• Pubblicato il 24 febbraio 2012

«Seminari per smuovere il dibattito a Pordenone»

API, DEL BEN E IL PONTE RILANCIANO

Non vogliono fare «alleanze in vista delle regionali» nè tenere la maggioranza sulla corda «per reclamare poltrone». I consiglieri di Api, Lista Del Ben e Il Ponte, vogliono «proporre un’idea di città» dice Giovanni Zanolin, un’idea «che nei confini del consiglio comunale non sarebbe ascoltata, ma che come proposta partecipata – spiega Giovanni Del Ben – può essere accolta dall’amministrazione, se lo riterrà». I tre seminari sui temi “Nuovi stili di vita”, “Investire sul futuro” e “Scelte importanti per la città”, che i consiglieri di minoranza presenteranno alla comunità nella sede della biblioteca, «saranno aperti ai rappresentanti di Porcia e Cordenons» hanno spiegato «e partiranno con l’illustrazione delle nostre proposte da parte di esperti». I consiglieri, insomma non parleranno. Poi spazio al dibattito. Il primo appuntamento, come ha illustrato Lucia Amarilli ripercorrendo i temi in discussione (ambiente, mobilità, educazione, formazione ecc.), sarà a marzo. I seminari saranno «il frutto di un percorso fatto insieme per sforzarci di interpretare – ha ricostruito Alberto Rossi – i tempi nuovi che abbiamo davanti. Questa piattaforma programmatica non è l’anticamera di un’alleanza politica bensì un cammino per la città». E se «le dichiarazioni di Ciriani sul Comune non mi sono piaciute perché serve rispetto tra le istituzioni – ha incalzato Rossi –, va detto che questa giunta è prigioniera del passato». La crisi secondo Rossi «può e deve essere un’opportunità per trovare nuove risorse e intelligenze», deve portare a «un salto culturale – ha ribadito Loris Pasut –. E’ per quell’obiettivo che lavoriamo come minoranza». Rilancia Del Ben: «La maggioranza che governa potrà essere davvero rappresentativa della maggioranza del territorio se raccoglierà le nostre idee». La giunta secondo Del Ben è «immobile» e chiusa in sè stessa: «Se ci viene imposta, anche fisicamente, la continuità, vuol dire che non c’è disponibilità a fare un percorso insieme – rimarca il consigliere della civica –; vuol dire che manca la fiducia». Sguardo al futuro, ma monito al passato: «Perché a Pordenone – ancora Del Ben – non si è voluto sperimentare intese più ampie?». (m.mi.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA


  • Pubblicato il 23 febbraio 2012
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Del Ben, Api e Ponte uniti: «Il Comune è immobile»

da Il Messaggero Veneto – 23 febbraio

di Martina Milia

Le minoranze di centro sinistra giocano d’anticipo e, ancora una volta, provano a dettare l’agenda della città. Lista Del Ben, Alleanza per l’Italia e Il Ponte, presenteranno oggi tre seminari, aperti alla cittadinanza, per disegnare il futuro della città. «La cittadinanza e le organizzazioni sociali si aspettano che il Comune assuma ruolo di protagonista – spiegano i gruppi consiliari –. E’ nostra opinione che Pordenone sia oggi senza un governo autorevole e forte, adeguato ai momenti difficilissimi che la città vive. Questa crisi ci chiama a scelte difficili, inedite. Ci chiama a cambiamenti e a manifestare coraggio e determinazione del cambiamento. Lasciare le cose come stanno significa decadere». Lo spirito dell’iniziativa è propositiva, «vogliamo portare un contributo concreto di analisi e proposte utili a Pordenone» perché «non sono più accettabili politiche di evitamento del confronto, di attendismo o di rinvio». Il primo tema che le forze politiche di minoranza rilanciano è quello dei nuovi stili di vita. Nelle buone pratiche che l’amministrazione comunale deve diffondere, secondo le forze politiche c’è il rispetto dell’ambiente. Si chiedono progetti legati alle “economie verdi”, una razionalizzazione delle automobili, una riorganizzazione del trasporto pubblico creando «nuovi servizi pubblici su domanda». Torna poi il tema della pedonalizzazione del centro e del superamento del ring con chiusura della Rivierasca. E poi i rifiuti «passando progressivamente al porta a porta spinto in tutta la città». Il secondo asset è quello che rientra nel titolo “investire nel futuro”. Educazione e formazione diventano il cuore delle scelte per creare prospettive alle nuove generazioni, ma includendo anche il concetto di formazione continua. «La città si è dotata di notevoli contenitori culturali – scrivono poi i consiglieri – alcuni di ottima qualità, come la biblioteca di piazza XX settembre. Il problema non è riempirli di mostre e convegni, quanto piuttosto stabilire degli obiettivi educativi per tutta la popolazione e per i giovani in particolare». La terza “puntata” interessa le “scelte importanti”, quella che chiama Pordenone a confrontarsi con la crisi. La risposta? «Modelli di sviluppo sostenibile, maggiore investimento nell’efficienza energetica e nelle energie rinnovabili; economia basata sull’innovazione, sulle conoscenze e sulle competenze; riassetto della macchina comunale e supporto all’economia e al lavoro; opzioni urbanistiche di salvaguardia del territorio e di integrazioni con altri Comuni». Scenari da declinare con azioni puntuali. L’iniziativa delle forze politiche d’opposizione propone uno stop di almeno due anni alle nuove costruzioni e un nuovo piano regolatore. E’ questa la strada maestra da seguire per i consiglieri delle minoranze. «Noi proponiamo un provvedimento immediato che blocchi ogni costruzione per almeno due anni – proseguono lista Del Ben, Il Ponte e Api –. Nel frattempo si deve elaborare e avviare l’approvazione del nuovo piano regolatore generale, che dece avere la salvaguardia rigorosa di tutte le aree verdi». Il punto di riferimento «è il nuovo piano regolatore di Udine, sia per metodologie che per contenuti. Un criterio fondamentale di programmazione e progettazione deve essere la bellezza». E poi: «riduzione degli indici territoriali; vanno fatti controlli fin dall’inizio dei lavori; serve una separazione, anche nei comportamenti, tra Comune e imprese». ©RIPRODUZIONE RISERVATA


  • Pubblicato il 20 febbraio 2012
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Cucino io!

Cari amici,
ogni tanto qualcuno mi chiede di preparare una cena in un ristorante. Alcuni anno or sono, alla “Gattabuia”, ripescai un vecchio menù di mia nonna, che faceva la cuoca dai Conti di Porcia agli inizi del ‘900 e ci ha tramandato alcune sue preziose ricette.
Ora sono Paola ed Angelo Zago, di ERARISTORANTINO BIO  di via Oberdan, in Pordenone, a propormi di cucinare per una sera e per gli amici che vorranno partecipare. Lo faccio volentieri.
La cena è organizzata per il 1° marzo 2012, alle 20.30.
Ho scelto un menù solo vegetariano, con molti piatti anche vegani. Mi pare adeguato a nuove sensibilità. Mi ripropongo di dimostrare che si possono gustare cose molto buone senza sacrificare alcun animale. Io, sia chiaro perché non voglio barare, mangio carne e pesce, ogni tanto. Ma sempre meno.
Partecipare alla cena costerà 35 euro a persona. Spero che saranno ben ripagati, in quantità e soprattutto qualità. Ringrazio fin d’ora quanti vorranno partecipare e chi collaborerà alla serata, primi fra tutti la famiglia Zago di Pordenone ed Alessandro Vicentini Orgnani di Valeriano.
Prenotare è indispensabile. Telefonate a EraRistorantino 347.8756466 o mandate una mail a info@eraristorantino.it .
Ultima cosa. La cena è aperta a tutti e non preoccupatevi: non parlerò di politica, promesso!
Ciao.
Gianni

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Ecco il menù che ho pensato

Antipasti
sono entrambi vegani

Piccola insalata di carciofi freschi
con gheriglio di noci, olio d’oliva, limone, sale e pepe

Piccola insalata di tarocchi
arance bio di Palagonia con olio d’oliva, olive nere e capperi

Primi
sono tutti e tre vegani se serviti senza formaggi

Pasta alla Norma
sugo di pomodoro fresco, melanzane fritte nell’olio d’oliva, aglio, ricotta salata agrigentina grattugiata, maccheroni

Risotto coi carciofi
riso carnaroli, aglio, olio extravergine d’oliva, vino bianco, fiori e manici di carciofi, parmigiano reggiano grattuggiato

Pasta e fagioli
aglio, sedano rapa, carote, cipolle, patate, fagioli borlotti, sale, pepe, olio extravergine d’oliva a crudo, tagliatelle di solo grano duro, parmigiano reggiano grattugiato

Secondi e contorni
tutti vegani ad eccezione dei formaggi

gran misto di formaggi delle latterie di Marsure e Savorgnano

polenta abbrustolita
con farina tratta dal mais biologico prodotto a Cordenons da Dino Mucignat

carciofi al tegame
aglio, olio extravergine d’oliva, fiori e manici di carciofi, sale, zucchero, limone, prezzemolo battuto

patate in tecia
patate, olio extravergine d’oliva, aglio, rosmarino, noce moscata

caponata in rosso
con cipolle di Tropea, peperoni rossi, cavolo cappuccio, olio extravergine d’oliva, aceto di vino, zucchero

radicchio fresco
con olio d’oliva e sale. Aceto di vino, limone e pepe a scelta

Dolce
mi spiace, questa proprio non riesco a farla vegana

una torta di mele calda
con succo e scorza di limone, uova, burro, farina di grano, zucchero, profumo di cannella, lievito vegetale, vanillina, pochissimo sale, mele ed infine zucchero velo

Frutta

I tarocchi di Sicilia, le mele e le noci

Vini

Azienda vitivinicola di Alessandro Vicentini Orgnani di Valeriano. Il vignaiuolo mescerà il vino
Merlot, cabernet, friulano, sauvignon, ucelut per finire

Spiriti e caffè

Tradizionale Grappa Pagura di Lindo Pagura, Castions di Zoppola


  • Pubblicato il 18 febbraio 2012
pedro

Nuove esperienze di autolesionismo attivo

Il MESSAGGERO VENETO. VENERDÌ, 17 FEBBRAIO 2012
Vertice di maggioranza per uscire dall’assedio
Pd e civiche s’incontrano dopo il caso sms e l’offensiva dell’opposizione in aula Concertata una mozione sugli inceneritori. Bianchini: ora giocheremo d’anticipo
di Martina Milia La maggioranza prova a giocare d’anticipo. I gruppo consiliari di Pd, Fiume e Vivo Pordenone, lanciano l’alleanza permanente per cercare di dettare l’agenda politica della città senza subire la pressione delle minoranze. E così giovedì sera, nella sede del Pd, è andato in scena il primo appuntamento di una “relazione” costruttiva tra le forze che guidano la città. «Ci vedremo ogni 15 giorni – dice Mario Bianchini, capogruppo del Fiume – ruotando anche la sede degli incontri. Vuole essere un appuntamento fisso per lavorare insieme sui temi concreti della città portando avanti proposte comuni». Quello dell’altra sera – alla presenza sia dell’ex sindaco Sergio Bolzonello che dell’assessore Nicola Conficoni, segno che forse le turbolenze nate con l’sms di venerdì scorso si sono allontanate – è stata l’occasione per parlare di rifiuti e predisporre un documento «che tratta gli aspetti della raccolta, dell’incenerimento e più in generale del servizio, presentando attraverso una mozione unitaria – dice il coordinatore cittadino del Pd, nonché consigliere comunale Walter Manzon – la posizione della maggioranza». L’argomento, lanciato ancora una volta da Gianni Zanolin (Il Ponte), aveva aperto un dibattito che aveva costretto ancora i partiti di maggioranza a inseguire l’ex assessore comunale e che aveva messo in luce alcune contraddizioni interne. La mozione, pur recependo alcuni suggerimenti, rilancia una proposta organica della maggioranza. Ma che si tratti di rifiuti, di commercio o di sanità, l’idea del centro sinistra è proprio quello di non cadere nella rete delle minoranze, ma riuscire ad anticipare i temi di discussione. Un’esigenza dettata anche dalla “giovane età politica” di gran parte dei consiglieri del Pd e del Fiume e, al contrario, dall’esperienza consolidata di buona parte dei consiglieri che siedono sui banchi dell’opposizione. Un’esperienza che spesso si fa sentire in aula facendo cadere la maggioranza nei “tranelli” della minoranza. La rinnovata alleanza delle tre forze politiche è una prima risposta. Le altre forze, insomma, sono avvisate. ©RIPRODUZIONE RISERVATA


  • Pubblicato il 17 febbraio 2012
gelato

Webromanzo – capitolo 13

13.

“Questa è la segreteria telefonica di Silvia Cogo. Lasciate un messaggio dopo il bip e vi richiamerò appena possibile”.
“Silvia, amore, sono le cinque. Alle sei ho una riunione in Questura, poi con ogni probabilità dovrò vedere il Procuratore ed il Sostituto. Spero per le sette di essere a casa. Un bacio. Ciao.”

Chiamo Tassan Zanin, gli dico se vuole che ci vediamo per fare il punto. Propone alle 19 in Tribunale. Va bene.

“Katia, alle 19 vedrò Tassan Zanin in Tribunale. Vuoi esserci?”

“Ci sono novità importanti?”

“No, credo sia tutto concluso col ritrovamento del fucile e dei vestiti. Sempre che le analisi confermino che sono quelli usati dall’assassino.”

“Ovvio. Non mi sembra necessario esserci. Comunque ci vediamo alle sei qui in Questura, giusto?.”

“Alle sei.”

Prima o poi gli dovrò raccontare qualcosa. Per ora no.

Che bella cosa, una domenica pomeriggio d’estate in Questura. Felicità allo stato puro.

I giornalisti se ne sono andati e anche dentro non c’è agitazione. Tutti considerano chiuso il caso, i turni stanno tornando normali, la tensione si è allentata e a me sta bene.

Sono le cinque e trenta del pomeriggio quando mi metto alla scrivania, entrano Romano e Michele. Visi stanchi, tesi. C’è qualcosa.

“Sedetevi. Novità?”

Michele: “Sono arrivati a tempo di record i tabulati sul traffico telefonico fisso e mobile da e per il Piancavallo negli ultimi giorni e soprattutto di venerdì e sabato. Domani ce li passiamo. Una cosa però è subito evidente.”

“Che cosa?”

“Ci sono quattro telefonate da una SIM della Serbia ad un’altra, sempre serba. Passano attraverso la cella della Piancavallo e vengono intercettate da una cella a Padova.”

È Mazzocco che telefona al misciamerda. Usano cellulari slavi per non essere intercettati.

“A che ora?”

“A occhio da dopo il delitto e durante la notte, non prima. Le studieremo.”

“Potremo mai sapere a chi appartengono le SIM? Esistono secondo voi registrazioni da qualche parte?”

“Sapere di chi siano, impossibile. Usano coperture, documenti falsi oppure di gente che non ne sa un cazzo, già provato mille volte. Si fanno 10 SIM con buone ricariche, nei momenti di tensione le usano per poche ore, poi le gettano e ne usano altre. Caricano i numeri sulla memoria del telefonino e così non perdono tempo.”

Romano: “Le registrazioni, il problema è trovarle. Forse il suo amico americano.”

“Perché parli italiano, Romano?”

“Perché da quando ho visto quei prefissi slavi, ho capito che questa è una storia molto più complicata di quello che mi sembrava. E pericolosa. Meglio non rilassarsi.”

