.extra.kataweb

Del Ben, Api e Ponte uniti: «Il Comune è immobile»

da Il Messaggero Veneto – 23 febbraio

di Martina Milia

Le minoranze di centro sinistra giocano d’anticipo e, ancora una volta, provano a dettare l’agenda della città. Lista Del Ben, Alleanza per l’Italia e Il Ponte, presenteranno oggi tre seminari, aperti alla cittadinanza, per disegnare il futuro della città. «La cittadinanza e le organizzazioni sociali si aspettano che il Comune assuma ruolo di protagonista – spiegano i gruppi consiliari –. E’ nostra opinione che Pordenone sia oggi senza un governo autorevole e forte, adeguato ai momenti difficilissimi che la città vive. Questa crisi ci chiama a scelte difficili, inedite. Ci chiama a cambiamenti e a manifestare coraggio e determinazione del cambiamento. Lasciare le cose come stanno significa decadere». Lo spirito dell’iniziativa è propositiva, «vogliamo portare un contributo concreto di analisi e proposte utili a Pordenone» perché «non sono più accettabili politiche di evitamento del confronto, di attendismo o di rinvio». Il primo tema che le forze politiche di minoranza rilanciano è quello dei nuovi stili di vita. Nelle buone pratiche che l’amministrazione comunale deve diffondere, secondo le forze politiche c’è il rispetto dell’ambiente. Si chiedono progetti legati alle “economie verdi”, una razionalizzazione delle automobili, una riorganizzazione del trasporto pubblico creando «nuovi servizi pubblici su domanda». Torna poi il tema della pedonalizzazione del centro e del superamento del ring con chiusura della Rivierasca. E poi i rifiuti «passando progressivamente al porta a porta spinto in tutta la città». Il secondo asset è quello che rientra nel titolo “investire nel futuro”. Educazione e formazione diventano il cuore delle scelte per creare prospettive alle nuove generazioni, ma includendo anche il concetto di formazione continua. «La città si è dotata di notevoli contenitori culturali – scrivono poi i consiglieri – alcuni di ottima qualità, come la biblioteca di piazza XX settembre. Il problema non è riempirli di mostre e convegni, quanto piuttosto stabilire degli obiettivi educativi per tutta la popolazione e per i giovani in particolare». La terza “puntata” interessa le “scelte importanti”, quella che chiama Pordenone a confrontarsi con la crisi. La risposta? «Modelli di sviluppo sostenibile, maggiore investimento nell’efficienza energetica e nelle energie rinnovabili; economia basata sull’innovazione, sulle conoscenze e sulle competenze; riassetto della macchina comunale e supporto all’economia e al lavoro; opzioni urbanistiche di salvaguardia del territorio e di integrazioni con altri Comuni». Scenari da declinare con azioni puntuali. L’iniziativa delle forze politiche d’opposizione propone uno stop di almeno due anni alle nuove costruzioni e un nuovo piano regolatore. E’ questa la strada maestra da seguire per i consiglieri delle minoranze. «Noi proponiamo un provvedimento immediato che blocchi ogni costruzione per almeno due anni – proseguono lista Del Ben, Il Ponte e Api –. Nel frattempo si deve elaborare e avviare l’approvazione del nuovo piano regolatore generale, che dece avere la salvaguardia rigorosa di tutte le aree verdi». Il punto di riferimento «è il nuovo piano regolatore di Udine, sia per metodologie che per contenuti. Un criterio fondamentale di programmazione e progettazione deve essere la bellezza». E poi: «riduzione degli indici territoriali; vanno fatti controlli fin dall’inizio dei lavori; serve una separazione, anche nei comportamenti, tra Comune e imprese». ©RIPRODUZIONE RISERVATA


Use Facebook to Comment on this Post

  • Pubblicato il 12 febbraio 2012

Sul Gazzettino di sabato 11 febbraio

DIFFAMAZIONE

In piedi una querela

«Ora basta illazioni»


Sabato 11 Febbraio 2012,
PORDENONE – (ldf) Non solo il sindaco Claudio Pedrotti ha voluto rispondere nel merito dell’interrogazione, ma alla fine ha anche puntato il dito sul metodo. «Vogliamo sottolineare quanto dirompente e distruttiva, non solo per le persone ma anche per la stessa Istituzione, sia ogni azione basata su mere sensazioni e su illazioni che diventano, nella loro reiterazione, sempre più condizionanti e che, nel migliore dei casi, costituiscono la base di giudizi di stampo qualunquistico, e quindi dannosi per la vita politica ed amministrativa. Diverso è il corretto esercizio delle prerogative civiche secondo il quale sono i fatti ed i comportamenti concreti, e solo questi, che possono, e anzi devono, diventare oggetto di giudizio e, se del caso, di denuncia o di censura». Resta il fatto che nei mesi scorsi l’assessore Toffolo per la vicenda dell’ecomostro ha presentato querela per diffamazione contro Zanolin. Siamo solo all’inizio.
© riproduzione riservata
Loris Del Frate

