• Pubblicato il 07 maggio 2012
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6 maggio 1976. Ci sono giorni che riescono a fare un popolo.

Successe ai friulani il 6 maggio del 1976, trentasei anni or sono. Alle nove si sera tutto si mise a tremare e crollare. Piccole città e paesi che fino ad allora erano stati solo pezzi importanti di una storia comune, divennero prima lugubre luogo del ricordo di un migliaio di morti, poi simbolo di una volontà di risorgere.

Non avremmo avuto ricostruzione senza quel moto collettivo per cui ci riconoscemmo nella nostra storia e l’abbiamo voluta tutelare. Ma non avremmo ricostruito senza che tutti gli altri, all’improvviso, ammirati e solidali per quel che ci videro fare in quei giorni, ci riconoscessero e decidessero che, sì, dovevamo essere aiutati a ricostruire piccole città e paesi.

Volevamo farlo là dove fino a quel 6 maggio eravamo vissuti e dove quelle mille persone erano morte. Volevamo farlo con le forme che la storia, quella dei senzastoria friulani che non hanno mai contato nulla negli equilibri europei e quella grande, che da noi ha sempre parlato altre lingue ed è corsa sulle lame e gli schioppi degli eserciti, aveva determinato.

Fu in quei mesi che l’Italia si rese conto di quanto <b>Gemona, Venzone, Osoppo, San Daniele, Majano, Spilimbergo, Pinzano, Maniago</b> ed un altro centinaio di piccoli paesi della Friuli centrale fossero stati belli e decise che erano importanti. La gente, nelle assemblee delle tendopoli, si esprimeva chiaramente: da qui non ci muoviamo.

Passò l’estate ed il 9 settembre altre due scosse tremende distrussero anche quel che era rimasto in piedi. “Esodammo” tutti al mare, a Lignano, chiedendo sistemazioni provvisorie nei paesi: e vennero costruiti grandi villaggi prefabbricati, le “baracche”. Noi avevamo fiducia che avremmo ricostruito e le “baracche” ci parvero la soluzione migliore.

Temevamo che in quel disastro, se ce ne andavamo, non si sarebbe mai ricostruito. Abbiamo visto giusto, scelto giusto. Pietra su pietra, con la solidarietà dell’Italia e quella di tantissime persone e paesi in Europa e nel mondo, case, palazzi, infrastrutture e attività produttive sono state ricostruite e molto di nuovo si è fatto. Allora si diceva “a che servono le case se non abbiamo fabbriche?”: i cantieri diedero uno stimolo enorme allo sviluppo economico.

Ma quali furono i protagonisti della ricostruzione in Friuli? Due essenzialmente: la Regione Autonoma ed i Comuni. Fu il sistema delle autonomie locali a funzionare, la democrazia dei consigli comunali, del confronto, del dialogo, della responsabilità. Soprattutto quest’ultima è la lezione che il terremoti del Friuli lascia a tutta Italia: bisogna assumersi responsabilità, ma tutti, non solo chi governa, ad ogni livello, anche i cittadini, con comportamenti individuali, famigliari, comunitari. Con senso di responsabilità e misura si affrontano gravi problemi. Quando vedo quel che è successo nei decenni successivi in Irpinia ed in Abruzzo, io mi chiedo perché la lezione friulana non sia stata seguita. Perché si è diffuso il terrore delle “baracche”? Per ricostruire l’Aquila si può immaginare di realizzare prima case definitive e poi di recuperare quel magnifico centro storico? È un’idea balzana che comporta una spesa folle, insostenibile. E compromette l’ambiente: laddove in Friuli c’erano baraccopoli oggi ci sono campi, ma dove avete costruito case, che cosa sarà poi? E dove sono le risorse per un simile, sgangherato piano? Come stupirsi che tutto sia fermo? Bisogna lavorare per dare responsabilità alle persone e far sentire loro che le Istituzioni, tutte le istituzioni, hanno fiducia in loro e controllano che tutto vada bene, secondo piani concordati nelle forme della democrazia. Gli interessi piccoli e grandi, gli egoismi che hanno condotto l’Italia ad un passo dal baratro, le malversazioni che ci affliggono, nei casi dell’emergenza, aggiungono rovine a rovine.


  • Pubblicato il 05 maggio 2012
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IMMIGRATI: MANCANO SCELTE POLITICHE

Alle 11 di oggi molti immigrati sono scesi in piazza a Pordenone per protestare contro le scelte dell’amministrazione comunale cittadina in materia di diritti di accesso al sistema di welfare. Il Comune si mostra accondiscendente con le scelte discriminatorie imposte dalla Lega alla nostra Regione. Giustamente gli organizzatori della manifestazione fanno notare che perfino comuni guidati dalla destra, come Spilimbergo, hanno assunto posizioni più coraggiose del capoluogo.
L’assessore Romor, in una dichiarazione alla stampa, afferma che le scelte per il bando sugli affitti onerosi sono state fatte tenendo conto di sentenze italiane ed europee. In realtà, siccome conosco molto bene sia la materia che le dinamiche dell’assessorato, Sindaco e Giunta non hanno fatto alcuna scelta politica, si sono limitati a delegare la predisposizione del bando ad una funzionaria, che ovviamente ha lavorato su un piano solo legale, non avendo alcuna indicazione politica della Giunta, nessun documento che la orientasse. Non è stato così in passato: io negli anni scorsi ho proposto delibere di Giunta che contrastavano le scelte regionali, chiedendo ai funzionari di applicare le scelte politiche della Giunta. Ma quel che succede a Pordenone è che la Giunta non è in grado di esprimere alcun orientamento politico. Se andate a Udine è esattamente il contrario.
Romor deve cominciare a fare scelte politiche e, se serve, a metterci faccia e peso politico. Le scelte discriminatorie regionali sono state già contestate da Roma e Bruxelles, sono pazzesche se confrontate perfino con quelle del Veneto di Zaja. Ci vuole senso della politica e coraggio, per governare una città, l’apprendistato è finito. Vale lo stesso ragionamento fatto per il Regolamento Tutela Animali.


  • Pubblicato il 24 aprile 2012
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Zanolin a Jacob: le risorse non bastano La cultura serve ma non sfuggirà ai tagli

Questa la mia risposta all’intervento di Livio Jacob pubblicato sul Messaggero Veneto di qaulche giorno fa e che riporto alla fine del mio intervento.

Fa ancora discutere il dibattito sui budget a disposizione della cultura in quest’epoca di crisi. Stavolta è il consigliere comunale Gianni Zanolin a replicare alla lettera aperta inviatagli, sulle pagine del Messaggero Veneto, dal presidente delle Giornate del cinema muto Livio Jacob. * * * Livio Jacob difende con passione le sue “Giornate del Cinema Muto”. Fa bene, è stata una bella manifestazione. Lo fa però come se questa Italia, in cui la gente non sa come giungere a fine mese, fosse la stessa di prima, anche di pochi anni fa, nella quale ci illudevamo che ci fossero soldi per tutto e poi abbiamo scoperto che, per averli, facevamo, noi italiani, debiti che ora non riusciamo più a pagare. Lo fa senza rendersi conto che, dalle indagini congiunturali di Unindustria Pordenone, emerge che gli impianti delle nostre imprese industriali sono utilizzati al 60 % e la tendenza è a diminuire. Il numero di cassaintegrati e licenziati aumenta ogni giorno. In occasione del Bilancio, in Consiglio comunale l’opposizione di destra ha proposto robusti tagli alla cultura ed ad altro per pagare tutti meno IMU. Ho sostenuto, anch’io all’opposizione ma non di destra, che non si doveva tagliare sulla cultura, ma elaborare nuove politiche culturali all’altezza della situazione. L’assessore Mio, presentando il bilancio, aveva costruito una sorta di relazione fra le politiche culturali di un territorio e quel che sul quel territorio si produce di beni e servizi: più alte le prime, migliore il prodotto. Si può essere d’accordo o meno, ma è un parallelo intrigante, che a me sembra un po’ troppo meccanico. Ho proposto all’Assessore Cattaruzza una riflessione. Siamo alla ricerca di mercati di sbocco per merci da realizzare, sia con le vecchie che con nuove aziende da far nascere. Inevitabile pensare a quei paesi del mondo dove si cresce, invece che regredire: Brasile, Cina, India, Sud Africa ed altri. Dobbiamo capire se possiamo essere utili a quei popoli: come ed in che cosa? Per saperlo, dobbiamo comprendere quelle genti, le loro culture, le loro aspirazioni. Basta internet? Basta andare là, girare, parlare, prendere contatto? Possiamo realizzare un grande incontro annuale al quale invitiamo operatori sociali, culturali, economici e politici di uno o più di questi paesi, per comprenderli meglio? È nato così l’esempio delle “Giornate del Cinema Muto”, durante le quali invitiamo (e spesiamo, taluni del tutto, taluni in parte ed alcuni per nulla) molte centinaia di studiosi da tutto il mondo. Ma molte altre idee possono essere messe in campo, da altri più capaci di me. Ma serve “cultura” e servono risorse, che invece sono poche e caleranno. E serve decidere cosa viene prima, cos’è più importante, posto che le risorse per fare tutto non ci sono. Viene prima continuare ad indagare sulla storia del Cinema Muto? Jacob ci spiega di sì. Cattaruzza, in Consiglio comunale, non ha avuto dubbi: difesa a spada tratta dell’esistente e non si cambia nulla. Io scrivo queste righe seduto in riva al Noncello ed aspetto disincantato e triste l’ineluttabile, certo che, non potendo alla lunga difendere l’attuale establishment culturale cittadino, giungeremo inevitabilmente anche a duri tagli alla cultura. Succede così quando si confonde se stessi ed il proprio ruolo con i temi e le questioni. Solo una insignificante cosa vorrei dire per concludere, relativamente alla grande immagine che le manifestazioni culturali proiettano di Pordenone. Siccome mi capita troppo spesso di andare al cinema e dover sentire, ultimo anche da Woody Allen, che Pordenone è la città più buzzurra d’Italia, potrebbero Jacob e gli altri sodali fare un piccolo sforzo nel mondo del Cinema per dire loro “Ma come! Se ci facciamo le Giornate del Cinema Muto!”. Almeno, con quel che spendiamo, limitiamo i danni. Giovanni Zanolin ©RIPRODUZIONE RISERVATA

ECCO L’ARTICOLO DI LIVIO JACOB

Spese per le Giornate del cinema muto Alta tensione tra Jacob e Zanolin

Il Cinema Muto stavolta si mette a parlare, anzi a tuonare. Lo fa attraverso il presidente delle “Giornate”, Livio Jacob, a cui non sono andate giù alcune dichiarazioni rilasciate nell’ultimo…

Il Cinema Muto stavolta si mette a parlare, anzi a tuonare. Lo fa attraverso il presidente delle “Giornate”, Livio Jacob, a cui non sono andate giù alcune dichiarazioni rilasciate nell’ultimo consiglio comunale da Gianni Zanolin circa budget e prestigio della cultura pordenonese. Ecco la sau lettera aperta.

* * *

Dopo aver appreso dalla stampa locale delle dichiarazioni sulle Giornate del Cinema Muto fatte in Consiglio comunale da Gianni Zanolin (Il Ponte), osservo con dispiacere come, come ancora una volta, il festival venga attaccato per fini che nulla hanno a che vedere con la nostra attività.

Mi sento tuttavia in dovere di replicare, giacché il consigliere, affermando che “paghiamo studiosi di cinema di tutto il mondo che vengono a Pordenone”, lascia intendere che copriamo le spese di alloggio di tutti i partecipanti alla manifestazione. Se così fosse, dovremmo disporre di ben altro budget!

Come noto, le Giornate del Cinema Muto si realizzano grazie al sostegno, oltre che di sponsor privati come la Banca FriulAdria-Crédit Agricole, di enti – Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Friuli Venezia Giulia, Comune e Provincia di Pordenone, Camera di Commercio, Fondazione Crup – cui dobbiamo annualmente e dettagliatamente rendicontare l’utilizzo delle singole sovvenzioni. Ora, le spese di alloggio sostenute dal festival – e si tratta comunque di somme che vengono redistribuite sul territorio – sono quelle relative a organizzatori e staff (inclusi i musicisti che accompagnano le proiezioni dal vivo) e ai collaboratori in senso lato, vale a dire archivisti, restauratori, studiosi e giornalisti che con il loro lavoro contribuiscono alla buona riuscita della manifestazione, trovando film, prestando copie, fornendo le schede per il catalogo, scrivendo recensioni e promuovendo quindi il festival e la città. A questi collaboratori, in una sorta di “do ut des”, le Giornate offrono alcuni giorni di ospitalità. Riassumendo, sul totale dei presenti, organizzatori compresi, l’8% alloggia a totale carico delle Giornate; un altro 32% a carico parziale del festival (da 2 a 5 notti); il restante 60% provvede personalmente al pagamento dei propri costi alberghieri.

Mentre punta il dito su quanto le Giornate costano alla comunità, Zanolin tace sui benefici che esse portano. Eppure, proprio per rispondere alla sua domanda, e cioè se Pordenone possa ancora permettersi “certe manifestazioni”, occorre considerare altri fattori. Non mi riferisco solo al pur importante contributo che le Giornate danno in termini di arricchimento della vita sociale e culturale pordenonese e di veicolazione di un’immagine positiva della città a livello nazionale e internazionale (mi piace ricordare a questo proposito che le Giornate sono conosciute in tutto il mondo come Pordenone Silent Film Festival), ma alla loro ricaduta economica sul territorio. Ricaduta che – sia in base alle nostre elaborazioni, sia in base ad un recente studio condotto dalla Iulm di Milano con l’Afic (Associazione Festival Italiani di Cinema) e con l’istituto di ricerca Makno secondo il quale per ogni euro investito nel settore dei festival cinematografici ne ritornano circa tre nel territorio – possiamo quantificare in oltre un milione di euro.

Un quarto di questa cifra è riferito a costi sostenuti direttamente dal festival. I restanti tre quarti comprendono 400 mila euro di spese di pernottamento sostenute dagli ospiti; 250 mila euro circa di spese di vitto, sostenute sempre dagli ospiti; 125 mila euro di ulteriori spese riconducibili ad altri settori del terziario pordenonese quali farmacie, supermercati, profumerie, negozi di abbigliamento e calzature, librerie, tabacchi, edicole, taxi, ecc. A fronte di un “investimento” inferiore ai 200 mila euro (a tanto ammonta il sostegno complessivo alle Giornate da parte di sponsor ed enti del pordenonese), la ricaduta di un milione di euro non sembra un risultato così negativo. Certamente lo pensava anche Zanolin quando, come assessore della giunta Bolzonello, auspicava il rientro delle Giornate a Pordenone dopo la trasferta di otto anni a Sacile.

Livio Jacob – Presidente delle Giornate del Cinema Muto

©RIPRODUZIONE RISERVATA

21 aprile 2012

  • Pubblicato il 17 aprile 2012
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Bilancio del Comune: le nostre proposte coraggiose

È stata una riunione di Consiglio lunga, faticosa ed interessante, quella che ieri ha approvato il Bilancio di Previsione 2012 del Comune.

Abbiamo avuto conferma della grande debolezza politica e culturale di questa maggioranza, della grande difficoltà non tanto a comprendere la condizione in cui vive la gente, ma a mettere gli interessi della popolazione avanti rispetto a quelli dell’istituzione Comune e delle prospettive di potere delle persone che oggi, accidentalmente, lo governano. Insomma, i sistemi di potere che controllano l’istituzione sono (ancora) più forti della consapevolezza della crisi.

Questo Bilancio è, come l’abbiamo definito noi, uno strumento ordinario in un momento straordinario. Semplicemente, in questo bilancio non si fanno scelte per affrontare la grave condizione in cui versa la città: è un bilancio senza politica, fatto da tecnici del Comune, senza che né la Mio (occupata altrove) né tantomeno Pedrotti ci abbiano messo naso. Per avere scelte radicali già in questo bilancio bisognava impostare una manovra già nel terzo trimestre del 2011. Non l’hanno fatta perché credevano (e credono) ad una crisi passeggera, congiunturale. Ora per liquidare proprietà e partecipazioni, se cominciano a lavorarci adesso, impiegheranno 18 mesi minimo. Ogni ritardo si ripercuote sulla passibilità di fare cassa vendendo. Tra l’altro, vendendo proprietà si possono avere disponibilità per anticipare il pagamento dei ratei dei mutui e dunque ridurre anche la spesa corrente. Abbiamo mutui per 18 milioni (9 assistiti da stanziamenti regionali) e potremmo avere benefici annuali sulla spesa corrente per alcune centinaia di migliaia di euro: non bruscolini, potremmo abbassate le tasse comunali.

Avevamo davanti a noi due possibili strade: o quella (illusoria) di costringerli a cambiare le poste di bilancio (tagliate la spesa e riducete l’IMU: la strada scelta da PDL e Lega), oppure quella di indicare vie per una riduzione radicale e definitiva della spesa, trasformare il Comune e definire un piano di investimenti finanziato da alienazioni (vendita) di partecipazioni, proprietà e servizi del Comune. Abbiamo scelto la secondo strada, che comportava di necessità un tentativo di far comprendere le nostre ragioni alla maggioranza e di far risaltare che noi eravamo molto più rigorosi, realistici, pronti a favorire una ripresa ed a dare risposte positive alla gente di Pordenone di quanto non siano loro.

Ovviamente non mi illudo minimamente che la gente capisca questo passaggio, anche perché come avrete letto sui giornali di oggi la stampa non fa nulla per farlo capire. Ma questo nostro atteggiamento influisce nei rapporti in consiglio, cosa che non dovete sottovalutare.

Noi (dico noi Ponte, in alleanza con la Lista Del Ben e l’API) abbiamo avuto un grande coraggio politico.

Ci siamo assunti noi il compito di dire scomode verità, visto che dal Bilancio non venivano indicazioni:

  • Questo è un bilancio che non ha certezze, né per le entrate fiscali (IMU, IRPPEF,TOSAP, pubblicità, altro: quante famiglie potranno davvero pagare? In quali condizioni?), né per quelle extratributarie (le rette dei nidi e di Casa Serena, le entrate per le mense scolastiche e via dicendo) perché anche queste vengono da famiglie che, in alcuni casi (quanti?) sono in difficoltà. Il caso dell’IMU è poi fortemente condizionato da fattori politico non controllabili dal Comune: quale sia, dopo che a giugno la gente e le aziende avranno versato (e non versato) l’IMU, la sorte di questa fonte d’entrata per il Comune, non lo sappiamo. E del resto, parliamoci chiaro: quale sarà la sorte della nostra Italia? Io resto molto pessimista ed ogni giorno di più questo governo Monti mi lascia insoddisfatto;
  • Serve un nuovo Controllo di Gestione del Comune, perché abbiamo bisogno di avere un controllo della situazione in tempo reale: ad esempio sulle entrate, ma non per vessare la gente, ma per capire quale sia la condizione reale e per non spendere quel che non incassiamo, creando debiti. Anche sulla spesa, l’attuale Controllo non basta, perché non misura l’efficacia delle cose degli apparati dal punto di vista del cittadino. Ci dice come va e quali sono i tempi della spesa, che oggi è troppo poco rispetto alle domande che le persone e le aziende rivolgono alle istituzioni.
  • IMU e IRPEF. Abbiamo espresso contrarietà e grande preoccupazione, soprattutto per le aziende. La scelta di ieri del Governo di confermare l’IRAP aggiunge una altro tassello a questa condizione grave: già l’IMU è una patrimoniale, che prescinde cioè dall’andamento aziendale. Ma anche l’IRAP prescinde dall’andamento delle aziende. Ce ne saranno alcune che, in condizioni pietose, si troveranno a dover pagare da qualche migliaio e qualche decina di migliaia di euro. Ricordatevi che alcuni imprenditori si sono suicidati perché le banche non concedevano loro fidi di poche migliaia di euro.

Le nostre proposte coraggiose

  1. a fronte di una situazione in cui le entrate comunali calano fortemente e la spesa per il personale si avvicina al 30 % della spesa corrente del Comune, abbiamo proposto: a) un lavoro forte e partecipato per aumentare in modo deciso la produttività degli uffici, a parità di personale o con personale in calo; b) blocco del turn over: chi va in pensione NON viene sostituito; c) cessione di alcuni servizi a privato sociale e aziende profit con assunzione a tempo indeterminato ed inquadramento salariale equivalente degli attuali dipendenti comunali nelle aziende che intraprenderanno quei servizi al posto del Comune. Riduzione contemporanea ed equivalente dei posti in pianta organica in modo da giungere ad una riduzione secca presumibile di 100 addetti su 560 nell’organico comunale, con una decisa riduzione di spesa vincolata a favore di investimenti, aiuti a famiglie, miglioramenti nei servizi; d) apertura di una trattativa sindacale regionale per un riduzione del costo del lavoro dei dipendenti dei comuni tanto più significativa quanto più alta è la retribuzione individuale, dopo che la realizzazione del “Comparto unico” ha innalzato in modo insopportabile per i comuni il costo del lavoro. Ovviamente la cessione di servizi deve avvenire prevedendo obblighi (partecipazione utenti, diritti degli utenti e degli stakeholders, controllo del Comune, rispetto dei diritti dei lavoratori).
  2. l’elaborazione da parte del Comune di un “Piano straordinario per lo sviluppo”, fatto di opere pubbliche che, trasformando la città, cambino stili di vita, ingenerino nuove domande di beni e servizi, stimolino la crescita di nuove aziende private. Un piano elaborato con una forte partecipazione della città e da sostenere con capitali derivanti da alienazioni di beni, azioni e servizi di proprietà del Comune. Abbiamo indicato cosa tentare di vendere: le azioni della Fiera e dell’Atap, alcuni palazzi (Monte dei Pegni di piazza Motta, palazzo Cevolin di piazza Municipio, palazzo ex Questura di piazza del Popolo …), le tre farmacie. Ovviamente non è detto che tutto sia vendibile e che i prezzi siano soddisfacenti. I tempi sono difficili e per vendere un bene un Comune prima deve periziarlo e poi metterlo all’asta, ci vogliono molti mesi. Ma è l’unica speranza per investire in novità e creare lavoro senza ricorrere a tasse.

Bene. Queste nostre proposte sono state le uniche concrete e nuove per affrontare in modo strutturale l’attuale situazione, bloccando la spesa corrente, rilanciando investimenti, senza tassare e senza fare debiti. Il resto ciance. Alla fine Bolzonello, Manzon, Freschi e Bianchini hanno detto che sì, bisognava discuterne, ma queste portate da ‘il Ponte’ e alleati erano le (uniche) novità. Silenzio tombale del facente funzioni di Sindaco. Sciocchezze da parte di alcuni della maggioranza (Tommasello, nuovamente capogruppo del PD, in particolare). Sterile ma appassionata la battaglia del PDL, tutta tesa a contestare i numeri della manovra ed a cercare un cambiamento impossibile.

Ora dovremo vedere quali danni provocherà la prima rata dell’IMU e come reagirà la gente. Abbiamo chiesto ed ottenuto un monitoraggio dello stato dei versamenti. Se la difficoltà di tante famiglie ed aziende si dimostrerà alta, vedremo che cosa si potrà fare per convincere questa amministrazione a diminuire la spesa.

Nella lunga seduta di Consiglio ci sono state altre cose minori. Ma non vale la pena ricordarle.

Solo una cosa: sono certo che Loris ed io abbiamo fatto un’ottima figura ed abbiamo dato de “il Ponte” la dimensione giusta, di una forza minoritaria che sta molto avanti agli altri, pur essendo realistica e concreta.

Ciao.

Gianni

 


  • Pubblicato il 03 aprile 2012
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A proposito dell’IMU

Ieri sera, a nome del Ponte, sono intervenuto in Consiglio comunale nella discussione sull’IMU, legata a due mozioni presentate da PDL e Lega, con le quali i partiti di destra chiedevano l’applicazione delle aliquote IMU minime.

Ecco gli appunti del mio intervento.

È obiettivamente difficile discutere di IMU senza avere presente l’intero Bilancio di previsione del Comune di Pordenone, che però ci è stato presentato solo questa sera.

Se il Bilancio sarà quello presentato dall’Assessore Mio, a me pare che sia dotato di una notevole coerenza: è in perfetta continuità con le cose che questa maggioranza ha detto in campagna elettorale e con le scelte, o le mancate scelte, fatte da giugno del 2011 ad oggi. È caratterizzato cioè da una rigorosa ed ovunque rintracciabile incoerenza fra le ragioni che hanno determinato la crisi in cui si trova l’Italia e le scelte che va compiendo il Comune di Pordenone.

Dunque, questo Bilancio è una catastrofe.

Noi abbiamo due cause principali per questa situazione di estrema difficoltà in cui versa il nostro Paese. Non sono le uniche, ma non sono così competente, e non ho il tempo, per parlare di tutte.