“Giusto. Qui c’è tanta merda e noi sappiamo ancora poco. Riccardo Mazzocco di certo è uno snodo di cose che ancora non sappiamo. Tu Michele hai visto la sua casa. Mazzocco è altro rispetto al pastore che appare. Legge molto, ha gusti complessi, si circonda di oggetti belli, deve avere una disponibilità di denaro che prescinde dal suo lavoro, è evidente. Io penso che quella dell’allevatore di vacche sia una copertura e visto che l’abbiamo sorpreso a parlare con una vecchia conoscenza dei servizi, questo ci dice che sotto c’è qualcosa di pesante.”

“Parlava con uno dei servizi?”

“È successo così. Poco dopo aver scoperto i tre cadaveri  ho visto arrivare una BMW nera guidata un tizio anziano, che mi ricordava qualcosa. Vi ho chiamato per sapere di chi era e voi mi avete dato il nome di Michele Quercioli, uno che abita a Padova. Vi ricordate? Bene, questo Quercioli è una mia vecchissima conoscenza. È stato, perché credo che adesso sia in pensione, un ufficiale dei Carabinieri, ma in realtà era un uomo dei servizi con cui ho avuto a che fare ai tempi in cui ero in servizio a Venezia. Davvero un’anima nera, un giorno vi racconterò la storia. Quando è arrivato Santa gli ho detto di girare senza fretta per il Piancavallo e di sapermi dire se e dove si era fermata la BMW nera e con chi eventualmente quel tizio si stava incontrando. Santa ha fatto molto di più, ha visto la BMW ed è passato oltre. Ha fatto un lungo giro a piedi ed è riuscito a fotografare quel tizio mentre parlava col pastore. Dal suo telefonino vi ho fatto inviare le foto e vi ho chiesto di farne tre copie. Ricordate? Bene. Quello che …”

Romano: “Chi sa di questa cosa?”

“Noi tre e Santa. A cui ho chiesto di stare zitto con chiunque.”

Michele: “Non lo sa Tassan Zanin?”

“No.”

“Non lo sa la Marinelli?”

“No.”

“Minchia!”

“Io credo che nemmeno Quercioli sappia che abbiamo una foto sua con Mazzocco e nemmeno i servizi diciamo ‘ufficiali’. Quello che è successo dopo lo sapete quanto me: siamo stati così bravi e veloci che abbiamo scombinato ogni piano per impedirci di prendere Mazzocco, come certamente avrebbero tentato di fare se gli avessimo dato tempo. Costruivano la pista delle BR e chissà che altro. Ora dobbiamo sapere che ogni domanda, ogni scoperta può condurci a cose che altri vorrebbero non emergano. Secondo me su questa storia stiamo lavorando in quattro: noi, Quercioli coi suoi, i servizi.”

Romano: “Sono tre. Chi è il quarto?”

“Indovinate.”

Silenzio. Se non rispondono entro cinque secondi mi incazzo. Ci arrivano quasi assieme.

“Gli americani.”

“Ovvio. Secondo voi rinunciano a sapere tutto quel che è successo? State certi che non si accontentano dell’arresto di Mazzocco, vorranno sapete tutto di questa storia e hanno ragione. Steiner è molto collaborativo. Devo dargli anch’io qualcosa, non posso limitarmi a chiedergli, altrimenti chiederà ad altri, sa dove trovarli. Gli darò questa cosa delle SIM serbe, secondo me lui lo sa già ma così verificherà che siamo efficienti e leali.”

Mi interrompo per qualche secondo: quando mi ha detto della cimice in malga voleva mandarmi un messaggio sul fatto che ne sapeva già di più. Ovvio, ma non c’ero arrivato.

“Steiner, anche se le ha, non mi darà mai le registrazioni, dovrebbe ammettere che oltre al grande occhio hanno anche un grande orecchio e deve proteggere la sicurezza della base. Sapete bene che la posta in palio è alta e di certo in giro c‘è gente abituata a cose assai più difficili di quelle cui noi siamo abituati. Dunque prudenza. Può andarci di mezzo molto della nostra vita e di quella delle persone care. A me è già successo molti anni fa, un giorno ve la racconto. Per capire come gira, guardate l’avvocato che si è scelto Mazzocco, quel Pavan: è chiaramente uno molto bravo, di Padova, la stessa città verso cui sono dirette le telefonate. È uno che i servizi gli hanno messo a fianco, anche per controllarlo. Allora: su questa cosa lavoriamo solo noi tre, il Santa e Mazzariol. Fra poco, nella riunione, dichiariamo sostanzialmente chiuse le indagini, sul come completarle ufficialmente chiediamo indirizzi al magistrato. Di questa storia dei telefonini serbi non parlate con nessuno, ma a me date i numeri e le ore, che li passo subito a Steiner. Nel frattempo ricostruiamo tutto di Mazzocco. Domattina Michele va in Comune ad Aviano, in anagrafe. Vedi se hanno conservato le foto della prima carta di identità di Mazzocco dopo il ritorno in Italia o altre, fattele dare. Poi fai il giro dei fotografi di Aviano e della zona, vedi se davvero i Mazzocco non hanno fatto mai foto, come dicono e cerca qualsiasi cosa. Poi vedi se sono state conservate foto della patente. Voglio assolutamente foto vecchie di Riccardo Mazzocco, sento che sarà decisiva, voglio farla vedere ad una persona a Venezia che può aiutarci. Per prima cosa in anagrafe ad Aviano fatti dare tutti i dati della famiglia, ricostruisci quelli dei genitori di lui e li trasmetti a Romano. Tu Romano domani mattina ti metti a lavorare su Buenos Aires, cerca di sapere tutto sui genitori e sul ragazzo, trova agganci, ci sono tantissimi italiani a Buenos Aires ed alcuni argentini sono qui da noi. Trova modo di sapere, sono certo che ci riesci.”

Romano: “È un lavoro delicato. Che rapporto ha col Questore?”

“Che vuoi dire?”

“Nulla”

“Come nulla?”

Silenzio.

“Voglio solo dire che se silenzio è, è con tutti. Punto e basta.”

Li guardo. Mi guardano come se mi rimproverassero. Sono gelosi?

“Ok, con nessuno. Mazzariol sa tutto, meno ovviamente questa cosa dei telefonini serbi. Stasera lo informo. Gli dirò queste cose che abbiamo concordato. Michele, prendi Santa e gli dici questa stessa cosa: silenzio. Siamo solo noi cinque e andiamo avanti finché sentiamo di poterlo fare. Nessuna follia. Solo se avremo certezze parleremo con Tassan Zanin. Adesso in riunione parlo solo io. Chiudiamo in pochi minuti ringraziando tutti e rimandando ad un brindisi nei prossimi giorni.”

Mi alzo e mi metto la giacca.

 

“Vi voglio ringraziare tutti. Abbiamo raggiunto uno straordinario risultato grazie ad un lavoro di squadra. Abbiamo dato con tutti l’idea che lavoriamo bene e che siamo molto efficaci. La ricostruzione di tutte le tracce sul luogo del delitto ed il ritrovamento del fucile e dei vestiti nel lago di Barcis, ci danno gli elementi che il magistrato utilizzerà per formulare una accusa precisa. Inoltre, come sapere, la persona sospettata ha deciso di confessare. Ma alla confessione non saremmo mai arrivati se l’assassino non avesse avuto l’impressione di avere davanti a se investigatori precisi, ordinati, determinati.

Ora rimane tutta quella fase preziosa che serve a chiarire bene perché questo delitto sia avvenuto e come, nei minimi particolari. Michele e Romano condurranno queste indagini, mettendo meticolosamente assieme ogni particolare, per consegnarlo al magistrato. Vi chiederemo di aiutarci nei prossimi giorni. Passo la parola al nostro Questore, la dottoressa Katia Marinelli. Prego, dottoressa.”

“Vi ringrazio anch’io, anche a nome del dottor Manganelli. La Polizia di Stato, grazie a noi, a fatto un’ottima figura. Non solo in Italia, anche negli Stati Uniti e voi certo intuite che questo è molto importante. Domani, alle 11.30, ci vediamo tutti qui per un  brindisi. Ora andate alle vostre case e godetevi questo scampolo di domenica d’estate con le vostre famiglie. Bravi, sono orgogliosa di voi!”

Applausi e spirito di corpo. Bene così.

Katia mi guarda interrogativa.

“L’aspetto in ufficio da me fra cinque minuti, Commissario.”

 

Si avvicina Muner della Digos. Mi guarda.

“Parliamo?”

“Volentieri.”

Mi segue nel mio ufficio.

“Tonelli, questa non è da te. Qui c’è un sacco di roba che non convince e tu non chiudi un’indagine senza avere chiarezza su tutto quello che è successo, ti conosco. Delle due l’una: o te l‘ha imposto qualcuno o quello che c’è sotto non lo vuoi condividere con altri. È una roba così grossa?”

Non so che cosa dirgli.

“Se completando l’indagine trovo qualcosa di davvero importante, te ne parlo.”

Entro dalla Marinelli.

Sta seduta dietro la sua megascrivania. Mi accomodo in una delle due sedie sistemate davanti. Mi guarda.

“Vidal, dimmi una cosa. Ma tu lo vuoi conoscere davvero, il Mazzocco? Mi dicevi stamattina che il difficile dell’indagine veniva dopo aver trovato l’assassino. E oggi, coi tuoi uomini, la proclami chiusa? Senza sentire il bisogno di parlarmene prima? Ma che modo è? E anche nel merito: non sono affatto sicura che tutto sia chiaro in questa storia.”

Che gli dico, adesso, a questa? Come a Murer.

“Gli elementi essenziali ce li abbiamo in mano. Ora lavoriamo sui dettagli. Io, Michele e Romano. Con Mazzariol, ovviamente.  Non c’è bisogno di altri uomini. Se emerge qualcosa di particolare, sarai la prima persona a saperlo. Murer ha espresso i tuoi stessi dubbi, ho detto la stessa cosa anche a lui. Se dovessi aver bisogno di aiuto, te lo chiederò.”

“Vidal, te lo dico sinceramente: sento che c’è qualcosa che sai e non mi vuoi dire. Stai attento a non commettere reati.”

“Io ho solo pensieri nella mia mente. Sensazioni. Per ora nessun fatto, oltre a quelli che conosci. Procedo sempre così, ci sono fasi in cui ho bisogno di solitudine, devo pensare e cercare. Servono molto le sensazioni che provo. Poi, se arrivo a qualcosa, ne parlo . Vuoi che oggi ti racconti di spazi vuoti in una libreria che non dovrebbero esistere? Di case in cui non si trovano le foto che trovi in tutte le altre case? Di cose che dovrebbero, a lume di logica, esserci e non ci sono? Sono solo sensazioni. Quando avrò capito cosa davvero cercare, te ne parlo.”

Quanti giorni ho? Pochi.

“Steiner? Buonasera. Ho una cosa da darle. Possiamo vederci?”

“Vengo io a Pordenone, Commissario. Dove ci vediamo?”

“In Questura, nel mio ufficio. Lei sa dov’è?”

“Sì, so dov’è.”

“A che ora arriva?”

“Parto subito.”

Sono le sei e quaranta del pomeriggio, ho appuntamento alle sette in Tribunale, lui ci metterà 15 minuti ad arrivare. Va bene, avverto Tassan Zanin che ritardo di 10 minuti.

“L’aspetto.”

Corro a comperare una magnum di prosecco al bar Marconi.

 

“Si accomodi. “

Lo guardo con attenzione e gli regalo un sorriso. È stato prezioso per me in queste ore e voglio che sappia che ho molto apprezzato.

“Ho avuto i tabulati delle telefonate transitate dal Piancavallo prima e dopo il delitto. Devo ancora esaminarli con attenzione, ma c’è una cosa che richiama subito la mia attenzione. Ci sono quattro telefonate, dopo il delitto e durante la notte, da un telefono cellulare che ha una SIM della Serbia ad un altro, sempre con una SIM serba. Transitano attraverso una cella telefonica del Piancavallo e giungono ad una cella di Padova. Io credo che le due persone che si parlano siano Riccardo Mazzocco, quello che ha confessato di aver ammazzato i vostri tre ragazzi, ed un  certo Michele Quercioli. Questo Quercioli è stato un uomo collegato ai servizi segreti italiani, ora non so che cosa faccia e per chi lavori. Sta di fatto che io l’ho conosciuto molti anni fa e sabato mattina l’ho visto in Piancavallo. Tutti vorremmo sapere che cosa si dicono Mezzocco e Quercioli.”

Passo a Steiner un foglio coi numeri e le ore. Sono stato esplicito e leale. Vediamo come reagisce.

“Vedrò cosa posso fare. Grazie per la fiducia, Commissario.”

“Lei ha avuto fiducia in me, io la ricambio. Tutti e due vogliamo sapere tutto di quel che è successo, non devono esserci ombre. Solo così eviteremo nuovi pericoli.”

“Concordo.”

Si alza.

“In Italia per ringraziare a volte si offre una bottiglia di vino. Questa è per lei, lo beva freddo.”

Steiner guarda contento la magnum di prosecco. Sorride.

“Grazie.”

“A lei.”, e lo accompagno fino alla macchina.

Arrivo in Tribunale poco dopo le sette di sera. Tassan Zanin mi apre il cancello. Saluto il Procuratore e relaziono, tutte cose che sanno. Descrivo la casa, dico che cerchiamo foto ed informazioni che permettano di ricostruire la personalità dell’assassino e di farci capire se la giustificazione del delitto che ci ha dato sia coerente con altri comportamenti o stili. Gli dico che cerchiamo le foto ed in particolare quelle della giovinezza, perlomeno italiana, di Mazzocco. Inoltre Romano cerca notizie, da qui, in Argentina. Concordiamo comune sul fatto che il quadro probatorio è molto ampio anche nel caso in cui Mazzocco ritrattasse la confessione. Con Tassan Zanin concordiamo un incontro prima del nuovo interrogatorio previsto per martedì alle undici del mattino, in carcere a Udine. Bene così.

Sono le sette e mezza di sera di una domenica di fine giugno ed io finalmente avrei finito. Decido di lasciare la macchina in Tribunale, domattina torno a prenderla. Voglio passeggiare fino a casa, è meno di un chilometro e vicino al teatro c’è una gelateria. Mi faccio un cono, me lo merito. Pistacchio e nocciola.


  • Pubblicato il 16 febbraio 2012
sim

Webromanzo – capitolo 12

Osservo con attenzione, da una ventina di metri, la casa dei Mazzocco. Una prima cosa impressiona: è molto grande.

È una classica vecchia casa contadina, dalle nostre parti se ne trovano alcune ancora in piedi e la gran parte sono state ristrutturate profondamente. Molte non avevano infatti fondamenta e non erano isolate dal terreno. Tutte quelle messe a posto hanno “sottofondato”, come dicono i tecnici, rifatto solai e tetti, rafforzato i muri perimetrali che erano tutti portanti, spesso ancorandoli a reti metalliche poi coperte di cemento ed intonaco, inseriti i servizi che ovviamente non esistevano. Questi risultati si ottengono con tecniche che da queste parti si sono molto sviluppate dopo il terremoto del 1976 e Silvia, che pur insegnando sempre architetto è, si è molto appassionata e me ne parla spesso. Insomma, quando le vecchie case persistono, dell’antica struttura conservano solo parte del disegno e i sassi con cui erano costruiti alcuni muri che vengono rinforzati. A volte i muri di sasso vengono esposti totalmente perché sono molto belli da vedere. Più frequentemente sono invece coperti da spessi strati di intonaco che lasciano scoperti piccoli pezzi di muro e questa è la soluzione che a me non piace. Mazzocco ha optato per lasciare del tutto scoperta l’intera parete ovest della casa, che infatti è molto bella, intonacando il resto e dipingendolo di rosa. Sicuramente così ne ha di molto migliorato l’isolamento e spende meno per riscaldarla.