Sabato 11 Febbraio 2012,
L’ecomostro di piazza Costantini torna al centro dell’attenzione come fronte di battaglia. Oramai è guerra aperta, senza quartiere e senza esclusione di colpi. Da una parte Gianni Zanolin, dall’altra l’assessore all’Urbanistica, Martina Toffolo. Ma questa volta a scendere in campo al suo fianco il sindaco Claudio Pedrotti. «Siamo stanchi di subire attacchi da mestatori. Ora reagiamo». Chiaro l’indirizzo: Gianni Zanolin. L’affondo del consigliere è arrivato nei giorni scorsi con una interrogazione “galeotta” firmata anche da Loris Pasut. «Ci risulta – scrivono i due – che il 12 maggio una volta completata la conferenza stampa alla quale era presente anche l’ex sindaco Bolzonello, nel grande edificio in costruzione in piazzale Costantini si è svolta una festa in occasione del raggiungimento del tetto. Vorremmo sapere se è vero che l’assessore Toffolo abbia partecipato, se c’erano anche dipendenti comunali e chi erano. Vorremmo anche sapere se corrisponde al vero che siano state distribuite magliette con stampato un logo di colore rosso con la scritta “Punto Cardinale” (il nome del complesso ndr.) e se le magliette siano state indossate dai presenti. Infine quale giudizio di opportunità dà questa amministrazione». Troppo, anche per la sobrietà del sindaco. «Intanto – afferma Pedrotti – l’assessore Toffolo ha riferito di non aver partecipato ad una festa – di cui questa amministrazione non ha notizia – il 12 maggio 2011. Questa amministrazione non ha notizia se, a tale festa, abbiano partecipato dipendenti comunali e ritiene comunque di non avere alcun potere investigativo a proposito. L’assessore Toffolo, invece, ha fatto presente che in data 21 aprile 2011, nel costruendo edificio di piazza Costantini si è tenuto un incontro finalizzato a presentare un’azione (mitigazione dell’impatto dei teloni con la realizzazione di un “graffito”) dedicata alla città. Non l’incovo citato. È seguito un momento conviviale nel quale si sono consumati carne alla griglia, salame, formaggio e insalata. Hanno partecipato circa 70 persone. Il tutto si è svolto in luogo aperto ed in piena visibilità. L’assessore Toffolo era tra i partecipanti». Pedrotti che ha firmato la risposta va avanti. «Questa amministrazione può escludere che funzionari/dipendenti, in orario di ufficio, vi abbiano partecipato. Si ribadisce che l’amministrazione non ha titolo per conoscere gli accadimenti della vita privata dei dipendenti. Ciò in generale, ma anche con riferimento alla interrogazione presentata, che sicuramente non contiene elementi idonei ad attivare né un riferimento all’autorità giudiziaria, né un procedimento di natura disciplinare. Come conclusione, si ribadisce che questa amministrazione non ha titolo per investigare i motivi dei partecipanti, trattandosi di fatto privato e attesa la vacuità del fatto segnalato, e cioè la distribuzione di magliette, non ritiene di dover svolgere alcun accertamento. Infine per quanto riguarda la richiesta di un giudizio di opportunità, visti i contenuti della vicenda e l’evidente intento di valutare moralisticamente accadimenti inesistenti, tale richiesta appare pretestuosa e provocatoria».
© riproduzione riservata

Use Facebook to Comment on this Post

  • Pubblicato il 12 gennaio 2012
18229

Zanolin: non ci rassegniamo a questo esito

Il consigliere accusa il Comune di non aver fatto i controlli preventivi. La replica: atti votati anche da lui

«La vicenda non finisce qui». Il consigliere del Ponte, Gianni Zanolin, che con la sua lista ha denunciato l’abuso edilizio di piazza Costantini, dopo aver ascoltato il sindaco, Claudio Pedrotti, in conferenza capigruppo, non demorde. «La ferita che è stata inferta al tessuto urbanistico della città – afferma – con questa edificazione non può esaurirsi attraverso una sanzione che nemmeno ripaga dei soldi spesi per i controlli e l’istruttoria da parte del personale del municipio». Una reazione dura, insieme alla denuncia che qualcosa non funziona. «La cosa davvero stupefacente – sottolinea – è che dove il piano urbanistico prevede una quantità di metri cubi, poi la lettura dei regolamenti consente di edificare molto di più tant’è che l’ecomostro avrebbe ulteriori possibilità di ampliarsi. Il consiglio comunale, in sostanza, che non è formato da tecnici, non ha la possibilità concreta di determinare le modalità dello sviluppo edilizio e questo è un fatto molto grave e che lascia l’amaro in bocca». L’altra considerazione, da parte di Zanolin, è che «gli strumenti per reprimere l’abusivismo edilizio sono assolutamente inadeguati, o meglio non si sono fatti quei controlli preventivi e in fase di attuazione del cantiere che erano indispensabili. In sostanza la proprietà ha approfittato della debolezza del Comune». Zanolin ritiene indispensabile quello che il sindaco ha promesso, ovvero che si vada a una profonda rivisitazione dei regolamenti «ma anche – aggiunge Zanolin – delle cubature ammesse dall’attuale piano. Questo può essere possibile sono se si arriverà a un nuovo piano regolatore». In ogni caso «l’intera vicenda ha messo in luce le contraddizioni che vive la città dal punto di vista della pianificazione urbanistica. Spero che il dossier ecomostro – continua – non si chiuda, anzi io e la mia lista ci impegneremo, già nelle prossime settimane, perché ciò non accada. Il nostro impegno è finalizzato a fare in modo che questa “cosa brutta” non finisca in archivio, che i cittadini non si sentano vinti e al tempo stesso beffati, sia coloro che risiedono in zona e che subiscono gli effetti del nuovo complesso edilizio, sia tutti i cittadini che si comportano seguendo le regole». Un dibattito al quale la giunta Pedrotti risponde indirettamente sottolineando «che i provvedimenti assunti su piazza Costantini erano pubblici e conosciuti da parte di chi ha rivestito ruoli amministrativi», incluso quindi Zanolin. (ste.pol.)MESSAGGERO VENETO


Use Facebook to Comment on this Post

  • Pubblicato il 24 dicembre 2011

LETTERA APERTA DELLA MAGGIORANZA DOPO LE CRITICHE DI ZANOLIN AI COMPENSI DI PETRANGELO

Su Il Messaggero veneto di qualche giorno fa è comparsa questa lettera aperta in risposta ai nostri rilievi e alle nostre interrogazioni.