La prima è la nuova divisione del mercato mondiale del lavoro, perciò delle merci e dei servizi. È chiaro a tutti che nelle fasce basse del mercato noi siamo aggrediti dai paesi emergenti: abbiamo un costo del lavoro troppo alto, l’energia costa cara, le tasse sono elevatissime, più ancora dell’inefficienza complessiva del sistema. Paghiamo duramente l’assenza totale, da 40 anni a questa parte, di politiche economiche ed industriali degne di questo nome. D’altro canto, per i prodotti della fascia alta di mercato, quelli che richiedono grandi investimenti in ricerca, noi contiamo ancora qualcosa dove a prevalere è il mix fra tecnologie e gusto estetico, nel quale abbiamo carte ancora da giocare. In tutti gli altri settori siamo ormai esclusi dal mercato perché spendiamo praticamente nulla in ricerca;

La seconda causa è il mostruoso debito pubblico di questo paese, che è stato accumulato non per aiutare le imprese o realizzare le infrastrutture di cui un paese moderno ha bisogno, ma solo in funzione di progetti di mantenimento e sviluppo del potere politico.

Abbiamo in Italia una quantità mostruosa di istituzioni. Alcune, poche in verità, sono indispensabili e sotto finanziate, come la Giustizia e la Scuola. La maggioranza sarebbero utili, ma sprecano in modo clientelare denaro pubblico, come la Sanità. Infine, per una parte consistente sono del tutto inutili ed andrebbero chiuse immediatamente. Se ne parla da decenni ma non si fa nulla: pensate agli Enti inutili, che hanno solo cambiato nome e sono tutti lì, o alle Provincie, o in città alle Circoscrizioni, per molti aspetti alle stesse Camere di Commercio. Pensate a molti servizi del Comune che, con una rigorosa applicazione dei principi di sussidiarietà, dovrebbero essere intrapresi dai cittadini.

Perché sopravvivono istituzioni inutili? Perché istituzioni che potrebbero funzionare essendo assai più piccole di quanto non siano oggi non vengono ridotte all’essenziale? Perché le istituzioni sono il luogo della riproduzione sociale del potere politico e dunque i partiti ed i gruppi di comando dentro i partiti le considerano fondamentali ai fini della loro perpetuazione.

Cosa dobbiamo fare? Molte cose, ma soprattutto dobbiamo uscire da questa enfasi istituzionale. Dobbiamo avere un numero limitato di efficienti istituzioni ed in vece loro puntare sulla capacità della gente di auto organizzarsi. Dobbiamo favorire la assunzione di responsabilità da parte dei cittadini ed avere più spirito ed impegno di comunità.

E tutto questo dobbiamo fare anche per dare aria, possibilità di respiro ai nostri imprenditori ed alle imprese.

Certo, non tutti gli imprenditori sono commendevoli. Le cronache locali della settimana scorsa ci hanno mostrato casi gravi di imprenditori accusati di gravi reati fiscali. Del resto, c’è un clima etico molto negativo in Italia, chi ha governato ha dato pessimi esempi.

L’orientamento del bilancio che questa maggioranza di centrosinistra ha proposto al Consiglio comunale è “teniamo in piedi tutto”. Tutti i servizi e tutti i centri di potere.

È una pia illusione, col passare dei mesi vi accorgerete che non ce la farete.

L’orientamento che esprime questa maggioranza è riconducibile ad una valutazione ciclica o congiunturale di questa crisi del paese. Solo la speranza che all’improvviso tutto torni com’è stato può condurre la Giunta a presentare questo bilancio.

Ma in Italia nulla davvero si fa che possa dare competitività al sistema economico, al quale comunque serviranno anni per sviluppare nuove aziende di servizi e per la produzione di beni. Perciò in Friuli Venezia Giulia il gettito fiscale quest’anno sarà molto minore di quello del 2011, avremo molte meno entrate per l’IVA e per l’IRPEF. Sapete che è soprattutto sull’IVA che la nostra Regione Autonoma basa le proprie entrate correnti. Dunque i trasferimenti dalla Regione al Comune di Pordenone, nel 2013, saranno ancora minori ed il taglio di 9.5 milioni di euro nelle entrate correnti del Comune di Pordenone annunciato dal Bilancio di previsione presentato dall’assessore Mio sarà maggiore ancora l’anno che verrà. Sono dati certi che smentiscono ogni ipotesi congiunturale o ciclica all’origine di questa crisi.

Nel contempo non vedo processi di de-istituzionalizzazione da parte del Governo Monti, che conducano ad una strutturale diminuzione del debito pubblico.

Il Bilancio del Comune di Pordenone si adegua: nessuna operazione volta a dare respiro all’economia ed all’imprenditoria e nessun progetto di de-istituzionalizzazione.

È perciò evidente che questa Giunta e la maggioranza che la sostiene non possono scegliere aliquote IMU minime, perché non sono nemmeno sfiorati da progetti di questo tipo.

Mi permetto un inciso: ho sentito dire da un consigliere di maggioranza che le scelte di politiche  sociali del Comune di Pordenone consentirà di venire in aiuto di chi non abbia di che pagare l’IMU. Queste non sono politiche sociali, noi abbiamo alle spalle 10 anni di politiche sociali nelle quali abbiamo compiuto ogni sforzo per rendere autonome persone e famiglie, togliendole dalla dipendenza dal sussidio comunale. Ora si dice prima paga e poi vienici a chiedere soldi. Dite di essere i vessilliferi della continuità, ma in questo caso cambiate radicalmente politica rispetto a chi vi ha preceduto: meglio lasciare i soldi in tasca alla gente che darglieli poi, che oltretutto è operazione costosa.

Noi abbiamo formulato alcune proposte, che la Giunta attraverso l’assessore Mio ha già respinto, ma che a futura memoria intendo ribadire in questo Consiglio:

La scelta di privatizzare l’ATAP e la Fiera non è volta solo a fare cassa per il Comune, ma soprattutto ad aumentare la responsabilità imprenditoriale. Sapendo che queste società pubbliche monopolistiche sono sempre inefficienti e sprecano denaro, anche quando per errare politiche regionali nei trasferimenti, che non possono ripetersi, presentano bilanci in utile, come l’ATAP:

Vendere patrimonio (palazzi e beni del Comune), può servire a far cassa, ma soprattutto offre occasioni ai cittadini;

Cedere servizi comunali, con garanzie per il personale che vi lavora, che non opererà più nel pubblico ma sarà assunto dai privati coi contratti di lavoro del settore privato, serve anche a non  spendere ed a fare cassa, ma soprattutto deve dare più libertà economica in città.

Ma tutto questo voi non volete fare. Ne prendiamo atto. Debbo dire che queste politiche (la crisi è congiunturale e passerà, teniamo duro, non si de-istituzionalizza alcunché) in Italia, in Regione e nei comuni della nostra provincia, sono uguali sia che governi la destra che governi la sinistra. Non vedo differenze.

Dunque:

Le proposte qui avanzate dalle forze di destra sono corrette e condivisibili ma sono attuabili solo con una diversa e più lungimirante impostazione del Bilancio.

Il Ponte voterà a favore delle due mozioni che chiedono l’applicazione delle aliquote IMU minime ma è chiaro che le catastrofiche proposte di Bilancio qui presentate dalla Giunta di centrosinistra rendono impossibile diminuire la tassazione dei cittadini.

 


  • Pubblicato il 22 marzo 2012
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22 marzo ore 13.45. Davanti la galleria d’arte moderna a Pordenone

Dobbiamo passare alla raccolta differenziata porta a porta spinta, se non vogliamo più certi spettacoli in citta


  • Pubblicato il 21 marzo 2012
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Così Fabrizio Pascotto sul Messaggero Veneto di oggi

Pagina 18 – Pordenone

Il Ponte all’attacco: nessun intervento per modificare il ring

«La città si chiede: possibile che a Pordenone si vada avanti per “varianti” e non per programmi ? C’è il mobility manager adesso assunto per 60.000 euro; bene, allora non era meglio aspettare questo agognato tecnico prima di finanziare un’opera di 2,35 milioni di euro (5.000 euro al metro circa)?». A tornare sul progetto di via Cappuccini che ha innescato polemiche, anche interne alla maggioranza, in consiglio comunale, è Fabrizio Pascotto del Ponte. Non era meglio attendere «Un tecnico che fornisse un quadro complessivo della viabilità per una sua rimodulazione? Se, come dice il sindaco, la viabilità non si affronta in una notte, era meglio evitare false promesse fatte in campagna elettorale in cui tutto sarebbe partito in 100 giorni (il paragone con Roosevelt è solo un caso), in cui viale Marconi sarebbe stata al centro delle sue attenzioni: quali? Spostamento della fermata bus e quattro stalli parcheggio. Viale Dante e Via Oberdan giacciono nelle stesse condizioni» dice critico Pascotto. «Intanto si leggono notizie riguardo investimenti di pedoni e ciclisti in via Montereale, Viale Grigoletti, Viale Libertà, Via Oberdan eccetera. Noi del Ponte avevamo chiesto di ascoltare i cittadini che con petizioni ed incontri proponevano interventi almeno “spot” , dal limite di velocità a 30 chilometri l’ora, alla chiusura del traffico all’interno del ring, a una redifinizione dei percorsi Atap. Niente da fare, si accontentano i consiglieri di quartiere per assecondare consensi elettorali e non si dà ascolto a molti altri, probabilmente elettori dello stesso sindaco, ma che hanno avuto il torto di protestare e vantare diritti». ©RIPRODUZIONE RISERVATA


  • Pubblicato il 16 marzo 2012
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La mafia nel Nord è «Cemento spa»

Molto interessante questo articolo del Messaggero Veneto di oggi. A questo indirizzo potete scaricare e leggere l’intero dossier di Legambiente sulla “mafia del cemento”

Rapporto Legambiente
Il rapporto tra mafia, abusivismo ed edilizia è un’equazione ormai accertata anche al Nord, al punto che per la criminalità oraganizzata tutto il Nord Italia è una sorta di «Cemento spa»: illegalità, corruzione e abusivismo sono un humus ideale per favorire le infiltrazioni in settentrione. Questa la sintesi di «Cemento spa», il dossier di Legambiente presentato ieri a Genova in occasione della XVII Giornata contro tutte le mafie, organizzata per domani a Genova dall’associazione Libera. Il dossier fornisce dati basati sulle risultanze investigative e le analisi conseguenti. Nelle regioni del Nord Italia – Liguria in testa, Lombardia e Emilia Romagna – sono 26 i clan e le ’ndrine censiti dalla Direzione nazionale antimafia (nella foto il procuratore Grasso) e 1.431 i beni confiscati. La Liguria detiene il triste primato delle infrazioni in materia edilizia con il 25,2% dei reati registrati nell’intero Nord Italia, 337 sequestri e 2.641 persone denunciate. Al secondo posto c’è la Lombardia, seguita da Emilia Romagna, Piemonte, Veneto, Trentino, Friuli e Valle d’Aosta. Tra le province del Nord, quella che presenta maggiori criticità è Imperia, seguita da Genova, Savona e Sondrio. Nel dossier di Legambiente viene ricordato l’alto numero di clan e ’ndrine presenti al Nord: sono ben 26 e vengono considerati quelli di maggior spessore criminale ed economico. Un altro dato che sintetizza la gravità della situazione è quello relativo ai beni confiscati alla criminalità organizzata: in tutta Italia, la Lombardia si attesta al terzo posto per numeri di confische: 205 sono stati i beni mobili e immobili posti prima sotto sequestro e poi confiscati dopo Sicilia (561) e Campania (317).

  • Pubblicato il 11 marzo 2012
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webromanzo – capitolo 19 Ecco, la vicenda si conclude.

Ecco, la vicenda si conclude.

Questa indagine ha consentito a Vidal Tonelli di ripercorrere i passi fondamentali della sua vita, di darsene ragione. Alla fine, Tonelli sceglie di aprire al futuro, lasciandosi alle spalle molto. È una scelta difficile e coraggiosa, quella che compie il nostro commissario. In realtà, le mature certezze che si illudeva di poter continuare a far vivere, erano purtroppo svanite da tempo, ma solo questa indagine dà a Tonelli la capacità di superare se stesso, di elaborare il distacco.
Si svela, in questo capitolo finale, una dimensione umana di Tonelli che ho cercato di far intuire per tutto il corso del romanzo.

Ora si apre una fase diversa di lavorazione. Devo rivedere tutto il testo, superare incongruenze, dare spiegazioni logiche, talvolta più profonde di quel che mi era riuscito di fare. Dovo chiedere al alcune persone di leggerlo e di segnalarmi aspetti irrealistici, errori, usi impropri delle lingue usate nel romanzo, dall’italiano al triestino di Romano, al veneziano di Alvise.

Poi publicherò su questo sito la versione definitiva.

Ringrazio i molti che mi hanno seguito ed incoraggiato. Ed anche quelli che mi hanno stroncato. L’ho detto: non sono uno scrittore, racconto storie. E’ tutt’altra cosa.

Infine il romanzo ha mischiato realtà e fantasia. Ma la storia è tutta inventata. Se qualcuno, leggendolo, ha riconosciuti riferimenti a fatti realmente accadut e se ne è sentito offesoi, sappia che non era mia intenzione. In particolare, sia chiaro, questo romanzo non vuole tracciare una storia alternativa a quella realmente accaduta e processualmente accertata delle fasi finali della vita della colonna veneta delle BR. È piuttosto una metafora della zona grigia in cui si situano una serie di vicende umane. Ho grande considerazione per le vittime della lotta armata che ha insanguinato Venezia ed il Veneto sul finire degli anni ’70 ed agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso e grande rispetto per le famiglie ed il loro dolore. Ogni romanzo ci parla della realtà attraverso una finzione. Ma resta pur sempre una finzione.

Gianni

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Appena entrato in autostrada ho spento il telefonino. Voglio starmene per i fatti miei. Quando sapranno di quel che è successo a Padova mi chiameranno tutti e io non voglio dire nulla.

Parcheggio nell’autorimessa comunale di piazzale Roma e già mentre scendo con l’ascensore mi sento rilassato, calmo, tranquillo. È sempre così quando sento che una inchiesta difficile si è chiusa. Stamattina, quantomeno, ho completato il mio ruolo in questa inchiesta, quel che resta, lo può fare chiunque. Ma non ho chiuso solo questa inchiesta. È una parte della mia vita che si chiude e diventa solo un ricordo. Mi ci vorrà del tempo per elaborare, ma da oggi mi sento libero di pensare al futuro.

Leggero. Salgo e scendo l’incanto cala traviano. L’ovovia per le carrozzelle ovviamente è bloccata. Percorro le fondamenta di Santa Lucia e mi avvicino alla biglietteria dei vaporetti della stazione. C’è calca come al solito, ma non me ne frega nulla. Ordino andata e ritorno, non residente, pago e mi butto in lista di Spagna. Sto così bene che neppure un trionfo carnacialesco il primo di luglio riesce ad indignarmi. Passo il ponte delle Guglie, mi fermo a dare un’occhiata in fondamenta della pescheria. Il pescivendolo ha una passione particolare per la merce povera. Stamattina ha le ali delle razze ed altri pesci per la zuppa. Gli scorfani nostrani hanno colori bellissimi, tutte le sfumature fra il nero ed il rosso. Mi verrebbe quasi da comperare, ma dovrei andare da Alvise per mettermi a cucinare e non ne ho voglia: so già come va a finire, che fatto quel che ho da fare mi verrà una piomba di sonno e andrò da lui solo per dormire due ore, prima di tornare in ufficio.

Passo per il ghetto novo, ogni volta mi emoziono. Davanti alla casa di riposo israelita incontro un vecchio amico di Alvise, ci salutiamo. Vado svelto in direzione della Madonna dell’Orto, passo per la calle del Piave con le sue belle geometrie ed i rami, le sue case novecentesche, un luogo splendido di Venezia che pochi conoscono. Arrivo al vaporetto. Mi siedo al sole ad aspettare, quasi mi addormento. Quando attracca aspetto che scendano a terra due donne con la spesa, salgo e mi siedo fuori: prendere il sole è ancora più bello con quest’aria che ti viene in faccia. Ci fermiamo alle Fondamenta nove e poi inizia il salto verso San Michele.

Questo è uno dei luoghi di Venezia che amo di più. Arrivarci non è semplice, non è il cimitero di una città di terraferma. San Michele è un’isola molto vasta e, anche quando c’è gente, trovi sempre un  luogo per te, dove puoi rimanere solo a riflettere. È di una strana bellezza, monumentale ma con un suo ritmo: i campi si susseguono ma dentro ad un disegno che è facile capire. È un grande giardino circondato dalle tombe di famiglia. Percorro  i vialetti fino ad un luogo caro. Sopra, in alto, su una specie di arco, c’è la scritta “famiglia Cogo”. Una grossa tenda di cotone impermeabilizzato protegge quello spazio dal caldo. Apro il cancello di ferro ed entro. Devo abituare gli occhi a quell’improvvisa penombra.

Ora , fra me e te, c’è questa lastra di marmo.

Silvia Cogo Tonelli

Venezia, 5 ottobre 1957 – Pordenone, 15 marzo 2006

Sono qui, Silvia.


  • Pubblicato il 09 marzo 2012
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Le proposte del Ponte, della lista Del Ben e dell’API sui rifiuti.

Sulla trasparenza dell’intero processo di raccolta, trattamento e riciclaggio dei rifiuti della città di Pordenone.

Il Consiglio comunale, esaminando il complesso tema dei rifiuti, ha valutato anche il processo di raccolta dei rifiuti nella città, il loro conferimento da GEA spa a SNUA spa ed il percorso di selezione e smaltimento effettuato da quest’ultima società, fino all’attuale conferimento in discarica ed alla trasformazione dei rifiuti in CRQ per essere bruciati.

Il Consiglio sottolinea che i processi di raccolta, trattamento, riciclaggio e smaltimento dei rifiuti interessano in modo molto importante la salute dell’ambiente e delle persone.

Per questo motivo, a qualunque azienda il comune affidi la raccolta, il trattamento, il riciclaggio e lo smaltimento del residuo, è necessario che l’intero processo sia trasparente e pienamente comprensibile da parte dei cittadini.

Il Consiglio perciò

IMPEGNA

Il Sindaco e la Giunta a

  •  pubblicare mensilmente sul sito internet del Comune le quantità raccolte per ogni tipologia e le aziende cui sono state conferite;
  • pubblicare mensilmente il grado di purezza riscontrato per ogni materiale raccolto e perciò il valore del raccolto;
  • pubblicare semestralmente i dati delle materie prime seconde effettivamente reimmesse sul mercato:
  • pubblicare semestralmente i dati sulle attività di trattamento e segnatamente le quantità di rifiuti che vengono mandati in discarica e, se questa sarà la scelta della maggioranza del Consiglio, le quantità di rifiuti trasformati in CDR-Q (ora CSS) e bruciati, coi costi sia di discarica che di incenerimento, segnalando ovviamente dove i rifiuti di Pordenone vengano smaltiti o bruciati, in modo che anche le popolazioni interessate a discariche e inceneritori sappiano che, fra i rifiuti che giungono nel loro territorio, vi sono anche quelli di Pordenone e quanti sono, così che sia chiaro il rapporto del Comune di Pordenone con quelle popolazioni ed amministrazioni comunali. Questi dati dovranno essere forniti per il secco non riciclabile e per la frazione residuale scartata  dalla selezione della frazione differenziata.

Per una sperimentazione del “Porta a porta spinto”

Il Consiglio comunale, esaminando il complesso tema dei rifiuti, ha valutato anche la profonda diversità nei sistemi di raccolta differenziata presenti nel territorio della provincia di Pordenone.

Il Consiglio ritiene che sia utile sperimentare anche a Pordenone, in un quartiere, la raccolta porta a porta spinta.

IMPEGNA

Perciò il Sindaco e la Giunta a proporre al Consiglio comunale un esperimento, per il quale:

  1. Si punti, attraverso una capillare informazione ai cittadini, alla più alta qualità possibile dei materiali frazionati raccolti;
  2. Si dia conto, mese per mese, sul sito internet del Comune, dell’andamento dell’esperimento, con dati certi sulle quantità raccolte e sul grado di purezza, lasciando largo spazio ai cittadini per suggerire miglioramenti al servizio;
  3. Il Comune, attraverso GEA, possa conferire all’impianto regionale che garantisca le migliori condizioni economiche a fronte di effettivo e dimostrato recupero di materia  prima (non combustibile), i materiali così raccolti ed anche di questi ricavi si dia costante comunicazione, costruendo un meccanismo premiale per i cittadini interessati all’esperimento.

Sulla TARSU

Il Consiglio comunale, esaminando il complesso tema dei rifiuti, ha valutato anche l’applicazione della TARSU nella nostra città.

Il Consiglio ritiene:

  1. Che in questi anni si siano manifestati, rispetto alla questione rifiuti, diversi stili di vita ed orientamenti, che convivono fra la popolazione ed anche fra le aziende e che meritano trattamenti diversi da punto di vista fiscale, per premiare sempre più chi produce meno rifiuti e chi ricicla di più prima ancora della raccolta;
  2. Che la leva fiscale sia molto importante per spingere i cittadini a consumare e rifiutare con responsabilità e dunque per diminuire la quantità complessiva di rifiuti prodotti e per migliorarne la qualità;
  3. Che si debba giungere a far pagare ai cittadini un costo per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti che sia proporzionato alla quantità ed alla qualità dei rifiuti prodotti da ogni famiglia ed ogni azienda e dunque che un metodo di valutazione che, come succede oggi in città, sia collegato quasi esclusivamente alle metrature residenziali o produttive utilizzate, sia iniquo;
  4. Che le nuove norme contenute nel Decreto cosiddetto “Salvaitalia” in merito alla trasformazione della TARSU in RES costituiscano una occasione importante di cambiamento che va colta anche a Pordenone.

Il Consiglio perciò impegna Sindaco e Giunta a presentare, entro tre mesi dall’approvazione di questo documento, un piano per il passaggio a Pordenone dall’applicazione che in passato in città si è decisa per la TARSU ad una per la RES che consenta finalmente di diversificare il trattamento a seconda dei diversi comportamenti dei cittadini e delle aziende.

No all’incenerimento dei rifiuti

Il Consiglio comunale

IMPEGNA
il Sindaco a la Giunta a sostenere tutte le iniziative volte alla differenziazione, al recupero, al riutilizzo ed al riciclaggio dei rifiuti, senza prevedere l’incenerimentomdei residui, neppure attraverso la produzione di CDR.
In particolare, in una ottica di ampia salute ambientale per le attuali e future generazioni, il COnsiglio comunale impegna il SIndaco e la Giunta a non sostenere o approvare, direttamente o attraverso società partecipate, alcuna iniziativa che preveda l’autorizzazione all’incenerimento di rifiuti in nuovi impianti o la loro destinazione alla co-combustione nei cementifici.

Su una osservazione da presentare al Piano Regionale dei Rifiuti

Il Consiglio comunale di Pordenone, esaminando il complesso tema dei rifiuti, ha discusso anche del Piano Regionale dei Rifiuti recentemente approvato dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e per il quale è aperta la fase delle osservazioni.

Il Consiglio rileva che la Regione ha fissato dei limiti amministrativi massimi per l’accettazione di rifiuti negli impianti di trattamento, sostanzialmente assegnando le quantità che negli ultimi anni sono state raccolte dalle aziende che conferiscono i loro rifiuti a quegli impianti, senza alcuna considerazione per le capacità produttive degli impianti, che possono andare oltre i limiti amministrativi imposti.

Questa scelta nei fatti impedisce quella libera circolazione dei rifiuti su base regionale che pure doveva essere l’elemento di reale novità del Piano. Se infatti un Comune significativo come quello di Pordenone, per qualsiasi motivo, decidesse di conferire i suoi rifiuti ad un impianto diverso da quello a cui li affida ora, non potrebbe farlo, se non per quantità minime.

Il questa situazione è sostanzialmente inutile che i comuni bandiscano gare per assegnare raccolta, trattamento, riciclaggio e smaltimento dei rifiuti, poiché sono costretti ad andare dove è previsto dal Piano regionale. Non siamo perciò di fronte ad un processo di liberalizzazione, come richiesto dalle norme comunitarie, poiché manca la possibilità di scelta di tecnologie, sistemi di raccolta, tecniche di trattamento e smaltimento.

Il Consiglio perciò

IMPEGNA
Sindaco e Giunta a predisporre una osservazione da presentare urgentemente in Regione relativamente al Piano regionale dei Rifiuti con cui si chieda la rimozione dei vincoli amministrativi relativi alle quantità massime di trattamento previste per gli impianti cui si conferiscono i rifiuti raccolti, ai quali debbono rimanere quindi solo i limiti dettati dalle capacità produttive massime.

 


  • Pubblicato il 07 marzo 2012
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Ancora sull’ambulatorio per migranti

Gli ambulatori medici dedicati anche alle persone che sono presenti nel territorio senza permesso di soggiorno esistono, e sono autorizzati dalla Giunta regionale, a Udine, Gorizia e Trieste. A Pordenone no. Io non desidero polemizzare con un collega di minoranza come Ribetti, ma mi sento di chiedere al Presidente Tondo ed alla Giunta regionale di avere una unica politica, non due. Se le motivazioni che sostengono l’apertura di quegli ambulatori sono valide a Trieste, Udine e Gorizia, non possono non esserlo anche a Pordenone. Fare una simile richiesta e’ “di sinistra”? Dovremmo supporre che Tondo fa una politica di sinistra in tre provincie della nostra regione? Suvvia, mi pare ridicolo. Cerchi piuttosto il PDL di Pordenone di mostrarsi forte ed autonomo dagli alleati (pro tempore!) leghisti, rimanendo coerente con le enunciate radici cristiane.