Questa case erano quasi sempre divise in due: sulla parte sinistra abitavano le persone, spesso su tre piani, a destra c’era la stalla con sopra il fienile. La parte della casa dedicata alle persone poteva essere più o meno grande a seconda di quanti erano in famiglia ed il numero era legato alla quantità di terra lavorabile. Questa parte della casa poteva ampliarsi col tempo, con pezzi che si aggiungevano, quasi a formare una piccola “schiera” di case, tutte del clan famigliare. Al piano terreno c’era la cucina, dove si preparava il cibo (quando ce n’era …) e si mangiava. In questa stanza, spesso con un pavimento di terra battuta, nella migliore delle ipotesi c’era un camino che tentava di convogliare fumo e calore verso l’alto e dunque “scaldava”, ma in realtà innalzava la temperatura di pochissimi gradi, sempre se continuavano a bruciare legna, mentre vivere in quella stanza voleva dire avere gli occhi pieni di fumo e i polmoni peggio. Molto migliorò con le “cucine economiche”, che diminuirono fortemente la quantità di fumo nella stanza e, grazie ai tubi metallici in cui veniva convogliato il fumo, iniziarono a scaldare decentemente anche altre stanze. Me la ricordo bene, la “cusina” a casa mia, quand’ero bambino, con mia madre che mi mandava a prendere la legna da ardere, la caldaia dell’acqua calda, il forno da cui uscivano profumi straordinari, il tubo che portava fuori il fumo ed il tepore bellissimo che diffondeva. C’è molta nostalgia, da queste parti, per le “cucine economiche”, molti ce l’hanno, se ne fabbricano ancora e sono ovviamente ancor più efficienti del passato. Nelle case in tutto il Friuli sono molto presenti. Scommetto che nella cucina dei Mazzocco ce n’è una e almeno un caminetto, o una di quelle nuove stufe che non fanno fumo e riscaldano bene intere stanze: adagiata al muro delle stalla nuova che sorge non distante dalla casa c’è una grande ed ordinata catasta di legna da ardere, dal taglio minuto, giusto per infilare la legna nelle stufe. Alzo lo sguardo verso il primo piano, dove sistemavano l’unica camera in cui dormiva tutta la famiglia. Raramente le camere erano due, una per la coppia, l’altra per i figli o per i nonni. Il sottotetto doveva consentire ad un uomo di stare in piedi sotto la capriata lignea centrale e di muoversi con relativa facilità. Nelle pareti laterali si aprivano finestrelle, che consentivano l’aereazione. Nelle case di un certo pregio queste finestrelle erano ovali, normalmente sono rettangolari. Nel sottotetto si mettevano a seccare le pannocchie, si adagiavano le fascine sulle quali i “cavalieri”, come da queste parti chiamavano i bachi da seta, avrebbero fatto i loro bozzoli, si conservavano derrate alimentari allora importantissime come noci e nocciole, e frutti sui graticci, le mele in particolare, che dovevano durare almeno fino al giorno di San Biagio, il 3 febbraio, per contribuire a curare tosse e raffreddori dei bambini, e le pere da bollire d’inverno, i “petorai”.

Nella parte destra della casa una volta c’era la stalla, spesso con una comunicazione diretta con la “stansa” in cui vivevano le persone. Nella piccola stalla la presenza di una o due vacche determinava la più grande e palpabile differenza fra la miseria e la povertà di una famiglia. Il maiale non era ammesso in casa, stava in una porcilaia fuori. Capre e pecore, se c’erano, vivevano in un recinto vicino alla casa. Il puliner sul retro della casa ospitava galline, raramente oche e anatre, più spesso, in gabbie alte da terra per proteggerli da volpi, faine e donnole, i conigli. Ma tenere lontani i predatori era assai difficile, si chiedeva ad un cane di spaventarli. Molti consentivano alle galline di razzolare nel cortile di casa. Oggi la porcilaia ed il puliner diventano garages e depositi di attrezzi di case in cui non è semplice fare delle cantine. La stalla, d’inverno, era il luogo più caldo della casa, la sera la famiglia stava in stalla con le bestie, i bambini giocavano, gli adulti chiacchieravano, le donne cucivano. Sopra la stalla c’era il fienile, che occupava tutto lo spazio che nell’altra parte della casa, quella per le persone, era dedicato al piano per dormire ed al sottotetto. Oggi, nelle ristrutturazioni, questo spazio viene utilizzato diversamente a seconda di quanto sia grande l’altra parte della casa. Se la zona notte è sufficientemente grande per le esigenze di chi ristruttura la casa, allora spesso l’ex fienile diviene una specie di grande spazio aperto: conosco un architetto che ci ha fatto lo studio, ma più spesso è il luogo preferito dei figli. La parte sinistra della casa di Mazzocco non doveva essere sufficientemente grande ad ospitare tre camere, un bagno ed un ripostiglio e si nota subito che non c’è alcun “open space” al posto del fienile. È stato ampliato il “graner” del sottotetto e sono curioso di vedere come utilizza quello spazio davvero molto ampio. Guardando il piano terreno già m’immagino una divisione razionale dello spazio: a sinistra a destra troverò un locale adibito a deposito, con un collegamento con la grande cucina. Lo spazio della stalla di certo è utilizzato per una grande sala, un bagno, l’entrata che di certo immette sul vano scale. Ci sono quattro porte che consentono un ingresso diretto dal giardino alla casa: una doppia, in centro, dev’essere quella principale. Sulla sinistra una consente l’entrata diretta alla cucina ed un’altra, all’estremo, probabilmente immette in un locale magazzino e forse spogliatoio. Sulla destra vedo una porta doppia, che immette sulla sala. A parte quella del probabile magazzino, sono tutte porte-finestre, che consentono l’entrata della luce ed hanno dei battenti in legno, che permettono di chiuderle e renderle più robuste. Al piano terra oltre alle porte di sono sei finestre, al primo piano le finestre sono dieci. Non mi riesce di capire come gli spazi possano essere divisi ai piani superiori, il ritmo delle finestre è regolare.

 

Entro in uno spazio che ordina la casa. Le porte sono aperte. Sulla sinistra c’è la cucina. L’entrata consente un accesso diretto ad un piccolo bagno ed alle scale e a destra c’è la grande sala. Mi basta questo primo sguardo per capire che la signora ha passione per la casa, c’è molto ordine, pochi oggetti, atmosfera rustica ma non priva di gusto. Vado nel piccolo bagno: asciugamani in ordine, servizi molto puliti. C’è una vecchia cassapanca, una vecchia panera restaurata. Sopra ci sono due ciotole, una piena di petali di rosa seccati ed altri fiori secchi, l’altra di conchiglie marine. Chiamo un agente, gli chiedo di spostare le due ciotole per poter guardare se la panera sia piena di asciugamani ed è così. Faccio aprire il mobiletto del lavandino e sotto ci sono un secchio con degli stracci, detersivi per il pavimento, una riserva di bagnoschiuma per la doccia, saponi per le mani. Immagino che quando gli uomini finiscono il lavoro in stalla sia qui che si fanno la doccia e come sempre sia poi necessario asciugare il pavimento. Ora voglio vedere la cucina.

 

È una vasta stanza rettangolare piena di luce, il giovane Mazzocco ha dato aria ed aperto porte e finestre. Al centro c’è un grande tavolo in legno dipinto di bianco panna, coperto da una tovaglia e ci scommetterei che sotto c’è una cerata leggera per proteggere il legno dalle macchie. Dieci sedie sono attorno al tavolo ma altre due sono vicine alle pareti. Perché tante sedie, se la famiglia è di quattro persone e vivono in modo molto riservato? Forse hanno momenti durante l’anno in cui per i lavori agricoli hanno bisogno di aiuti e quella tavola si può riempire di persone. O forse hanno amicizie e rapporti fuori dal paese. Vedremo. Mi siedo in mezzo al tavolo, le spalle rivolte al cortile. Davanti a me la cucina vera e propria, grande, bianca come il tavolo. Da destra a sinistra c’è un mobile dispensa con un ripiano, buono credo per metterci una pianta ed appoggiarci le chiavi e quel che si ha in tasca quando si entra. Poi c’è il frigorifero, normale, ad incastro, non quelle cose mastodontiche che si trovano oggi nelle case dei ricchi. Dopo il frigo, vani dispensa e piani di lavoro. Sotto il forno elettrico. Nell’angolo il forno a microonde. Poi inizia la zona acquaio, con sopra lo scolatoio e sotto, credo, gli spazi per i rifiuti. Sopra l’acquaio si apre una finestra che da sul retro della casa. Subito dopo l’acquaio c’è la lavastoviglie ed un’altra zona dispensa, credo usata per pentole e piatti. Poi i fuochi del gas e subito dopo la cucina economica conclude la cucina vera e propria. Un metro oltre, una piccola stufa in ceramica, verticale, chiude la stanza vicino alla porta che conduce a quello che suppongo essere il magazzino di casa, poi vedo se è così. Adagiata all’ultima parete, sulla mia sinistra, una credenza con sopra una piattaia, che espone vecchi piatti floreali friulani, credo fabbricati dai Galvani di Pordenone. Nella credenza, di sicuro, ci sono le tovaglie buone di casa, i piatti ed i bicchieri della festa. Alle pareti il calendario dell’erborario dedicato alle farfalle notturne che anch’io ho a casa, quadretti con stampine graziose di quadri di montagna.

 

La cucina mi fa un’ottima impressione, è davvero bella. Chiedo ad un agente di aprire gli stipi fino a che non trova le pentole, voglio vedere che pentole usano. Hanno una bella batteria moderna, poco usata: devono averla comperata da poco. Poi una sorpresa: il rame. O meglio: mi aspettavo alcune vecchie pentole in rame, ma qui di vecchio non vedo niente: hanno almeno una decina di bellissime pentole in rame, di varie dimensioni. Sembrano appena comperate. Oppure sanno usarle e pulirle molto bene, cosa non banale. Chiedo di leggere la punzonatura: come immaginavo, sono quelle di Nico Marin, di Spilimbergo. Le fanno con lastre di rame di uno spessore che varia fra i due millimetri ed i due millimetri e mezzo. All’esterno sono martellate a mano e la superficie interna è rivestita interamente con stagno puro, i manici sono in ottone. Silvia ed io non ce le possiamo permettere, i Mazzocco evidentemente si. Beati loro. Mi siedo di nuovo a guardare la stanza.

 

Questa è una cucina colta, fatta per persone che hanno una alta concezione di se e della loro vita. È calda, comoda e razionale, poche superfici in metallo, elegante senza essere ultramoderna o avere qualcosa di eccessivo. Ci si aspetta una cucina così da uno che d’estate porta le vacche in alpeggio e fa il formaggio? Da un essere selvaggio e brutale capace di trucidare tre persone? Non te l’aspetti, ma è qui davanti ai miei occhi. Che sia merito della signora, che sia il suo regno e la sua sintesi, staccati dal resto? Mi pare difficile, ma della signora ancora so molto poco, la ricordo sabato mattina mentre arrivava dalla stalla, una donna forte, bel viso sano, robusta in tutto, un tono di forte umanità nell’apprendere di quei tre poveri ragazzi trucidati. Ma è davvero poco.

 

Entro nella stanza successiva. È proprio un magazzino, con ripiani metallici. Ci sono attrezzi per l’orto, contenitori per la raccolta differenziata, un armadio per le scarpe, la lavatrice, un lavandino, attrezzatura da sci per fondo e discesa, per tutta la famiglia: ai Mazzocco piace sciare, questa è una bella cosa. Credo sia il posto giusto per conservare mele, patate e cipolle, per mondare le verdure appena raccolte, per tenere il vino e chissà che altro. Ma vino ce n’è pochissimo, qualche bottiglia di rosso della cantina di Rauscedo: i Mazzocco devono essere limitati consumatori. Tutto è molto razionale.

 

Ripasso per la cucina, vado verso la sala, che di solito, nelle nostre case, è il luogo meno usato della casa, la famiglia si ritrova in cucina.

 

È grande questa sala rettangolare, più di quel che mi aspettavo. Ci sono spazi liberi, ci si può muovere in libertà. Molto bello l’insieme, non freddo. Vicino alla porta finestra c’è una grande schermo televisivo. Davanti alla TV quattro poltrone comode ed un tavolinetto per appoggiare tazzine e bicchieri. Per chi arriva dalla cucina, subito sulla sinistra una lunga madia contiene di certo i bicchieri in cristallo e i piatti più belli che non ti sogni nemmeno di usare. Sulla parete che dal sul retro della casa, sopra ad un lungo mobile, ecco quel che non ti aspetteresti, ma c’è: un quadro di Vittorio Basaglia, una battaglia medioevale, di intonazione cubista, coi suoi cavalli, tutta in una tonalità azzurra, sviluppata in verticale.. Una vera meraviglia. Ma quanto costa una cosa così? Decine di migliaia di euro? E Mazzocco li ha e li spende per un così bel quadro? Davvero singolare.

Nella sala c’è anche un tavolo, che secondo me non hanno mai usato. Sotto il tavolo un bel tappeto persiano, ma non saprei dargli un valore, non me ne intendo. Ma la tonalità è molto intonata col quadro di Basaglia. All’estremo opposto rispetto alla porta che conduce n cucina, c’è una grandissimo camino, di quelli che fanno oggi, col vetro davanti, il fondo metallico e gli aeratori per diffondere il calore in tutta la stanza. Possono bruciarci tronchi, in quel camino e d’inverno deve fare un grande effetto tutto quel fuoco.

Pochi oggetti in giro, alle pareti, a parte il Basaglia, non c’è praticamente nulla. Molto rigoroso, molto giusto, valorizza un’opera importante.

A guardare bene il camino è ricavato in un sottoscala. Ce n’è una infatti che conduce al primo piano, in legno, stretta da far passare una sola persona alla volta. M’attira, la voglio salire.

 

Scricchiola, nessuno può usare questa scala senza che una persona che stia di sopra la senta. Salgo e per una volta non so che cosa mi aspetta. Sbuco in una grande stanza ben illuminata. Resto stupito: è predisposta per una grande libreria. Ci sono, a occhio, centinaia di volumi, ma anche spazi pronti per accoglierne altri. In mezzo alla stanza un tavolo-scrivania, con due sedie. Di lato due poltrone davanti ad una stufa sulla parete di fondo. Ai lati della stufa due librerie della Book a tre ante, chiuse, color noce. Sulla parete opposta a quella della scala c’è solo un grande bellissimo quadro di Nane Zavagno, molto valorizzato dallo sfondo bianco immacolato di quella grande parete vuota. Infine, sulla parete di sinistra si aprono due finestre. Mazzocco ha un quadro di Zavagno? Anche questo è un bell’investimento, per uno che alleva vacche e vitelli. Soprattutto: che uomo sei, Mazzocco? Com’è che conosci Basaglia e Zavagno? Sistemo una delle due poltrone in modo da poter osservare tutta la stanza. Mi siedo. È un luogo molto bello, raffinato, borghese: tutto quello che non sembrerebbe essere Riccardo Mazzocco. Tra l’altro: il pavimento è fatto di vecchie tavole larghe lucidate, bellissime. Chissà dove le ha trovate e quanto le ha pagate. Se fossi io il l’organizzatore di questa stanza, cosa ci terrei? Tutte le mie carte personali, comprese quelle con valore fiscale. Piccoli oggetti, ricordi di momenti particolari e significativi della mia vita, perciò le foto, quelle della famiglia comprese. Alcune buone bottiglie e dei bicchieri. Mi alzo per verificare se ci sono raccoglitori di documenti. C’è un modulo Book dedicato. Sulla schiena vedo scritto “Dichiarazioni dei Redditi”, “Contabilità aziendale”, “Atti di proprietà e affitti”, “Automobili e trattori”, “Bestie”, “Caccia e porto d’armi”, “Scuola dei ragazzi”. Molto ordinato, come si era capito già dal piano terra. Chiamo Mazzariol e gli chiedo se può far allineare sul tavolo tutti i documenti che si trovano in questa stanza. Arriva un agente che fa un lavoro certosino mentre io lo osservo ed ogni tanto do qualche indicazione. Non ci sono foto, o diapositive. Alla fine, sul tavolo, sono allineati esclusivamente ordinate cartelline con documenti fiscali. È stranissimo che non ci sia altro, quale uomo non trattiene nulla della storia della sua famiglia? Chiamo Mazzocco Junior, che di nome fa Pietro. Chiedo se la famiglia conserva delle foto e nel caso se può prenderle aiutato da un agente. Lui dice che non ricorda album o scatole di foto in casa ma che chiederà alla madre. Cerco Franco Mazzariol e gli chiedo di accumulare sopra il tavolo della biblioteca tutte le foto e tutti i documenti che si trovano in casa. Mi dice che di foto non ne hanno trovate. Chiamo Michele.