LETTERA APERTA DELLA MAGGIORANZA DOPO LE CRITICHE DI ZANOLIN AI COMPENSI DI PETRANGELO

«Basta attacchi personali, così non è politica»

IL CASO GEA «L’amministratore unico ha responsabilità e percepisce il giusto. Dopo le gare lascerà la guida della società»

LA RICHIESTA «Si rientri nei confini del rispetto, senza cadere nell’astio, sterile esercizio a discapito dei cittadini»

Le pagine dei quotidiani di questi ultimi mesi riportano una visione della politica cittadina che tende a rivelarsi, ogni giorno di più, come una contrapposizione tra persone più che un confronto di idee. Davanti alle molte parole che si leggono e che, in qualche modo, fanno sì che non siano messi nella giusta luce l’impegno e la passione di quanti si sono posti a disposizione della città e ne sono gli interpreti nel luogo di più alto significato civico qual è il Consiglio Comunale, noi, maggioranza che amministra la città, vorremmo ritornare ai toni della dialettica che poggia sul senso di responsabilità verso la nostra comunità. Dopo dieci anni di buona amministrazione, dove si è vissuto il valore alto della politica, che può contemplare anche uno scontro duro, ma sempre leale e mai sulla persona, oggi siamo disorientati nel trovarci a dibattere in una dimensione della politica fatta di attacchi, anche strumentali, alle persone, attacchi portati anche da chi i dieci anni passati li ha pienamente vissuti con ruoli di grande responsabilità. L’ultimo episodio, in ordine di data, si riferisce a quanto pubblicato dai quotidiani locali domenica scorsa. Un attacco frontale a Marco Tullio Petrangelo nella sua figura di amministratore di società partecipate dal Comune di Pordenone, direttamente o indirettamente. Un attacco gratuito, al limite della denigrazione, puntato solo sul costo e non sul valore del lavoro svolto, sulla molteplicità delle cariche e non sulla strategia adottata. Partendo proprio dalla strategia che negli anni questa maggioranza ha adottato, è necessario dire che fin dall’inizio si è voluto privilegiare la figura di un amministratore tecnico e non quella di un amministratore politico per il ruolo apicale delle società del Comune di Pordenone. Infatti, nelle società partecipate che svolgono attività industriale d’impresa, si è ritenuto che il ruolo degli amministratori con delega alla gestione non debba essere di mera rappresentanza o di indirizzo, ma debba essere principalmente un ruolo di direzione delle strutture operative. Quello che l’amministrazione Bolzonello, prima, e l’amministrazione Pedrotti, poi, hanno ottenuto con la nomina di un tecnico ad amministratore unico o ad amministratore delegato, è stato il riuscire a far sì che le proprie aziende non si trovassero nella condizione di dover assumere un direttore generale, con conseguente grande abbattimento dei costi. Infine, nei casi in cui i servizi erogati dalla società sono sostanzialmente rivolti al comune di Pordenone e non vi è necessità di rappresentanza di territori più ampi della sola città capoluogo, come è ora per Gea, si è da tempo fatto ricorso alla figura dell’amministratore unico in luogo del consiglio di amministrazione, proprio per evitare il proliferare di incarichi inutili e, in questi casi, il costo dell’amministratore unico, in capo al quale – va ricordato – ricadono tutte le responsabilità, anche di natura penale, connesse con l’esercizio dell’impresa, è inferiore a quello di un medio dirigente. E va anche ricordato che i limiti dei compensi per queste figure sono oggetto di specifici provvedimenti legislativi, che – naturalmente – hanno trovato e trovano piena applicazione. Per fare chiarezza: il totale dei compensi maturati nel 2011 da Marco Tullio Petrangelo per le sue funzioni in Gea, Hydrogea e Snua, è di 137 mila 909,93 euro lordi, quindi scorporati i contributi e le imposte dovute a suo carico l’ammontare dei compensi deve essere decurtato almeno del 50 per cento. Per contro, ben si sa che il costo annuo che una sola azienda sostiene per un solo dirigente di livello medio basso è all’incirca di 120 mila euro annui, ruolo con un carico di responsabilità personali ben lontano da quello dell’amministratore di una società con deleghe operative Per quanto riguarda la sovrapposizione di incarichi va detto che il 2011 è il primo anno di attività di Hydrogea, nata per scissione da Gea, scelta conseguente alle sopravvenute norme sulle liberalizzazioni dei servizi pubblici locali. Garantita questa fase di transizione e in vista della gara per la gestione del ciclo dei rifiuti, Petrangelo, lascerà, nei prossimi mesi il ruolo di amministratore unico di Gea anche per la sopraggiunta scadenza naturale del suo mandato. Il mantenimento della responsabilità gestionale in capo alla stessa persona si è reso necessario proprio per garantire responsabilmente un adeguato passaggio dalla situazione attuale a quella in preparazione della gara sui servizi pubblici. È evidente che l’impegno richiesto a chi si assume incarichi operativi di questo livello è certamente un impegno a tempo pieno, anzi più che pieno, e non a “tempo perso” come qualcuno vuole far intendere. A tutto questo va aggiunto che la scelta degli amministratori delle società partecipate, ed in particolare di quelli con incarichi operativi, non è stata fatta tra i cosiddetti “trombati” nelle elezioni ma sulla base di curricula comprovanti esperienze di gestione d’impresa e conoscenza di gestione e pianificazione finanziaria. Nondimeno devono trovare il giusto rilievo i positivi risultati della gestione delle società, le quali non presentano perdite di bilancio ed operano efficacemente nei compiti ad esse affidati. Gea, ad esempio ha avuto un ruolo determinante nel portare la città di Pordenone, tra i capoluoghi di provincia, al primo posto quanto alla raccolta differenziata e, nel contempo, agli ultimi posti quanto a costo del servizio per la comunità. Per tutto questo vogliamo sottolineare che il filo conduttore che da dieci anni ormai caratterizza l’amministrazione comunale di Pordenone, amministrata prima da Sergio Bolzonello e in continuità da Claudio Pedrotti, è la convinzione che fare politica è un impegno civile, un servizio dato alla propria comunità e si fonda sul rispetto degli altri e di sé. Ed è per questo che chiediamo a tutti di riportare la politica dentro i confini del rispetto, senza cadere nell’astio, che può risolversi solo in sterile esercizio e a discapito di Pordenone e dei pordenonesi.