Giovanni Zanolin
Consigliere de “il Ponte”

Questo l’articolo pubblicato oggi su Il Gazzettino

Immigrati Ribetti (Pdl) «Basta pensare solo a loro»

Mercoledì 7 Marzo 2012, PORDENONE «Sembra che il centrosinistra e la Sinistra pordenonese, maggioranza o minoranza che siano, altro in testa non abbiano che gli extracomunitari, al posto di avere a cuore gli interessi dei concittadini sempre più schiacciati da una congiuntura economica negativa». A lanciare l’affondo il consigliere del Pdl, Francesco Ribetti che se la prende con la volontà di accelerare le pratiche per concedere la cittadinanza. «Da una parte c’è una maggioranza che per mere logiche di bacino elettorale si preoccupa di voler dare la cittadinanza ai figli degli extracomunitari in tempi brevi al solo fine di crearsi un bacino elettorale. La stessa maggioranza che poco sta facendo – attacca Ribetti – per i concittadini, tartassandoli con aliquote Imu che già si preannunciano alte per la prima casa e quasi impossibili per la seconda. Dall’altra, poi, troviamo le derive buoniste e populiste della Sinistra, pronta a richiedere assistenza ed assistenzialismo per gli immigrati irregolari. Anche a ragione dei pericoli per la salute pubblica è giusto che gli irregolari possano usufruire delle cure sanitarie urgenti, ma è corretto che vi sia l’obbligo di segnalare chi ha violato la legge alle autorità competenti». Infine le conclusioni di Ribetti. «Una Sinistra sempre pronta a tacciare di razzismo chi la pensa diversamente e a difendere chi viola norme e leggi. Si pensi al caso dell’Associazione immigrati, pronta alle battaglie per le paventate multe che potrebbero gravare sugli extracomunitari che non hanno compilato il questionario del censimento. Anzichè sperperare i contributi con manifestazioni sarebbe opportuno pensare alla regola primaria per garantire l’integrazione: corsi di lingua per far sì che gli immigrati siano in grado di comprendere le norme basilari del vivere comune e civile».


  • Pubblicato il 07 marzo 2012
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Webromanzo – capitolo 18

18.

Michele Quercioli, via Tiziano Vecellio 37, Padova.

Dov’è ‘sta via Tiziano a Padova? Arcella. Il tom-tom non lo volevo, credevo di poter arrivare da solo nei posti che cercavo, al massimo domandando. Ma in effetti ‘sto coso aiuta.

Albeggia. Sono le sei di mercoledì primo luglio e me ne sto parcheggiando a 150 metri dall’entrata di casa di Quercioli. È un quartiere di case e condominietti piccoli, media borghesia padovana, gente quasi tutta con una solida posizione, non ricchi ma benestanti. Il gran misciamerda deve avere acquistato qualche anno fa, il condominio in cui vive è piccolo e relativamente recente, signorile.

Io con questa pistola che mi hanno dato non ho mai tirato un colpo in vita mia. Addirittura mi spaventa il botto dei colpi di pistola. Dove sta scritto che un commissario debba saper sparare? Da nessuna parte. Quello che mi auguro è di non doverlo fare stamattina. È da mezz’ora che aspetto che Quercioli esca. Che debba uscire, è solo una supposizione. Quando ieri ho fatto controllare all’anagrafe canina di Padova se possedesse un cane ed abbiamo scoperto che ce l’ha, un labrador di 5 anni, ho pensato che avrebbe fatto come tutti, l’avrebbe portato fuori a pisciare e cagare, la mattina presto. Dunque, che aspetti, Quercioli? Se lo so io che hai un cane, figurati se non lo sanno i tuoi ex amici. Forza Quercioli, sono qui con la mia Beretta col colpo in canna, pensa a cosa mi hai ridotto, maledetto Quercioli misciamerda!

6.32. Si apre la porta del condominio, un labrador nero trascina il suo attempato padrone. Escono in strada e si dirigono verso uno spazio verde pubblico all’inizio di via Vittorio Saetta, poco più avanti. Non poteva che andare lì, quello spazietto verde è lo sfogatoio di tutti i cani del quartiere, appena arrivato l’ho controllato ed è pieno di merde di cane, perché siamo italiani, suvvia, nessuno le raccoglie. Se nei giorni scorsi l’hanno sorvegliato, sanno che finisce lì di certo.

Quercioli sta quasi per arrivare all’incrocio con via Saetta, quando alle mie spalle sbuca una Ducati Monster nera con due a bordo. Hanno il casco, vogliono fare un lavoro per il quale risulta indispensabile. Metto in moto e li seguo accelerando più che posso. Quello che sta dietro estrae una mitraglietta. Con la sinistra sparo subito due colpi in aria, uno dopo l’altro. Quercioli si getta a terra, la moto si ferma, quello dietro scende dalla parte del marciapiede, io gli arrivo addosso con la macchina mentre inizio a frenare, salgo sul cordolo e mi frappongo fra lui e Quercioli. Quello si ferma e mi punta la mitraglietta, io gli sto puntando la pistola. Mi metto a gridare.

“Polizia! Vattene via stronzo.”

Mi punta la mitraglietta e credo che sto per morire. Lui invece comincia ad arretrare sempre puntandomi, sale sulla moto, se ne vanno.

Cazzo, ma come faccio ad essere così figo? Ho avuto una paura folle ma ho talmente tanta adrenalina addosso che potrei regalarla! Esco dalla Golf.

Vado da Quercioli, il cane sta abbaiando, lui è rannicchiato in posizione fetale. Forse è la posizione che assumo tutti quelli che si apprestano a morire sparati.

“È tutto finito, Quercioli, può rialzarsi.”

Il vecchio spione misciamerda si toglie le mani dalla nuca, mi guarda con la coda dell’occhio, comincia pianissimo a raddrizzare il capo. Il cane mi abbaia contro.

“Quercioli, per favore, può richiamare il suo cane? Comincia a starmi sul cazzo.”

Quello emette un gemito, poi un rantolo, poi capisco che il nome del cane è “Rambo”. Rambo? Sto stronzo ha chiamato Rambo il suo cane? Dovevo lasciare che l’ammazzassero, lui, non il cane.

“Come si sente?”

“B..bene, mi pare.”

“Vuole che chiamo un’autoambulanza?”

“Sì, è meglio.”

Chiamo invece il 113, si arrangeranno loro. Li prego di far arrivare in via Tiziano all’incrocio con via Saetta due volanti ed un’autoambulanza. C’è stato un tentativo di omicidio sventato. Come sempre in questi casi dall’altra parte sono diffidenti, devo ripetere chi sono, dare il mio numero di telefonino, chiedono chi sia la persona che ha subito il tentativo di omicidio: “Non lo so, non lo conosco”. Spero solo che non mi chiedano chi erano i tentati assassini, non si sa mai, di barzellette su quanto siamo stupidi noi poliziotti ce n’è già troppe.

La gente si è affacciata, qualcuno scende. Uno si avvicina.

“Signor Quercioli, ma cos’è successo, come sta?”

Chiedo se conosce la moglie, se può chiedere se scende per aiutare il marito.

“Per favore, adesso rimanete lontani, là e là, capito? Per fortuna non è successo niente, adesso arriva la Polizia.”

Mi vien da ridere, sono io la Polizia!

Arriva la moglie, quasi grida a vedere il marito seduto per terra, io consiglio di non muoverlo, meglio essere prudenti. “Sta bene, non lo vede? Adesso comunque arriva un’autoambulanza, gli faranno accertamenti. Lo segua in ospedale.”

Tra l’altro: Quercioli deve aver mollato gli sfinteri per la paura. Consiglio alla moglie di andare a prendere vestiti puliti.

Arrivano i nostri! Ovviamente sgommando, perché così si fa quando tutto è finito.

Adesso devo spiegare, ricostruire, chi sono. Mi ci vogliono 15 minuti per far capire a questi ragazzi che sono un Commissario di Pubblica sicurezza della Questura di Pordenone. Se fossi un imbianchino, quanto ci mettevo? Tre giorni? Quattro? Cominciano a girarmi.

Arriva un collega, mi riconosce.

“Che cosa ci fa qui a Padova, Tonelli?”

“Ho passato una magnifica notte a casa di un’amica.”

“E qui cos’è successo?”

“Che ne dice se andiamo in Questura?”

“Meglio.”

“Infatti. Senta, lascio ai suoi agenti le chiavi della mia macchina, la Golf bianca. Gli dica per favore che il proprietario è un commissario di Pubblica sicurezza e se quando hanno finito di fare fotografie me la riportano in Questura qui a Padova, che così posso ripartire per Pordenone. La pistola d’ordinanza me la porto dietro o la lascio a qualcuno?”

“Se la porti dietro.”

“Molto bene.”

“Beh, in fondo non è successo nulla di straordinario. Sono uscito dalla casa di una mia amica, volevo tornarmene presto al lavoro a Pordenone. Metto in moto e parto. Due ragazzi su una moto nera mi sorpassano e il passeggero estrae una mitraglietta. Cazzo, dico, ma che fanno questi? Vedo che puntano su un signore che sta portando a spasso il cane. Prendo la pistola dal cruscotto, tolgo la sicura, sì, è vero, sono piuttosto bravo con la pistola (un giorno mi vergognerò a raccontare balle così!), sparo due colpi in aria per cercare di fermarli, quelli bloccano la moto, il passeggero scende e si avvicina al signore col cane, che nel frattempo si è rannicchiato a terra. Con la macchina mi butto sul marciapiede e inchiodo. Mi fermo giusto davanti a quello con la mitraglietta e dal finestrino della mia golf gli punto addosso la pistola. Gli grido “Polizia!” e quello si prende paura, risale in moto e se ne va. Vi ho chiamato ed eccomi qui.”

“Lei conosce il signore che ha salvato?”

“Non ho la più pallida idea di chi sia. Certo che se hanno tentato di ammazzarlo, magari ci riprovano. Lo farei sorvegliare in ospedale e soprattutto chiederei che non sia rivelato ad alcuno il posto dov’è ricoverato.”

Il collega padovano mi guarda come se fossi un pazzo furioso.

“Che c’è?”, gli chiedo.

“Ma perché mi prende in giro, commissario?”

“Io? Nemmeno mi sogno di farlo.”

“Va bene. Lei intende sporgere denuncia …”

“Per che cosa? Ho fatto solo il mio dovere. Procedete voi d’ufficio.”

“Mi da le generalità della signora con cui ha passato la notte?”

“Non lo farei mai. Sono fatti privati del tutto distinti da quel che è successo.”

“Lei mi sta coglionando.”

“Mi creda, non cogliono nessuno, tantomeno un collega che sta facendo scrupolosamente il suo lavoro. Mi faccia firmare e chieda se mi riportano la macchina.”

Sono quasi le nove quando, dopo aver raccontato per la decima volta chi sono, perché ero lì e come sono andati i fatti, mi fanno firmare una deposizione e, chiedendomi di restare a disposizione, mi lasciando andare via. Un agente mi riconsegna le chiavi della Golf.

“Faccia controllare le gomme, commissario. Dopo un colpo del genere meglio equilibrarle.”

“Ottimo consiglio. C’è un gommista qui vicino?”

“Qui vicino no, ma se va verso l’uscita di Padova Est ne trova più d’uno dopo la Stanga.”

“Perfetto, mille grazie.”

Mi fermo dal primo gommista che trovo, chiedo un’equilibratura delle gomme, dopo qualche minuto si mettono a lavorare. Ne approfitto per telefonare.

“Questa è la segreteria telefonica di Silvia Cogo. Lasciate un messaggio dopo il bip e vi richiamerò appena possibile”.

“Arrivo.”


  • Pubblicato il 06 marzo 2012
LEGITTIMA DIFESA

Webromanzo – capitolo 17

17.

Ho dormito male, come sempre in questi casi. Apro il balcone e saluto Santa e Bomben che passeggiano nel giardinetto di Silvia. Sono contenti, sanno che fra poco possono andare loro a riposare.
Mi lavo con l’acqua fredda, faccio la barba, mi cambio e prendo la busta con le foto originali. Esco e invito i miei due angeli custodi a bere un caffè alle Tre gazzelle. Affido la busta con gli originali a Santa e gli dico di portarla a Mazzariol. Lo chiamo.
“Santa ti porta la busta con gli originali delle foto di ieri sera. Me le digitalizzi, avanti e dietro. Anche la scheda che trovi nella busta e già che ci sei anche gli altri documenti. Metti tutto in almeno quattro chiavette. Gli originali e una chiavetta a me, una a te, una a Romano e una a Michele. Puoi farlo?”
“Capisco il senso della cosa. Io non ho tempo, ma ho qua una persona che può farlo per me. Fammi avere e provvedo subito.”
“Grazie.” La volante parte per portare il materiale a Mazzariol, io vado in tribunale a piedi, dove arrivo alle 8 puntuali.

Mentre cammino telefono a Michele.
“Ascolta, fammi un favore. Chiedi al comune di residenza se il signore della BMW nera, hai capito di chi parlo?, ottimo. Dicevo, chiedi al comune se quel tizio possiede un cane, per favore. Sì, hai capito bene. Chiedi al Comune se possiede un cane, le persone di settanta anni di solito hanno un cane. Ok? Poi mi sai dire.”

“Avrei preferito che tutto si concludesse come pensavamo domenica sera. Ma se le cose stanno così, serve approfondire, indubbiamente.”
Il Procuratore non si preoccupa di nascondere i suoi sentimenti. Pensa che questa cosa posa portargli rogne, ma tant’è, che ci si può fare se un Commissario scopre tutti questi casini? Nulla. Quanto all’interrogatorio, lo rinviamo, non apporterebbe novità al quadro probatorio che si sta delineando. Annuncio che in mattinata completiamo le perquisizioni con la Casera del Medico e la stalla. Propongo di rivederci verso le 19, concordano.
Chiedo a Katia se mi accompagna in Questura.

Monto in macchina con lei ed ecco che squilla il mio BlackBerry. È Celante.
“Grazie per avermi chiamato. Sai della questione di cui abbiamo parlato ieri, la doppia identità di tizio? Esatto. Il magistrato raccomanda il segreto e prega di non parlarne con alcuno. Esatto. Ti devo una cena. Dove? Troppo caro per il mio portafoglio. Decidi tu. Ottimo, ci sentiamo, ciao.”

“Perché eri a Venezia ieri? E perché un uomo dei servizi ti seguiva?”
“Perché a Venezia questa storia è nata tanti anni fa e speravo di trovare la prova di una doppia identità di Mazzocco. Infatti a Venezia l’ho trovata. Quanto a Fedeli e ai servizi, non trovo innaturale che si occupino di questa vicenda. Che mi facciano pedinare è altra storia. Del resto sono convinto stanno controllando il mio telefono, il tuo, quello del sostituto, quello del Procuratore. E altri. Perciò adesso sanno che Mazzocco e Sella sono la stessa persona. Stanno di certo manovrando. Posso solo fotterli in velocità.”
“Perché li vuoi fottere?”
“Perché non hanno alcun interesse a far emergere la verità. Anzi, lavorano per nasconderla, perché ci sono dentro fino al collo. Per caso io sono capitato in una storia che più va avanti e più richiama questioni che, per molti motivi, conosco. Per questo vado veloce. Ce la posso fare solo se concludo tutto o quasi per stasera. Altrimenti questa storia non finirà mai.”
“Mi par difficile finire per stasera.”
“Dipende. Tu da che parte stai?”
Silenzio.
“Che vuoi dire?”
“Hai capito benissimo.”
“Io sto sempre con la Polizia. Noi cerchiamo la verità, questo ci interessa.”
“Bene. Allora ce la facciamo per stasera.”
È la prima risposta quella che conta. E la prima risposta della signora Questore è stato il silenzio. In realtà, starà dalla parte che gli indicherà Bastoni: con Fedeli. Da che parte starà quel topo? Davvero vuol liberarsi di Quercioli e compagni? O solo di Quercioli per continuare ad usare la struttura? E con quali soldi, ora che non c’è più il soldatino che va a prenderli, i soldi? Vedremo, decidono in queste ore. Sarà decisivo quel che pensano che io abbia in mano. Devo tirar fuori la pistola in una nuova perquisizione.

Scendo davanti alla Questura, saluto Katia che parcheggia, mi fiondo da Mazzariol.
“Andiamo a bere un caffè.”
Ci dirigiamo verso il caffè Marconi, ma quando siamo davanti gli faccio cenno di proseguire. Camminiamo in silenzio, tra l’altro oggi fa effettivamente caldo. Entro nel parcheggio del condominio Ariston.
“Ieri sera ho capito al volo che mi suggerivi di trovare la pistola alla Casera del Medico. Giusto?”
“Corretto. Non avrai difficoltà, il posto è credibile.”
“Seconda cosa: sicuro che non ci siano nostre impronte sul giocattolo?”
“Tu non l’hai toccata, io nemmeno. L’hai messa in tasca?”
“Sì, ma l’ho raccolta senza toccarla direttamente, ho usato la carta da formaggio che c’era sopra il tavolo della cucina come una specie di guanto e poi l’ho lasciata dentro. Te l’ho consegnata avvolta in quella carta e dentro il sacchetto sterile. Ho usato un guanto per mettercela.”
“Bene. Io quella carta l’ho gettata, ho pensato che conteneva le tue impronte. Comunque stasera distruggi i pantaloni che portavi quando l’hai messa in tasca.”
“Ok. Possono capire quando quella pistola abbia sparato per l’ultima volta?”
“No, ho preso le mie precauzioni.”
“Dove ce l’hai?”
“In ufficio, in un cassetto chiuso a chiave. L’ho avvolta in un canovaccio che ho preso nella casa di Marsure e poi l’ho messa dentro un vecchio sacchetto di un supermercato di Aviano che ho trovato in malga. Ho preso un canovaccio di Marsure perché fosse lavato da molto prima del delitto. Né sul sacchetto né sul canovaccio ci sono nostre impronte.”
“C’è altro?”
“Mettiti una giacca, altrimenti se tieni la pistola nella tasca dei pantaloni la notano tutti.”
In effetti, in ufficio tengo sempre una giacca, per l’emergenza.
“Altro?”
“No. Sto lavorando sulle pallottole. Ma non posso entrare nelle banche dati per cercare riscontri prima che tu ritrovi la pistola ed io possa recuperare una pallottola sparata. Ogni entrata e ogni navigazione in banca dati viene registrata, mi fottono se vedono che indago sulle pallottole di quella pistola prima di averla in mano. Capisci?”
“Chiaro. I tempi in questa storia sono fondamentali.”
“Passa da me prima di salire in Piancavallo per la perquisizione, ti prendi il giocattolo.”
Beviamo un caffè al bar Ariston e torniamo in Questura.

Chiamo Steiner, ci diamo appuntamento entro mezz’ora.

Avviso l’avvocato Pavan che completeremo le perquisizioni con la Casera del Medico. Lui non sembra dare molta importanza alla cosa. Chiedo comunque che avvisi la moglie perché venga ad aprirci, o mandi un figliolo. Va bene.

Passo da Franco per il giocattolo. Me lo dà in un sacchetto di plastica chiuso che contiene a sua volta quello del supermercato in cui ha messo canovaccio, pistola e caricatori. Metto il tutto nella tasca interna della giacca.
“Sfila il secondo sacchetto senza toccare e questo primo riportamelo. Mettiti questi guanti sterili per fare l’operazione. Mi riporti anche questi.”
Capito tutto. Si parte.

“Steiner? Può venire al posto di blocco, per favore? Grazie.”
Arriva con un’auto della Polizia militare. Esce a piedi e mi viene incontro, oltre la sbarra. Ha un sorriso positivo. Mi muovo anch’io e gli consegno la busta.
“Dentro troverà la prova della doppia identità di Mazzocco. Lei ha novità?”
“Lei è perfino troppo veloce, commissario.”
“Sarebbe per me fondamentale sapere a chi fossero dirette le telefonate coi telefonini di Telekom Serbia. Quello che stava in Piancavallo era Mazzocco, ma chi era il tizio di Padova che aveva l’altro telefonino coperto?”
“Vedo cosa posso fare.”
“Grazie.”

Sicuro che Steiner sta pensando: ma questo quanto sa davvero? Perché chiede a me? Pensa Steiner e poi aiutami, che tu ed i tuoi capi ne sapete di certo molto, su chi si muove fra la Ederle di Vicenza ed il campo di Aviano. O no?

Saliamo veloci verso la Castaldia e Casera del Medico, voglio chiudere in fretta questa cosa di ritrovare la pistola. Quando arriviamo sono le 10 e 15. Non c’è ancora nessuno.
“Ragazzi, io devo fare una cosa da solo. Ci siamo capiti?”
Sorridono. Prendo un giornale.
“Commissario, c’è un rotolo nel bagagliaio!”.
“Obbligatissimo!”, risata generale.
Entro nel bosco, corro per fare un rapido giro di tutta la stalla e sul retro c’è il grande portone dal quale i manzi escono la mattina ed entrano la sera. Tutto è vuoto ed anche in ordine, considerato che siamo in una stalla. Mi guardo attorno, devo stare attento a non lasciare adesso tracce delle mie scarpe. Comunque poi qui ci torno. Il tetto è fatto a capriate in legno, sopra è appoggiata la lamiera di copertura, che fa scivolare la neve d’inverno. Fra le travi in legno e la lamiera ci sono spazi. Potrei mettere lì la pistola. A lato del portone c’è una sedia. Mi metto i guanti, prendo la sedia, metto il giornale sulla seduta, salgo, tolgo il primo sacchetto, lo uso per dare una pulita al posto in cui metterò la pistola, me lo metto in tasca, sistemo la pistola, scendo, do un’occhiata dal basso per essere certo che non si veda. È tutto a posto, talmente a posto che temo non la troveranno mai. Tolgo il giornale, rimetto al suo posto la sedia, controllo di non aver lasciato impronte sulle merde del pavimento della stalla, esco dal portone, mi inoltro di nuovo nel bosco e la faccio davvero. Uso molta carta igienica, metto un bel sasso sopra a tutto, mi ricompongo e me ne scendo trionfante verso le due volanti. Restituisco il rotolo e vado all’abbeveratoio a lavarmi le mani. Quando ritorno alle macchine, arriva la signora.

Ha il volto di una persona molto provata. Si scusa, ha molto da lavorare, non ce la fa a rimanere. Ci lascia le chiavi, dice che in casera non c’è nulla di loro, non la usano come casa e nemmeno come ripostiglio. Per favore, riportateci le chiave quando abbiamo finito.

Si comincia, dico ai ragazzi. “Vi dico subito che cerchiamo armi e documenti, questo è quel che ci interessa. Metà passano a setaccio la Casera, metà la stalla. Io resto qui, se ci sono cose, chiamatemi.”

La porta della casera è protetta da una inferriata chiusa con un grosso lucchetto. Poi c’è la porta vera e propria. Gli agenti aprono le finestre e possono dare un’occhiata. Dopo un po’ mi chiamano a vedere. La casera è vuota, per terra qualche straccio, sacchetti di plastica, due secchi di plastica. Una rampa di scale conduce al piano superiore. Sopra ci sono due stanze, vuote anche queste. Scendo, torno all’aperto. Chiudono la casera. “Andate a dare una mano ai vostri colleghi in stalla”.

Passo pochi minuti nei quali mi chiedo quanto ci mettono a trovare la pistola, poi finalmente:
“Commissario, può venire un momento?”
Con calma mi avvio verso la stalla, entro dalla parte del grande portone metallico.
“Trovato qualcosa?”
Un agente è in piedi sopra alla sedia. Punta una pila sull’interstizio fra la capriata in legno ed il tetto.
“Qui c’è un pacchetto. L’ho tastato, secondo me contiene un ferro.”
“Speriamo. Seguite le procedure, mi raccomando. Attenzione a non coprire impronte.”
Con una telecamera riprendono tutto. Poi il pacchetto viene rimosso. Un sacchetto da supermercato contiene una pistola avvolta in un canovaccio da casa, sporco di lubrificante. Con la pistola ci sono anche alcuni caricatori. È una Beretta.
“Molto bene, ragazzi, continuate a cercare, non è detto che non salti fuori dell’altro.”

Controllano tutti gli spazi fra le capriate e la lamiera del tetto, non trovano niente altro. Dichiaro chiusa la perquisizione. Vado con una volante a riportare la chiave alla signora. Ringrazio ancora e gli dico che appena possibile consegneremo un verbale delle perquisizioni nella malga, nella casa di Marsure ed in Casera del Medico. Saluto e via.

“Katia? Volevo avvertirti che nella stalla di Casera del Medico abbiamo trovato una pistola, nascosta fra le capriate e la lamiera del tetto.”
“Bene, adesso portala qui e dalla a Mazzariol, vediamo se ci dice qualcosa.”
“Subito.”

Ora di sicuro Fedeli sa che abbiamo la pistola. Probabilmente anche Quercioli, fra poco, saprò che la pistola è tornata fuori. Secondo me lo dava per scontato e sapeva che non riusciva a bloccarmi su questo, tanto che non mi ha messo alle costole Pavan.