“Domattina presto vedi con l’anagrafe del Comune di Aviano. Se sono ordinati dovrebbero aver conservato tutte le foto presentate da Mazzocco per i documenti. Vedi anche se ha il passaporto e cerca da noi le foto presentate per la patente. Cerca tutte le foto che le istituzioni potrebbero avere di lui.”

L’avvocato Pavan mi segue passo passo ed ogni tanto mi pare quasi che sogghigni.

Torna Pietro Mazzocco: la madre dice che non hanno mai fatto foto, non ce ne sono in casa. Perché non fare mai delle foto? Questa è una cosa davvero particolare.

“Avvocato, Lei era mai stato in questa casa prima d’oggi?”

“No commissario, mai.”

“Non le pare strano che in tutta la casa non ci sia una foto che testimoni il passato di questa famiglia?”

“È forse inusuale, commissario, strano non direi. Si vede che le foto non gli piacciono.”

“Ha ragione, è inusuale. Noi poliziotti abbiamo una grande curiosità per ciò che è inusuale.”

“Questo è invece usuale.”

“Senza dubbio.”

Non ci credo che non abbiano fatto foto in trent’anni. Nascono i bambini e questi non fanno foto? Il primo giorno di scuola, le feste, la prima comunione che pure i ragazzi hanno fatto, tutto il resto, una morte, una nascita, amici, parenti di lei perlomeno: possibile che non ci sia nulla? Siccome questa è una casa ordinatissima, le foto dovevano essere raccolte in perfetti album. Ma non ci sono. Voglio Michele.

“Domani fai fare il giro di tutti i fotografi di Aviano e dei paesi vicini. Cerca anche quelli che hanno chiuso o trasformato l’attività. Fai chiedere se i Mazzocco portavano loro foto o diapositive da sviluppare. Metti insieme più informazioni possibile. Adesso le foto si fanno coi telefonini. Vedi se quelli della famiglia sono predisposti per fare foto e se ne hanno fatte.”

 

Ma l’assenza di foto in casa mi dice che io devo prestare attenzione a quel che manca, non a quel che c’è. Cos’altro manca? Non devo ragionarci su, devo aspettare sensazioni, meglio uscire dalla biblioteca, vado a vedere le tre camere.

 

Uscendo dallo studio di Riccardo Mazzocco si entra in un lungo corridoio, pavimento in legno, fatto con le stesse grandi tavole usate per lo studio. Sul corridoio sulla sinistra si aprono le porte delle camere e del bagno e c’è l’accesso al vano scale, sulla destra ci sono quattro finestre che danno sul retro della casa, con un ritmo regolare. Trovo per prima la camera del ragazzo più giovane, Renato. Cosa c’è nella camera di un sedicenne di oggi che qui non c’è? Il caos, il casino: qui è tutto in ordine. Sembra inverosimile. E non credo che sia solo perché ora sono in malga e pensavano di restarci fino ai primi di settembre dunque, prima di partire, la madre ha riordinato la casa. No, qui c’è un ordine strutturale, è evidente. Tutto è conservato in modo logico, ricostruibile: libri e quaderni degli anni scolastici precedenti, una grande raccolta di Tex ordinata per numero, un armadio con pantaloni, maglie, camicie, maglioni, un giubbotto, giacche a vento. calze, biancheria, tutto perfetto. Dietro al letto un grande puzzle con una scena di montagna, nient’altro alle pareti. Una grande scrivania con un computer da tavolo, mi sembra datato, deve averglielo passato il fratello. Chiamo Mazzariol e gli chiedo di mettere un suo uomo a quel PC, di leggere ogni file e di segnalare ogni sito in cui sia entrato negli ultimi mesi. I ragazzi a questa età scrivono anche i loro pensieri, fanno specie di diari. “Più trovano cose personali meglio è, voglio leggermi tutti. Cercate anche immagini. Inoltre fai sfogliare tutti i libri, vedi se ci sono carte sfuse, appunti, lettere, roba così.”

Vediamo che libri legge questo ragazzo e che musica ascolta. C’è poca letteratura, forse usa la biblioteca del padre. Spesso avere dei libri non significa averli letti. Ma se questo ragazzo ha letto i libri che ha nelle mensole sopra la scrivania allora conosce Calvino, Tolstoj, Joyce, Mann, Camus, Malraux, Grass, Brecht. Notevole. Voglio parlarci. Ha anche altri libri, tutti dedicati agli animali, alla natura ed alla montagna. Passiamo alla musica. C’è di tutto, ovviamente anche classica, visti i libri che legge. Chiamo il fratello.

“Signor Mazzocco, per favore, mi sa dire quali di questi CD sono suoi ed ha passato a suo fratello e quali ha acquistato lui?”

Dice che sono tutti suoi, lui è geloso della sua musica. Allora Renato ascolta molto Mozart, i Beatles, Laura Pausini. Poco rock, è un romantico. Bene, passiamo oltre, voglio vedere la camera di Pietro.

Supero il vano scale e sto per entrare nella camera quando squilla il telefono. È Romano.

“I gà ripescà tutto, col robottin.”

“Splendido, congratulazioni. Il fucile è proprio il mauser che cerchiamo?”

“Dio, un mauser xe, poi sarà scientifica a dir se xe proprio lui.”

“Certo. Ascolta, adesso avviso il Questore, gli dico …”

“No servi, la xe qua, ghe la passo.”

“Sono Katia.”

“Ciao. Tutto bene, mi dicono.”

“Ottimo, qui ci sono anche i giornalisti, adesso diamo un po’ di gloria ai ragazzi che hanno ripescato vestiti e fucile. E da te come va?”

“Molto interessante. Ci vediamo alla riunione delle 6 in Questura e ti racconto.”

“Va bene.”

 

Entro nella camera di Pietro Mazzocco e mi pare del tutto simile a quella del fratello, anche nell’arredamento. Anche qui manca il caos dei ragazzi e tutto è razionale. Però i libri sono diversi, gli piacciono i gialli: molto Camilleri, Larsson, quasi tutto il Pepe Carvalho di Montalban, altri scandinavi. E nella musica mi pare più rocchettaro, molto Ligabue, perciò niente Vasco. Questo mi pare più normale. Dietro al letto ha un grande poster del Liga: vai Pietro, sei tu il normale della famiglia? Lo chiamo e arriva anche l’avvocato del padre.

“Signor Mazzocco, mi scusi, dov’è il suo pc portatile? Qui nella sua camera vedo la stampante, ma il PC non c’è.”

“È in macchina. Glielo porto?”

“No. Lo dia invece al mio collega Mazzariol, glielo restituirà nel giro di pochi giorni. Grazie.”

 

Il bagno è grande, doccia ed anche vasca idromassaggio. Notevole.

 

Entro nella camera dei genitori. È la più banale della casa. Un grande letto matrimoniale, una grande armadio, comodini. Mi piace solo un bel cassettone vecchio restaurato. C’è uno specchio alla parete, tutto è in ordine perfetto. Mi faccio aprire l’armadio, c’è poca roba, Riccardo Mazzocco non ha passione per i vestiti e le scarpe. La signora poco più di lui, ama i pantaloni più delle gonne. Esprimono nel vestire una grande sobrietà. È così anche la casa, senza sfarzo, ma con particolari di grande qualità: quei due quadri, le pentole in rame, i pavimenti del primo piano. C’è un certo gusto dietro a queste scelte, probabilmente tutti quei libri l’hanno indotto, oppure anche loro ne sono conseguenza. Comunque sia questa casa non è banale.

 

Voglio salire a vedere la soffitta. Ancora una rampa di scale in legno, scricchiolanti, una porta immette su un’unica grande stanza open space, lo stesso pavimento bellissimo del piano di sotto, travi a vista per reggere il tetto, mattoni vecchi chiudono il solaio e reggono le tegole, probabilmente con una chiusura impermeabile fra tegole e mattoni, col compito di isolare il locale. Le finestrelle ricordano la grande sala, che è totalmente e sorprendentemente vuota. Mai vista una simile bellezza. Mazzocco, chi te l’ha suggerita una simile figata? Questo luogo è lucente, i legni odorano di cere buone. Avessi i calzettoni mi metterei a correre e soprattutto a scivolare. In fondo alla sala ci sono alcuni amplificatori, due chitarre, un basso, una batteria. Grazie a Dio! I ragazzi suonano, sono ordinati ma suonano. Chiamo Pietro Mazzocco.

“Lei e suo fratello suonate?”

“Renato la chitarra e il basso, io la batteria. Qualche volta vengono gli amici.”

“Che musica preferite?”

“Cerchiamo cose che piacciono a tutti e due.”

“Tipo?”

“Sul Liga ci mettiamo d’accordo.”

“Ottima scelta. Questa stanza è magnifica.”

“È bella ma d’inverno è troppo fredda. Papà aveva promesso che ci avrebbe istallato una stufa a pellets.”

Non so cosa rispondergli. Di certo il padre per molti anni non rientrerà in quella casa. Però ecco che emerge un Riccardo Mazzocco attento alle esigenze dei figli, dialogante. Con questo ragazzo vorrei parlare, ma mi rendo conto che il clima di cui avrei bisogno è irrealizzabile, perlomeno adesso. E poi: è possibile che quel triplice omicidio non sia che un aspetto della vita di suo padre. E se questo mio tentativo di capire meglio suo padre ne appesantisse la situazione? Se uscissero altri reati? Posso coinvolgere quel ragazzo in un rapporto che sbocchi in un appesantimento della posizione del padre? Non me la sento.

Ora voglio tornare di sotto, in biblioteca.

 

Comincio col farmi un’idea di tutti i libri esposti. È quasi tutta letteratura, narrativa per essere precisi, poesia davvero poca. Ci sono molti libri Adelphi, di tutte le collane. Ha una grande passione per Simenon. Vedo Einaudi, Sellerio, Feltrinelli. Un buon numero di libri editi da Guanda ed Iperborea. Riccardo Mazzocco ha una vera passione per la vecchia BUR, quella dei libri piccoli, con le copertine grigie, ne ha parecchi. Insomma in questa casa vengono letti i grandi classici della letteratura internazionale, una volta avrebbero detto “buone letture”. Gli autori sono quasi tutti classici o quelli di riferimento delle case editrici. Cosa manca?

 

Cosa manca in questa raccolta di letteratura? Confronto i suoi libri coi miei, Mazzocco ne ha molti più di me e soprattutto li conserva. Silvia ed io, casa piccola, dopo un po’ siamo costretti a selezionarli: teniamo in casa quel che ci è piaciuto di più e chiudiamo in scatoloni quelli che non ci hanno convinto, i più. Poi io li sistemo in soffitta. Prima o poi dovrò decidermi a regalarli a qualcuno di quelli che fanno i mercatini. Cos’è che io ho e Mazzocco non ha? Jorge Luis Borges, per esempio, non c’è. Cerco altri autori argentini: Ernesto Sabato? Non c’è. Osvaldo Soriano? Non c’è. Adolfo Casares? Non c’è. Ricardo Piglia? Non c’è. Magari ce ne saranno altri che non conosco, ma non mi pare di scorgerne. Vado all’altra libreria, quella dove avevo visto i raccoglitori di documenti e che mi pareva contenesse anche libri illustrati. Cerco un libro sull’Argentina. Nulla. Ma come, Mazzocco, ci sei nato, ci sei vissuto 20 anni. Possibile che non ti interessi nulla dell’Argentina? Non capisco. Vuoi cancellarla dalla tua memoria? L’hai cancellata? Oppure non c’è nella tua memoria?

 

Cerco saggi. Non pare un genere che gli interessi, non c’è praticamente nulla. Persino eccessivo: hai frequentato librerie per comperare tutti questi libri e non ti è mai nata la curiosità di leggere un saggio, su qualsiasi argomento? Strano.

 

Mi risiedo sulla poltrona e guardo da lontano le due Book. Cos’è che non c’è? Il pieno, ecco cosa non c’è. Le librerie a casa mia sono colme di libri. Lui ha molti spazi vuoti. Vediamoli.

 

Prendo una sedia e l’avvicino alla Book che conteneva la letteratura. Osservo un ripiano vuoto. Ecco: è vuoto da poco. La polvere è poca, ma quel che basta a far rimanere traccia di una fila di libri che non c’è più. Mi sposto all’altra libreria, quella degli illustrati e dei documenti. Cerco un ripiano vuoto. Idem, un piccolo velo di polvere e tracce di una fila di libri che non c’è più. Chiamo Mazzariol e gli faccio notare le tracce sulla polvere.

“Voglio sapere quando i libri sono stati rimossi.”

“Da poche ore: vedi che la polvere non si è riformata?”

“Fai fotografare tutto.”

“Di più: faccio anche fissare la polvere”

Chiamo il giovane Mazzocco, che arriva con l’avvocato del padre. Voglio sorprenderlo, vedere la sua reazione.

“Dove sono i libri che occupavano gli spazi vuoti della libreria?”

Colpito e affondato. S’imparpaglia.

“… come scusi?”

“Ripeto: dove sono i libri che occupavano gli spazi vuoti di questa libreria.”

Interviene Pavan. Chiede che io mi spieghi meglio.

“Semplice avvocato. Vede che queste due librerie hanno alcuni spazi vuoti? Li ho fatti fotografare ed ora fisseranno le polveri con un prodotto chimico. Salga pure sulla sedia e noterà che ci sono tracce di file di libri che sono stati tolti. La domanda è: dove sono finiti?”

Pavan osserva con attenzione. Risponde lui per il ragazzo.

“Nulla di più semplice: saranno stati spostati nelle camere dei ragazzi, qualcuno sarà in malga, saranno stati risistemati fra gli altri, per dare ordine alla libreria.”

Guardo il ragazzo.

“E’ così?”

“Non so che cosa mio padre possa aver fatto, credo che sia logica la spiegazione data dall’avvocato.”

Si è un po’ ripreso.

“Io penso che la rimozione di quei libri sia avvenuta da poche ore. Vedete le strisce che hanno lasciato sulla polvere? Non sono state ricoperte da altra polvere. Non può essere stato suo padre, prima dell’arresto non si era mosso da Piancavallo per molti giorni.”

Pavan prende in mano la situazione-

“La sua fantasia è davvero notevole, Commissario. In realtà questa è una libreria ad ante chiuse e dunque penetra pochissima polvere. La rimozione, se c’è stata, può essere avvenuta nelle scorse settimane, mesi addirittura. Chiederò al mio cliente.”

“Ci conto, avvocato.”

 

Mi risiedo sulla poltrona. Hanno portato via libri. Perché? Che libri erano? Solo libri? Mi guardo attorno. Sotto il tavolo c’è una piccola cassettiera con le ruote. Il primo cassetto in alto ha una chiave infilata. Ci scommetto che è una di quelle che se chiudi a chiave il primo cassetto non se ne apre nessuno. Chiamo un agente.