 

 

 

Da noi tutti un sentito augurio di Buon Natale e di un Sereno 2012 Claudio Pedrotti, sindaco di Poprdenone, Il Fiume, Lista Bolzonello, Partito Democratico, VivoPordenone

 

 

 

 



Use Facebook to Comment on this Post

  • Pubblicato il 20 dicembre 2011
2353

OPS!

Un errore sulla delibera che impone il ticket (2 euro) nella Galleria. Pedrotti cerca una soluzione
Arte Moderna, il sindaco non vuole il biglietto

Martedì 20 Dicembre 2011,
PORDENONE – «Un refuso. Un errore sulla delibera di giunta approvata venerdì scorso. Non era nostra intenzione, almeno in tempi così stretti, far pagare il biglietto d’ingresso anche per le iniziativa che si terranno nella Galleria di Arte Moderna e negli spazi espositivi di via Bertossi». A parlare il sindaco Claudio Pedrotti, dopo il “giallo” della delibera. Un atto formale approvato in giunta venerdì scorso e che di fatto fa scattare il biglietto d’ingresso (due euro) anche nelle nuove strutture. Peccato che Pedrotti e l’assessore alla Cultura, Claudio Cattaruzza, non se ne fossero accorti. Ora, però, la frittata è fatta. La delibera è operativa e scatterà dal primo di gennaio. A meno che non si cancelli la precedente deliberazione e se ne faccia un’altra escludendo quel passaggio. Non proprio una figura edificante. «Io preferirei evitare il biglietto d’ingresso almeno per le iniziative che sono già state programmate – spiega il sindaco – e cercheremo di capire come fare. Potremmo operare sul regolamento, anche se è necessario che i dirigenti valutino se questo è possibile». In pratica l’intenzione sarebbe di cancellare il ticket per le mostre già organizzate, anche se cadranno nell’anno nuovo. I nuovi eventi, invece, potrebbero seguire la regola dettata dalla delibera. Resta il fatto che in giunta nè sindaco, nè assessore alla Cultura si erano accorti di quanto era scritto sull’atto. Tra l’altro non una sola volta, ma almeno in due parti. Perfino in tabella.
ldf

Use Facebook to Comment on this Post

  • Pubblicato il 03 dicembre 2011
imgres

GIUSEPPE RAGOGNA. GLI INTERESSI COMMERCIALI E LA SCARSA LUNGIMIRANZA

Sul Messaggero Veneto di oggi. Queste le conclusioni dell’articolo di Giuseppe Ragogna:

 A Pordenone no, sono pessime varianti di rettilinei, che favoriscono le attività commerciali. Si potrà sostenere che il costo è a carico dei privati (solo l’ultima opera). Ma la giustificazione non regge, perché la strada è pubblica. Migliaia di automobilisti pagano tasse e balzelli per ottenere servizi. Non per rimanere incolonnati davanti ai supermercati.