“Sono Vidal Tonelli, dottor Tassan Zanin. Volevo avvisarla che nella perquisizione della stalla vicino a Casera del Medico abbiamo trovato una pistola. No, non so dirle di più. Ora la consegno a Mazzariol. Appena so qualcosa, sì, certamente.”

Accompagno gli agenti della scientifica che hanno trovato la pistola da Mazzariol. Gliela consegnano rispettando i protocolli, tutti coi guanti e nessuna impronta, nemmeno sul sacchetto.
“Va bene, ora farò le verifiche su quest’arma. Devo dare priorità a quest’arma?”
“Si, priorità assoluta, sospendi il resto, per il momento. Vorrei sapere se di quest’arma esiste traccia nella nostra banca dati.”
“Va bene. Dovrò sparare un colpo ed esaminare la pallottola. Ti saprò dire.”
“Per quando?”
“Stasera verso le 18 potrei anticipare qualcosa, domani a pranzo sarò più sicuro.”
“Va bene.”
“Ah, Vidal, ecco gli originali di quelle foto che mi hai chiesto di digitalizzare ed una chiavetta che le contiene, assieme agli altri documenti che abbiamo trovato nella busta.”
“Mille grazie.”

Informo Romano e Michele che nella stalla in Castaldia abbiamo trovato una pistola.
“Scrivete report su tutto quello che avete scoperto ieri ed oggi. Stasera alle 19 intendo consegnare al dottor Tassa Zanin un primo resoconto completo delle nostre attività. Mi metterò a scrivere dopo pranzo. Chi di voi ha la chiavetta con le foto che abbiamo spedito io e Santa da Piancavallo sabato mattina?”
Michele apre un cassetto, prende una chiavetta e me la porge.
“Ecco qua, Commissario. Sopra quello schedario ci sono il suo PC portatile di casa, si ricorda che ci aveva chiesto di andarli a prendere. Forse è meglio che non li lasci qui, è un porto di mare.”
“Vero. Me li metto in macchina oggi stesso.”
Andrò da un amico e glielo farò tenere per qualche giorno ancora. Importante è che da sabato mattina nessuno ci sia entrato.

Sono le dodici e trenta quando mi richiudo nella mia stanza. Ora serve ragionare, fare le ultime mosse, ma che siano quelle giuste.
Ora Fedeli sa, dalle intercettazioni o perché gliel’ha detto la Marinelli, che abbiamo trovato una pistola. Cosa sanno davvero i servizi del legame fra Quercioli e Sella-Mazzocco? Sospettano di sicuro che Mazzocco fosse un soldatino messo in riserva ed attivabile a comando. Di certo era in grado di fare lavori sporchi, visto quanto è abile con le armi. Ora sospetteranno che con quella pistola venissero fatti i lavori sporchi. Forse non solo con quella, o non tutti con quella, ma anche con quella. Sanno che i servizi americani conoscono la doppia identità di Mazzocco e dunque che l’assassino dei tre ragazzi aveva un rapporto con qualcuno che perlomeno era stato nei nostri servizi. Cos’è prioritario, per loro? Dimostrare che non centrano niente con tutta questa storia. Potrebbero limitarsi a starne fuori e a lasciar lavorare me. Ma allora perché mi pedinavano e di certo sono lì che registrano ogni cosa che faccio? Perché il quadro non gli è chiaro e ne vogliono conoscere l’evoluzione? Cosa sanno di Quercioli e di quelli che stanno sopra di lui? Che rapporti hanno? Probabilmente chi controlla Quercioli sta molto in alto, chissà dove.
La cosa che non so e se Quercioli fosse l’unico collegamento di Sella-Mazzocco. Lui conosce qualcuno che stia sopra, oltre Quercioli? Mazzocco è uno intelligente, in molti anni vuoi che non si sia posto il problema? E che non sappia davvero altro, oltre ovviamente ai crimini eventualmente commessi su indicazione di Quercioli? Dopo tanti anni di servizio? E del resto, un soldatino così, dopo qualche anno diventa pericoloso: o lo lasciano libero e staccano ogni rapporto o più probabilmente lo fanno fuori, per non lasciare tracce. Ma Sella è diventato Mazzocco da 29 anni, credo che sia un record per questo tipo di cose. Perché lo tengono ancora in gioco? Col telefonino Telekom Serbia per le emergenze. Solo perché è un grande professionista delle armi? Steiner dice che li ricatta. In cosa consiste il ricatto? Quando è passato in mezzo ai fotografi, domenica mattina, quasi era orgoglioso. Ecco: ci teneva a farsi fotografare, non si nascondeva, era a viso aperto. Con chi stava parlando in quel momento? È possibile che Sella-Mazzocco almeno conosca qualcosa di importante di quel che c’è nelle retrovie di Quercioli. Li sta sfidando, gli dice: “Attenti a quel che fate, tiro fuori tutto quel che ho scoperto in 29 anni, e forse più, di onorato servizio”. O forse anche questo fa parte di quella sua tensione per la doppia identità, sentirsi ben più che l’allevatore-pastore-malghese che ufficialmente è diventato? Può essere che Sella-Mazzocco non si fidasse più di Quercioli: trent’anni così potevano continuare? Di certo Sella-Mazzocco se lo chiedeva. E se questo triplice omicidio fosse nient’altro che un modo per salvarsi? Magari paradossale, dipende dalla lucidità della mente di Sella-Mazzocco. C’è ancora in lui la capacità di riconoscere la realtà? Se ad esempio solo supponesse di sapere chi sta dietro a Quercioli? O magari se gli avessero passato qualcosa di falso, negli anni, per fargli credere di sapere chissà cosa, quando in realtà non ne sa nulla? Quest’ultima ipotesi mi pare la più realistica. Quel che Sella-Mazzocco sa, probabilmente, si limita al suo coinvolgimento in azioni dal momento in cui gli regalarono una nuova identità e lo trassero dalle BR venete ad oggi.
E allora, se siamo di fronte a due gruppi, come sostiene Fedeli, i servizi ufficiali e questo gruppo non ufficiale, chiamiamolo così, cosa stanno pensando di fare, adesso?
Forse Fedeli pensa di stare a vedere. Qualcuno sopra di lui sta mettendo i ferri in acqua per mettere limiti a questa inchiesta, perché teme di dover ammettere qualcosa non sul passato, ma sull’esistenza di strutture parallele attive sul territorio. Cercheranno perciò di avocare ad altre procure, se fossero confermati i crimini avvenuti a Montecatini e chissà dove. Cercheranno di disperdere e sfilacciare tutto, non consentiranno mai un unico processo. E insinueranno dubbi, cose del genere. Vorranno forse smantellare un gruppo che si è indebolito e perciò può non servire più. Ma al contempo gli serviranno “pezzi” di quel gruppo.
Gli altri, se esistono davvero, vorranno invece salvarsi. Alcuni come persone, altri anche come gruppo. Hanno una vera ed unica speranza: che Sella-Mazzocco conosca solo Quercioli, non sappia altro.
A Tassan Zanin, al Procuratore, a Katia non ho mai fatto iI nome di Quercioli, glielo dirò solo stasera. Non prima. Al telefono non ho mai parlato di Quercioli, solo la mia squadra e Steiner sanno. E non è affatto detto che i servizi americani ne abbiano parlato coi nostri. Secondo me vogliono stare a vedere per capire cosa si muove. Vediamo come reagiranno.
Oggi mi accontento di un panino ed una aranciata. Devo restare bello teso fino alle sette.

Mi metto a scrivere sul mio PC portatile il report per la Procura alle due e mezza del pomeriggio. Molto sintetico, non tralascio in realtà niente, salvo la pistola ritrovata in quel nascondiglio che conoscevo per caso da quand’ero ragazzo e che poi ho fatto ritrovare. Aggiungo tutte le foto, comprese quelle di Quercioli e Mazzocco che parlano. Quelle, secondo me, faranno saltare sulla sedia parecchi di loro. Ci metto due ore buone a completare. Adesso devo aspettare il lavoro di Mazzariol, per quanto parziale. Metto tutto sotto chiave.

Alle 16.30 chiama Steiner. Vuole vedermi. Volentieri. Viene lui a Pordenone. Viene da me? Perfetto. Ci mette dieci minuti per mettersi a sedere davanti alla mia scrivania. Vuol dire che era già in città. Mi porge una chiavetta.
“Commissario, in questa chiavetta lei trova le registrazioni delle conversazioni fra i telefoni Telekom Serbia che mi ha chiesto. Se la Procura della Repubblica di Pordenone ce le chiedesse per vie ufficiali, ve le forniremmo volentieri. Così abbiamo deciso.”
Sono sorpreso ed emozionato. Ormai non scappano più.
“Io la ringrazio molto, signor Steiner. Lei sta facendo molto per fare luce su tutta questa storia.”
“È una decisione non semplice, quella che abbiamo preso. Ma siamo felici di collaborare con lei e la polizia italiana. Mi permetta di aggiungere una cosa. Credo che quelle foto che sono state trasmesse sabato mattina dal luogo del delitto al suo ufficio siano molto importanti.”
“La persona fotografata accanto all’assassino è quella che ha il secondo telefonino Telekom Serbia?”
“Esatto.”
“L’immaginavo, ma lei me ne fornisce la prova. Molto bene. Ringrazi tutte le persone che l’hanno aiutata in queste giornate. La chiamerò per comunicarle gli sviluppi delle indagini.”
Ci stringiamo le mani, sorridiamo tuti e due soddisfatti.

Inserisco la chiavetta e la apro. Ci sono cinque file, ma il mio PC d’ufficio non li legge. Vaffanculo! Provo col mio portatile. Li legge!
Primo file.
Ore 1.09 di sabato mattina. Mazzocco ha già buttato nel lago di Barcis vestiti e fucile. Rientra alla malga. Accende il telefonino serbo e dal Piancavallo parte un SMS per un telefonino italiano.
Dopo pochi minuti Mazzocco chiama.

Secondo file, prima telefonata di Mazzocco a Quercioli.
Ore 1.20
“Sono io.”
“Che succede?”
“Ho fatto una stronzata.”
“Cosa?”
“Tre americani mi hanno preso in giro. Li ho fatti fuori.”
Silenzio.
“Sei sicuro?”
“Non sbaglio mai.”
“Dove?”
“In Castaldia, vicino alla Casera dove ci siamo visti l’ultima volta.”
Silenzio.
“Lasciami che penso. Richiamo io.”

Terzo file. Prima telefonata di Quercioli a Mazzocco.
Ore 2.03
“Eccomi.”
“Sì.”
“Quella è una zona coperta, registrano tutto. Non riusciamo a coprire questa roba.”
“Ho fatto un lavoro sulla portiera della macchina di quei tre. Se ci fosse un comunicato delle BR che rivendicano, possiamo depistare.”
“Pessima idea! Ti ripeto, gli americani hanno di sicuro registrato tutto. Gli facciamo al massimo perdere qualche ora, poi arrivano. Con in più che cominciano a cercare robe vecchie, capisci?”
Silenzio.
“E allora, cosa vuoi fare?”
“Non so, bisogna gestire sta merda.”
“Cioè?”
“Finirai dentro per qualche anno. Bisognerà spiegare che ti avevano offeso, ti metterò vicino un ottimo avvocato. Se ti chiedono di quella roba sulla portiera, dici che ti era venuto in mente di depistare. Le indagini le devono fare i carabinieri. Tanto saranno gli americani a fare tutto.”
“Adesso sono io che devo pensare. Ti richiamo.”

Quarto file. Seconda telefonata di Mazzocco a Quercioli.
Ore 2.58
“Ho pensato. Che non vi venga neanche in testa di mollarmi. In tutti questi anni ho raccolto tutto quello che ho fatto e so chi c’è dietro a te. Due avvocati hanno un dossier completo. Chiaro? Se mi mollate finisce tutto sui giornali. Tutto. Chiaro? Si riapre tutto, è chiaro?”
“E allora?”
“Allora mi faccio arrestare tranquillo, mi dai un ottimo avvocato, la storia finisce qui, io vado dentro, diranno che quei ragazzi si facevano di hashish, che poi è vero, e mi avevano offeso, che ho reagito, fatemi pure passare per matto. La mia famiglia ha da vivere. E io non dico niente. Altrimenti immagina come finisce. Chiaro?”
“Non vedo cosa altro si può fare.”
“Fai comunque quel comunicato delle BR.”
“No, se deve risultare che hai reagito ad una provocazione, a che serve un comunicato?”
“Fallo, ti dico! Servirà comunque.”
“È un’idea del cazzo, una stronzata. Rischiamo noi di riaprire una cosa morta e sepolta, non ha senso.”
“Credimi, fallo, ci darà qualche ora.”
“No, non lo faccio, è un errore.”
“Ma va a cag…, non capisci un c….!”

Quinto file. Seconda telefonata di Quercioli a Mazzocco.
Ore 6.45
“Stai calmo, vengo a trovarti, sto per partire. Vengo su da te per parlare, voglio vedere il casino che hai fatto. Sai se li hanno trovati?”
“Non ancora, sono passato da poco per il posto per andare a lavorare in stalla, non c’era nessuno, tutto come l’ho lasciato ieri sera.”
Cerco di essere lì per le otto. Dove ci vediamo?”
“Se vuoi passare di là, più facile vederci in Col Alto. Ti aspetto vicino alla cabina elettrica, è l’unica che c’è.”
“Arrivo verso le otto e un quarto. Tu comportati normalmente.”
“Niente scherzi, ti ho già detto.”
“Solo un matto può pensare di tentare di fare scherzi a te.”

Quercioli non voleva fare un falso comunicato di rivendicazione delle BR. Poi però qualcuno l’ha fatto. Chi sarà stato? Perché?
Mazzocco è rimasto sveglio tutta la notte. Deve aver svegliato moglie e figli e spiegato loro quel che era successo. Deve aver spedito i figli a raccogliere quei documenti e a pulire la casa di Marsure. Forse sono scesi da Piancavallo durante la notte. Bisogna chiedere ai vicini se hanno visto i ragazzi in casa e a che ora, qualche contraddizione può scoppiare. Ma soprattutto quanta verità avrà raccontato a quei ragazzi? E alla moglie? Avrà avuto il coraggio di raccontare loro tutta la sua storia e di spiegargli quel terribile delitto? La moglie, la Battistella, quando sono andato da loro, mi era sembrata sinceramente sorpresa ed addolorata per quei tre poveri ragazzi. Se recitava, se la cavava bene. Quanto sanno i ragazzi di quel padre? Possono considerarlo un eroe, aiutarlo? O aiutarlo spinti da compassione? Da riconoscenza, se pensano che sia stato un buon marito ed un buon padre? Non la vedo, la famiglia Mazzocco, come un clan mafioso, che copre i propri crimini.

Copio i cinque file sul mio PC portatile.
“Scusa Michele, copiati i file che trovi in questa chiavetta. Per te e per Romano. Danne una copia a Franco Mazzariol. Tu sai se abbiamo un sistema per trascrivere automaticamente delle conversazioni? Quattro dei cinque file che trovi in questa chiavetta sono brevi registrazioni audio. Me le fai trascrivere subito, per favore? Vorrei vedere te, Romano, Franco e Santa, alle 18.20 puntuali, in ufficio da me. Sono pronti i report che vi avevo chiesto? Ottimo.”

Cerco Muner, il capo della “politica”. Mi ero preso l’impegno di raccontargliela giusta.
“Stasera alle sette vedo il Procuratore. Gli lascio una ricostruzione circostanziata di come, a mio avviso, sono andate le cose e di cosa c’è dietro. Domattina, in forma riservata, ce l’hai sul tavolo. Non ne parlerai con nessuno, ci sono passaggi non banali.”
“Ti ringrazio.”

“Allora, Franco, hai novità sulla pistola trovata stamattina?”
“Stiamo rilevando impronte. Il numero di matricola è abraso, ma secondo viene da uno stock di armi nostre, deve esserci stata rubata. È un modello di fine anni ’80, molto ben tenuto. Stiamo lavorando in banca dati per verificare denuncie per furto di quel tipo di pistole subito fra il 1988 ed il 1993, quello dev’essere il periodo. Ho cercato in banca dati casi insoluti di delitti o reati gravi commessi usando quel tipo di arma. Mi sono concentrato sul nord Italia, ovviamente. Per prima cosa, l’arma è compatibile con l’episodio di Montecatini del 2004. Poi ci sono tre episodi, fra il 1996 ed il 2008, in Veneto. Sono stati trovate ammazzate a pistolettate quattro persone. L’arma usata era compatibile con quella ritrovata. Si trattava di trafficanti di droga, pare di alto livello. Gli episodi sono stati interpretati come parte di una guerra fra clan rivali per il controllo del mercato in queste zone. Ovviamente non si è mai saputo se siano spariti carichi di droga o denaro o altro. Mi concentrerei su queste quattro cose, per ora. Se si trovano riscontri, poi si può lavorare per similitudini, cercare casi simili.”
“Molto bene. Prosegui questo lavoro. Una domanda: secondo te sarà possibile stabilire con certezza che con quell’arma sono stati compiuti, negli anni scorsi, degli omicidi?”
“Con un notevole grado di verosimiglianza. Stabilire poi chi abbia sparato, mi pare difficilissimo, a meno che non emergano altri elementi oggettivi, come riscontri sulla presenza di Mazzocco nei luoghi in cui sono avvenuti gli omicidi. Però si andrà sempre per deduzione. Poi manca il movente. L’unica refurtiva sarebbero i gioielli rubati a Montecatini, ma figurati se sono così scemi da tenerseli, avranno fuso tutto, sono passati sette anni.”
“Pare anche a me un quadro credibile. Però tenteremo. Comunque questi elementi servono a comporre un quadro. Allora, fra poco io vado dal Procuratore assieme alla dottoressa Marinelli. Tiro fuori tutte le cose che sapete, compresa quest’ultima importante. Vedrà il Procuratore come usarla. Michele vi ha dato la registrazione delle telefonate partite e ricevute col telefonino serbo da Mazzocco, quindi anche di questo sapete. Per quel che mi riguarda, ora la parola passa al magistrato. Ci dirà lui nei prossimi giorni che cosa fare, se e come proseguire le indagini. Ovviamente credo che ci saranno interventi importanti, sia di Bastoni che di altri. Vedremo cosa succederà, l’importante è che noi siamo in grado di dare un senso compiuto a tutto quello che è successo. Avete osservazioni o suggerimenti? Bene, allora ci vediamo domani, vi trasmetterà le indicazioni di lavoro che verranno dal magistrato. Grazie per l’ottimo lavoro.”

Mi sento una locomotiva.

“Può chiedere alla dottoressa Marinelli se mi riceve?”
La segretaria di Katia alza il telefono e annuisce.
“L’accompagno, commissario.”
Ci speravo, ha un culo che è uno spettacolo.

“Vidal, stavo per chiamarti. Novità?”
“Molte ed importanti. Intanto ecco in anteprima il fascicolo sull’indagine che consegnerò al Procuratore. Stamattina abbiamo trovato una pistola nella stalla della Casera del Medico. Ovviamente le verifiche sia sulle impronte che sul suo eventuale uso sono appena iniziate, ma pare che possa riservarci riscontri positivi. Dice Mazzariol che potrebbe essere compatibile con quella usata nel 2004 a Montecatini ed in almeno tre altri omicidi, questa volta di grossi trafficanti di droga, avvenuti in Veneto. Poi Steiner, la persona che si occupa delle indagini per gli americani, mi ha comunicato che sono disponibili a darci le registrazioni delle telefonate fatte da Piancavallo usando telefonini serbi. Dovremo fare però una richiesta formale, non so come, forse una rogatoria, sapranno di sicuro al Ministero. Per intanto mi ha dato per le vie brevi copie dei file che contengono le telefonate. Interessanti, Sella–Mazzocco concorda con un tizio come gestire il suo destino dopo il triplice omicidio e lo ricatta: se non fa alcune cose, lui ne rivelerà delle altre. Pare che due avvocati abbiano documenti che renderebbero pubblici se Mazzocco dovesse essere ammazzato. Un bel quadro della situazione. So chi è la persona al telefono con Mazzocco. Si chiama Michele Quercioli, è un ex ufficiale dei Carabinieri, collaboratore dei servizi segreti. Oggi è in pensione, vive a Padova. Sabato mattina, verso le otto, poco tempo dopo aver scoperto i cadaveri, una BMW nera è passata sulla strada asfaltata vicino all’auto dei ragazzi, senza fermarsi. Ho guardato chi fosse, aspettavo infatti Tassan Zanin che saliva da Aviano e speravo fosse lui. Sul momento non ho riconosciuto la persona alla guida, ma ho memorizzato il numero di targa. Ho subito chiesto al mio ufficio di sapermi dire di chi fosse l’auto ed era di Quercioli. Quando è arrivato Santarossa, siccome doveva andare in Piancavallo a prendere del nastro per delimitare la zona, gli ho chiesto di dare un’occhiata in giro. Se vedeva la BMW nera doveva sapermi dire cosa facesse il signore che la guidava. Santarossa ha fatto ben di più: è riuscito a fotografare Quercioli a colloquio con Mazzocco. Le foto sono nel fascicolo. Questo Quercioli era un ufficiale dei carabinieri che si occupava di lotta armata a Venezia e nell’area veneta, col quale avevo avuto qualche rapporto quando lavoravo alla Digos di Venezia, agli inizi degli anni ‘80. Ascoltando poi la voce della persona al telefono con Mazzocco ho riconosciuto quella di Quercioli. Sono passati molti anni ma il timbro è quello. Altre cose rilevanti potrebbero emergere dagli interrogatori di Mazzocco e dei suoi famigliari e dall’esame completo della pistola ritrovata nella stalla. Ma a me pare che il quadro sia chiaro.”
Silenzio. Si vede che trattiene a stento la rabbia e mi guarda stralunata.
“Perché non ci hai avvertito subito che avevi visto uno dei servizi sabato mattina in Piancavallo e addirittura che avevi foto di quel tizio che parlava con Mazzocco?”
“Perché non avevo elementi certi per formulare alcuna ipotesi. Inoltre ho imparato ad andarci cauto con tutto quel che riguarda i servizi. Ora tutto mi è più chiaro.”
Silenzio, è super incazzata.
“Tu non sei una persona trasparente, non sei stato leale con me. Tutto questo mi mettera in grande imbarazzo nel rapporto coi miei superiori.”
“Io fin dall’inizio ho teso a proteggere la polizia, compreso il mio Questore, in una vicenda che ho subito intuito essere intricata e piena di pericoli, per le persone ed anche per le istituzioni. Una volta riconosciuto Quercioli, mi sono comportato di conseguenza, tenendo conto delle modalità e delle abitudini di chi avevo davanti. Non potevo tirar fuori tutto subito. Mi avrebbero bruciato chissà in quale modo. In questo tipo di indagini due cose sono fondamentali: evitare polveroni nei quali perdersi e dettare i tempi, in modo che altri siano costretti a seguirti, non tu a seguire loro. Ho scoperto quel delitto sabato mattina, siamo a martedì sera e tutto viene squadernato davanti a voi in modo chiaro. Se ci sono riuscito, è perché questa vicenda è per molti aspetti l’epilogo di una storia che ho vissuto ormai trent’anni or sono. Detto questo, sul piano dei rapporti personali, ti ho sempre detto che non consideravo affatto concluse le indagini e che dovevamo capire chi davvero fosse Mazzocco e perché avesse compiuto quegli omicidi. Ho sempre invitato alla prudenza. Ti ho dato modo di riflettere ed evitare, soprattutto nelle relazioni con la stampa, di assumere posizioni che poi si sarebbero potute rivelare sbagliate o incomplete. Non è colpa mia se la realtà è molto più complessa e dura di quanto già non appaia. Ma l’Italia è anche questa roba qui, non solo la disperata stupidità dei delinquenti con cui abbiamo a che fare di solito.”
Silenzio.
“Andiamo in Tribunale.”

Guida Katia ed il silenzio è tombale. Ma non mi imbarazza.