“Mi può aprire quella cassettiera?”

“Già fatto, commissario. Non c’è niente.”

“Mi faccia vedere comunque e rilevi le impronte sulla chiave, per favore.”

Chiamo Franco.

“Ricordati di far rilevare le impronte in questa stanza. Vorrei anche sapere quando sono state lasciate.”

 

La cassettiera è completamente vuota. Mazzocco, tu ti comperi una cassettiera per tenerla vuota? Ridicolo.

È chiaro: qui c’è stato qualcuno ed ha “pulito” questa stanza. Qualcuno che non era un esperto, perché avrebbe di certo tolto la polvere nei ripiani lasciati vuoti. Resta da capire perché sia stato fatto: che libri erano, quelli che non ci sono più? Dove li avranno messi? Gettati in un cassonetto per la carta? Portati in un luogo nascosto ed amico?

 

“Signor Mazzocco, le chiedo un’ultima cosa. Sabato mattina, quando sono stato in malga, lei e suo fratello non c’eravate. Vostra madre mi ha detto che eravate andati da una zia, ad Aviano. Ci siete stati?

“Si, le abbiamo portato del formaggio in regalo e biancheria da lavare. Sa, in malga non è semplice.”

“Poi siete rientrati?”

“No, siamo venuti qui a dare aria alla casa. Abbiamo aperto le finestre e poi siamo andati a Udine.”

“A Udine? Per fare che cosa, se è possibile sapere?”

“Era la nostra mezza giornata di libertà, dopo due settimane di lavoro. Io e mio fratello quando vogliamo divertirci andiamo a Udine, giriamo librerie e qualche negozio. Mentre eravamo là mamma ci ha chiamato e siamo rientrati in Piancavallo.”

 

Sono stati qui sabato mattina, probabilmente hanno fatto la “pulizia” e poi sono andati a Udine. A divertirsi? O a fare che cosa. La storia che quando i fratelli Mazzocco vogliono divertirsi vanno a Udine va verificata.

 

Chiamo Michele. Gli dico che per me si può chiudere, torno a Pordenone. Appuntamento in questura alle 18.

 

Monto in macchina e mi avvio verso Aviano. Chiamo Steiner.

“Steiner?”

“Congratulazioni Commissario. Ottimo lavoro, nel mio paese sono molto soddisfatti.”

“Io invece ho bisogno di parlare con lei, urgentemente.”

“Può venire da me in base fra mezz’ora?”

“Si.”

“Bene, allora avverto che la facciano passare. Ci vediamo.”

Va bene, un gelato ad Aviano non me lo toglie nessuno.

 

“Quello che mi piacerebbe sapere è che cosa i due ragazzi hanno portato via dalla casa di Marsure e che cosa hanno fatto ad Udine.”

“Nel primo caso forse posso aiutarla a formulare qualche ipotesi. Nel secondo non credo.”

Mi sta dicendo che il limite di controllo attorno alla base non copre la città di Udine.

“Sarebbe comunque molto importante.”

Steiner riflette.

“Perché prosegue le indagini? Lei ha già un colpevole certo e che ha confessato.”

“Per la vostra sicurezza, Steiner. Perché se non sappiamo tutto di quel che è successo, forse in giro resta qualcuno pericoloso per voi e per noi.”

“Corretto. Va bene, chiamo io appena so qualcosa.”

“I due ragazzi hanno usato un piccolo Pk rosso della FIAT, il pianale dietro è coperto da un telo blu ben teso.”

“Grazie.”

 


  • Pubblicato il 15 febbraio 2012
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Webromanzo – capitolo 11

11.

Bel sole, tanta gente che passeggia nei due corsi, il caldo giusto, né umido né afoso. Mi piace la mia città quando si rilassa e se la fila. Vedi facce sorridenti, tutti ben vestiti ma non cagoni, le auto nei parcheggi e così non ci sono gare a chi ha il suv più grande, più nuovo, più pulito, più accessoriato.

Passeggiare col Questore per andare da Peratoner a farsi un caffè: mi pare quasi inopportuno. È una sensazione strana, imbarazzante. Ci sono tre morti, un assassino confesso, una famiglia distrutta qui da noi e tre in america. Pure, noi passeggiamo: per raccogliere applausi? Ma no, qui ognuno si fa i cazzi propri. Cosa dice l’etica e l’esperienza, in questi casi? Che se hai risolto il caso puoi rilassarti. Lei, Katia, pensa di sicuro che sia risolto. Io? Io non penso proprio, ma non lo dico a nessuno. Siamo seduti da Peratoner, il giardino sul retro trasuda l’oro dell’estate ed io lo guardo inebetito.

“Cosa pensi di Mazzocco?”

“Mi chiedo che cosa ci sia nella mente e nella storia di una persona per spingerla ad ammazzare tre ragazzi che non conosce solo perché si ritiene offeso da quel che giorni addietro uno o più di loro ha, o avrebbe, detto. Se non ho capito male, uno avrebbe insultato Mazzocco per il suo lavoro, loro ragazzi di città l’avrebbero canzonato per il suo lavoro di pastore di vacche. A me pare strano: i pastori di vacche erano un mito negli Stati Uniti. Forse ha capito male. O c’è dell’altro? Non sappiamo ancora granché di questi omicidi. O meglio: sappiamo quello che ci hanno detto, che a me non pare convincente.”

“E allora?”

“Allora andiamo avanti finché tutto ci persuade. Nel primo pomeriggio voglio andare nella casa di Mazzocco a Marsure. Voglio star seduto in quella casa, guardare dentro i mobili senza toccare nulla. Chissà se riesco a capire con chi ho a che fare”

“Verrò anch’io”

“Dottoressa Marinelli, per favore, no”

“Perché no?”

La guardo, resto in silenzio per un po’.

Dio Santo, questa nemmeno immagina in che rogna potrebbe mettersi. Devo puntare a farle credere che non la voglio con me perché mi imbarazza una sua eventuale altra avance, così non sospetterà altre cose.

“A costo di sembrare Jannacci: perché no!”

“Spiegami perché”

Minchia!

“Voglio stare da solo, al massimo con Michele, il mio vice, che mi conosce e se gli dico di lasciarmi solo lo fa senza chiedermi perché. E poi tu sei il Questore, passati gli anni in cui facevi il Commissario. Quello è il mio ruolo, lasciamelo, è l’unico che ho! Oggi dovrete dare informazioni alla stampa, se recuperano il fucile e gli abiti dal lago li presentate coi ragazzi che hanno fatto il lavoro, hanno diritto anche loro ad un momento di gloria e a me di andare sui giornali ed in TV non interessa. Noi prepariamo una riunione di staff per le 18 così facciamo il punto di tutto e se del caso approfondiamo altre cose. Vieni a quella, che è importante. E poi in quella casa io devo starci da solo, non voglio altri sbirri fra le palle.”

Non è facile negargli la verità. Ma per ora avverte solo una difficoltà nella relazione fra noi due, io che non voglio andare oltre …

“Va bene, io resto in ufficio, stasera tu lavi i piatti.”

“Dai, non è una questione maschi-femmine con le donne che restano in ufficio! E comunque io i piatti li ho sempre lavati, non è un problema”

“Non vorrei averti offeso, ieri notte.”

“No, non mi hai offeso. Ma fino a indagini concluse non ho mente altro che per quelle. Non voglio distrazioni, faccio come un calciatore prima di una partita importante, mi concentro solo su quello. E se faccio altro sento che sbaglio”

“Ogni lasciata è persa, vecchio mio, soprattutto alla nostra età”

“Katia, questo è maschilismo puro”

“Sbagliato anche questo: è puro buon senso, commissario. Torniamo in Questura”.

Come vorrei dirle “Katia stanne fuori, per il tuo bene”. Ma come glielo spiego?

Mentre risaliamo corso Garibaldi chiamo Romano a Barcis.

“I lavora con una telecamerina, assai interessante. Una specie de robot che i comanda da un camionzin qua sora, un tipo co ‘na roba tipo il telecomando dei videogiochi, davanti a un televisor. Forsi non servi mandar zo sommozzatori, davvero. I ga trovado il sacco bianco coi vestiti ma lo lassa zo, fin quando che no i trova il ferro. Il capo qua disi che se i tira su il sacco ‘desso i riscia de far un fumeron col fango posà sul fondo e per ore non se vedi niente. Dopo, no go capio come, ma i riva col robot a fissar sia il sacco che forsi anche il fusil e li tirà su. Sempre che lo trovi in fusil, ovvio.”

“Vertime quanto che i trova anche il fusil”

“Sicuro. Meucci.”

“Meucci senza fili. Sta ‘tento: alle 6 oggi pomeriggio riunion de staff, spero che ti gavarà finio per le sei”.

Avverto Katia di quel che succede a Barcis.

Chiamo Mazzariol. Ha finito la perquisizione della malga, nulla di rilevante.

“Avverti la signora che la perquisizione della casa a Marsure la faremo alle 14.30. Pregala di esserci ad aprire o di mandare uno dei figlioli. Può ovviamente chiedere la presenza di un legale. Devi esserci anche tu ed almeno uno dei tuoi, voglio che sia fotografato tutto. Voglio anche sapere se ci sono impronte in casa fatte fra venerdì e sabato mattina. A Barcis hanno trovato il sacco coi vestiti, ora cercano il mauser”.

Chiamo Michele a Marsure.

“Cos’hai saputo?”

“Cose interessanti. È tornato qui nel 1982 dall’Argentina, ho raccolto un sacco di cose”

“Continua a cercare, anche sulla moglie e i figli. Dovrebbe avere dei lontani parenti, così ha detto nell’interrogatorio. Ne sai qualcosa?”

“Li ho trovati e abbiamo parlato. Praticamente non hanno rapporti con Riccardo Mazzocco, l’hanno ospitato per qualche settimana appena arrivato poi lui si è piano piano sistemato e si vedono per caso, di rado. Non si sono lasciati andare, ma ho come l’impressione che fossero molto freddi nei suoi confronti, c’è qualcosa da approfondire. Questi omicidi devono averli rafforzati nella diffidenza, non saprei … Il prete mi ha detto che non lo conosce, che non va mai in chiesa. I figli sono andati a catechismo il minimo indispensabile, poi non li ha più visti e nemmeno la moglie, che è di Aviano. Invece le due maestre del paese mi hanno parlato benissimo dei ragazzi, molto studiosi, molto bravi. Pare che fossero bravi anche alle medie e alle superiori. Il più vecchio ha fatto bene alla maturità l’anno scorso ma ha scelto di lavorare col padre, niente università. Il più giovane continua a studiare, all’agrario di Spilimbergo”.

“Va bene, continua. La pizzeria è aperta oggi a pranzo?”

“Si”

“Allora ci vediamo in pizzeria all’una, mangiamo assieme e poi alle due e mezza facciamo la perquisizione della casa, assieme a Mazzariol. A proposito: chi si occupa dei tabulati di tutte le telefonate da e per il Piancavallo negli ultimi giorni?”

“Scientifica, fanno loro.”

“Ci vediamo all’una”.

 

Rientriamo in Questura, quasi nessuno accampato fuori, vuol dire che per la stampa è tutto chiaro dopo le cose dette dall’avvocato difensore: caso chiuso. Meglio così.

“Forse basterà diffondere le foto del fucile e dei vestiti ripescati dal lago, se ci riescono. Non serviranno conferenze stampa, la tensione è già calata”

“So cosa pensi, che così tu lavorerai in pace. Giusto?”

“Giusto. Per lavorare in pace, lo chiedo solo per curiosità, si sa che fine hanno fatto i tre tirapiedi venuti da Roma?”

“Credo siano in gita, si godono le bellezze del posto”.

Non ci credo nemmeno se li vedo, Katia.

 

Convoco la riunione per le 18 e sto per uscire dalla Questura quando vedo Fedeli venirmi incontro sorridente.

“Posso congratularmi anch’io?”, di dice.

“La ringrazio, non è stato difficile”

“Le fa il modesto, commissario. Io invece penso che se non ci fosse stato lei, questo caso sarebbe andato in tutt’altro modo. Le siamo molto grati”

Se non avessi trovato io quei tre, se non avessi incrociato il misciamerda, la pista BR sarebbe stata costruita, è questo che Fedeli vuol dirmi? Lo guardo con attenzione. Io credo che comunque non sarebbe andata così, c’è dell’altro da scoprire. Magari all’inizio Mazzocco aveva pensato alle BR per depistare, ma poi ha capito che non reggeva e ha cambiato obiettivi. Sapere quali siano gli obiettivi di Mazzocco e perché tutto questo sia stato fatto: questo è il punto.

“È possibile”

“Ci sono aspetti ancora da chiarire, Tonelli?”

“Lei cosa dice?”

“Io non conosco molte cose”

“Beh, io mi chiedo chi abbia scritto quella rivendicazione delle BR …”

“Questa è una domanda che mi faccio anch’io e vogliamo venirne a capo prima possibile”

“Di tutta la filiera che ha condotto a quel comunicato”.

Lui mi guarda fisso negli occhi.

“Tutta la filiera, come la chiama lei. Va scoperta e resa inoffensiva”

“Quel che diventa anacronistico non serve più. Anzi, è pericoloso”

Silenzio.

“Lei ha qualche idea, Tonelli?”

“Scherza? Non ho la più pallida idea”.

Silenzio.

“Ho dato un’occhiata ai tabulati delle comunicazioni da e per il Piancavallo degli ultimi giorni. Ieri mattina sono giunte un sacco di foto al suo ufficio dai BlackBerry”

“Interessanti, vero?”

“Le ripeto, lei è stato molto bravo, molto utile. Si goda questo successo Tonelli, creda a me. Manganelli e tutti le sono grati. Lasci a noi gli aspetti minori”

“Non dubiti, le lascerò gli aspetti minori, come dice lei”

“Perfetto. Noi partiamo per Roma, se avesse bisogno di me, le lascio un mio biglietto”, e me lo porge.

“Grazie Fedeli. Mi saluti i suoi collaboratori”

“E lei i suoi”.

Ci stringiamo la mano. Ho la sensazione che la mia ora puzzi di merda. Vado in bagno.

 

“Questa è la segreteria telefonica di Silvia Cogo. Lasciate un messaggio dopo il bip e vi richiamerò appena possibile”.

“Ciao Silvia, ora vado a Marsure per una pizza, poi alle sei ho riunione di staff in Questura. Alle otto vedrai che sono a casa. Ciao. Ti amo”.

 

C’è anche Mazzariol a mangiare la pizza con noi. Io digerisco a fatica le pizze, sono costretto ad una margherita e mezza minerale. Michele una siciliana con le olive e Franco una col salamino piccante: ha lo stomaco di un lupo, digerirebbe viti e chiodi, come certi fachiri indiani.

Michele riassume il lavoro della mattina.