STORIE PORDENONESI
di GIUSEPPE RAGOGNA Non c’è più la circonvallazione. Pordenone è senza un sistema fluido di viabilità. La matassa di strade si è ingarbugliata, tanto in centro quanto in periferia. E’ sentita soprattutto la mancanza di un asse esterno in grado di garantire collegamenti rapidi. Negli anni di maggiore sviluppo non c’è stata lungimiranza di strategie. Per capirci, occorre fare qualche passo indietro. Negli anni Trenta venne realizzata la prima circonvallazione, da largo San Giovanni a Borgomeduna, passando attraverso il tratto semicircolare di viale Marconi e di via Dante. Era l’opera simbolo della grande “rivoluzione” viaria. Vent’anni dopo, ai primi segnali del “boom” economico, fu realizzata la seconda circonvallazione, con l’unione di viale Venezia con via Aquileia. La storia finisce qui. Pordenone ha raddoppiato le sue dimensioni, ma la viabilità è rimasta la stessa. E oggi l’intero sistema non ha proprio nulla a che vedere con le funzioni di una moderna circonvallazione, concetto ben delineato da Wikipedia: “E’ il nome che si dà a un sistema viario che organizza la circolazione dei veicoli attorno al nucleo urbano di una città. Lo scopo principale è di agevolare i flussi veicolari impedendo l’attraversamento del centro”. Si badi bene, la progettazione non è rimasta ferma. E’ stata prevista la messa in sicurezza della Pontebbana, con slarghi, sottopassi e sovrappassi. Soltanto che le opere più significative sono rimaste sulla carta. Per la verità, è stata delineata anche un’ipotetica “gronda Nord”, cioè una viabilità parallela rispetto alla Pontebbana, in grado di collegare lo svincolo autostradale di Fontanafredda con quello di Cimpello: una decina di chilometri di superstrada. Ma quell’idea (anni Ottanta) non ha mai visto la luce, per l’insufficienza di quattrini. Attenzione, gli stessi problemi esistono nell’area sud della città. Mentre altri Comuni potenziavano le circonvallazioni, o costruivano le tangenziali, Pordenone sognava in grande, senza realizzare nulla. E le carenze si pagano oggi. Così, l’asse costituito da viale Marconi e via Dante è diventato il famigerato “ring”, una strada interna unidirezionale, che ha sconquassato la vita sociale della zona. Praticamente il traffico intenso ha compromesso la qualità della vita. I negozi più coraggiosi galleggiano faticosamente, mentre gli altri hanno chiuso. Numerosi appartamenti sono vuoti, a causa di inquinamento e di rumori insopportabili. L’anello circolatorio, troppo centrale, ha lacerato il tessuto urbano. Ha attratto ancor di più il traffico passivo nel cuore della città. Conclusioni: il Comune, invece di coinvolgere l’Atap in un progetto di riorganizzazione della “mobilità”, per allargare la zona pedonale attraverso il potenziamento dei servizi di bus (magari piccoli ed elettrici), ha preferito incassare i ricchi dividendi dell’azienda dei trasporti per sanare i bilanci. E’ mancato il coraggio di ripensare il centro, ricucendo brandelli di città. La stessa circonvallazione di viale Venezia ha perso la sua funzione. E’ stata ridotta a caotica strada di collegamento ai supermercati. Guarda caso, gli interventi viari più importanti sono stati decisi da convenienze commerciali. Con un’operazione bipartisan sono stati costruiti il cavalcavia davanti all’Ipercoop Meduna e il sottopasso all’ingresso dell’Emisfero. Non solo. Tempi e costi si sono dilatati, provocando tagli a opere significative. Per un tratto di due chilometri e mezzo sono stati superati i tempi impiegati a costruire il “passante di Mestre” (32 chilometri). Ciò ha causato un’impennata dei prezzi. Tant’è che i lavori, affidati in appalto per 13 milioni di euro, sono costati il doppio. Misteri italiani. Quando ci sono in gioco soldi pubblici si verificano sempre imprevisti. Fatto sta che è saltato il nuovo ponte sul Meduna, il quale era stato progettato per superare l’attuale collo di bottiglia. Non basta. Nell’ultimo mese, per soddisfare le esigenze del nuovo Interspar, il Comune ha convinto “Fvg Strade” (concessionaria di quel tratto di Pontebbana) a realizzare una rotonda funzionale al supermercato. Si è creata così l’ennesima strozzatura. Eppure le rotatorie sono fatte per eliminare semafori, o incroci pericolosi. A Pordenone no, sono pessime varianti di rettilinei, che favoriscono le attività commerciali. Si potrà sostenere che il costo è a carico dei privati (solo l’ultima opera). Ma la giustificazione non regge, perché la strada è pubblica. Migliaia di automobilisti pagano tasse e balzelli per ottenere servizi. Non per rimanere incolonnati davanti ai supermercati.

Use Facebook to Comment on this Post

  • Pubblicato il 22 novembre 2011

Sul gazzettino di oggi !

CONSIGLIO COMUNALE
Il Pd non “regge il confronto”
Ritirata la mozione sull’ospedale

Martedì 22 Novembre 2011,
PORDENONE – Se non fosse accaduto veramente sarebbe difficile da credere. In consiglio comunale il Pd ha calato le brache sulla realizzazione del nuovo ospedale in Comina dimostrando non solo una fragilità estrema all’interno della maggioranza, ma di non aver neppure letto le delibere della Regione. Da chiedersi cosa sia più grave. E così quella che doveva essere una mozione dirompente e nelle intenzioni avrebbe dovuto mettere in chiaro i rapporti con la giunta regionale di centrodestra è diventata una fiacca e inutile raccomandazione. Parte in quarta Fausto Tomasello, capogruppo del partito difendendo la mozione da due attacchi mossi dai consiglieri di minoranza, Mara Piccin e Franco Dal Mas che volevano renderla inoffensiva stabilendone l’illegittimità. Si vota e la maggioranza compatta rigetta. A questo punto si discute. Non che la mozione fosse particolarmente cattiva, chiedeva due cose di buon senso: mettere a disposizione da subito l’intera cifra (240 milioni di euro primo grossolano errore perchè sono di meno) per iniziare e completare la struttura in Comina e nel frattempo assicurare un congruo stanziamento per tenere in piedi l’ospedale in via Montereale. A rispondere ci ha pensato il sindaco Claudio Pedrotti che ha spiegato come – allo stato – le rassicurazioni del presidente della Regione, Renzo Tondo, avvenute in due incontri, fossero corroborate da atti formali, oltre che verificate. Non solo. Pedrotti ha spiegato che sull’ultima delibera la Regione ha messo nero su bianco che tutti i soldi per la costruzione dell’ospedale saranno pubblici. Sbagliato (anche lui non ha letto la delibera regionale?). L’atto, infatti, parla chiaro: una parte di risorse andranno cercate con la soluzione dell’ingegneria finanziaria. Soldi privati. A quel punto per il Pd si alza in piedi Sonia D’Aniello, una guerrigliera che invece sorprende tutti: la mozione diventa raccomandazione. Tutti a casa senza votare e senza neppure discutere tra lo sconcerto e l’imbarazzo per la figura barbina. Il Pd molla il fronte e rischia grosso: se il centrodestra non riuscirà a fare l’ospedale in Comina ora il Partito Democratico, politicamente s’intende, sarà complice della scelta.
ldf