Davanti al Procuratore ed a Tassan Zanin ripeto tutto ed alla fine consegno il fascicolo con le foto e la chiavetta con le conversazioni di Sella-Mazzocco e Quercioli. Il Procuratore, già preoccupato prima che parlassi, diventa scuro in volto.
“Questa storia minaccia direttamente il prestigio e la credibilità dello Stato. Se dovessimo accertare che davvero alti ufficiali delle forze dell’ordine hanno sottratto alla giustizia una persona condannata da un tribunale per gravi reati, per poterla utilizzare per compiere atti criminali al fine di procurarsi finanziamenti per mantenere una organizzazione parallela a quella dei servizi segreti ufficiali, credo che lo scandalo ed il clamore sarebbero altissimi. In questi casi, come sapete, le indagini per comprendere la verità si intorbidano e tutto riesce più difficile. Dobbiamo perciò agire coi piedi di piombo ed io devo riflettere bene su che cosa debbo fare. Voglio che sappiate che io sono determinato a consegnare alla magistratura giudicante una accusa credibile e formulata con prove circostanziate e certe, questo è il mio stile ed ho sempre agito così. Dunque chiedo che nessuno degli elementi che con tanta abilità e direi anche passione il Commissario Tonelli ha scoperto, venga riferito alla stampa. Il fascicolo continua ad essere tenuto dal dottor Tassan Zanin, che assume una direzione molto stretta delle indagini. Se dovessi trovare qualcuno degli elementi che sono qui emersi sulla stampa, sarei costretto ad una dura indagine per appurare la responsabilità di una fuga di notizie che, oltre che danneggiare le indagini, potrebbero seriamente colpire il prestigio dello Stato e delle istituzioni. Sono stato chiaro? Ora lei Tonelli concordi con Tassan Zanin ogni passo di quelli da fare nei prossimi giorni e lei, dottoressa Marinelli, è per me garante di uno sviluppo futuro che abbia tutte le caratteristiche di riservatezza e prudenza ch ho richiamato. Penso di essere stato chiaro. Me lo confermate? Bene. Tonelli, prego.”
“Io desidero solo dire una cosa. Restano da chiarire, secondo me, solo aspetti di questa vicenda. I miei due vicecommissari potranno lavorare seguendo le indicazioni del dottor Tassan Zanin. Fondamentali saranno gli sviluppi del dottor Mazzariol della scientifica. Se con quella pistola siano state commesse davvero attività criminali e se su quella pistola dovessimo trovare davvero impronte di qualcuno, sarebbe significativo, anche se in sede processuale, definire responsabilità a distanza di anni e su fatti oscuri, provare la presenza di Mazzocco sui luoghi dei delitti non è di certo facile. Comunque, vedremo quel che è possibile fare. Questa indagine, però, avrà come conseguenza inevitabile lo smantellamento, o la trasformazione, dell’organizzazione che sta dietro a Quercioli. Non è facile infatti trasformare un Sella nel soldatino Mazzocco e non penso che casi come questo abbondino e siano a disposizione di chiunque. E non si vive senza soldi e qualcuno che li procuri. Questo è importante, dal mio punto di vista. Questo è il risultato vero che abbiamo raggiunto, oltre all’arresto rapido dell’assassino dei tre ragazzi. Se dunque non riuscissimo ad assicurare alla giustizia, con certezza, l’autore degli omicidi di Montecatini e dei trafficanti di droga, e di chi altri non so, visto che le ricerche dei collaboratori di Mazzariol continuano, io ne sarei molto dispiaciuto, ma riterrei comunque soddisfacente aver smantellato la rete che aveva, eventualmente, ordinato quei delitti. Se poi siamo davvero convinti che sia stato Mazzocco, credo che comunque sia destinato ad un lungo periodo di reclusione per aver ucciso i tre ragazzi americani. Sono considerazioni che vi offro, forse ci aiuteranno negli sviluppi futuri.”
Silenzio.
Il Procuratore mi guarda con attenzione.
“Lei ha detto cose importanti, commissario. La ringrazio. Raccomando a tutti ancora la segretezza. Concordate nei particolari il lavoro dei prossimi giorni e se ci sono novità riferitemele.”

“Adesso cosa farai?”
“Concorderò con Tassan Zanin.”
“Ormai ti conosco. Tu segui un tuo indirizzo e lavori sui tempi, in modo da anticipare gli altri.”
“L’ho già fatto. Penso di aver completato le indagini. Ve l’ho anche detto.”
“Chissà cosa debbo aspettarmi per domani.”
“Azioni di polizia, ovviamente.”

Mi scarica davanti casa. La guardo ripartire.
Domani? Lo capisce anche un bambino quel che devo fare domani mattina presto, se voglio impedire che tutto venga svalutato, ridimensionato, sottaciuto.
Metto la sveglia alle quattro.


  • Pubblicato il 05 marzo 2012
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Interrogazione relativa agli interventi a sostegno delle iniziative mediche e di profilassi per gli stranieri presenti sul territorio

Questo è il testo della mozione sulla ormai annosa questione dell’ambulatorio medico per stranieri senza permesso di soggiorno.

5 marzo 2012

Al Sig. Sindaco del Comune di Pordenone

Oggetto: articolo 65 del Regolamento del Consiglio Comunale – Interrogazione relativa agli interventi a sostegno delle iniziative mediche e di profilassi per gli stranieri presenti sul territorio.

L’Italia è un Paese civile e appartiene all’Organizzazione della Nazioni Unite condividendone principi essenziali esplicitati nelle Carte, ivi compresa quella dei Diritti dell’Uomo. Sono diritti dell’Uomo in quanto tale la salute e la dignità. Questi pronunciamenti non hanno l’inciso “di norma”.

I principi universali della solidarietà umana sono applicabili in tutte le parti del mondo ove vi sia la coscienza civile. Dalle Alpi alle Piramidi …

Allora, anche da noi è necessario che siano applicati gli strumenti più adatti ed opportuni per la tutela della salute. I medici possono dare un importante contributo attraverso le attività di diagnosi e di indirizzi terapeutici, le organizzazioni sanitarie possono rendere accessibili i luoghi e i riferimenti per l’incontro tra il medico e chi ne ha bisogno nonché porre in essere tutto quanto serve per le attività a sostegno della prevenzione, individuale e collettiva. Ciò vale in modo particolare per la profilassi di condizioni patologiche diffusibili nella comunità che, inevitabilmente, è composta dalle persone che si trovano di fatto a vivere la loro esistenza in quel territorio, indipendentemente da qualsiasi altra considerazione.

Consentire a tutti l’accesso alla consultazione medica e agli interventi di profilassi è sicuramente atto dovuto ed espressione di umana civiltà.

L’interesse è collettivo e la ricaduta sarà positiva per tutti.

Essere straniero non deve essere considerato equivalente ad essere inesistente od estraneo alla nostra realtà quotidiana; essere straniero non deve essere un connotato per giustificare negazione di diritti sanciti nelle dichiarazioni internazionali.

Su questi temi, in particolare su quello della salute, il Comune non può essere indifferente.

Deve chiedere ed esigere che l’organizzazione sanitaria delle ASL e/o degli Ospedali sia facilitatrice dell’accesso alle prestazioni mediche a tutti quelli che sono presenti sul nostro territorio, indipendentemente da ogni altra considerazione o clausola.

Sul territorio si può contare anche sulla presenza di associazioni e professionisti in grado di, e disponibili a, prestare la loro opera od assistenza. Anche nel nostro Territorio ci sono Medici che hanno dato e danno lodevolmente la loro attività con lo spirito solidaristico e di adesione agli impegni deontologici nei confronti di chi ha semplicemente bisogno di salute. Favorire con immediatezza anche le semplici attività ambulatoriali potrà essere momento qualificante in positivo l’azione del Comune di Pordenone, anche come capofila dell’ambito socio-sanitario.

Ciò premesso, i sottoscritti Consiglieri Comunali, interpellano il Sig. Sindaco al fine di conoscere quali siano sull’argomento le intenzioni dell’Amministrazione nonché, nell’ipotesi auspicata di volontà d’intervento, quali siano le iniziative già poste in essere o programmate ed anche i relativi tempi e le aspettative.

Fatta salva – per ognuno dei firmatari – la facoltà di replica.

Lucia Amarilli

Giovanni Del Ben

Loris Pasut

 

Alberto Rossi

Giovanni Zanolin


  • Pubblicato il 03 marzo 2012
FAVOT DANIELA

Daniela Favot presidente dell’Associazione Il Ponte.

Il Ponte

Associazione Culturale

Pordenone, 1° marzo 2012

Agli organi di stampa

Vi trasmettiamo questo documento sull’esito dell’assemblea dell’associazione culturale “Il Ponte” che si è svolta martedì sera, 28 febbraio us.

L’assemblea dei soci si è riunita per discutere un ordine del giorno che conteneva diversi punti: il bilancio  consuntivo 2011, quello preventivo del 2012, il piano delle attività per il 2012 e infine la nomina del Presidente dell’associazione a seguito delle dimissioni presentate  dal fondatore Gianni Zanolin.

Loris Pasut ha esposto l’esito di una verifica compiuta tra tutti i soci, per indicare il candidato ideale alla successione di Zanolin: è stata proposta con grande entusiasmo la candidatura di Daniela Favot, che l’assemblea ha accolto con l’unanimità dei voti.

Un passaggio importante che segna l’inizio di una nuova autonomia dell’associazione e che vede protagonisti nuovi attori sulla scena dell’impegno politico e culturale. Daniela Favot è una donna di grande carattere e intelligenza, impegnata nella società come mamma, come imprenditrice e non da ultimo sul fronte della politica.

All’interno dell’associazione esistono persone in grado di cogliere questa opportunità come momento di crescita,  anche come momento di rottura generazionale, potendo puntare con maggiore coraggio e spregiudicatezza all’ampliamento della compagine, al coinvolgimento di nuovi soggetti nella vita sociale e politica locale.

Daniela dopo un breve ringraziamento, rivolto in particolare a Zanolin, ha accettato l’incarico e nel prospettare la continuazione di alcune iniziative già avviate in tema di viabilità, ha sottolineato la necessità di pervenire in tempi rapidi all’organizzazione di un appuntamento che abbia come tema centrale “ i nuovi stili di vita”, con la partecipazione di esperti dell’argomento.

Gianni Zanolin fondatore dell’associazione ha garantito il suo impegno sia come consigliere comunale che come socio dell’associazione egli ritiene questo passaggio un momento fondamentale per “il Ponte” una svolta per dimostrare che l’associazione sarà in grado di poter camminare con le proprie gambe.

Zanolin ha ribadito che nella sua personale scelta di aderire al progetto di Italia Futura ravvisa l’incompatibilità con l’incarico di Presidente dell’Associazione, potendo facilmente ingenerare confusione e dare origine a conflitti personali.

Cogliamo l’occasione per dire che sono aperte le iscrizioni all’associazione culturale il Ponte per l’anno 2012. Un messaggio per  tutti coloro che fossero interessati a dare il proprio contributo per una nuova generazione di interesse politico culturale non solo per la città. Per informazioni si possono contattare i seguenti indirizzi: daniela@favot.it  cell. 3483811820 oppure loris.pasut@fastwebnet.it  cell 3471462667


  • Pubblicato il 03 marzo 2012
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Webromanzo – capitolo 16

16.

Alvise ed io siamo seduti sulle fondamenta, davanti all’Anice stellato, una bella osteria che da poco hanno rimesso a nuovo. Sono quasi le sette, la temperatura è ottima e sono molto contento. Quel gran cagnone rifilato allo stronzo che i servizi mi avevano piazzato alle costole mi ha messo di buon umore. E poi sento che la storia dei tre ragazzi americani ammazzati in Piancavallo ora ha un capo ed una coda. Sempre una follia resta, ma almeno mi pare di averla capita. Domani mattina con Romano, Michele e Franco praticamente possiamo chiudere, soprattutto se Franco Mazzariol ci racconta qualcosa sul giocattolo, se sia stato usato, dove, per fare cosa, in questi anni.

Non mi resta che godermi questi zucchini fritti, il risotto all’onda coi calamari, il fritto misto che abbiamo ordinato e il merlot che è già qui sul tavolo.

Suona il mio BlackBerry. È Fedeli.

“Caro Commissario …”

“Col cazzo caro Commissario.” Mi scosto dal tavolino dove mangiamo, faccio pochi passi mentre continuo a parlare e mi appoggio alla spalletta destra del ponte di calle della Malvasia. “Non mi faccia più pedinare, soprattutto da uno stronzo buono a nulla come quel Pagotto. Chiaro?”

“Era per proteggerla, Commissario.”

“E per proteggermi lei mi mette alle costole uno che si fa sorprendere come un mona?”

“Indubbiamente lei è molto bravo, Tonelli.”

“Lasci perdere. Le comunico che il vero nome di Riccardo Mazzocco è Franco Sella, è nato ad Asigo, in provincia di Vicenza, nel 1954. Ha subito una condanna in contumacia per partecipazione a banda armata e detenzione di armi da guerra. Lo cerchi nella sa banca dati e vedrà che lo trova. Era nella colonna veneta delle BR e poi voi l’avete fatto sparire, gli avete dato l’identità di un ragazzo argentino e sistemato ad Aviano. Secondo me l’avete usato per anni per le vostre peggiori cose, fino a che venerdì sera, di sua iniziativa, ha fatto fuori quei ragazzi americani. Dopo ha cominciato a ricattarvi ed ora state cercando di limitare i danni. Corretto?”

Silenzio.

“Corretto?”

“Com’è che si chiama?”

“Franco Sella, Asiago, 1954:”

Silenzio.

“Non non centriamo con questa storia.”

“Come no, ovvio. E io sono la nonna del corsaro nero.”

“Voglio parlare con lei, subito.”

“Lei sa benissimo dove sono, venga qui verso le nove.”

“Dove ci vediamo?”

“Nella sala d’aspetto della questura di Venezia, alle 21 puntuali.”

Torno al tavolo da Alvise, che mi aspetta.

“Ho lanciato una bomba ai servizi. Vediamo come esplode. Alle nove ho appuntamento in questura con uno dei capi. Vedremo. Ora però spengo il telefonino e mangiamo in pace. Poi devo farmi l’assicurazione sulla vita.”

È buono il risotto veneto coi calamari, appena appena liquido, delicato. È buono anche il fritto misto di laguna con i gamberetti di laguna, che a Venezia ed in tutta la costa fino a Marano chiamano schie, i calamari e i piccoli sardoni, con due fette di polenta gialla abbrustolita ed un poco di radicchio verde fresco di contorno.

Quando manca un quarto alle otto ci alziamo, Alvise va a pagare, ci incamminiamo verso casa. Io sto bene attento a non dimenticare la mia preziosa busta da qualche parte. Sorpresa: Claudio è già fuori dalla porta che ci aspetta, ha ormeggiato il suo barchino vicino a quello di Alvise. Propone di fare un giro e di andare a pescare. Io proprio non posso, ma sono ben contento se lo fanno loro. Alvise è lesto a prepararsi nonostante l’età ed in pochi minuti sono già pronti per partire. Li guardo allontanarsi tutti felici. Chissà se Claudio ha un buona bottiglia di bianco fresco sul fondo della barca, fra le cerate. Probabile.

Ora devo mettermi a telefonare. Lo faccio mentre, con calma, vado verso la stazione.

“Dottor Tassan Zanin?”

“Buonasera Commissario.”

“Buonasera. Ho novità decisive, ma sono a Venezia. Potrei essere ad Aviano attorno a mezzanotte stasera, spero prima. Le chiedo di ricevermi, nonostante l’ora. È molto importante.”

“Dev’esserlo davvero. Avevo la sensazione che lei ci preparasse sorprese, a dire il vero. Mi chiami quando arriva ad Aviano.”

“La richiamo. Buona sera.”

“Steiner?”

“Buonasera Commissario.”

“Buonasera. Volevo darle in anteprima una notizia importante. Il signor Mazzocco si chiama in realtà Sella, Franco Sella. È nato ad Asiago, in provincia di Vicenza nel 1954. Faceva parte delle Brigate Rosse, è latitante dal 1982. Credo sia stato fatto sparire da servizi italiani, non so ancora se quelli ufficiali o che altro. Non credo comunque che esista una minaccia terroristica. Credo di poter dare una spiegazione dell’omicidio dei vostri tre ragazzi. Domani passerei da lei, se è possibile.”

“Noi le saremo molto grati, Commissario. Vedo che lei è in anticipo sui tempi di cui avevamo discusso, molto bravo. Mi ripete il nome, per favore?”

“Franco Sella, Asiago, 1954.”

“Grazie, a domani.”

“Katia?”

“Vidal, dove sei?”

“A Venezia. Ho fatto una scoperta importante, che ti comunico in anteprima. Il vero nome di Riccardo Mazzocco è Franco Sella, nato ad Asiago nel 1954. Ha fatto parte della colonna veneta delle BR ed è stato condannato in contumacia per detenzione di armi da guerra e partecipazione a banda armata. Dal 1982 è scomparso ed io credo che siano stati i nostri servizi a farlo, per usarlo poi per altri scopi. Non so se tratta di servizi ufficiali o meno.”

Silenzio.

“Questo cambia tutto.”

“No, Katia, non cambia un granché, lui è l’omicida confesso e per ora non sappiamo di altri reati commessi in questi anni, sui quali scommetterei comunque.”

“Cosa fai adesso?”

“Ho appuntamento con Tassan Zanin verso mezzanotte, ad Aviano. Gli farò vedere tutta la documentazione che ho raccolto. Domattina alle otto sono nel tuo ufficio.”

“Cosa faccio, avverto Manganelli?”

“Forse domattina dopo che ci siamo parlati, così valuti anche la consistenza delle prove che ti porterò.”

“No, meglio che vengo ad Aviano, così informi anche me. Poi eventualmente chiamo il grande capo.

“Romano?”

“Dove si è cacciato, Commissario? Io e Michele abbiano novità importanti, dobbiamo vederci.”

“Ottima cosa. Siete ancora in ufficio? Molto bene. Intanto vi do io una novità molto rilevante. Riccardo Mazzocco in realtà si chiama Franco Sella, nato nel ’54 ad Asiago. Era nelle BR, è latitante dal 1982, è stato condannato per banda armata e detenzione di armi da guerra. Andate a cercare la sua scheda e stampatela. Aspettatemi in ufficio, così mi raccontate le vostre novità. Chiedete a Franco Mazzariol, a nome mio, se può esserci. Io poi vado ad Aviano da Tassan Zanin. Adesso vedo un tizio in Questura qui a Venezia, poi salgo.”

 

Arrivo con mezz’ora d’anticipo in Questura. Mostro il distintivo al piantone, che mi apre e mi dice che c’è una busta per me da parte del commissario Celante. Ringrazio. Devo fare delle fotocopie, chiedo dove posso andare. Lui chiama un collega, gli spiego che mi serve un buona fotocopiatrice, lui mi accompagna. Qui a Venezia, in Questura, invece di salire si scende, perché l’entrata pedonale è su una strada sopraelevata all’uscita di piazzale Roma. Scendiamo perciò al piano di sotto e con l’agente facciamo cinque copie di ogni foto avanti e dietro e della scheda preparata da Alvise tanti anni or sono. Faccio anche le copie del materiale che mi ha lasciato Celante e preparo i cinque fascicoli più l’originale. Mi faccio portare le buste grandi e su una scrivo “Celante” e la consegno all’agente. Ho bisogno che, anche nella peggiore delle ipotesi, un collega possa proseguire le indagini dal punto in cui sono arrivato.

“La consegni personalmente al Commissario Celante domattina, la prego.”

“Non dubiti, Commissario.”

Preparo le altre buste: “Dottor Odorico Tassan Zanin”, “Dottoressa Marinelli”, “Steiner”, “Michele e Romano”. Gli originali restano a me. Risaliamo.

Fuori dalla porta della Questura, in sala d’attesa, c’è Fedeli. Chissà dov’era nascosto, il topo, per essere arrivato così presto a Venezia. Non me ne frega nulla, in realtà.

Dico al Piantone di farlo entrare, Fedeli lascia i suoi documenti civili all’entrata. Ottima cosa, così la sua entrata in Questura a Venezia viene registrata. “Guai un mal”, dicono a Pordenone.

Ci accomodiamo in un ufficio.

Prima che spari cazzate parlo io.

“Mazzocco ha una doppia identità. Domani credo di poterla scoprire. Lei ne sa niente?”

Lungo silenzio.

“Noi non centriamo”, dice deciso.

“Qualcuno centrerà. Non è banale creare una doppia identità ad uno che è organico alle BR venete e tenerlo a bagnomaria per 29 anni, ci vogliono collegamenti e mezzi, per farlo. E quel comunicato delle BR, partito da Roma, che rivendica il triplice omicidio di Aviano mi dice che qualcuno si è mosso.”

Silenzio.

“Può essere. Quel che voglio dire è che i servizi italiani di oggi non centrano, noi non centriamo.”

“Glielo dico con sincerità e sicurezza: non me ne frega nulla. Dovrete comunque dimostrare che non centrate. Affari vostri. E ora andiamocene, io devo tornare a Pordenone in Questura e lei nella sua tana. Una sola cosa: come lei sa io oggi sono stato in una casa qui a Venezia. Ci vive una persona che per me è più che un padre. Come ho detto a quel mona che mi ha mandato dietro oggi, non provate a toccare quella persona. Chiaro?”

“Chissà perché dovremmo toccare il suo amico Alvise, una persona di cui conosciamo bene il passato ed i meriti.”

“Allora ci siamo intesi.”

“Si fermi, Tonelli.”

“Non ho tempo.”

“Parliamo.”

Mi volto a guardarlo.

“Faccia in fretta.”

“Il Veneto è sempre stato un’area cruciale, a partire dalla fine degli anni ’60, lo sa anche lei. Che in giro resti qualche scheggia impazzita, può essere. Ora grazie alla sua indagine potrebbe cominciare ad emergere qualche verità. Per quel che ci riguarda, prima tutta quella gente viene neutralizzata, meglio è.”

“Non conti su di me. La neutralizzi lei.”

“Lei è stato una loro vittima, però. L’hanno trasferita a Grosseto, sappiamo bene cos’è successo.”

“Non si intrighi in questa vecchia storia. C’è gente che ha sofferto molto e soffre ancor oggi, senza avere alcuna colpa. È una vicenda troppo alta ed importante, per uno come lei.”

Me ne vado, voglio respirare un’altra aria.

Io e Fedeli serviamo sotto la stessa bandiera: la Repubblica non deve avere le idee molto chiare.

Sono le 21 e 45 quando entro nel parcheggio comunale, pago e salgo alla terrazza dell’ultimo piano. Apro la macchina, metto le buste sul seggiolino anteriore destro, prendo la pila che mi porto sempre dietro. Esploro bene il pianale sotto alla macchina, il vano motore, il bagagliaio, le tasche interne. Guardo con attenzione le ruote ed i freni. Tutto a posto, posso mettere in moto. Sono un tipo prudente, soprattutto se ho a che fare con certa gente.

Entro in Questura alle 23 e 15. L’autostrada era libera, ho corso come un matto. Salgo subito in ufficio, ci sono Romano, Michele, Franco e anche Santa. La sua presenza mi fa molto piacere, mi farò portare ad Aviano da lui. Tiro fuori la busta per l’ufficio e mostro le foto. Loro hanno già la scheda d’archivio su Sella.

“È lui sputato!”, dice Franco. Gli altri annuiscono.

“Ora ditemi che cosa avete scoperto.”

Michele: “Beh, le foto delle carte d’identità le avete già. Foto ne hanno fatte sempre poche, ma non è vero che non ne facessero in assoluto. I fotografi professionisti di Aviano e della zona hanno pochi ricordi, ma uno ricorda che qualche rullino glielo hanno portato. Ora con le digitali ed i computer la storia è tutta cambiata. Ho cercato informazioni sulla moglie. Esce da una famiglia molto devota di Aviano, si chiamano Battistella. Lei fin da ragazza ha militato a sinistra, ma nulla di eclatante, prima i gruppi, poi il PCI, poi più niente, da quando ha conosciuto il marito. Ha buoni rapporti con la sua famiglia. Sono molto preoccupati per quel che ha fatto Mazzocco, credo che temano di essere isolati in paese. Sono stato a scuola per sapere dei due ragazzi. Ho trovato solo elogi, ottimo rendimento, molto controllati ed educati. Poi ho fatto il giro della banche di Aviano e dei paesi vicini. Domani cercheremo eventuali conti correnti o portafogli di titoli di Mazzocco e della moglie in tutte le banche della provincia e di quelle vicine. Con le Poste è più facile, ho già controllato, non avevano nulla. Mazzocco ad Aviano ha conti in FriulAdria e nella Banca di Credito Cooperativo. Ha molti soldi, davvero molti per i miei gusti, oltre trecentomila liquidi ed altrettanti in obbligazioni. Ho chiesto che mi preparino la lista completa dei movimenti dei due conti, fin dove possono risalire. Spero che domani nel primo pomeriggio le due banche me le possano dare. Infine, come Vidal sa, mi è venuta l’idea di sentire Guardiacaccia e forestali sulla questione del mauser. E in effetti loro sapevano che in Castaldia qualcuno sparava ai cervi col mauser, ma non l’avevano mai incastrato. Non si sono stupiti che fosse Mazzocco. Stanno pensando se sia possibile aggiungere anche il bracconaggio fra i reati da contestargli. È un po’ ridicolo, mi rendo conto, ma insomma …”

“Perché ridicolo? Compone il quadro, invece. Tu Romano?”

“Io avrei moltissimo da raccontare, ma immagino che se devi andare ad Aviano sia meglio una sintesi estrema. Ho ricostruito la vita di Mazzocco a Buenos Aires: dove ha fatto le varie scuole, chi erano i suoi insegnanti, il rendimento scolastico. Il vero Mazzocco era un lavativo, probabilmente la morte dei genitori ha influito. Comunque se domani hai l’interrogatorio ti preparo una scheda dalla quale potrai far uscire domande molto specifiche, sulle scuole fatte, gli insegnanti, i risultati. Ho anche un profilo degli zii che l’hanno cresciuto e coi quali non aveva un gran rapporto. Comunque sia, in Argentina del vero Riccardo Mazzocco non c’è più traccia e all’anagrafe del Boca risulta espatriato. Collima. Può essere che al Mazzocco vero abbiano dato altri documenti.”

“Perfetto. Tu Franco, hai novità?”