“Questo Riccardo Mazzariol è un tipo riservatissimo, non frequenta nessuno, parla pochissimo, nessuno lo conosce davvero. Ma eccelle in una dote apprezzatissima, almeno mi pare, qui a Marsure: si fa gli affari suoi, non disturba mai nessuno. È uno che ha fama di onestà. Questo aumenta a dismisura l’impressione suscitata dalla strage. Se la spiegano dicendo che deve essere uscito pazzo e compatiscono la moglie ed i figli, si chiedono come faranno adesso a tirare avanti. L’isolamento, il fatto di essere uomo di così poche parole, in qualche modo lo faceva apparire strano ad alcuni, incomprensibile. Anzi uno a cui non va di essere oggetto di interesse. Ma nessuno in paese ricorda episodi di violenza di cui sia stato protagonista. Le due maestre dei figli con cui ho parlato hanno escluso di aver mai visto i bambini con dei lividi. Lui non è mai stato a parlare con loro, solo la madre. La signora deve avere una forte personalità, sta un pò sui coglioni alle altre donne del paese, è anche troppo riservata e quando parlano con lei, per le poche parole che scambiano, hanno l’impressione che sia una che ha sempre ragione. Non sono affatto religiosi, cosa che sembra strana qui a Marsure. I figli hanno frequentato la parrocchia il minimo indispensabile, per il catechismo. Dopo, mai più visti. Partecipano poco anche alle feste del paese, si fanno appena vedere, quasi di sfuggita. Lui non va mai in osteria, nessuno sa se beve vino o alcolici. Non fuma, la signora del tabacchino non ha mai visto la famiglia se non per comperare fiammiferi. La signora è di Aviano, devo andare a chiedere informazioni di lei. Una signora mi ha detto che da giovane lei deve essere stata una testa calda, gruppi di sinistra o roba del genere. Poi non si è più occupata di nulla. In generale nessuno ricorda un impegno o un discorso politico di quella famiglia, del tutto assenti e distaccati. C’è una cosa strana: la signora del bar davanti alla latteria mi ha detto che fino a pochi anni fa lui comperava due giornali, il Gazzettino ed il Sole 24 ore. Ora compera solo il Gazzettino”

“Confermo, dice Mazzariol. Compera il Sole di domenica. Ho trovato qualche copia nella sua camera, in malga. Era stato letto, sfogliato”.

Osservo che il Sole ha uno splendido inserto culturale la domenica.

“Un malghese che legge un giornale economico ed è interessato all’inserto culturale? Sempre più strano. C’erano libri su in malga?”

“No. Io credo che non abbiano nemmeno il tempo per aprirli, i libri. Lavorano moltissimo. Mi chiedo come faranno ora senza di lui”

“Vediamo fra poco in casa se ci sono libri. Chiameranno qualcuno a dar loro una mano. Seguiamola, questa cosa, può essere interessante vedere a chi si rivolgono”

“Io andavo a comperare formaggio da loro prima di questa cosa. So che trattavano solo una parte del latte, facevano la ricotta ed il formaggio che sapevano di poter vendere. Il resto del latte, la maggior parte, lo davano alla latteria di Marsure, che è una cooperativa turnaria. Secondo me, smetteranno di fare ricotta e formaggio in malga e cercheranno di vendere il latte alla latteria di Marsure. Venderanno il formaggio della latteria in malga, magari se lo fanno fare senza il marchio di Marsure, così possono continuare a dire che è il loro. Renderà tutto più semplice”

“Probabile. Resta in contatto colo casaro per vedere se va a finire così. Tu dopo chiedi alla signora con quale banca lavorano e domani fai comunque il giro di tutte quelle di Aviano, per capire se hanno mai avuto rapporti con la famiglia e di che tipo. Fatti dare gli estratti conto dal gennaio dell’anno scorso, vediamo come girano i soldi in quella casa. Ricordami di chiedere alla signora se per fare la casa hanno fatto un mutuo ed eventualmente con chi. Può essere interessante verificare come l’hanno pagato. Scusa Franco, dimmi una cosa: avevano lettori di CD su in malga? Un lettore di DVD?”

“Tutti e due. Ho anche controllato che CD e DVD hanno, me l’immaginavo che ti interessasse. I film sono un po’ radical chic, che ti devo dire, Özpetek, Almodovar, roba così. Nulla di banale ma nemmeno cose troppo impegnate. Hanno la trilogia del Signore degli Anelli, quella sì. Sulla musica direi cose vecchie, De Andrè, cantautori e gruppi italiani, gruppi rock inglesi anni ’70, anche colti, come i Traffic. Mi chiedo chi li ascolti, forse per i due genitori sono vecchi ricordi. Ci sono poi cose riconoscibili dei ragazzi, nulla di straordinario: CCCP, Modena City Ramblers, 99 Posse. Roba strana per ragazzi così giovani, li diresti impegnati politicamente, ma da quello che riferisce Michele non pare che lo siano”

“Non hai trovato nulla che riguardi l’Argentina, qualche disco che la rammenti, che ti dico: un CD di tango, non so che altro. O qualche film in spagnolo”

“Nulla di tutto questo”.

Butto giù l’ultimo pezzo di pizza. Chiedo un gelato, mi offrono il solito tartufo. Dio Mio No!, citando Battisti. Propongo di andare in gelateria ad Aviano, ce la facciamo comodamente a tornare per le 14.30. Esultanza generale!

 

Manca pochissimo alle 14.30 di questa splendida giornata di giugno quando parcheggio nel cortile che si trova fra la casa e la stalla dei Mazzocco, poco prima del passaggio a livello di Marsure. La casa è aperta, c’è il figlio più grande. Una macchina coi collaboratori di Mazzariol ci sta aspettando. Sorpresa: c’è l’avvocato Pavan!

“Quale onore, avvocato! Ci accompagna in questa perquisizione?”

“Posso essere sincero? Non capisco perché la facciate, c’è un reo confesso, tutto è chiaro…”

“Mah, lei certo sa, conviene fornire a chi dovrà decidere un quadro il più completo possibile, senza che manchi alcunché. Le presento il dottor Mazzariol, che coordina il nucleo di Polizia scientifica della nostra Questura ed il dottor Michele Lojacono, è il mio primo vicecommissario e principale collaboratore”.

Si stringono la mano.

“Prego tutti di indossare questi guanti”, dice Franco porgendoceli. “desidero rilevare tutte le impronte presenti in casa e non voglio che ci sia confusione. Anche nel muovervi nelle stanze prego tutti di non toccare nulla. Io sono il responsabile di questa perquisizione e rispondo al Procuratore. Dunque solo io tocco e sposto oggetti. Se qualcuno ha curiosità, mi indica cosa desidera fare e, se concordo, si fa. Queste sono le regole. Vanno bene per tutti?”

L’avvocato è palesemente molto impressionato dal discorso di Mazzariol. Deve pensare che siamo gente seria. E lo siamo!

Ci mettiamo tutti i guanti, compreso Mazzocco junior.

“Bene, ora entrano i miei due fotografi per realizzare immagini di inquadramento generale. Se lo desiderano il signor Mazzocco e l’avvocato Pavan accompagnano i fotografi. Impiegheremo un certo tempo a fotografare la casa, non so dire esattamente quanto, ma di solito in questa prima fase bastano pochi minuti, visto che questo non è il luogo dell’omicidio. Poi potranno entrare gli altri, quando vi chiameremo”.

Trascorro questi pochi minuti passeggiando da solo nel cortile che separa la casa dalla grande stalla. Ora fa caldo, ma non è fastidioso, nonostante l’ora: c’è poca umidità. Guardo la vecchia casa colonica restaurata, che è stata dipinta di rosa. È un ottimo lavoro, il progetto deve averlo fatto un buon architetto e se davvero Mazzocco l’ha poi realizzato tutto o quasi da se, allora deve essere molto bravo. Non ci sono cose fuori posto nel cortile ed anche il retro della casa, visto da qui, è pulito ed ordinato. La coppia Marzocco deve essere molto decisa e precisa ed i figli come loro. Del resto, anche la malga era ordinata e pulita. Osservo la stalla: è un grande edificio nuovo, in cemento armato, con capriate metalliche. Ha i pannelli solari sullo spiovente del tetto che guarda a sud. Un trattore Lamborghini azzurro, due carri, aratri multipli ed erpici sono conservati in una sorta di magazzino aperto che occupa la prima parte della stalla. Tutto è pulito ed ordinato, non vedo nessun attrezzo sporco o abbandonato. Sulla facciata della stalla, in direzione della casa, riparata grazie agli ampli sporti del tetto, hanno sistemato la legnaia. Deve essere il frutto delle potature delle siepi e delle boschette di pianura che si fanno alla fine dell’inverno. I pezzi di legna sono tutti circolari, piccoli alberi o rami, tagliati con precisione e poi accatastati in verticale, a formare una alta parete. Due tronchi delimitano verticalmente l’inizio e la fine della catasta, in modo da non farla di crollare. Sulla destra la catasta degrada fino al tronco, in modo da consentire di prendere la legna per portarla in casa. Sulla sinistra della stalla c’è un grande prato. Ben allineate sul prato ci sono diverse decine di grandi balle cilindriche di fieno, avvolte da plastica celeste. Da una decina d’anni hanno eliminato i silos e conservano sia il fieno che la paglia in questo modo. Le balle vengono realizzate già sul campo di grano o sui prati, poi i trattori con i carrelli elevatori le raccolgono e coi carri vengono portate vicino alla stalle. Alcuni allevatori costruiscono quasi edifici di balle, mettendole una sopra l’altra. Mi è capitato a volte di vedere queste forme perfettamente geometriche allineate nei campi, quasi paesaggi metafisici di De Chirico, realizzati in collaborazione “land art” con Christo, quello che avvolgeva elementi del paesaggio.

Michele mi chiama, possiamo entrare in casa.

 


  • Pubblicato il 15 febbraio 2012
pedro

Consiglio Comunale del 13 febbraio

Nel Consiglio comunale di Pordenone di ieri sera è stato discussa e votata una delibera proposta dalla Giunta sugli indirizzi che dovrebbero servire per le nomine di persone nei Consigli di Amministrazione, dei Presidenti di società controllate o partecipate dal Comune, di amministratori delegati e/o unici. A settembre avevamo presentato all’attenzione del Consiglio una mozione (firmata dai consiglieri de ‘il Ponte’, della Lista Del Ben e dell’API) che aveva questi punti cardine:

  • dentro il sistema delle societa’ controllate e partecipate dal Comune di Pordenone e’ possibile ad una persona ottenere un solo incarico;
  • dentro al sistema ogni singola persona, complessivamente, qualsiasi ruolo svolga, ci puo’ rimanere 10 anni, quanto un Sindaco, non di piu’. Questo vale anche retrospettivamente: se uno ha gia’ fatto 10 anni, esce;
  • dentro al sistema ogni persona percepisce al massimo, compresi eventuali premi di risultato, la stessa indennita’ del sindaco, mai di piu’. Abbiamo ricordato che la sola indennita’ di risultato dell’AD di HydroGea e’ superiore a quella percepita da Zapatero nel 2011 come Presidente del Consiglio in Spagna e che dunque le indennita’ dentro il sistema sono folli;
  • dentro il sistema vige assoluta trasparenza: tutti i curriculum sono pubblicati (abbiamo ricordato che per HydroGea abbiamo chiesto i curricolum dei nominati e nemmeno ci sono), tutti i redditi derivanti dal sistema vengono pubblicati, come anche la situazione patrimoniale, aggiornata di anno in anno.

La maggioranza ha fatto preparare ad un tecnico una proposta e poi l’ha modificata per consentire alle persone che gia’ hanno un certo tipo di incarichi di rimanere dove sono. Dunque tutto quello che era prescrittivo e’ diventato “di norma” e percio’ ogni cosa e’ concessa. Le societa’ controllate e partecipate in secondo grado da quelle controllate e partecipate dal Comune non sono ricomprese e dunque il l’AD di HydroGea puo’ rimanere Presidente di SNUA ed i suoi redditi svilupparsi nel sistema senza controlli; i 10 anni sono “di norma” e percio’ chi li ha gia’ fatto stia tranquillo, puo’ farne ancora 10; le cariche non sono cumulabili se sono identiche (non puoi essere AD di due societa’, ma AD di una e Presidente di un’altra si’). E via dicendo.

Abbiamo presentato emendamenti per eliminare queste distorsioni clamorose.

Infine abbiamo richiamato gli indirizzi ed i regolamenti approvati da altri comuni italiani di centrosinistra, nei quali non esiste la possibilita’ di deroghe.

Sia la presentazione del documento da parte di Pedrotti che la discussione hanno mostrato una clamorosa assenza di politica. Penoso il PD (si meritano Genova alla grande!) e terribile il Fiume.

Hanno respinto tutti i nostri emendamenti e si sono votati, coi soli voti della maggioranza, la delibera.

Riflettete: su un tema come questo, che senso politico ha che la maggioranza si voti un suo documento da sola? Si espone solo a critiche, questo e’ un tipico argomento superpartes, perche’ si tratta di dettare regole al sistema. L’irrigidimento ha a capo Pedrotti, che comincia a temere per il suo ruolo.

Come leggete sui giornali, Bolzonello e’ sempre piu’ agitato. Amen.


  • Pubblicato il 12 febbraio 2012

Sul Gazzettino di sabato 11 febbraio

DIFFAMAZIONE

In piedi una querela

«Ora basta illazioni»


Sabato 11 Febbraio 2012,
PORDENONE – (ldf) Non solo il sindaco Claudio Pedrotti ha voluto rispondere nel merito dell’interrogazione, ma alla fine ha anche puntato il dito sul metodo. «Vogliamo sottolineare quanto dirompente e distruttiva, non solo per le persone ma anche per la stessa Istituzione, sia ogni azione basata su mere sensazioni e su illazioni che diventano, nella loro reiterazione, sempre più condizionanti e che, nel migliore dei casi, costituiscono la base di giudizi di stampo qualunquistico, e quindi dannosi per la vita politica ed amministrativa. Diverso è il corretto esercizio delle prerogative civiche secondo il quale sono i fatti ed i comportamenti concreti, e solo questi, che possono, e anzi devono, diventare oggetto di giudizio e, se del caso, di denuncia o di censura». Resta il fatto che nei mesi scorsi l’assessore Toffolo per la vicenda dell’ecomostro ha presentato querela per diffamazione contro Zanolin. Siamo solo all’inizio.
© riproduzione riservata
Loris Del Frate

Sabato 11 Febbraio 2012,
L’ecomostro di piazza Costantini torna al centro dell’attenzione come fronte di battaglia. Oramai è guerra aperta, senza quartiere e senza esclusione di colpi. Da una parte Gianni Zanolin, dall’altra l’assessore all’Urbanistica, Martina Toffolo. Ma questa volta a scendere in campo al suo fianco il sindaco Claudio Pedrotti. «Siamo stanchi di subire attacchi da mestatori. Ora reagiamo». Chiaro l’indirizzo: Gianni Zanolin. L’affondo del consigliere è arrivato nei giorni scorsi con una interrogazione “galeotta” firmata anche da Loris Pasut. «Ci risulta – scrivono i due – che il 12 maggio una volta completata la conferenza stampa alla quale era presente anche l’ex sindaco Bolzonello, nel grande edificio in costruzione in piazzale Costantini si è svolta una festa in occasione del raggiungimento del tetto. Vorremmo sapere se è vero che l’assessore Toffolo abbia partecipato, se c’erano anche dipendenti comunali e chi erano. Vorremmo anche sapere se corrisponde al vero che siano state distribuite magliette con stampato un logo di colore rosso con la scritta “Punto Cardinale” (il nome del complesso ndr.) e se le magliette siano state indossate dai presenti. Infine quale giudizio di opportunità dà questa amministrazione». Troppo, anche per la sobrietà del sindaco. «Intanto – afferma Pedrotti – l’assessore Toffolo ha riferito di non aver partecipato ad una festa – di cui questa amministrazione non ha notizia – il 12 maggio 2011. Questa amministrazione non ha notizia se, a tale festa, abbiano partecipato dipendenti comunali e ritiene comunque di non avere alcun potere investigativo a proposito. L’assessore Toffolo, invece, ha fatto presente che in data 21 aprile 2011, nel costruendo edificio di piazza Costantini si è tenuto un incontro finalizzato a presentare un’azione (mitigazione dell’impatto dei teloni con la realizzazione di un “graffito”) dedicata alla città. Non l’incovo citato. È seguito un momento conviviale nel quale si sono consumati carne alla griglia, salame, formaggio e insalata. Hanno partecipato circa 70 persone. Il tutto si è svolto in luogo aperto ed in piena visibilità. L’assessore Toffolo era tra i partecipanti». Pedrotti che ha firmato la risposta va avanti. «Questa amministrazione può escludere che funzionari/dipendenti, in orario di ufficio, vi abbiano partecipato. Si ribadisce che l’amministrazione non ha titolo per conoscere gli accadimenti della vita privata dei dipendenti. Ciò in generale, ma anche con riferimento alla interrogazione presentata, che sicuramente non contiene elementi idonei ad attivare né un riferimento all’autorità giudiziaria, né un procedimento di natura disciplinare. Come conclusione, si ribadisce che questa amministrazione non ha titolo per investigare i motivi dei partecipanti, trattandosi di fatto privato e attesa la vacuità del fatto segnalato, e cioè la distribuzione di magliette, non ritiene di dover svolgere alcun accertamento. Infine per quanto riguarda la richiesta di un giudizio di opportunità, visti i contenuti della vicenda e l’evidente intento di valutare moralisticamente accadimenti inesistenti, tale richiesta appare pretestuosa e provocatoria».
© riproduzione riservata