Use Facebook to Comment on this Post

  • Pubblicato il 19 novembre 2011
1094

Giuseppe Ragogna ATAP, DAI BUS AL BUSINESS “SCOVASSE”

Sul Messaggero veneto di oggi. Ogni commento è superfluo!

STORIE PORDENONESI
ATAP, DAI BUS AL BUSINESS “SCOVASSE”
ALTI COMPENSI L’effetto scatole cinesi garantisce al presidente uno stipendio di oltre 200 mila euro l’anno
di GIUSEPPE RAGOGNA L’Atap è finita nel mirino delle proteste. I servizi delle corriere sono messi sotto accusa dagli studenti. Gli orari delle corse sono giudicati incompatibili con quelli scolastici: c’è chi è costretto a entrare in classe in ritardo, chi deve uscire in anticipo. Un vero caos. Possibile che non ci sia il modo di dialogare per evitare disguidi? Evidentemente no, ognuno va avanti imperterrito sulla strada della disorganizzazione, senza una regia. Non basta, perché i ragazzi lamentano anche viaggi scomodi: «Stretti come sardine in scatola». Corriere stracolme, autobus vuoti: queste sono le contraddizioni quotidiane. Per non parlare degli anziani, decisamente insoddisfatti dei bus. O della cosiddetta “linea rossa”, gestita con risultati al di sotto delle attese. Evidentemente, qualcosa non funziona. Non ci si può sempre trincerare dietro ai bilanci che comunque fanno utili (una nota positiva in tempi di crisi). E la qualità del servizio? Certo, i soci-padroni, che sono i Comuni e la Provincia, incassano i dividendi. Sono i più soddisfatti, perché con quei soldi possono riequilibrare i loro conti. All’azienda rimangono però poche risorse da investire nelle attività principali. Poi, magari, sono proprio i sindaci a lamentarsi che il sistema dei trasporti è carente. O, meglio, che resta lontano dagli standard di realtà europee, le quali investono nei mini-bus elettrici, e nei servizi navetta, per ampliare le aree pedonali. Che potenziano la rete pubblica per alleggerire il traffico. Noi no. Facciamo il pieno di polveri sottili (una botta di salute), tanto abbiamo un collaudato piano di emergenza, che funziona attraverso l’alternanza delle targhe pari e dispari. Ogni tanto c’è il blocco totale della circolazione delle auto, ma ci sono sempre delle scappatoie. Chiaro, tutti sono contenti, tranne i cittadini. In realtà, l’Atap fa utili, anche se non si occupa più solo di trasporti. Si entra in crisi quando gli studenti, incavolati per le carenze dei servizi, chiedono incuriositi: che cos’è l’Atap? Bella domanda. Ormai l’azienda è diventata una vera e propria “matrioska”. L’effetto è lo stesso del souvenir russo, cioè funziona come un insieme a incastro di bamboline, che si compone di pezzi di diverse dimensioni. E’ difficile spiegare la situazione, senza perdersi tra le varie attività svolte: trasporti, raccolta e smaltimento di rifiuti, operazioni immobiliari. Basta grattare un po’ l’involucro della cassaforte e si scopre la “sostanza”. L’Atap ha quote di Saita (40%), Tpl Fvg (25%), Sti (24%), Marca (23%), Apt (21%), Saf (6%), Atvo (5%). Fin qui nulla da eccepire, perché siamo dentro quello che dovrebbe essere il “core business” della società, cioè i trasporti pubblici. L’anomalia riguarda invece lo spostamento delle attività verso altri settori: dalle “scovasse” al cemento. La società si è infatti ingolosita dell’affare dei rifiuti. E ha investito ingenti somme nell’acquisto del 54% della Snua, del 20% della Bioman e di un altro 20% della Naonis Energia; anche se da quest’ultima azienda si vuole smarcare. Praticamente, una parte cospicua dei contributi pubblici, che incassa dalla Regione in via esclusiva per i trasporti (circa due terzi delle entrate di bilancio), viene impiegata per scopi diversi. Tra l’altro, il business dei rifiuti crea forti intrecci di potere. Per esempio, Tullio Petrangelo, amministratore unico di Gea (rifiuti comunali), è anche presidente della Snua. Cioè lo stesso manager (ben quotato visto che incassa 200 mila euro l’anno) guida di fatto due aziende, che operano nello stesso ramo d’impresa. Oltre a essere amministratore delegato di Hydrogea. Alla catena del controllo Atap, devono aggiungersi il 100% della società Palmanova, dov’è confluito tutto il patrimonio immobiliare, e il 20% della Stu Makò, una società pubblico-privata che ha lo scopo di ristrutturare l’area dell’ex cotonificio di Cordenons. Ma quest’ultima attività è paralizzata per mancanza di finanziamenti. Si capisce che siamo alla presenza di un ginepraio di interessi, che rappresenta uno dei pochi (se non l’unico) casi in Italia. La giustificazione: elevare la redditività. Il fatto evidente è che l’Atap non ha più una “mission” aziendale precisa. D’altra parte, proprio quando si fa aspra la vertenza delle corriere, il presidente Mauro Vagaggini è tutto preso a gestire la più promettente questione dei rifiuti. Non si capisce più nulla. Per la verità, l’unico che non si lamenta di questa situazione ingarbugliata è proprio Vagaggini. E come potrebbe? Il marchingegno della “matrioska” ha fatto lievitare il suo stipendio a 200 mila euro l’anno. Tocca scriverlo a spanne, tenendoci bassi per evitare smentite, perché in barba alla trasparenza non si trova traccia del suo compenso complessivo: né nel sito aziendale ben curato, né in quelli degli altri soci pubblici. Niente di niente, le cifre sono top secret.