“Domani mattina vengo presto al lavoro ed esamino i proiettili del giocattolo. Vediamo se nei nostri data base abbiamo tracce simili. Mi avevi chiesto di verificare se ci siano precedenti di simboli tracciati sulla porta di un’automobile in occasione di un delitto. C’è un precedente, del 2004. A Montecatini Terme un rappresentante di gioielli fu assassinato nella sua auto e sulla portiera destra fu trovata una scritta che allora non riuscirono ad interpretare. Scrissero AML. La scritta fu tracciata probabilmente con la chiave della macchina del morto, che non venne ritrovata. Usarono una Beretta. Nessuno riuscì ad interpretare quell’AML. Oggi forse possiamo pensare “Annamaria Ludmann”, la donna cui era intitolata la colonna veneta delle BR. Infine credo che bisognerà completare la perquisizione degli immobili frequentati da Mazzocco. Manca infatti la Casera del Medico.”

“Questa cosa che ci ha detto Franco è fondamentale. Domani avremo altri riscontri. Se dovesse uscire che il giocattolo è stato usato, voglio un incrocio fra la date sospette e le attività bancarie o gli acquisti ragguardevoli di Mazzocco. Chessò: auto, trattori, immobili, altro. Chiaro?”

Annuiscono. Bene.

“Ragazzi, io domani sera vorrei aver finito tutto il grosso, per scrivere poi una relazione dettagliata da consegnare al Sostituto ed alla Marinelli. Franco, scusa, per perquisire Casera del medico devo chiedere un nuovo mandato a Tassan Zanin o era ricompresa fra gli edifici già nel mandato usato per la Malga e la Casa? C’era già? Meglio. Santa, scusami, io sono stanchissimo. Mi accompagni per favore ad Aviano? Andiamo a parlare con Tassan Zanin, sarà presente anche il Questore. Poi mi riporti a casa.”

“Non c’è problema.”

“Siamo un gruppo formidabile, stiamo facendo un grande lavoro. Buonanotte, adesso riposate. Sarò qui domattina alle nove, non prima.”

Romano: “Posso dirle una cosa?”

“Vai.”

“Non si fidi di nessuno.”

“TYranquilli, solo della mia squadra.”

 

“Questa è la segreteria telefonica di Silvia Cogo. Lasciate un messaggio dopo il bip e vi richiamerò appena possibile”.

“Silvia, amore, sono undici passate. Ora vado ad Aviano a riferire quel che ho scoperto al Sostituto procuratore. Spero per l’una di essere a casa. Un bacio. Ciao.”

“Sto partendo per Aviano. Dove abita?”

“Si fermi in piazza, davanti al Duomo. Passo a prenderla. Dovrebbe trovare lì la dottoressa Marinelli.”

“Fra un quarto d’ora sarò ad Aviano.”

“Ci vediamo.”

Arrivo e trovo Katia che passeggia davanti al Duomo.

“Mio Dio! Sei stanchissimo, Vidal.”

Arriva Tassan Zanin, dalla macchina ci fa cenno di seguirlo. Anche stavolta ci porta nella Caserma dei Carabinieri. Ci sistemiamo nella stanza che usammo per il primo interrogatorio di Mazzocco

Consegno le buste ai due e illustro il contenuto. Silenzio.

“Vi dico subito che le BR, a mio avviso, non centrano. Sella alias Mazzocco è stato nascosto o dai servizi italiani ufficiali o da schegge diciamo ‘private’, potreste usare anche altre definizioni, dei servizi. Io un’idea in proposito ce l’avrei, l’ho covata fin dalle prime ore dopo il ritrovamento dei corpi dei tre ragazzi ma credo che solo domani avrò elementi certi. Penso che Mazzocco sia stato allevato come un ‘soldatino’ dei servizi o di quei pezzi dei servizi. L’hanno usato per procurarsi finanziamenti, che sono fondamentali se vuoi mantenere in piedi una struttura, specie se parallela. Credo che abbiano commissionato a Mazzocco, non so se da solo o con altri, rapine a rappresentanti di gioielli e cose del genere. Lui deve averle fatte da grande professionista delle armi quale ha dimostrato di essere. Per ora ho solo un episodio sospetto. Nel 2004 a Montecatini un rappresentante di gioielli fu trovato ammazzato nella sua auto, il campionario scomparso ed era molto rilevante, oltre un milione e mezzo di euro. A Montecatini fu usata una pistola, non un fucile. Io penso che possa entrarci Mazzocco, in questa storia di Montecatini, perché sulla portiera destra, con le chiavi dell’auto, avevano scritto AML. Nessuno capì cosa potesse significare, io credo che AML stia per Annamaria Ludmann, il nome della donna cui era stata intitolata la colonna veneta delle BR. Verificheremo questa ed altre notizie. Perché quella scritta? Perché Mazzocco ama lasciare ‘pezzi’ di se, segni. Costretto a nascondere la sua vera identità e la sua vera personalità, lancia come delle sfide a capire. Vale secondo me anche per il caso su cui sto lavorando e credo che abbia ucciso quei tre ragazzi perché, schernendolo, negavano proprio questo suo mistero. Forse nella sua attività di ‘soldatino’ Mazzocco si teneva una parte del bottino. Risulta infatti avere una ottima disponibilità di denaro, fino ad ora oltre seicentomila euro fra liquidi e titoli. Cercheremo anche in altre banche. Possiede una casa molto bella ed una vasta azienda agricola. Tutte cose non semplici da realizzare col semplice mestiere di allevatore, pastore, malghese. Anche questa sua vita doppia, secondo me, spiega l’omicidio, non ha retto più la tensione. Dopo averli ammazzati credo si sia reso conto che quella stella a cinque punte sulla portiera non avrebbe impedito di arrivare a lui ed ha cominciato a ricattare l’organizzazione. Abbiamo i tabulati delle telefonate passate per le celle del Piancavallo nei giorni prima del delitto e fino all’arresto di Mazzocco. Dobbiamo ovviamente verificare ogni telefonata, ma una cosa balza agli occhi: dopo il delitto e fino alla mattina presto di sabato ci sono state quattro telefonate da telefonini che avevano delle SIM di Telekom Serbia, due partite dal Piancavallo e due arrivate. Tutte e quattro le telefonate sono passate anche per una cella della città di Padova. Ho buoni motivi per credere che su quelle telefonate dobbiamo appuntare una parte della nostra attenzione. Domani saprò darvi altri strumenti per conoscere e capire. Dovremmo rinviare l’interrogatorio di Mazzocco previsto per domani, in attesa di saperne di più e farci un’idea definitiva della situazione. Infine: Forestale e guardiacaccia erano in cerca di un tizio che sparava ai cervi col mauser da quelle parti, un bracconiere. Hanno riferito di non essere affatto sorpresi che si trattasse di Mazzocco, è conosciuto per essere un grande tiratore. Credo che serva a comporre il quadro.”

Silenzio.

“Lei ci porta novità molto importanti. Debbo immediatamente avvertire il Procuratore.”

Tassan Zanin si alza e va a telefonare. Torna dopo pochi minuti.

“Siamo tutti convocati nel suo ufficio domattina alle 8.00. Chiede il massimo riserbo. Chi altri sa di questi sviluppi?”

“La mia squadra, ovviamente.”

“Altri?”

“Un mio collega, il commissario Celante, della Questura di Venezia, che ha collaborato con me a trovare le tracce di Sella. È un funzionario di grande esperienza e lealtà, dal quale non mi aspetto sorprese.”

“Speriamo bene. Cerchiamo di gestire domani queste scoperte. Non intendo rinviare l’interrogatorio. Voglio anzi sentire Mazzocco prima che la sua doppia identità venga rivelata. Ci può aiutare.”

“Un mio vice ha lavorato tutta la giornata a ricostruire la vita del vero Mazzocco in Argentina. Conosciamo molto di quegli anni, le scuole che ha frequentato e i suoi insegnanti, il rendimento scolastico, il quartiere dove ha vissuto, le sue abitudini. Possiamo metterlo in difficoltà chiedendogli particolari su quella fase della sua vita.”

“È un ottimo suggerimento. Su questi aspetti condurrà lei l’interrogatorio, commissario. Dottoressa Marinelli, lei ha qualche osservazione?”

“Solo una. Credo di dover avvertire il dottor Manganelli. Il fatto che in Questura a Venezia una persona sappia, mi fa pensare che sarebbe grave che venisse a saperlo da altri che non siamo noi.”

“Va bene, lo avverta e chieda però il segreto. Lei Tonelli comunichi al suo collega veneziano che le notizie di cui è a conoscenza sono sottoposte a segreto. Idem per la sua squadra.”

“Dottore, posso chiedere che l’interrogatorio di Mazzocco avvenga a Pordenone e se possibile sia breve? Domani sarà una giornata decisiva per comporre il quadro ed ho bisogno di tempo. Di certo Mazzocco non apporterà novità.”

“Certo che lei lavora tanto sui tempi, mette fretta a tutto. Comunque, domattina alle otto, col Procuratore, decidiamo anche questo. Saremo brevi. Buonanotte.”

 

Nel parcheggio della caserma dei carabinieri Katia mi ferma.

“Come hai fatto?”

“Culo e fiuto.”

“Fedeli ti ha aiutato?”

“No. Fedeli è una merda.”

“Mi ha chiamato oggi nel tardo pomeriggio. Mi ha detto che a Venezia hai picchiato un suo uomo.”

“Quel Pagotto che l’ha accompagnato nel tuo ufficio. Mi pedinava.”

“Dov’eri andato?”

“A casa di un vecchio partigiano veneziano, più di un padre per me.”

“Lui centra con la scoperta della doppia identità di Mazzocco?”

Mi va di scherzare: “Siamo una Repubblica nata dalle resistenza, Katia. I vecchi partigiani hanno una memoria prodigiosa, a volte. Ci vediamo domattina in Tribunale.” Monto sulla volante di Santa. “Porteme casa, so straco da morir.”

 

“Buona sera. Sono il Commissario Vidal Tonelli, della Questura di Pordenone. Buonasera. Sì, esatto, sono venuto da voi poche ore fa. Ho lasciato una busta per il Commissario Celante. Esatto. Mi faccia un favore, quando domattina gliela consegnate, può dire a Celante di chiamarmi immediatamente? Lui dovrebbe avere il mio numero di cellulare, comunque glielo lascio. Sì, grazie.”

 

Quando siamo vicini alla città chiamo la Marinelli. È ancora in macchina anche lei, dietro di noi.

“Scusami Katia. Posso disporre che una volante stia ferma sotto casa mia, stanotte?”

“Certo.”

“Grazie. Buonanotte.”

“Santa, ci pensi tu? Una volante sotto casa mia, solo per stanotte. Domani sarà tutto finito, almeno credo.”

“Non c’è problema, commissario. Se non sbaglio Bomben è di turno, facciamo noi due. Lo chiamo.”

Salgo in casa mentre Santa sistema la volante nel sottoportico, il suo collega arriva a momenti. Mi lavo il muso e i denti, poi mi tuffo sul letto a dormire, faccio solo a tempo a mettere la sveglia per le sette e mezza.


  • Pubblicato il 02 marzo 2012
PB050484

WEBROMANZO – capitolo 15

15.

Passo il ponte di Calatrava. Anche oggi non funziona l’ovovia per le persone in carrozzella che sta sulla sinistra per chi va verso il palazzo della Regione. Possibile mai? Davanti alla stazione di Santa Lucia ci sono i soliti presidi sindacali e a me sembrano simboli di una sconfitta già segnata. L’ affollarsi di turisti attorno all’imbarco dei vaporetti è l’inizio del caos che troverò dopo. Odio passare per Lista di Spagna, è il posto peggiore di Venezia, un baraccone. Decine di bancarelle fisse che vendono maschere di carnevale in tutte le stagioni e sciocchezze per turisti poveri o dementi, regalano di Venezia un’idea cialtronesca e funebre, di una immobilità nello stereotipo che nuoce alla città. Passo quasi in apnea, potessi correre lo farei. Ma non è possibile, in mezzo a tutta questa gente, vado avanti a “Permesso, mi scusi, excuse my!”. Una volta quando arrivavo al ponte delle Guglie questa sensazione pessima iniziava a scemare e cominciavo a trovare la mia Venezia. Ora invece anche la zona di rio terrà San Leonardo è diventata un acchiappa scemi: maschere, magliette, borse false, bigiotteria spacciata per veneziana. Pazzesco. Una volta c’erano le bancarelle della frutta e della verdura, conoscevo quasi tutti i gestori, si chiacchierava. Adesso hanno venduto e sui banchi lavorano cingalesi ed altri improbabili veneziani. Guardo merce in pessime condizioni che continua ad essere esposta: ma a chi la venderanno? Gli interesserà davvero vendere o queste bancarelle servono ad altro? Per fortuna  è finita, mi butto in rio terrà Farsetti, dove trovo poca gente e si comincia a respirare Venezia. Passo davanti ad un fast food che propone cibo orientale e devo dire che non mi dispiace, perché sento alcuni profumi, questi sì veneziani, come la cannella e la noce moscata. Se questi ragazzi avessero un minimo di cultura culinaria potrebbero puntare sulla relazione che questa città ha sempre avuto con l’oriente e valorizzare molto il loro lavoro. Ma figurati, questi che arrivano a Venezia non sanno del passato del luogo in cui vivono, credo che siano infastiditi di non poter arrivare qui con le loro automobili. Ma adesso la città riprende ad essere lei, quasi senza turisti. Passo il ponte Farsetti e arrivo sulle fondamenta Ormesini. Do un’occhiata all’insegna della sezione del PD di Canareggio, che una volta era del PCI, in calle del Zudio, sulla sinistra e svolto a destra verso calle del Forno, che ha invece mantenuto il carattere suo. C’è una bottega artigiana dove si riparano vecchie radio ed apparecchi elettrici in genere, poi il mitico forno dove compero sempre i grissini di sfoglia ritorti. Sulla destra hanno aperto un piccolo supermercato, Alvise ci fa la spesa e i prezzi sono decorosi, per essere a Venezia. Passo il ponte del Forno ed eccomi davanti a casa di Alvise. Anni fa l’ha ristrutturata, è di un bel colore rosso cardinale, ha affittato due appartamenti a gente un po’ su, lui si è tenuto le stanze che danno sulle fondamenta dei Mori, gli altri hanno un poco di guardino, che a Venezia è una sciccheria.

Apro la porta e salgo le scale in legno della casa in cui Alvise vive dalla nascita, all’angolo con calle Loredan, che è strettissima. Lo chiamo mentre salgo e lui risponde dalla cucina.

“Ti ga fato presto.”

“Si. Xe ‘na question importante.”

“Eh, go capio!”

È solo, la moglie gli è morta ormai tanti anni fa e lui non ha mai voluto un’altra persona al suo fianco. Non avevano avuto figli. Tiene la casa ordinata, una signora viene due pomeriggi la settimana ad aiutarlo a sbrigare le pulizie. Al primo piano ha una bella cucina, un bagnetto, la sala che contiene una parte del suo archivio storico e dei suoi libri. Sopra, il secondo piano ha due camere ed un altro bagno. In una delle due camere si completa la sua raccolta di documenti. Si tratta di migliaia di carte sulla storia politica e sindacale di Venezia dalla guerra di liberazione allo scioglimento del Partito Comunista. Lui, Alvise, quel venir meno del “suo” partito l’ha capito, ma non si è iscritto a nient’altro. Oggi mantiene solo la tessera dell’ANPI, uno degli ultimi sopravvissuti. Era iscritto e frequentava, quando poteva, la sezione di Canareggio, ma è sempre stato più un uomo di Federazione che del territorio, ha ancor oggi il piglio di uno che dirige. In Federazione aveva un ufficio, ma non si fidava a tenerci carte, era convinto che gli altri non ne capissero il significato ed avrebbero distrutto o disperso tutto. Perciò teneva a casa tutto quel che raccoglieva e passava molte ore a dare senso compiuto a quelle raccolte per temi. Più volte ho discusso con lui che cosa si debba fare di questo enorme archivio alla sua morte. Ne ho parlato anche con il Sindaco ed abbiamo concordato che tutto sarebbe andato in una sezione speciale dell’archivio storico comunale. Spero che di questa decisione, in Comune, abbiano qualche traccia.

Alvise si siede nella sua poltrona ed io in quella che uso abitualmente. Va subito al sodo.

“Quella faccia la gavevo za vista, ma go dovuo tirar fora le buste de quei ani. Mi credo de averlo trovà”, e mi passa una foto di un corteo del 1979.

“Vardilo.”

È lui. Magro e con un filo di barba e baffi, mentre nella foto per i documenti di tre anni dopo ha un viso pulito. Ma è lui. Alvise mi passa altre tre foto.

“Qua te lo riconossi mejo.”

Due foto di cortei ed una di una assemblea.

“El iera dentro autonomia, dopo secondo mi xe ‘ndà nelle BR. Niente de eclatante, almeno credo. Non go idea sel sia sta arrestà. De processi no so. Se el ga cambià nome e per tutti sti ani xe stà nascosto lì de ti, sicuro ch’el no iera a processi, contumace. In quel caso lo considerè ancora latitante, quel ti vedarà ti.”

“Ma come se cjamava, te ricordi?”

“Varda drio.”

Giro le foto, ci sono molti nomi.

“No ghe rivo.”

“Lui xe l’unico in tute le foto e ghe xe un solo nome in tute le foto.”

Guardo con attenzione.

“Franco Sella. Ti sa niente altro?”

“Savuo il nome, xe sta facile. Ti sa che me scrivevo quel che savevo de tuti quei che girava attorno alle BR qua a Venexia. Ecco quel che gavevo scrito de ‘sto tizio.”

Mi passa un foglio. Sono poche righe battute a macchina. Due battiture diverse: l’aveva aggiornata. Leggo a voce alta.

“Franco Sella, nato ad Asiago, nel 1954. Studente fuori corso di architettura. Collettivo autonomo di Ca’ Foscari. Ha partecipato a risse davanti a scuole superiori di Mestre. Molto deciso e violento. Non interviene nelle assemblee.”

Poi, con la stessa macchina da scrivere ma con un nastro diverso, anni dopo.

“È stato visto per caso parlare con Ongaro in un bar di Mestre. Non ha più la barba. Deve essere in contatto con le BR. Non si vede più in giro.”

“Avrai scritto la prima nota nel ’78 o nel ’79 e la seconda nell’80 o ’81.”

“La prima credo che la sia del ’77, la seconda sì giusto, dell’80 o ‘81.”

“Posso far una telefonada?”

“Tranquillo.”

Chiamo dal suo telefono di casa la Questura a Venezia.

“Sono il commissario Vidal Tonelli della Questura di Pordenone. Può vedere se è in ufficio il commissario Celante, per favore?”

Passa un minuto, poi Celante risponde.

“Vidal, fio de un’ostia, non dirmi che ‘sta storia del Piancavallo ha agganci a Venezia!”

“Ciao Rudy. Come stai intanto?”

“Ben, grazie a Dio. Ti anche, son sicuro, visto come hai lavorato per prendere quel tizio.”

“Ascolta, ho bisogno di un aiuto, Piancavallo non so se centra. Ricordo vagamente che quando lavoravo a Venezia devo aver intercettato un certo Franco Sella, che allora faceva parte di autonomia e credo poi si sia anche mischiato alle BR. L’ho perso di vista, ma ora vorrei avere qualche notizia. Tu ne sai qualcosa?”

“Buio totale. Scusa, entro in banca dati. Come mai sei tornato su una vecchia conoscenza?”

“Te giuro Rudy, vado a tentoni per capir de più.”

“No ghe credo gnanca morto, no te si il tipo … Scusa un secondo, ma per l’autorizzazione ci vuole un po’ di tempo. Ecco qua. Come no, è latitante dal 1982, nessuno l’ha più visto. Condannato in contumacia per partecipazione a banda armata e detenzione di armi da guerra. C’è anche una foto. Era stato anche arrestato nell’ottobre 1981 e poi rilasciato per decorrenza dei termini. Vuoi che ti mandi le note segnaletiche via mail?”

“No, fammi un favore, invece. Dagli una stampata e lasciamele in copia in una busta per me lì in portineria. Digli che passo stasera, ma non so a che ora.”

“Va bene. Tu però prima o poi mi spieghi che cazzo centra questo tizio col Piancavallo, perché in queste ore tu pensi solo a quello e se passi in Questura a Venezia vuol dire che sei qui in città. Dunque in qualcosa centriamo, ma capisco che tu non me ne voglia parlare, tantomeno al telefono. Quando potrai mi dirai, va bene?”

“Tranquillo, lo farò. Grazie.”

“Di niente. Ciao.”

Guardo Alvise.

“Condannato per partecipazione a banda armata e detenzione di armi da guerra. Vuol dire di sicuro perlomeno un fucile. Non mi stupisco, visto l’abilità dimostrata per ammazzare quei tre ragazzi in Piancavallo.”

“Ben. E adesso? Ti sa chi ch’el xe, de sicuro xe sta protetto dai servizi per tuti ‘sti ani, magari ga fato lavori sporchi per quei. Ti vol tirar fora sta storia?”

In realtà non so cosa fare.

“Se la tiro fuori così, non faccio altro che riaccreditare la pista delle BR sull’assassinio di quei tre ragazzi americani. Ma io sono certo che non ci sono più le BR e se anche ci fosse ancora in giro qualcosa delle BR, non centra nulla con quello che è successo. Sella ha confessato ed anche se non lo avesse fatto, o ritrattasse, ho messo insieme prove molto specifiche, circostanziate. Vedrai che subirà una dura condanna. Io non credo nemmeno che chi l’ha protetto e forse usato in questi anni gli abbia ordinato di uccidere quei tre, anzi: secondo me quelli che lo manovrano sono preoccupatissimi, se potessero sbarazzarsene, lo farebbero. Ma lui ha qualcosa in mano per ricattarli. A proposito, sai chi era il suo contatto con l’organizzazione che lo proteggeva?”

“Chi?”

“Quercioli, proprio lui.”

Mi guarda preoccupato.

“Xe come se tuto torna indrio. Ecco con chi chel manovrava, in quei anni. Suggeriva, probabilmente saveva tutto in anticipo. Go sempre pensà che i gaveva qualchedun dentro. E adesso, cossa se ne fa de un come Sella?”

“Non lo so di preciso. Però questo Sella è un killer molto bravo. Usa benissimo il fucile, anche un vecchio Mauser. Evidentemente li sa tenere da Dio, anche la manutenzione intendo. Penso che sia bravo anche con la pistola, ma quello ancora non lo so. In tutti questi anni si è tenuto ben addestrato. Per far cosa? Nessuno si addestra per niente, perché costa ed è molto impegnativo. Secondo me Sella ha fatto il soldatino per questi altri, lo hanno usato per ammazzare e rubare. Ha un tenore di vita che non può derivare solo dal suo lavoro. Io penso che abbia fatto altro e ne abbia tratto non pochi soldi. Se Sella ha lavorato, vuol dire che la struttura che Quercioli e i suoi amici hanno usato negli anni della autonomia e delle BR, qui in Veneto, almeno un pezzo, è ancora in piedi. Una roba così costa, hanno bisogno di soldi. Secondo me Sella è stato usato anche per procurare soldi alla baracca. Come non so, capiremo. Ma sai che cosa, più di tutto, mi interessa? Perché ha ammazzato quei tre poveri cristi. Lui sostiene che era arrabbiato, uno dei tre doveva averlo coglionato, perché era un pastore. Non so. Ma penso che potrebbe essere vero, nel senso che davvero è stato preso in giro e questa cosa ha fatto traboccare un vaso. Ma perché lo ha fatto traboccare, quel vaso? Cosa si era accumulato prima, in quel vaso?”

Ci guardiamo, cercando una risposta.