  • Pubblicato il 09 febbraio 2012
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Oggi vi dico come faccio la pasta alla Norma

L’ho imparata a Catania, dove pare sia nata, in occasione della prima in quella città della Norma di Bellini. Ha molte varianti, questa è una. Per prima cosa dovete procurarvi la ricotta salata che fanno ad Agrigento, quella che si grattugia. Non è facile, ma potete riuscirci, se girate un pò di negozi. Badate che non sia troppo vecchia, deve avere una certa morbidezza. Poi fate il sugo di pomodori freschi, nelle forme canoniche: mettete a bollire una pentola d’acqua, intanto pulite i pomodori in acqua fredda ma badate a non ferirli. Quando l’acqua bolle mettete i pomodori pochi alla volta dentro l’acqua e, dal momento che riprende il bollore, lasciateli dai tre ai 5 minuti, a seconda del pomodoro che usate. Poi li togliete dall’acqua per farli raffreddare in una terrina. Fate così con tutti i pomodori. Quando saranno tutti freddi toglietegli la pelle, che dovrebbe sfilarsi facilmente. Poi schiacciate i pelati in una terrina con una forchetta, fino a che non ottenete una bella poltiglia rossa abbastanza omogenea. Fate un bel soffritto di cipolla bianca tagliata finissima e olio d’oliva e ci mettere a cucinare i pomodori. Se la stagione è giusta, aggiungete il basilico fresco spezzato solo con le dita. Un pò di sale dovete mettercelo, ma tenetevi indietro, perchè poi userete la ricotta salata. Quando avete finito di preparare il sugo, dedicatevi alle melanzane: le lavate, le mondate, le tagliate a fettine tonde di spessore massimo di tre o quattro millimetri. Mi raccomando: che siano senza semi, candide all’interno. Asciugate le melanzane con la carta da cucina e friggetele in olio d’oliva. Dopo la frittura lasciate asciugate bene le melanzane, questa volta dall’olio. Mentre friggete, mettete a bollire l’acqua per la pasta. Ricordatevi del sale, ma non esagerate. Usate spaghetti o altra pasta lunga. Quando avrete scolato la pasta mettetela in una grande terrina, copritela col sugo di pomodoro e poi con le melanzane fritte a fette, disponendole in modo omogeneo sopra il pomodoro, così da coprirlo tutto. Poi grattuggiate sopra le melanzane abbondante ricotta salata. Portate in tavola fumante e, davanti a tutti, mischiate la pasta e servitela.

Un Corvo di Salaparuta accompagnerà degnamente la Norma. Sappiatemi dire, io la trovo sublime.


  • Pubblicato il 09 febbraio 2012
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Occhi in rete

Legambiente di Pordenone organizza un Ciclo di incontri, approfondimento teorico e visite sul territorio dal titolo Le procedure di trasformazione territoriale e le modalità di partecipazione.

Si tratta di  un seminario di formazione per volontari che vogliano operare sui temi ambientali, in particolare sugli strumenti di governo del territorio e sulle possibilità riconosciute al cittadino di intervento nelle procedure decisionali.

L’obiettivo del progetto è quello di costituire una rete di cittadini più consapevoli dei propri diritti di interazione con le Amministrazioni, capaci soprattutto di attivarsi nella tutela e valorizzazione del proprio territorio.

Il seminario è articolato in quattro giornate di attività, durante le quali la mattina è dedicata a un approfondimento teorico, mentre il pomeriggio è riservato a visite sul territorio di casi studio esemplificativi dei contenuti teorici trattati. I partecipanti potranno usufruire di un sistema di schedatura informatica dei progetti di trasformazione territoriale a impatto ambientale.

Fra i relatori Bruno Asquini, Moreno Baccichet, Lucia Piani, Stefani Fabian, Pierpaolo Zanchetta e altri.

L’iscrizione è gratuita. Maggiori notizie sul sito di Legambiente

 

Presentazione Occhi in Rete

 


  • Pubblicato il 09 febbraio 2012
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Il Gazzettino. Comune, tira aria di crisi

Dopo otto mesi primi segnali di “stanchezza” nelle forze di maggioranza
Comune, tira aria di crisi
In vista rimpasti: le due donne finiscono nel mirino. Ma non sono le sole
Giovedì 9 Febbraio 2012,
Tira brutta aria in Municipio. Sono trascorsi appena otto mesi da quando Claudio Pedrotti si è seduto sulla poltrona più importante del Comune e per la prima volta una crisi strisciante sta attraversano il Palazzo. Dovrà reggere il timone saldamente con entrambe le mani il primo cittadino se vorrà uscire indenne dalla tempesta politica. Per ora si tratta di indiscrezioni legate a insofferenze interne ai partiti della maggioranza, Fiume in particolare. Alla base ci sono più motivazioni sfociate – ma qui siamo nel campo delle indiscrezioni – in alcuni incontri dai quali sarebbe emerso un percorso che potrebbe portare tra qualche mese – fine marzo forse aprile – una volta approvato il Bilancio, alla modifica degli assetti di giunta. Il sindaco Pedrotti è a conoscenza dei malumori in maggioranza, ma sino ad ora non avrebbe fatto passi concreti. Insomma, braci che ardono sotto la cenere e che per ora hanno fatto solo segnali di fumo, ma l’incendio potrebbe divampare presto. La prima questione è legata all’assessore all’Urbanistica che rappresenta il Fiume, Martina Toffolo. Potrebbe essere la vittima sacrificale. Non a caso, ma anche qui siamo nel campo delle indiscrezioni, in alcune assemblee del Fiume sarebbero emersi malumori sulla possibilità che continui il suo percorso in giunta. Anche il rapporto con Pedrotti, solido sino a qualche tempo fa, ora sembra legato a un filo più sottile. L’attacco dell’altra sera in consiglio è emblematico e fa presagire un futuro incerto per la responsabile dell’Urbanistica. Nessuno vuole fare la prima mossa, ma alla fine gli interessi di Fiume e sindaco potrebbero coincidere. Ma la Toffolo non è l’unica finita nel mirino. Sempre dal Fiume malumori sarebbero stati espressi pure per l’altra donna in giunta, Chiara Mio, referente del Bilancio e dell’Istruzione. In questo caso, però, il rapporto tra l’assessore e il sindaco è consolidato. La chiave di volta per metterla in discussione potrebbe essere il fatto che la Mio è sempre più lanciata professionalmente quindi la sua presenza a Pordenone e nello specifico in assessorato si è decisamente assottigliata. Diversa la causa reale: donna decisa ed energica è difficilmente manovrabile nella stesura del Bilancio. Basterebbe questo per dare il senso di quello che si sta muovendo sotto traccia in Municipio. Ma non è tutto. Difficile pensare, infatti, che nel caso di una verifica non vengano messi in discussione anche altri referati come quello al Commercio (Bruno Zille), Politiche sociali (Vincenzo Romor) e Mobilità (Nicola Conficoni). In più la maggioranza ha mostrato di essere debole in consiglio. Anche per questo Sergio Bolzonello l’altra sera ha preso in mano il timone. Pedrotti, però, non ha intenzione di stare alla finestra e non è da escludere che possa essere lui il primo a muoversi.
© riproduzione riservata

  • Pubblicato il 09 febbraio 2012
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Immigrati – Comune – Lega – Ambasciatrice del Ghana

Avrete visto che nei giorni scorsi, in più occasioni, l’assessore provinciale Grizzo ha proposto ai ghanesi che vivono a Pordenone di tornarsene a casa. Metteva sul piatto qualche piccolo aiuto economico per invogliarli. Con quei soldi (miserie), avrebbero potuto mettere su qualcosa nel paese natale. Questi pensano che in Ghana con quattro lire si possa mettere su un’impresa: ma cosa sanno davvero di quel paese? Quand’ero assessore, nel 2009 e 2010, abbiamo fatto percorsi difficilissimi di accompagnamento di un gruppo di donne ghanesi alla costruzione di imprese agricole nel loro paese ed i costi erano molto elevati, per certe cose in Ghana anche superiori all’Italia, perchè sono costretti ad importare dall’occidente. Grizzo si è rammaricato che pochissimi fossero i ghanesi che hanno aderito. Non c’è da stupirsi, invece, ritornare così significa miseria e fallimento personale, considerando che per farli arrivare qui molte famiglie si sono indebitate. Oggi le famiglie ghanesi di Pordenone hanno bambini e ragazzi, molti dei quali nati qui, che frequentano le nostre scuole, che sono amici dei nostri figli. La grande parte di questi ragazzi nemmeno sanno com’è il Ghana, tornerebbero in un deserto di relazioni. Di quelli che sono nati in Africa, alcuni hanno imparato la nostra lingua, altri la stanno imparando. Molti hanno lavorato regolarmente per anni, da noi. Hanno versato un sacco di soldi all’INPS ed ora la legge italiana dice che quei soldi, se se ne vanno, non potranno mai essere utilizzati per pagar loro delle pensioni. Mio nonno, che aveva lavorato una vita in Francia, già negli anni ’50 riceveva la pensione in Italia per i versamenti fatti oltralpe! Bisogna finirla di pensare di affrontare i problemi eliminandoli, o che la gente sia un pacco da spostare. Serve una grande leva formativa e di lavoro, che dia nuova professionalità a quanti, italiani ed immigrati, hanno perso il lavoro e nel contempo li impegni a fare lavori utili, come sarebbe (è solo uno dei tanti esempi possibili!) una rimozione di tutti i rifiuti dal letto dei fiumi e dalle strade. Per dieci anni in questa città è stato il Comune il perno delle politiche sociali sull’immigrazione. Ora è la provincia, con una assessore della Lega, a “dare la linea”. E il Comune zitto su una cosa del genere! Vi ricordate in campagna elettorale, quando lor signori dicevano in giro (mentivano sapendo di mentire) che io avrei fatto l’accordo con la Lega? Loro adesso obbediscono alla Lega. Roba da matti.


  • Pubblicato il 07 febbraio 2012
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Carciofi. Io li trovo molto interessanti

Qualcuno sa che me la cavo a cucinare. Volevo condividere una ricetta sui carciofi, che per molti, quassù al nord, restano un mistero. Io li trovo molto interessanti, mi piace il loro fondo amarotico. Consiglio di comperare i carciofi di Mola di Bari. Secondo me sono il top. Sabato al mercato a Pordenone venivano venduti a 70-80 centesimi l’uno. Chiedeteli espressamente, dite che volete vedere le cassette. Dovete pulirli bene, togliere le foglie e tutti i petali del carciofo esterni, che sono molto coriacei. Poi tagliate il manico tre centimetri sotto il fiore e con un coltello da pane, grande, a seghetto, eliminate tutta la parte dei petali che sta oltre i 2,5 cm sopra la corolla. Passate ora a mondare i manici: prendete un coltellino a seghetto, vanno bene quelli che hanno il manico in plastica, i più semplici. Girate il manico dalla parte più grossa ed incidete per qualche millimetro col coltellino in corrispondenza della parte coriacea del manico, in orizzontale, non con la lama rivolta verso il centro del manico. Poi staccate la parte coriacea filamentosa da quella centrale, morbida. Vedrete che sarà come sfilarla, a lunghi pezzi. Metterete in luce solo la parte commestibile del manico. Quando avete finito, pigliate un pelapatate e con quello lavorate sui manici come fareste con degli asparagi: togliete tutti i fili, con delicatezza, e mettete in luce solo la parte tenera dei manici.
Lavate i manici e i fiori e poi lasciateli in una terrina che avrete riempita con acqua fredda. Sui carciofi e sui manici spremete mezzo limone: resteranno belli bianchi, altrimenti anneriscono.
In una pirofila alta fate un soffritto d’aglio, io sono abituato ad abbondare sia con l’olio d’oliva che con l’aglio. Quando avete ben soffritto, abbassate molto il fuoco, in modo che l’acqua che gocciola dai carciofi non vi scoppi quando va a contatto con l’olio. Ora sistemate i carciofi attorno ai bordi dela pentola, in modo da ricavare uno spazio centrale, nel quale sistemate i manici tagliati a pezzetti di tre centimetri l’uno. Ora spremete un quarto di limone sui carciofi ed i manici, mettete il sale che desiderate ed un pò di peperoncino. Io aggiungo sempre due cucchiaini di zucchero. Metteteci un pò di prezzemolo finemente battuto, non serve esagerare. E l’acqua: se avete usato mezzo bicchiere d’olio d’oliva, metteteci il doppio di acqua. Non serve cucinare troppo a lungo. Fatelo a fuoco moderato, badate che non brucino, muoveteli di frequente perchè non attacchino. Mi raccomando: non esagerate con l’acqua: a me i carciofi bolliti non piacciono proprio! Se avete spazio nella pentola è veramente ottima cosa aggiungere due belle patate sbucciate: prendono un magnifico sapore. Un po’ di formaggio basta a completare una cena. Sono ottimi caldi fumanti, ma buonissimi anche a temperatura ambiente. Acqua da bere: non trovo un vino che si adatti ai carciofi. Sappiatemi dire.

  • Pubblicato il 31 gennaio 2012
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Italia futura

Cari amici e cari amici de “il Ponte”,

ho deciso di dare fiducia a Luca di Montezemolo ed a Italia Futura. Penso che qualcosa, per questa nostra Italia, lo dobbiamo pur fare e che starsene alla finestra a dar giudizi sia facile ed inutile. È tempo di impegnarsi, per quel che uno può e sa fare.

Penso che l’Italia abbia bisogno di politiche che siano contemporaneamente liberali e di progresso sociale.

Dobbiamo tornare a crescere ma in qualità, promuovendo nuovi stili di vita e nuovi consumi. Se non avremo qualità non ci sarà neppure quantità e dunque non ce ne sarà per tutti. Qualità per me è anche educazione, studio, ricerca, rispetto per l’ambiente naturale e storico, valorizzazione di tutte le risorse umane. Qualità è uno stile di vita sobrio, che trae gioia dalle relazioni, dall’affetto, dall’amore che ti dimostrano le persone, non dal potere che si può esercitare su di loro, non dallo sfoggio di oggetti e non dai consumi esasperati. Qualità è un rapporto sereno, senza sfruttamento, con l’ambiente naturale e costruito in cui viviamo, rispetto per tutte le forme di vita ed in particolare per gli animali. Qualità non è costruire gerarchie, ma cercare assieme soluzioni a problemi veri e trovarle. Qualità è evitare discriminazioni e rifiuti, umani e materiali. È di buone relazioni sociali e di occasioni offerte a chi è più in difficoltà, che tutti abbiamo bisogno per progredire.