Use Facebook to Comment on this Post

  • Pubblicato il 02 novembre 2011
messaggeroveneto.extra.kataweb

Uno scempio in città

Riprendo dal Messaggero Veneto di oggi questa lettera di un cittadino

PORDENONE

Avevo segnalato mesi fa dello scempio ambientale, autorizzato dall’Amministrazione Comunale di Pordenone e messo in atto dal palazzinaro di turno, con la realizzazione dell’ormai noto”ecomostro” di piazza Costantini a Pordenone. Avevo anche raccontato che in quell’area esisteva un piccolo fabbricato in degrado, in un passato remoto in quel sito vi era una dei pochi “casini” di Pordenone. I tecnici invece affermavano che erano state rispettate le cubature per realizzare quell’ammasso di cemento armato, vero monumento alla demenza ed all’ignoranza umana. Dico umana perchè un animale non l’avrebbe nemmeno pensata una cosa del genere. E siamo a Pordenone, non in uno sperduto e dimenticato paese del profondo sud dove tutto è tollerato. Avevo anche scritto che se fossi un residente che abitavo nei pressi dell’ecomostro avrei fortemente protestato, in maniera civile ovviamente, e cercato di impedire, con un esposto alla magistratura, tale vergogna. Avevo anche appreso da fonti ben informate che dal progetto erano stati eliminati ben due piani rispetto a quello originale. Oggi si scopre, ad opera ormai quasi ultimata, che ci sarebbero ben un piano e mezzo abusivo. Vorrei sapere, se è lecito, quali controlli da parte dei tecnici comunali sono stati fatti durante le varie fasi del cantiere. Oggi si tuona contro la ditta appaltatrice e si parla di segnalare la cosa in Procura. Si accenna anche ad una possibile demolizione della cubatura abusiva. Io francamente non ci credo e tutto sarà ricondotto ad una semplice ammenda pecuniaria nello stile tutto italico. Tempo fa avevo mandato una mail al Signor Sindaco, corredata di foto scattata dal terrazzino di mia suocera. Abita in viale Dante ma l’ecomostro riesce con la sua imponenza ad oscurare il sole pomeridiano sicchè alle quattro del pomeriggio è ormai tramonto a casa sua e quindi tutti a nanna. Devo anche dire che Il Signor Sindaco Pedrotti non mi ha nemmeno risposto, anche questo nello stile italiano che ormai ci siamo abituati ed assuefatti. Vorrei anche sapere quanto è costato al Comune di Pordenone aver fatto realizzare quella serie di disegni, anche simpatici, sulla copertura delle impalcature che suonano come una vera e propria presa in giro.