“Mi credo, Alvise, che sia stada la tension de dover far una dopia vita. Ho visto la casa di questo Sella, che se fa cjamar Mazzocco. ‘Sta tento: xe una casa che un pastor gnanca sea sogna, ma non solo per una questione di soldi, no! È quello che c’è dentro la casa che, uno come vorrebbe o dovrebbe farci credere di essere Mazzocco, nemmeno se lo sogna. Tanti libri, bei quadri, e raffinati, che solo uno che abbia studiato arriva a concepire. Costosi tra l’altro. Bei mobili, una bella casa, ti ga capio? Una casa par un de quei coi schei da ‘na vita, che non ha bisogno di farli vedere.  Oppure uno che non ha bisogno di farli vedere perché ha ben altro, di più importante. Capito? E anche i figlioli, ti giuro, si capisce che non è roba semplice, sono ragazzi educati a leggere cose mai banali. E questo signore si fa tre mesi in isolamento, in montagna, a pascolar vacche e mungerle, a far formaggio e pulir stalle? Per carità, bella vita, aria buona, non metto in dubbio. Ma in Mazzocco, o Sella, chiamalo come vuoi, credo che ci sia la convinzione di stare dentro la grande storia, non alla vita della gente normale. Per qualche anno può anche andare bene mascherarsi, è quasi un gioco. Ma alla fine tutto diventa duro, difficile. Per questo, quando i ragazzi lo cojona, ‘sto altro se la cjapa da morir. Quando li rivede, e capisce che in quel posto ci tornano, si prepara per farli fuori la volta dopo. Gira col Mauser in macchina, nel bagagliaio, in un posto dove spesso ci sono la forestale e i guardacaccia, che tra l’altro cercano un bracconiere che in quei posti ammazza col Mauser. Tieni inoltre conto che quella è un’arma da guerra, detenere armi da guerra non è affatto un reato banale. Quando li rivede li ammazza con una precisione incredibile, roba che solo un professionista può fare. Insomma, secondo me, non è scoppiato. Par me ha voluto fare una cosa quasi per strappare un velo. Anche il disegno della stella delle BR non era inventato sul momento. Nella sua mente riapriva un ciclo della sua vita, per rivendicarlo. Ha ammazzato bene, da professionista torno a dire, nella follia di quei momenti. Ma era un piano sgangherato, se nei momenti successivi era lucido anche solo un poco, o se lo era chi ha parlato con lui, sapeva o sapevano che una seria investigazione avrebbe portato a lui. Era come se Mazzocco avesse gridato  “Ho diritto ad un posto!”. Come se dicesse: “Prendetemi!”, capisci? Ma subito dopo che, sua sponte o perché gliel’hanno spiegato, ha capito che non andava da nessuna parte, ha anche realizzato che sapeva troppe cose. Per farlo tacere avrebbero potuto farlo fuori. Allora chiama Quercioli, credo che sia la seconda telefonata che gli fa, dopo averne ricevuta una. Comincia a ricattarlo: “Se mi succede qualcosa, automaticamente alla stampa arrivano dei fascicoli in cui c’è tutto”. E a quel punto Quercioli e compagni vanno nel pallone, perché solo così si spiega che Quercioli prenda e se ne salga in Piancavallo a parlar con Sella: è una mossa azzardatissima, non da lui. Ed è solo perché sono capitato io di mezzo che le cose sono andate in un certo modo. Perché se non arrivavo io, per caso, proprio davanti alla macchina de quei tre figlioli, potevano far qualcosa d’altro. Non tanto, perché Quercioli e i suoi capi sanno che gli americani hanno sistemi satellitari che controllano tutto quel che succede attorno alla base e quindi che, se facevano sparire i corpi, sarebbero stati comunque visti. Sanno che si sarebbero trovati di fronte i servizi della base, gente cazzuta, no moeche. Hanno cercato di gestire come potevano, male comunque. Poi è successa un’altra cosa, del tutto casuale come il ritrovamento dei tre cadaveri. No te digo cossa, preferiso tignirlo par mi. Ma credo che questo mio secondo colpo di fortuna li abbia convinti che non c’era nulla di casuale in quel che stavo facendo. Dunque era meglio bruciare Sella per quel triplice omicidio e cercare di stendere un velo sul resto, per salvare quel che potevano. Sella ha detto di sì, avrà trattato alcune condizioni. Non gli restava altro che consegnarsi e confessare d’aver ammazzato i tre ragazzi. Ora ovviamente cercheranno di farlo passare per matto, più o meno, per farlo venir fuori prima che possono. Magari morto di morte naturale. Meno casino possibile. I giornali e il Governo, ben contenti che non si torni a tempi difficili, i ga subito magnà la foia: xe sta un mato de pastor, tignilo dentro!”.

“E ‘desso, cossa ti fa?”

“No son mi che fasso la storia, Alvise. Metto insieme tutto e lo consegno, sarà un fascicolo sesso secco, tante foto e poche storie. Il sostituto, tra l’altro, è una persona coi fiocchi. Deciderà lui. Prima però devo far sapere a chi di dovere che so tutto e che anch’io ho un’assicurazione sulla vita, come Mazzocco, o Sella, come diavolo si chiama.”

“Me par la roba giusta da far. No vojo saver altro. Invese andemo all’”Anice stellato”, magnemo un bocon. No sta far storie, qua te si a casa mia, ofro mi. E po’, con tanto tempo che no te vedo. Dopo ti torni casa.”

Lui lo sa benissimo che non muove mai da Venezia e dunque offre sempre. Tanto tempo? Vengo praticamente due volte al mese a trovarlo! Ma lui è così, ci conosciamo da tanti anni, mi ha eletto a figlio, quello che non ha avuto. Per un riflesso automatico mi avvicino alla finestra che dà sulle fondamenta senza farmi vedere all’esterno: sarò sbirro per qualcosa? Le tende sono tirate, i balconi socchiusi per non far entrare il sole ed il caldo. Guardo fuori e posso farlo senza che mi vedano, nello spazio fra un balcone e l’altro: oltre il ponte, in calle del Forno, c’è un tizio appoggiato al muro. Sembra che non faccia nulla. Si guarda le scarpe.

“Speta Alvise, un secondo. Vojo veder se riconosso una persona. No stà ‘ndar fora.”

Il tizio ora guarda verso casa di Alvise. Ecco chi è: quel Pagotto che accompagnava Fedeli, era alla riunione nella stanza di Katia. Lui guarda ancora per un momento la casa di Alvise, si girà e retrocede, forse se ne torna verso  fondamenta Ormesini.

“Stemo fermi qua ancora qualche minuto, vedemo se un tizio torna”, dico ad Alvise.

“Chi?”

“Uno dei servizi, lavora a Roma all’antiterrorismo, erano venuti in Questura da me ma li ho fregati sul tempo. Il loro capo diceva che sarebbero tornati a Roma, sapevo bene che mentiva. Quel tizio mi ha seguito fin sotto casa tua e ci sorveglia. Ora se ne è andato. Secondo me torna, voglio vedere quanto tempo se ne sta via.”

Dopo un quarto d’ora ecco tornare Pagotto, di nuovo si appoggia sulla casa di sinistra, si accende una sigaretta. Ci deve essere una scuola di instupidimento di quelli dei servizi: secondo quello scemo è naturale che uno si appoggi ad una casa in una calle a Venezia e si metta a fumare? Mi tolgo il telefonino dalla tasca e lo appoggio sul tavolo di Alvise.

“Se ne è andato. Ho un quarto d’ora. Tu non uscire di casa.”

Esco e giro verso fondamenta della Sensa, salgo ponte della Malvasia e faccio tutta la calle, sbuco davanti a ponte Ormesini, mi butto nella calle, faccio il gomito, la percorro tutta e quando arrivo allo sbocco su rio terrà  Farsetti mi blocco e mi tengo addossato al muro di destra. Se Pagotto compare, viene di sicuro dalla mia destra e non mi vede. Riprendo il fiato e dopo poco eccolo che spunta con la sua bella lacostina bianca, parla al telefono e guarda avanti: torna a vedere se a casa di Alvise è tutto tranquillo. Lo lascio passare, conto fino a venti e sbuco in rio terrà Farsetti. Mi precede di una quarantina di metri. Ora il problema sarà il ponte, se quanto c’è sopra si volta, mi vede. Ma il genio telefona ed è tutto preso dalla conversazione, non si cura di quel che ha attorno. Sale il ponte, lo scende, gira a destra su fondamenta Ormesini, fa tutta calle del Forno continuando a parlare, si ferma e si appoggia al muro come prima. Nella calle passa poca gente, ma è quella che basta per non farmi notare. Finalmente chiude il telefono quando sono a cinque metri e gli sono addosso.

Non so esattamente da dove mi derivi una propensione ad essere essenziale nei momenti topici. Comunque sia decido che un cagnone sia quel che gli sta bene. Lo passo, mi metto davanti a lui e gli tiro un pugno durissimo allo stomaco. Non ha neppure il tempo di stupirsi, si ritrova piegato in due a terra, i polmoni svuotati. Due persone che passano se la battono spaventati.

Lo prendo per il colletto della Lacoste e lo tiro su come un sacco di patate, mi capita in questi momenti di avere una forza inaspettata.

Non è ancora in grado di connettere.

“Mi ascolti bene, pezzo di merda: in quella casa vive una persona che per me è più di un padre. Se gli dovesse succedere qualcosa, lei nemmeno si immagina cosa potrei fare. Chiaro?”

Ansima, non parla.

“È chiaro?”, quasi grido.

“Chiaro Commissario, chiaro.”

Lo lascio andare, quasi cade per terra.

“Dica a Fedeli di chiamarmi.”, e lo lascio lì, appoggiato al muro. Mi giro e vado verso casa di Alvise. Il vecchio è uscito di casa nonostante quel che gli avevo detto ed è lì che osserva la scena.

“Cossa ti fa qua fora?”

“Ciapo il fresco, sborà!”, e ride. Rientriamo.

Vado subito al telefono di casa di Alvise, chiamo il mio pompiere preferito.

“Son Vidal. Tuto ben?”

“Sissì, tuto ben. Succede qualcossa?”

“Sta attento, Claudio. Stanotte, e magari anche doman, bisogna che o ti o Dino, un dei due, dormì a casa de Alvise, con lui. Ti spiegherò perché, vi aspetto qua, uno dei due. Ti vien ti? Benissimo. Verso le otto? Son qua. Scolta: ti sa cossa portar, giusto? Se semo capii. Ciao.”

Alvise è incazzato come una bestia: ma chi te credi de esser, fa il commissario a casa tua, il giorno che gavarò paura de quea zente tanto val morir, un fero lo go anca mi e via dicendo.

“Me ne frego. Alvise: te pol protestar per ore, adesso se fa come che digo mi. Ti per stanote no te dormi da solo. E, se no xe indispensabie, te resti in casa doman. Devo far saver a quee bestie che i documenti ormai li gò mi e che anche se i te brusa la casa ormai li go portai via e no i riussirà a blocarme. Chiaro? Solo che mi servono alcune ore per parlare con tutta la gente che deve sapere che io so. In quelle ore altri potrebbero chiedere a te le stesse informazioni che mi hai dato. Dopo tutto rientrerà nella tranquillità, per forza di cose. Per questa notte è meglio essere prudenti. Quel tizio che mi aveva seguito (“Bel mona!”), va bene, un bel mona, comunque è dell’antiterrorismo. Se mi ha seguito a Venezia vuol dire che ne sanno meno di me e vogliono sapere. Sono certo che è così. Perciò prudenza, non sappiamo con chi abbiamo a che fare e tu custodisci segreti. Chiaro?”

E che casso, quando che me rabio me rabio, anca coi veci.

Alvise mi guarda.

“Questo vol dir che all’Anice stellato no ghe ‘ndemo?”

“Dai, pare, co mi te pol ‘ndar dove che ti voe!”, e ridiamo. Per fortuna.

Mi faccio dare le foto e le scheda, le metto in una busta, preferisco portarmele dietro, e usciamo. Come da una vita, Alvise non chiude a chiave la porta. Lui è sempre vissuto così, con la porta aperta, anche negli anni più duri nessun sconosciuto è mai entrato in casa sua. Rientro in casa, prendo la chiave che è appesa ad un chiodo infisso nello stipite della porta, la chiudo e infilo la chiave nella toppa. Non gira, meledizione. E Alvise ride.

“Xe ani che no la uso!”

“Dame un poco de oio da machina, dai, no sta far il mona.”

“Fasso mi, questa non xe ancora casa tua”, e mi strappa la chiave. Prende una lattina col beccuccio che ha in un ripiano del piano terra dove tiene tutti gli attrezzi della piccola barca con cui va a pescare e sulla quale mi ha ospitato un sacco di volte. Mette olio nella serratura, prova la chiave e in battibaleno funziona. Mi ritorna la chiave.

“Adesso di pol sarar.”

Chiudo, finalmente.

 


  • Pubblicato il 01 marzo 2012
diario

Il Diario Mongolo è pubblicato

Cari amici il diario del mio viaggio in Mongolia con cui ho inizaito a scrivere questo blog è ora un piccolo libricino edito e distribuito dal Circolo Menocchio di Montereale.

Il libro è in vendita alla libreria Il Segno e verrà presentato il 27  marzo alle 18,  il Sala Teresina Degan alla Biblioteca di Pordenone.

In vista della pubblicazione ho corretto e rivisto le prime stesure che potete trovare qui: parte primaparte secondaparte terzaparte quarta.

 

 


  • Pubblicato il 29 febbraio 2012
Piazzale-Roma-old-13

Webromanzo – capitolo 14

14.

Lunedì 29 giugno, ore 11.

Sono rimasto quasi sempre a casa. Ho chiamato qui Mazzariol, gli ho offerto un caffè alle Tre Gazzelle, me lo sono portato in piazza XX settembre e gli ho raccontato delle SIM serbe. Dice che secondo lui è molto improbabile che qualcuno in Italia abbia le registrazioni, ma che gli americani potrebbero averle per via dei sistemi di sorveglianza della base. Se si usano telefonini serbi non lontano dalla base, secondo lui la registrazione scatta. Magari poi non ce lo vorranno dire, o non lo dicono a noi ma a qualcun altro. Siamo sbirri di provincia, in fondo. Gli chiedo notizie sul giocattolo, mi dice che lo farà funzionare nel primo pomeriggio e raccoglierà le pallottole. Poi ci vorrà tempo, perché deve fare tutti gli accertamenti sul mauser e sui vestiti. Deve anche completare il fascicolo sulle tracce nelle merda di vacca per darmelo, così che io lo consegni a Tassan Zanin.

“Io lo chiamerei così: ‘operazione tracce nelle merde di vacca’ o più facilmente ‘tracce nella merda’.“

“Giusto, la merda è molto evocatrice anche di altre cose.”

“Pensavo anch’io.”

Mi chiama Michele e mi dice che all’anagrafe di Aviano sono meticolosi da sempre, un vecchio ufficiale d’anagrafe era così e loro hanno continuato. Conservano tutto e gli hanno tirato fuori le foto di Mazzocco, sia di quando ha fatto la prima carte d’identità, poco dopo essere rientrato dall’Argentina, che di quando l’ha rinnovata. Hanno anche una fotocopia del passaporto argentino col visto. Serve? Certo che serve, manda qualcuno in Questura col malloppo da me appena puoi. Santa? Va benissimo.

Ora vado in Questura più contento.

Sono seduto alla mia scrivania da poco quando arriva Santa con le foto e le fotocopie del vecchio passaporto. Lo mando alla scientifica per far stampare una serie di foto di Riccardo Mazzocco all’arrivo dall’Argentina. Chiedo che le faccia scannare e me le mandi sulla mia casella di posta elettronica. Gli faccio portare le fotocopie del passaporto argentino al responsabile dell’ufficio passaporti, qui in Questura a Pordenone. Voglio sapere tutto di quel passaporto.

Passano pochi minuti e vedo sulla posta elettronica del BlackBerry una stellina. Un messaggio con due allegati dalla scientifica. Apro il primo: Mazzocco nel 1982. Giro il file sul mio PC d’ufficio, lo voglio vedere in grande e me lo voglio stampare. Arriva subito e lo metto a pieno schermo. Gli do una stampa a colori. Gliene do una in b/n. Eccolo qui tre volte. Chi è? Non mi viene in mente. Ma questo volto così forte, gli occhi bassi, i tratti robusti ma non volgari, fronte alta, capelli mori corti e dritti: chi è, l’ho forse già visto?

La foto è del 1982. Se l’ho visto l’ho incrociato mentre lavoravo a Venezia. È a Venezia che devo cercare e l’unico che può dirmi se Mazzocco frequentava ambienti vicini ai miei in quegli anni è Alvise. Solo che lui non ha PC ed internet, per fargli avere questa foto sono costretto a chiedere a qualcun altro che gliela porti. Potrebbe essere Claudio Zulian.

“Sono Vidal, ciao.”

“Oh, che onor, comisario. Tuti che parla del lu, sui giornai.”

“No sta smenarme. Ascolta invece. Ho de far arrivare una fotografia ad Alvise. Te ga posta eletronica a casa?”

“Sissì, la go. Te scrivi? Eco, claudio punto zulian chiociola libero punto it. Ti ga capio?”

“Se ti mando un file con una fotografia, riesci a stamparla?”

“Diobeato, provo, vedemo.”

“Te la mando subito. Segnati il mio numero di cellulare e richiama in ogni caso. Va bene?”

“Te ciamo.”

Dopo dieci minuti Claudio mi chiama. Tutto bene. Solo che per portare la fotografia ad Alvise ci vogliono come minimo due ore, perché lui ha da fare una cosa per casa e abita al Lido e per andare a Venezia deve prendere il vaporetto, scendere alle Zattere, farsi una bella camminata per arrivare da Alvise. Va bene così, Claudio mi fa comunque un grande piacere.

Telefono ad Alvise.

“Ciao. Son Vidal.”

“Gho ben capio. Xe quasi ‘na setimana che no te sento!”

“Non far finta di non sapere che cosa mi è capitato da sabato mattina.”

“Figurite. Ti ga fato anche bea figura. Congratulassion.”

“Grassie, pare.”

“Pare ta morti, mona. Ti ‘o ga vuo un pare. E po’: mi ‘desso so cussì vecio che forse podria esser tu nono.”

“Cambiamo discorso. Stai attento. Fra un paio d’ore, forse meno, arriva Claudio, Claudio Zulian, quello che faceva il pompiere, abita al Lido.”

“Ti pensi che son rincojonio? Lo conoso da ‘na vita e co’ su pare iero amico.”

“Ben. Claudio ti porta una fotografia. Il tizio è quello che ammazzato i tre ragazzi americani, quelli che ho scoperto io. La foto è del 1982, quasi trenta anni fa. Voglio sapere se quel tipo che è in foto ti ricorda qualcheduno o qualcosa degli anni nostri. A me sembra di sì, però non mi ricordo.”

“Lo vardo ben e lo confronto co le quatro fotografie che go qua in casa.”

Quattro fotografie? Alvise ha il più grande archivio sulle lotte politiche e sindacali di Porto Marghera, centinaia di foto. Se Mazzocco è in una di quelle, lui lo riconosce. Spero.

“Ciamime, pare. Ciao.”

Romano sta smanettando come un pazzo al suo PC. Io gli ho girato la foto di Mazzocco giovane. Non gli chiedo nulla, giro dietro la sua scrivania e guardo lo schermo: è in fb con un tizio, lui scrive in italiano l’altro in spagnolo. Non gli chiedo nemmeno chi sia e cosa fanno, meglio non disturbare.

Sono le dodici e trenta di lunedì, l’unica cosa da fare è aspettare che Alvise veda la foto e ci ragioni su. Michele fa il suo, Romano anche, Mazzariol di sicuro. Io vado a mangiare da Puiatti a Torre.

Pujatti è una classica trattoria di queste parti, fatta per gli operai che sospendono il turno nei cantieri per il pranzo e per chi abita nel quartiere. Una casa degli anni ’60 rimessa a posto, con accanto tre campi da bocce, i tavolini per quelli che assistono alle partite e appoggiare il litro di vino. Dentro, una cucina rustica, di terra, senza fronzoli. È stata una delle osterie preferite di mio padre e alcuni se lo ricordano ancora. La gestiscono due signore, Anna e Loredana, molto cordiali. In cucina lavora Raffaele detto Lele “Botesela”, un uomo sulla cinquantina, basso, largo, simpaticissimo, ruvido negli atteggiamenti e fine nei sentimenti. Del resto questo è l’atteggiamento tipico della gente che frequenta l’osteria. Alcuni eccedono nel linguaggio e nei toni, se appena accenni ad un atteggiamento di superiorità sei finito, ti smontano, ironizzano duramente su vizi e debolezze umane, danno un enorme valore al sesso ed alle sue più varie manifestazioni. L’osteria ha alcuni frequentatori che sono salacissimi, soprattutto Elio Turcatel. In realtà io dialogo poco con loro, mi piace molto di più sentirli parlare, prima e dopo il pranzo. Con me sono parecchio riservati, forse per il lavoro che faccio, quei quattro amici di mio padre che sono rimasti mi guardano con simpatia. Perciò non è strano che quando entro ci siano i soliti saluti e niente di particolare. Sembrano dire: hai fatto il tuo dovere, non montarti la testa. È giusto, concordo. Tanto più che io so bene che la storia è ancora lunga da finire. Loredana, quando viene a prendere la comanda, sorride.

“Complimenti. Sei su tutti i giornali.”

Il menù del giorno è scritto in un manifesto bianco, appeso sotto il televisore. Tre primi, tre secondi, contorni. Basta e avanza ed è tutto curato. Vedo scritto “Pasta alla Norma” e trasecolo. La pasta alla Norma di Lele è la fine del mondo. Se la fa, vuol dire che un camionista è passato per Catania e si è ricordato di comperargli la ricotta informata dei Nebrodi e finché non l’ha finita ogni tanto ci concederà questa goduria. Ordino la pasta e per il secondo aspetto, non voglio fretta. Vino rosso e acqua. Quando arriva è un trionfo. I maccheroni  sono coperti dal sugo di pomodoro e sopra ci sono le melanzane fritte, coperte dalla ricotta grattugiata. La porzione mi pare gigantesca, nella migliore tradizione di Pujatti. Ma questa lo è anche di più, avranno detto a Lele che era per me, lui sa che la Norma mi piace molto.

Prima mi tolgo la giacca, non si sa mai. Poi infilo il tovagliolo di cotone nel colletto della Lacoste e mi copro bene. Poi prendo il cucchiaio e la forchetta e li infilo nella pasta, ma piano, piano. Poi con lentezza mischio, senza farmi prendere dalla fame e dalla foga. Piano pianissimo, piano. Quando è tutto ben mischiato infilo con la forchetta il primo maccherone e lo porto in bocca.

È sublime.

Sento tutto. Il pomodoro fresco dolce con cui Lele ha fatto il sugo, l’aglio con cui ha insaporito le melanzane dopo averle fritte, il dolce delle melanzane fritte, la punta di peperoncino, la ricotta infornata grattugiata che si mischia con le melanzane filando nel pomodoro ed i maccheroni cotti giusti che raccolgono e sublimano. Mangio con calma una quintalata di pasta, io proprio non concepisco quelli che assaggiano e basta, i quarantagrammisti. Mi fermo ogni tanto per bere un bicchiere d’acqua e alla fine centellino un bicchiere di vino. Loredana, credimi, non ha senso mangiare altro, perfetto. Ora mi rilasso, è come se tutti gli altri trenta vicino a me non esistessero, fantastico.

 

Devo passare in cucina a ringraziare Lele. Chiedo permesso di accedere alla cucina, me lo accordano ed eccolo.

 

“Fantastica pasta, Lele. Ricotta incredibile. Un tuo amico camionista, immagino.”

“Esatto Commissario. Aveva una consegna ad Adrano, mi ha avvertito per telefono, ho chiamato un mio amico e gli hanno consegnato tre chili di ricotta infornata dei Nebrodi. Non ne voglio di più, perché qui da noi resta buona per un periodo, poi non è più lei. Meglio andarla a prendere quando si può. Per questo oggi ho fatto la Norma. Non mi durerà tanto, ormai la conoscono e la ordinano in molti. Ma finché ce n’è …”

Apre il frigorifero, estrae una forma di ricotta e ne taglia una scaglia che mi passa.

“Senti che roba? È l’erba di primavera delle montagne siciliane, non ce n’è per nessuno.”

 

Ho bisogno di camminare, non voglio abbioccare sulla scrivana: decido di lasciare qui l’auto e di tornare a piedi. Non ci metto molto, la città è piccola, in un quarto d’ora si arriva in centro.

 

Faccio i calcoli: sono da poco passate e due, Claudio dovrebbe aver consegnato la foto ad Alvise meno di un’ora fa. Se quella foto gli ricorda qualcosa, ora sta cercando. Ci vorrà ancora un’ora. Riceverò una telefonata verso le tre.

 

Quando arrivo in piazzale Duca d’Aosta do un’occhiata al palazzo che ospitava la Questura fini a pochi anni or sono. Non provo alcuna nostalgia di quel posto e nemmeno del bar che c’era sotto gli uffici, non hanno mai fatto uno sforzo per dare ai clienti un caffè decoroso. Ora è pieno di macchinette per buttare via soldi. Imbocco viale Marconi. Negli anni ’70 era la parte nuova della città, quella del ristorante migliore, dei negozi che oggi si direbbero trendly. Da vent’anni è in decadenza, favorita sia dai centri commerciali in periferia, sia da un traffico rumoroso, troppo veloce, molto inquinante. Ci vorrebbe una città diversa per riportarlo al centro dell’interesse della gente. Arrivo in Questura e non faccio tempo ad entrare che suona il telefonino. È Steiner.

“Buongiorno Commissario. Possiamo vederci?”

“Anche subito. Vengo in base da lei?”

“Si, è meglio.”

Mi faccio riportare a prendere la Golf e vado da Steiner.

Largo sorriso, mano tesa, Steiner credo rimarrà nella mia vita come il simbolo del poliziotto militare americano.

“Commissario, io credo che uno di quelli che hanno parlato con quei telefoni dopo che i nostri tre ragazzi sono stati ammazzati, sia il killer. L’altro potrebbe essere una persona che ha avuto molti rapporti con lui. Credo che il killer abbia chiesto di venire subito a trovarlo. O forse, come si dice, pretendere, lui ha costretto l’altro a venire. Perché poteva far conoscere cose che quello che riceveva le telefonate non vuole che vanno sui giornali e in tribunale. Il killer, Mazzocco, credo che forse ha minacciato, se lui non resta vivo e non viene aiutato, di fare conoscere a tutti certe cose. Io penso che forse si sono detti così. È una ipotesi.”