Mario Pinto Poincicco di Zoppola  


Use Facebook to Comment on this Post

  • Pubblicato il 20 ottobre 2011
Untitled-1-150x150

L’URBANISTICA DELLE VARIANTI CHE DANNEGGIA PORDENONE

 Dal Messaggero Veneto
L’ANALISI
di GIUSEPPE RAGOGNA Un enorme gattone, disegnato a colpi di spray, ha il compito di rendere meno cupo il cantiere che sta divorando piazza Costantini. Ma non ci riesce. L’impatto della costruzione è devastante. Non a caso, il nuovo edificio è stato subito battezzato “ecomostro”. Lì c’era una modesta casetta, con annesso il laboratorio artigianale. Certo, da tempo l’area era abbandonata. In verità, nessuno mai si sarebbe aspettato la realizzazione di un palazzo di simili dimensioni: nove piani per una settantina di appartamenti. E’ evidente l’incompatibilità con una piazza di modeste dimensioni, circondata da negozi perlopiù multietnici, con accanto un altro cantiere chiuso, a causa delle difficoltà dell’impresa nell’ultimare i lavori di ristrutturazione dell’ex Curia. Così la zona costituisce uno dei più contraddittori “buchi neri” della città, ovviamente sotto l’aspetto urbanistico. «L’ecomostro ci ha tolto il sole. Sembrerà una banalità – hanno scritto alcuni residenti nell’area delle Poste centrali –, ma trovarsi senza luce mortifica l’anima». Suvvia, è uno scempio. Ora sappiamo che, al riparo della cupa schermatura eretta a protezione delle attività edili, le già generose cubature stavano lievitando ben oltre i parametri concessi. A detta dei funzionari comunali, le irregolarità sono quantificate in un piano e mezzo. Si tratta di un grave strappo alle regole, che ha spronato il sindaco Claudio Pedrotti a comunicare la sua profonda indignazione. E’ infatti sconcertante l’atto di prepotenza compiuto in uno dei punti più deturpati di Pordenone, in un luogo maledetto dai residenti, tra l’altro particolarmente sorvegliato. D’altra parte, simili comportamenti sono facilitati da un sistema tutto italiano di accomodamenti, attraverso le pratiche di sanatoria. Una multa e via, più cemento per lucrare benefici economici. La triste vicenda ha origine dalla gestione di un piano regolatore vecchio, inadeguato allo sviluppo della città. Ciò ha comportato il ricorso a varianti urbanistiche elastiche, l’ultima delle quali reca il numero 77. Lo ha ammesso inconsapevolmente anche l’assessore Martina Toffolo: «Abbiamo restituito spazi importanti alla città, pur concedendo maggiori volumetrie». Dai, quali spazi? E’ forse una conquista una piazza sventrata, che soltanto l’ingenuità può definire più verde, grazie a una futura piantumazione di una decina di alberelli? Lì di sicuro, in autunno, non si raccoglieranno le castagne, nonostante gli architetti si affannino a chiamare “bosco” una superficie di pochi metri quadrati studiata per dare un tocco di colore al grigio del cemento. E i diritti dei proprietari degli edifici vicini, che magari hanno investito i risparmi di generazioni per un’abitazione tranquilla e luminosa, valgono forse meno di quelli ostentati dagli immobiliaristi? Ciò che oggi stride è la scelta inopportuna dell’amministrazione Bolzonello di partecipare all’incontro promosso dalla proprietà dell’ecomostro, pochi giorni prima del voto, per giustificare quell’operazione urbanistica. L’ex sindaco minimizza. Sostiene di essersi limitato a parlare soltanto della piazza. Conta però il fatto che era presente a un incontro promozionale di un progetto complesso. Punto. Tra l’altro, la cerimonia avveniva mentre i residenti scrivevano lettere di protesta ai giornali. Eppure, a loro non è stata riservata alcuna parola pubblica. Nessuna autocritica, se non lo scarico di responsabilità sui sindaci precedenti, quando negli ultimi anni la sua amministrazione aveva il compito di rivedere il piano regolatore. Lo ha fatto Udine. Eppoi perché, se ieri era impossibile adottare un nuovo strumento urbanistico, oggi l’assessore riconfermato si candida a farlo? E’ chiaro che questa triste vicenda impone una tabella di marcia rapida verso un nuovo sistema di regole, in grado di riorganizzare lo sviluppo di una città profondamente cambiata rispetto a vent’anni fa. Che riesca a stoppare un’anarchia urbanistica che dal dopoguerra ha divorato la storia di Pordenone. Si è costruito troppo e male. Vale la pena di ricordare che, durante la campagna elettorale, una larga maggioranza di candidati (Pedrotti incluso) ha accolto l’appello di mettere in agenda un nuovo piano regolatore, tendenzialmente a “cubature zero”. Ciò non significa il blocco delle attività edilizie, in quanto ci sono numerose aree dismesse e decrepiti edifici da rottamare. Le nuove scelte, invece, sono sostenute da esempi virtuosi che si moltiplicano in Italia: da Firenze a Udine. Il dado è tratto. Sono però necessari atti di discontinuità da chi ha gestito in modo accomodante l’urbanistica. Occorrono scelte concrete. Soprattutto coerenti.


Use Facebook to Comment on this Post

  • Pubblicato il 06 settembre 2011
logo_regione_fvg

Alle regionali con una lista nuova

Il leader del Ponte ha incontrato Bandelli di Un’altra Trieste «ma se vuole rifondare la destra è un progetto che non ci interessa»

Il Ponte potrebbe abbracciare confini ben più ampi di quelli locali. La lista civica di Gianni Zanolin ne ha parlato diffusamente nel corso dell’assemblea degli aderenti che si è tenuta l’altra sera. L’obiettivo è andare alle prossime elezioni regionali con un soggetto politico nuovo, diverso dai partiti tradizionali. «Sommare semplicemente le liste civiche – afferma Zanolin – non basta e lo si è visto con il sostanziale fallimento dell’esperienza di Cittadini per il presidente. Credo che bisogna piuttosto puntare ad aggregare un movimento nuovo, capace di incidere e fare la differenza rispetto agli schieramenti tradizionali». In tal senso va la partecipazione di Zanolin e del capogruppo in consiglio comunale, Loris Pasut, all’incontro tenutosi al Ramandolo di Udine a fine agosto convocato da Franco Bandelli, ex Pdl, leader di “Un’altra Trieste”, finalizzato a presentare la discesa in campo in quel di Udine in vista delle elezioni comunali del 2013. Il nuovo soggetto potrà essere “Un’altra Regione” alla quale pensa il triestino? «Bandelli ci ha invitati – commenta Zanolin – e siamo andati ad ascoltare. Se la sua intenzione è quella di rifondare la destra, a noi non interessa, a maggior ragione al sottoscritto che, per la sua storia, non ha nessuna credibilità da questo punto di vista. Se il ragionamento è indirizzato invece a creare un movimento nuovo, svincolato dai partiti, possiamo ragionare, così come faremo con Cittadini e qualsiasi altro. Molto dipenderà dall’evoluzione dello scenario nazionale, tenuto conto di una situazione politica complessa e delicata che potrebbe portare ad evoluzioni assolutamente inedite». (ste.pol.)


Use Facebook to Comment on this Post