Ha sentito le telefonate ma non può darmele. Ma mi ha detto quello che immaginavo. I ragazzi la mattina presto sono corsi a Udine da qualche avvocato o notaio ed hanno depositato documenti. Il quadro è più chiaro. Lo guardo.

“Come le dicevo, quello che riceve le telefonate è un certo Quercioli, uno che in passato, di certo, ha lavorato per i servizi segreti italiani. Questo signore lavora ancora per i servizi italiani? Che cosa fa? Chi rappresenta? Credo che per lei queste siano domande molto importanti.”

“Sono domande che io mi faccio e che il mio governo si fa, commissario Tonelli. Lei forse può aiutarci a trovare una risposta?”

Dai, Steiner! Non fare il furbo con me. Se esistono spezzoni deviati dei servizi, che forse sono nati al tempo del terrorismo, gli sono sopravvissuti ed oggi hanno una relazione con Mazzocco, voi non ne sapete niente? Forse tu, come persona, non ne sai niente, ma possiamo tutti e due stare certi che qualcuno dei tuoi li conosce eccome.

“Steiner, io osservo solo i fatti, niente altro. So che tre ragazzi innocenti sono stati uccisi in Piancavallo, so che per far ricadere i sospetti su un vecchio gruppo terroristico che probabilmente oggi non esiste nemmeno più è stato disegnato sull’auto dei ragazzi il simbolo delle Brigate Rosse. So che qualcuno, che non è l’assassino, ha scritto un falso comunicato del gruppo terroristico. So che, anche grazie a lei, sono riuscito a scoprire subito l’assassino e che la pista del terrorismo è stata dichiarata falsa dal capo della Polizia italiana. So che nella notte ci sono state quattro telefonate da e per il Piancavallo, attraverso telefoni cellulari di Telecom Serbia, con qualcuno che sta a Padova. So che l’assassino, il mattino dopo aver ucciso, si è incontrato con un ex ufficiale dei Carabinieri che di certo faceva una volta parte dei Servizi segreti italiani che si chiama Quercioli ed abita a Padova e penso sia probabile che le telefonate coi telefonini serbi fossero fra Mazzocco e Quercioli, che dunque avevano un sistema di comunicazione fra loro “coperto”. So che i sistemi di comunicazione “coperti” servono per motivi gravi, illegali. So che lunedì, prima che io scoprissi che Mazzocco era l’assassino, qualcuno ha fatto sistemare nella sua malga una microtelecamera trasmittente. So che Mazzocco, lunedì mattina, ha fatto consegnare suoi documenti a Udine, ad una o più persone, dai propri figli. So che lei suppone che Mazzocco abbia chiesto a Quercioli, ricattandolo, di aiutarlo e garantirgli la vita, altrimenti avrebbe rivelato altre cose. So che Mazzocco non è un semplice pastore di vacche, ma un uomo molto più complesso, perché ho visto la sua casa e sentito il modo con cui parla. So infine che Mazzocco sostiene di aver ucciso i ragazzi in un eccesso d’ira, per essere stato insultato da uno di loro. Mi faccio alcune domande, alle quali cerco risposta. La prima è chi è Mazzocco davvero, da dove viene, cosa ha fatto in questi anni. La seconda è che cosa davvero l’ha spinto ad uccidere quei tre ragazzi. Se l’ha fatto in uno scatto d’ira, come è maturata quest’ira, cosa ha accumulato Mazzocco nel corso degli anni dentro di se per sfociare poi in un tale spaventoso atto di violenza? Come si concilia l’ira con le modalità quasi professionali dell’omicidio, che sembra l’opera di un killer professionista? Quali sono i rapporti di Mazzocco con Quercioli? Chi e che cosa rappresenta Quercioli? E infine: tutto quello che è successo mette in pericolo la sicurezza di altre persone oppure no? E se sì, chi eventualmente è in pericolo?”

Silenzio. Ci guardiamo.

“Commissario Tonelli, noi siamo interessati come lei a trovare risposte a quelle domande. Le stiamo cercando. Fino ad ora lei è stato molto bravo e noi abbiamo cercato di aiutare lei e la Polizia italiana. Credo che lei abbia molti più strumenti di noi per scoprire la verità. Davvero. Questa mi pare una storia molto, come dire, italiana. Tutta italiana. Non avrà ostacoli da noi, mi creda. Se anzi possiamo aiutare, lo facciamo. Noi non vogliamo che altri entrino in questa storia. Capisce quel che voglio dire?”

“Certo.”

“Un consiglio, Tonelli. Lei fino ad ora ha vinto grazie alla sua velocità. Se tiene alto questo ritmo ce la può fare a scoprire tutto. Due giorni, forse tre. Dopo è difficile capire cosa può succedere.”

“Ho tre giorni al massimo, lo so bene.”

Sto rientrando verso Pordenone quanto Alvise mi chiama sul BlakBerry. Parcheggio in un distributore della Esso per parlare con calma.

“Ecco, adesso ti pol parlar, Alvise.”

“Quando ti vien da mi, che vojo vederte?”

“Adesso, parto subito e verso le cinque, cinque e mesa son da ti.”

“Ti te fermi a magnar?”

“Si, andemo al bachero.”

“Va ben, te speto.”

Non ripasso nemmeno per l’ufficio, telefono a Romano che ho un impegno e ci vediamo domattina presto in ufficio. Ci sono novità? Me ne parla domattina. Ha sentito Michele? Si, facciamo il punto di tutto domattina. Ok.

“Questa è la segreteria telefonica di Silvia Cogo. Lasciate un messaggio dopo il bip e vi richiamerò appena possibile”.

“Silvia, amore, vado da Alvise. Non credo di aver tempo per passare a salutare tua mamma. Arrivo tardi. Un bacio. Ciao.”

Questa autostrada che da Pordenone mi porta a Venezia, quante volte l’ho fatta: la mia Golf potrebbe andare direttamente al parcheggio comunale di piazzale Roma. Sono passato di qua molte volte e per molti motivi. Anche per l’estremo saluto ad un amico, che quando battono i cinquant’anni li vedi diradarsi accanto a te e molti viaggi diventano mesti. Conosco il rumore che fanno le gomme della mia Golf sull’asfalto di questa autostrada, è ormai un sottofondo amico al viaggio. Ritrovo le molte stazioni di servizio e le uscite che ho sempre passato veloce. So tutto del viaggio che mi conduce a Venezia, per anni è stato il momento più bello della settimana: con Silvia verso Venezia, io a trovare Alvise, lei la sua mamma, a cena a casa di lei in campo San Stin, dormire a Venezia e svegliarsi senza tempo, le campane dei Frari chiamano a messa. Riti che rassicurano e rasserenano.

Entro in autostrada e spengo subito il BlackBerry, voglio isolarmi, questo viaggio mi spinge sempre a ripensare a molti giorni passati. Soprattutto a certe mattine d’autunno e d’inverno, fredde e umide, passate a Marghera, i mesi da ottobre a marzo del 1980 e dell’81, spesso a cercare sui muri le scritte fatte da autonomi e brigatisti durante la notte. Molti ricordano facce, altri voci, altri ancora luoghi. A me rimbalza nella testa la puzza di ogni fabbrica di quello che allora era forse il maggior polo chimico d’Italia, con molte decine di migliaia di operai. Di alcuni di loro ricordo ancora i nomi, i vecchi che venivano da Mira, dalla bassa padovana, dal rovigotto, i tanti meridionali, la prima ondata ormai assorbita e la seconda che stava arrivando, che già allora non ce n’erano più, di veneti, contenti di entrare in quelle fabbriche. Ricordo i capi del Consigli di fabbrica, i vecchi quadri della CGIL e le reclute del dopo ‘68, quelli degli aumenti uguali per tutti, quelli che li sentivi parlare e capivi che non avevano cambiato di molto gli argomenti da quando frequentavano la parrocchia.

Ma non era lì che avevo cominciato, appena arrivato mi avevano messo a seguire gli studenti, a fare le mappe delle presenze di tutti i gruppi estremisti di sinistra e di destra nell’Università e nelle superiori. Di politica, quando facevo l’università, non mi ero mai interessato. Ora, vestito come uno di quei ragazzi, mi ritrovavo ad ascoltare le assemblee, cercando inutilmente di non farmi riconoscere, che tanto dopo poco capirono che ero sbirro e mi isolarono, alle assemblee non ero più ammesso. Collezionavo volantini, cercavo di ricostruirne il senso, il linguaggio, la forma. Tentavo di riconoscere i più attivi, li “schedavo” come dicevamo allora. È facendo questo lavoro che ho conosciuto Silvia. Era in un collettivo autonomo allo IUAV, poco attiva, distribuiva qualche volantino. Stava con un disgraziato che non studiava e faceva il leader. Sarebbe diventato, anni dopo, un architetto socialista del giro dell’onto, lo presero dentro al tempo di mani pulite, oggi chissà dov’è. Io, di  Silvia mi innamorai subito e, strano, non se l’è mai spiegato nemmeno lei, anche Silvia si innamorò di me. Da gennaio ad aprile del 1980 trascorsero i più bei mesi della mia vita fino ad allora: stavo con una splendida ragazza, facevo un lavoro che mi piaceva, quei ragazzi con le loro idee strampalate mi facevano simpatia, cercavo di evitare casini e qualche volta perfino ci riuscivo. L’unico problema è che Silvia, scegliendo me, era stata completamente cancellata dalle vecchie amicizie e ne soffrì molto. Per questo cercavo di starle vicino il più possibile, twitter l’abbiamo inventato noi in quei mesi.

Tutto cambiò il 12 maggio del 1980. Ero in ufficio, la mattina presto, quando come un fulmine si sparse la notizia che avevano ammazzato il mio capo. Io lo conoscevo poco, ero un ragazzo di bottega e lui era molto impegnato in indagini “pesanti”. Ma fu ugualmente terribile, un dolore indicibile. Ricordo che la sera, tornando a casa tardissimo, trovai mio padre e mia madre, assieme a Silvia. I miei vecchi volevano convincermi a mollare la polizia, che non mi preoccupassi, che avrei trovato altro. Li guardai come se fossero pazzi, io da quella mattina avevo un motivo formidabile per restare in Polizia. Molte persone non sono in grado di indicare quando abbiano smesso di essere ragazzi e, per scelta, per necessità o sull’onda di qualche evento siano diventati adulti. Io lo so perfettamente: da quel giorno la mia vita cambiò, cominciai a guardare ad ogni cosa in modo nuovo. Quell’omicidio costrinse tutti a cambiare. Giurammo che avremmo fatto ogni cosa per fargliela pagare a quei bastardi. In realtà non avevo la più pallida idea di quel che volesse dire “fargliela pagare”, a parte ovviamente prenderli. Ma questi non erano semplici delinquenti, non ammazzavano per soldi, o vendette personali, o gelosie. Che significa “fargliela pagare” ad uno gruppo che uccide per politica? Col passare delle settimane mi diedi una risposta, non so dire quanto condivisa dai miei colleghi: occorreva batterli prima politicamente, dimostrare che le loro azioni danneggiavano i gruppi sociali e culturali di cui si sostenevano paladini. Quando fossero stati isolati, li avremmo disarticolati facilmente. Capivo che non era facile per un poliziotto accettare una simile impostazione. Richiedeva una preparazione che non avevamo ed una articolazione della nostra attività che neppure riuscivamo ad immaginare. Io ad esempio non ero consapevole di che cosa mi ruotasse attorno, che cosa generasse quella violenza, che scopo avesse, perché producesse quei morti e perché proprio il mio capo: non capivo. Avevamo dentro tanta rabbia, ma io non sapevo come usarla, sentivo che rischiavo di sbagliare. Silvia, per amore, cercò di farmi capire. Mi spiegava, talvolta giustificava, raccontava di questi suoi ex amici che, da quando si era messa con me, non la salutavano nemmeno più, causandole un grande dolore. Quante volte, in quei mesi, ho dovuto ascoltare le maledizioni di Silvia sulla violenza di noi poliziotti fascisti di merda, guarda cos’avete fatto a Pinelli, siete voi che costruite la violenza, la pianificate e ora vi lamentate. Erano quelli i mesi in cui, ogni mattina, la radio raccontava di sparatorie e ferimenti di uomini della polizia, dei carabinieri, di magistrati, giornalisti ed ovviamente di dirigenti d’azienda. I morti erano ormai un lungo elenco a cui era stato aggiunto il mio capo.

Fui mandato in prima linea, dovevo occuparmi delle fabbriche. Quando chiesi cosa e come dovevo fare, mi dissero che dovevo completare una mappa, fabbrica per fabbrica, delle presenza politiche interne e del lavoro politico e sindacale che veniva svolto dentro e verso le varie fabbriche. Cominciai a frequentare gli uffici del personale, raccogliendo quel che c’era e costruendo spesso da zero.

Ma era un lavoro incompleto, anzi: era solo l’inizio di un lavoro. Perché il problema non era solo sorvegliare chi c’era in fabbrica, cosa del resto difficilissima, perché non avevamo strumenti per farlo. Dovevo soprattutto capire se e che cosa stava maturando in ogni fabbrica, se c’era lo spazio per un gruppo collegato con quelli armati, di che collegamenti si trattava, quali fossero gli argomenti e gli obiettivi, se la violenza avrebbe influenzato a suo favore le dinamiche sindacali e politiche in quell’officina, in quel cantiere, in quegli uffici.

Ma a me mancavano conoscenze e capacità di interpretazione di questioni, soprattutto sindacali, fondamentali.

Fu nell’autunno del 1980 che conobbi Alvise.

Era una persona, lo capii solo più tardi, di cui quelli che contavano davvero nel PCI si potevano fidare. L’avevano incaricato di contrastare l’estremismo nelle fabbriche. Allora il PCI disponeva di una rete di persone, fabbrica per fabbrica, officina per officina, che a quell’uomo della resistenza, col suo prestigio personale, raccontavano tutto quel che succedeva. Raramente sbagliava nel giudicare le persone e mi prese subito a benvolere. Iniziai ad incrociarlo fuori dalle fabbriche, nei bar in cui si fermava nel suo giro mattutino, dove aspettava a fine turno i suoi compagni delle sezioni di fabbrica. All’inizio mi chiedevo chi fosse, perché lo trovavo troppo spesso e non capivo cosa stesse facendo. Quando lo dissi ad un collega molto più esperto di me, lui rise, mi spiegò chi fosse, mi fece leggere la sua scheda in Questura, lunga come credo pochissime altre, e infine ci presentò. Alvise mi disse che aveva capito subito che ero uno sbirro.

“Te spusi de sbiro. Anche mi tuti me conose, ma mi contro quella zente fasso battaglia politica e go una storia, un partito. Ma ti, cussì, fio mio, no ti combini niente e podria essere pericoloso, per ti”. È seguendo i suoi consigli che mi sono trasformato nello sbirro che serviva in quel momento, in quel posto, con l’incarico che io pensavo mi avessero dato. “Ti vol diventar comisario, mi ‘so stà comisario, de brigata, so come se fa!”, e rideva. Mai avrei raccolto la fiducia e le confidenze di operai e quadri sindacali senza la mediazione di Alvise, se lui non mi avesse pian piano riconosciuto, educato, portato per mano a capire. Questo cambiamento fu una scuola di vita per me, su nessun libro era prevista una situazione del genere. Nessuno mi aveva insegnato che cosa fossero un punto di cottimo e gli infortuni in quelle fabbriche e come, a partire dal lavoro politico fra i cottimisti, si potesse arrivare prima a organizzare il salto dei pezzi, poi, magari senza piena consapevolezza, a sabotare la produzione e a partecipare a riunioni di Potere Operaio, poi di Autonomia e infine a dare una mano alle Brigate Rosse. Ho dovuto capire, imparare, studiare, seguire tutte le lotte sindacali, comprendere che cosa mettessero in gioco e su quali consensi, anche i più particolari, si basassero. Che fatica è stata, ma che soddisfazione finalmente riuscire a capire il mondo in cui mi muovevo! Nelle riunioni in Questura, nei sporadici incontri coi magistrati, solo dopo me ne resi conto, quel mio entusiasmo correva il rischio di farmi sembrare supponente, forse un giovane sbirro insopportabile. Avvertivo l’interesse in alcuni, un che di nervoso fastidio in altri. Ero distante dal prevedere che quel fastidio mi avrebbe rivelato l’esistenza di ben altro. Era dei sentimenti manifesti, palesi, che mi preoccupavo quando nel 1979 arrivai in Questura a Venezia, alla Digos. Poi, nell’autunno del 1980 e fino all’estate del 1981, poco alla volta, cominciai a prestare attenzione all’assenza di dissensi o consensi palesi: a quel punto furono i silenzi ad interessarmi. Da dove nascevano quei silenzi? Non capivo, non riuscivo a valutare.

Mi sarei dovuto preoccupare, e molto, del non detto, dell’interesse manifestato fuori dagli incontri ufficiali, delle collaborazioni improvvise ed inaspettate, delle osservazioni apparentemente corrette che bloccavano una cosa che si doveva fare e che in forza di quelle osservazioni riusciva difficile, se non impossibile fare.

“Ma che cosa vuol dire?”

“Ti ghe rivarà da solo, ti capirà. Xe importante che ti ghe riva da solo!”

A forza di respirare l’aria delle fabbriche, poco alla volta, mi ero convinto che le BR avrebbero tentato di forzare sulle lotte sindacali a Marghera e che perciò fosse necessario in primo luogo ridurre il rischio. Mi pareva logico che lo Stato non avesse alcun interesse a che altre, nuove persone si collegassero alle BR, per mille e per me evidenti motivi. Dunque anche noi, che lavoravamo per lo Stato, dovevamo lavorare per tener separati i gruppi della sinistra sindacale, quelli che si erano incistati nel sindacato fuori e dentro le fabbriche, dall’Autonomia e dalle BR e così isolare e sconfiggere i gruppi armati. Voleva dire cercare di capire le dinamiche di fabbrica, lo scontro sindacale, per individuare e fermare tutti quelli che “stavano in mezzo”, quelli che lavoravano per collegare. Quercioli, un esperto ufficiale dei Carabinieri, uno che avevo conosciuto e mi ascoltava con interesse, mi chiese un appuntamento per dirmi che quegli elementi di collegamento erano interessanti anche per noi, perché seguirli ci conduceva a quelli che davvero dovevamo fermare. Stupido io, che non capii allora l’intelligenza e l’ambiguità di quelle parole. Se non avevamo ami per pescarli, dovevamo almeno prosciugare quei tratti di canale in cui i pesci BR nuotavano. Dovevamo cioè capire il senso politico delle azioni armate: dove con un agguato, un ferito o addirittura un morto si mirasse a costruire consenso politico. E dov’erano le condizioni, nella logica assurda delle BR e di chi le fiancheggiava, per costruire consenso? Mi chiedevo, e volevo sapere da Alvise, dove fosse, interpretando la logica che reggeva Autonomia e BR, il luogo dello scontro politico per cercare di capire chi avrebbero colpito, per sviluppare la loro influenza dentro la fabbrica. Commisi l’errore di fare questo ragionamento parlando con Quercioli. Indicai le aziende ed i reparti nelle fabbriche in cui l’organizzazione del lavoro creava i maggiori problemi, in cui si combattevano dure vertenze sugli infortuni ed il meccanismo che legava quantità e qualità del lavoro ed il salario era al centro del conflitto dei sindacati con le aziende: a quei reparti guardava chi aveva scelto la lotta armata per estendere la propria influenza. In relazione a quei reparti, a quelle aziende avrebbero colpito. E feci alcuni nomi, di persone che potevano essere bersaglio proprio perché volevano risolvere i problemi e perciò mediavano e dunque erano antitetiche alla lotta armata: quelle di certo volevano colpire, quelle dovevano essere protette. Mi guardò interessato. Disse che sì, quelli bisognava proteggerli, ci pensavano loro, che non mi preoccupassi. Io, ragazzo di bottega della Questura di Venezia, quel lavoro di protezione, con nessun realismo ed un coraggio da temerario o da pazzo, l’avrei voluto per me. Potevo oppormi ad un ufficiale dei Carabinieri, un uomo esperto e molto considerato? Non eravamo sulla stessa barca? Non correvamo gli stessi pericoli, noi sbirri? Ricordo come ora il momento in cui consegnai l’elenco. “Prego, a lei, non c’è alcun segreto”, gli dissi porgendo il foglio.

Dopo poco più di un mese, a maggio del 1981, il prevedibile accadde e fu irreparabile.

Allora io capii. Fu come un lampo per me. E capii perché Alvise voleva che io ci arrivassi da solo. Perché se me l’avesse detto lui, io, sciocco giovane servitore a tutto tondo dello Stato, non avrei creduto. Quella mancata protezione, quell’offrire un Agnello sacrificale, a cui seguirono il lutto cittadino, i funerali con tutte le autorità, quel cordoglio generale, servivano. Ma non a salvare lo Stato, che non era affatto in pericolo. Servivano alla lotta politica in Italia, servivano per un progetto politico che di quel sangue, come dell’altro che in quei mesi veniva versato in mezza Italia, aveva bisogno. Ecco quel che dovevo capire e che tardi capii. Ne parlai a lungo con Silvia ed Alvise. Lei finalmente cominciava a capire e lui, pur stremato e distrutto per quel prevedibile ed inevitabile disastro, era nient’affatto convinto di dover accettare senza resistere quel disegno politico.

Fu straordinario quel che accadde in quel maledetto luglio. Si sparsero voci su una mia militanza nel PCI, sul fatto che fossi organico a quel partito. Io all’inizio ne ero inconsapevole, fu sempre Alvise ad avvertirmi.

“I te vol sputanar, i te tajerà fora. ‘Stè vosi vol dir che i ga da far porcherie, forse per salvar qualchedun e noi vol rompicoioni. No sta far il mona, non ti ga niente per resister. Solo i ani te ‘iuta. Ti ga il tempo che stì altri noi gà. Più che te te smeni, più i te fa fora. Sta bon! Scoltime, domanda de lassar la Digos!”.

Lasciare la Digos? Ma che follia era quella? Star buono? Ero una belva, tutto dovevo fare meno che star buono!

Quella che avrei voluto fosse una brillante carriera si arenava, tutto il mio lavoro veniva reso inutile o, peggio, era stato utile a raggiungere scopi inconfessabili ma ormai chiarissimi.

Erano gli ultimi giorni di luglio quando mi convocò il Questore.

Ricordo quel colloquio come la cosa più dura della mia vita. Mi disse che venivo trasferito immediatamente a Grosseto. “Come scusi, signore. Non ho capito”, gli dissi.

“Tonelli, lei ha capito benissimo. Questa è una mia iniziativa. Ho scelto io così. Mi creda, è per il suo bene.”

Per il mio bene? Cominciai a gridare come un pazzo, dissi che lasciavo la polizia, che nulla di quel che era successo mi era imputabile e che sapevano benissimo che anzi se mi avessero ascoltato … Sragionavo. Mi fermò con autorità. Ricordo come ora:

“Tonelli, in questa Questura abbiamo già avuto un morto. Io sono qui per proteggere i miei uomini, so quello che faccio. Non voglio vincere questa guerra versando il sangue dei miei uomini. Vada subito a Grosseto, è un ordine. Fra qualche tempo, quando sarà cresciuto, mi ringrazierà.”

Anni dopo gli scrissi per ringraziarlo.

Andai a casa con l’animo gonfio di lacrime, chiamai Alvise per dirgli che me ne andavo, lui mi disse “Per fortuna!”, me lo ricordo bene. Anche Silvia fu sollevata e decise subito di accompagnarmi in quello che consideravo il mio esilio, avrebbe completato gli studi andando su è giù da Grosseto a Venezia: era il suo modo per proteggermi, si costrinse ad una fatica che è ancor oggi il principale pegno dell’amore che provo per lei. A ripensarci oggi, è evidente che Alvise e Silvia pensavano che il prossimo nella lista della BR venete potevo essere io. Quando istruirono i processi venne fuori una scheda dettagliata su di me, su Alvise, un accenno a Silvia: dove abitavamo, che abitudini avevamo, con chi avevamo rapporti. È andata così, inutile farsi domande su quel che poteva succedere.

Parcheggio all’ultimo piano di piazzale Roma. Sento il profumo del mare che sale fin quassù. Scendo, vado a piedi fino a casa di Alvise, mi piace passeggiare veloce per Venezia.

 


  • Pubblicato il 28 febbraio 2012
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Appuntamento dalle 9 alle 12 in piazza XX settembre a Pordenone il 3 marzo.

I ragazzi di “Nun te regghe più” raccolgono firme sulla loro proposta di legge di iniziativa popolare composta da un solo articolo:

 

ART.1 I parlamentari italiani eletti al Senato della repubblica, alla Camera dei deputati, il presidente del consiglio, i ministri, i consiglieri e gli assessori regionali, provinciali e comunali, i governatori delle regioni, i presidenti delle province, i sindaci eletti dai cittadini, i funzionari nominati nelle aziende a partecipazione pubblica, ed equiparati non debbono percepire, a titolo di emolumenti, stipendi, indennità, tenuto conto del costo della vita e del potere reale di acquisto nell’unione europea, più della media aritmetica europera degli eletti degli altri paesi dell’unione per incarichi equivalenti.