Mi batto contro l’eccesso di presenza delle istituzioni nella società. Ho vissuto una lunga fase nella quale ho pensato che le istituzioni fossero garanzia per tutte le persone e per l’ambiente. Ho constatato amaramente che non è così e che , anzi, le istituzioni italiane e la nascita di veri e propri ceti sociali che vivono di politica ed occupazione delle istituzioni, hanno determinato questa gravissima crisi. Io voglio poche e precise regole, rispettate e fatte rispettare, e persone dotate di senso di responsabilità sociale ed ambientale, che operano in libertà, per cogliere occasioni per se ed i loro collaboratori, determinando così opportunità per tutti. Voglio poi una giustizia rapida ed efficace, che faccia rispettare le regole e punisca chi non le osserva. Ho visto quali danni provochino in particolare le società a partecipazione pubblica al corretto svolgimento della vita politica, come inquinino i confronti elettorali, come siano diventate solo mezzi di scandaloso ed incontrollato arricchimento di ceti politici mediocri, pesando sulle spalle dei cittadini. Dobbiamo tutti liberarcene.

La democrazia ha il suo perno nell’autogoverno locale, si nutre del riconoscimento reciproco dell’utilità sociale altrui, è fatta di partecipazione della gente alle scelte e di trasparenza amministrativa ed istituzionale. Sono profondamente convinto che la buona politica si debba servire del potere, ma che il potere non riesca mai a produrre politica. Sento invece tanta gente che pensa di parlare di politica e ragiona solo del proprio potere.

Spero.

Spero che questa scelta sia giusta, ma non per farmi eleggere da qualche parte: non ne ho bisogno, non ne sento necessità. Spero che sia giusta per dare all’Italia qualcosa di nuovo, idee ed aria nuova. Mi impegnerò per raggiungere positivi risultati.

Ma non si va da nessuna parte se non si costruisce una forza grande, con molte persone impegnate e regole democratiche rispettate.

Mi è stato chiesto se, in questa fase di costruzione di Italia Futura qui a Pordenone, posso coordinare  il lavoro a livello provinciale. Ho detto “sì, posso farlo”. Ma non da solo: in questa fase opererò con Cinzia Palazzetti e Massimo Mazzariol. Poi, fra qualche mese, quando Italia Futura sarà ben radicata sul territorio, eleggerà democraticamente le persone che riterrà migliori per guidarla.

Da ultimo, la cosa che mi sta più a cuore e che desidero rassicuri tutti: Italia Futura non entrerà nei consigli comunali, non presenterà liste e candidati. Dunque a Pordenone non vi sarà alcuna sovrapposizione con “il Ponte”, la lista civica di cui sono presidente. Montezemolo, anzi, ha dichiarato che è alle liste civiche che Italia Futura deve delegare l’impegno per l’autogoverno dei territori. Dunque resto Presidente de “il Ponte” ed il mio impegno è inalterato. Nessuno de “il Ponte” deve sentirsi minimamente impegnato con Italia Futura: questa scelta riguarda solo me e quanti, liberamente, vorranno condividerla. Anche la vita democratica de “il Ponte” resta inalterata: le scelte continueranno ad essere effettuate dai suoi responsabili ed in assemblea, nessuno si sovrapporrà ed io non consentirò che “il Ponte” sia utilizzato per fini diversi da quelli che stanno nel suo statuto e nel programma presentato agli elettori nel 2011. È un impegno vero e serio, che mi assumo con tutte le donne e gli uomini de “il Ponte” e con tutti i cittadini di Pordenone.

Ciao.

Gianni


  • Pubblicato il 26 gennaio 2012
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LA POSIZIONE DE IL PONTE SULLE POLVERI SOTTILI

Aria inquinata da polveri sottili:

basta con misure provvisorie, estemporanee, discriminatorie

CHIUDERE AL TRAFFICO TUTTO IL CENTRO,

ZONE SOLO PER MEZZI PUBBLICI,

NUOVI SISTEMI DI TRASPORTO PUBBLICO,

SUPERARE IL RING E CHIUDERE LA RIVIERASCA,

STOP AI CENTRI COMMERCIALI

 

Assistiamo ormai da mesi a Pordenone ad una totale incertezza dell’amministrazione comunale sull’inquinamento dell’aria a causa di polveri sottili. Vengono annunciati provvedimenti di chiusura totale del traffico, poi revocati, le targhe alterne, altro ancora. Automobili e caminetti sono sotto accusa e l’assessore Conficoni recrimina contro il Veneto, che inquina e spinge le su polveri verso di noi: che fanno a Treviso, soffiano verso Sacile? Usano ventilatori?

In realtà in questa città le soglie massime di inquinamento sono continuamente superate. Poi, quando vengono pubblicati i dati sull’incidenza dei tumori in provincia, scopriamo che abbiamo le percentuali più alte d’Italia: per forza, respiriamo schifezze, prodotte dalle auto o dagli inceneritori delle fabbriche.

L’incertezza con cui questo problema viene affrontato nuoce gravemente alla città e soprattutto al commercio in città, spingendolo sempre più in crisi. Si chiude infatti il centro, mentre i Centri commerciali della periferia e dei paesi vicini a Pordenone restano aperti.

Bisogna dare un quadro di certezze ai cittadini, anche se scomode, probabilmente nell’immediato non popolari, non semplici da accettare. Ma questo è quel che ci chiede questa crisi: cambiare moltissimo della nostra vita, anche le abitudini e gli stili di vita. Dobbiamo cambiare ad esempio il nostro rapporto con le automobili, usarle meno e con più razionalità. Dobbiamo usare molto di più i mezzi pubblici, girare a piedi ed in bicicletta: lo fanno in Germania, lo fanno i pordenonesi che possono permettersi di andare nei paesi del nord Europa, cerchiamo ora di diventare un po’ più civili anche in casa nostra.

Partiamo da tre certezze: primo, nessun centro commerciale sarà mai bello come il centro storico della città; secondo, nessun centro commerciale avrà mai la varietà e complessità dei servizi che offre il centro città; terzo, nessun centro commerciale vanterà mai la bellezza naturalistica del Noncello e dei parchi pubblici di Pordenone. Partiamo da queste certezze e valorizziamole.

Ecco quel che bisogna fare da subito, cercando un accordo con Porcia e Cordenons:

  1. Pedonalizzare subito tutta la zona ricompresa dentro l’attuale ring: nei corsi pedonalizzazione assoluta, basta auto parcheggiate e basta tolleranza, si va solo a piedi ed in bicicletta. Nel resto del centro pedonalizzazione dalle 8 alle 20.00, divieto di entrata per tutti con le auto, definitivo. Si usano solo mezzi pubblici, si va a piedi ed in bicicletta. Si stabiliscono orari precisi per rifornire i negozi.

  2. Sviluppare i trasporti pubblici, visto che l’ATAP ha tanti soldi e li dà ai comuni invece di investirli sul trasporto. Servono corse più numerose e frequenti. Servono nuovi servizi a domanda e prenotazione degli utenti e gestiti da privati, come si fa ormai in moltissime città italiane ed europee: basta copiare, non serve inventare. Non si pareggiano i bilanci dei comuni coi soldi dell’ATAP, si cominci a tagliare l’inutile ed anche quel che è meno importante.

  3. Superare il ring, che oggi convoglia in città traffico parassitario, gente che transita e non si ferma, creando solo inquinamento acustico e chimico. Serve elaborare rapidamente un progetto per il ring, ma da subito bisogna entrare ed uscire dalla città per lo stesso asse di penetrazione: si raggiunge uno dei parcheggi sul ring, si esce per la stessa strada usata per entrare, senza fare inutilmente giri. Bisogna far ragionare la gente su quale sia il percorso migliore ed usare quello. Il ring deve essere percorso da una circolare pubblica, l’attuale “linea rossa” è sotto utilizzata, tortuosa, incomprensibile per i suoi percorsi. Sul ring oggi transitano ancora moltissimi mezzi pesanti: è un traffico da vietare totalmente. Vicino al ring si realizzino nuovi parcheggi, anche stimolando i privati a farli ristrutturando alcuni palazzi vuoti, visto che la chiusura del centro creerà domanda di sosta per auto. Tra l’altro: quando si apre il parcheggio di via Vallona? Possibile che tutto debba sempre essere in ritardo?

  4. Chiudiamo subito la Rivierasca per valorizzare il Noncello e restituiamo il fiume ai cittadini ad alla storia della città. Favoriamo i privati che vogliano creare, affacciati sul Noncello, pochi piccoli servizi commerciali per il ristoro e lo svago pacifico delle famiglie.

  5. I privati vengano aiutati a creare nuovi servizi per rendere ancor più attrattivo il centro città, ad esempio spazi per bambini, magari anche valorizzando l’ambiente naturale, nei parchi e nei pressi del fiume Noncello soprattutto, oppure anche l’ambiente storico, utilizzando anche spazi pubblici oggi per nulla o poco frequentati, come i musei. Per consegnare gli acquisti voluminosi e pesanti nelle case dei clienti, si aiutino i privati a realizzare servizi specifici;

  6. Basta nuovi centri commerciali in città e stop anche all’ampliamento di quelli esistenti. No alla realizzazione di rotonde ad esclusivo interesse dei centri commerciali sull’asse viale Venezia – viale Aquileia: sono scelte folli che hanno trasformato una strada di scorrimento in un asse urbano, inquinato a sua volta ed intransitabile in certe ore del giorno. Bisogna convogliare più mezzi possibile sull’autostrada.

Molte altre cose si possono e debbono fare. Ma non si muoverà mai nulla se il Comune non chiama la città ad un profondo cambiamento. Forse le misure che proponiamo possono spaventare alcuni commercianti: ma la vera morte del commercio in centro città è lasciare le cose come stanno, con le chiusure che si susseguono e le aziende che falliscono. Se diamo certezze ed un volto nuovo alla città ne usciamo, se non cambiamo la città muore.

Il problema è che abbiamo una amministrazione comunale che fa errori ed aspetta di avere un “mobility manager” che gli dia idee, mentre i tecnici servono invece a dare concretezza alle idee che i cittadini e gli amministratori si fanno. La verità è che Sindaco e Giunta non hanno un’idea ed un indirizzo sullo sviluppo futuro della città. Sono senza coraggio, valutano ogni cosa secondo questa logica: “Quanti voti guadagno? Quanti ne perdo?”. Così non si va da nessuna parte. Non è vero che c’è ancora tempo per decidere: ogni giorno che passa le cose peggiorano e perdiamo occasioni.

Il Ponte

Lista civica per Pordenone


  • Pubblicato il 23 gennaio 2012
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A proposito di un mio incontro con Sergio Bolzonello

Ieri il Messaggero Veneto riferisce di incontri fra me e Sergio Bolzonello per discutere di quel che succede in città. Confermo, ci siamo parlati, abbiamo constatato che siamo entrambi preoccupati. Ne nascerà qualcosa? Non lo so, dipende da una cosa: si afferma o no la consapevolezza che le cose in città vanno male e bisogna cambiare? Oppure ognuno si chiude nelle sue certezze? Il Ponte ed io siamo disponibili a favorire un cambiamento. Con trasparenza e percorsi parteciapati. Vedremo. 

Il 2012 si è aperto con una consapevolezza, ormai fatta propria da una parte assai ampia di Pordenone: siamo senza una guida politica autorevole, efficace, capace di esprimere un serio orientamento politico ed amministrativo per affrontare la crisi ed indicarci un futuro possibile e migliore.

Per giungere a questo punto si sono fatti molti gravi errori: si è in primo luogo guardato alla pura continuità della precedente esperienza di governo e dei poteri che la sostenevano. Non si è guardato alla crisi economica e politica che era sotto gli occhi di tutti, la si è negata e chi ne parlava era “catastrofista”, come disse Pedrotti di me in campagna elettorale. Volendo tutelare i poteri si è costituita una Giunta che, alla prova dei fatti, non da risposte alla città. Non vengono proposte al Consiglio comunale deliberazioni, perché non si fanno scelte, il Consiglio percio’ non si riunisce. Gli indirizzi culturali sottesi a questa vicenda sono ben riassunti nelle dichiarazioni del sindaco secondo cui per risolvere i problemi del traffico serve un “mobility manager”, oppure alle improponibili cose che lo stesso sindaco dice sul nuovo PRG, per il quale si aspettano studi e si convocano ancora vetusti ed anacronistici “stati generali”: non hanno un’idea di città, pensano di farsela sommando visioni parziali e negando ruolo e significato alla politica e sono timorosissimi di doversi confrontare con scelte radicali oggi indispensabili ed urgenti, che determinino anche scontenti.

Gravissimo è che questo vuoto si manifesti mentre in regione le città ed i territori dialogano in vista delle prossime elezioni regionali, che saranno chiamate a gestire una fase di profonda razionalizzazione: non abbiamo infatti più risorse per permetterci due università, un enorme e sprecone apparato sanitario, istituzioni enfatiche per dimensioni e ruoli, che schiacciano le libertà dei cittadini ed il loro stimolo a fare e progredire.

Ovviamente non ci sono solo gli errori degli altri. Certo anche il Ponte ne ha commessi, come pure le altre forze di opposizione, che altrimenti oggi governerebbero. Ma a volte non si viene scelti perche’ si ha il coraggio di dire scomode verita’.

Credo però che il percorso programmatico del Ponte resti lì a segnalare una grande e positiva diversità, utile alla città.

Di tutto questo, sebbene non apertamente, inizia a manifestarsi consapevolezza anche negli ambienti che hanno sostenuto chi le elezioni le ha vinte. Negli incontri personali, casuali o no, ci sono persone che rivelano una crescente consapevolezza della situazione, ci chiedono se siamo disposti a “dare una mano”.

Il punto è che a noi del Ponte non interessa alcuna offerta di potere e di ruoli. Se la maggioranza pensa di dover cambiare il suo percorso, lo dica apertamente e se ne assuma la responsabilità. Poi certo si potrà discutere, con tutte le forze di opposizione, perché noi del Ponte non ne abbiamo monopolio e non lo vogliamo.

Noi continueremo le nostre battaglie. Questa settimana prenderemo una articolata posizione sulla questione dell’inquinamento dell’aria, che si collega anche alle battaglie fatte per la viabilità ed il traffico. Giungeremo su questo a presidi in piazza, per discutere con la gente ed i commercianti in particolare. Vi annuncio che a breve usciremo con una importante novità relativa all’ecomostro. Stiamo assumendo iniziative anche su altre questioni.

Abbiamo costruito un raccordo costante, nella nostra azione consigliare, con la Lista Del Ben e con l’API di Alberto Rossi. È’ un fatto positivo per la cittò: in fondo si tratta di una aggregazione che l’anno scorso mise assieme il 22 per cento dei voti al primo turno. Abbiamo deciso che presenteremo un documento comune su alcuni punti di programma, indicando le cose che noi chiediamo siano fatte subito. Lo presenteremo in una conferenza stampa alla quale sarete tutti invitati.


  • Pubblicato il 23 gennaio 2012
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Un contributo sulla questione universitaria a Pordenone

Mi pare che l’incontro che una delegazione delle istituzioni della nostra provincia avrà nei prossimi giorni con la professoressa Compagno, Magnifico Rettore dell’Università di Udine, aumenti di giorno in giorno d’importanza. Non solo perché la presenza di corsi universitari a Pordenone è molto importante per il nostro territorio, ma perché si pone concretamente la questione della relazione fra questa provincia e quella di Udine, anche in vista delle elezioni regionali.
Ho sempre pensato che le elezioni regionali non si giochino solo sulla scelta fra due schieramenti, ma sulla capacità di uno dei due schieramenti di rappresentare alleanze territoriali così forti da far “girare” attorno a se tutto il governo della Regione autonoma.
È evidente che la crisi mette in crisi i vecchi equilibri: possiamo ancora permetterci due università? Non credo. Possiamo permetterci ancora due grandi ospedali che sono anche cliniche universitarie del tutto identici e un terzo ospedale (Pordenone) che arranca tentando di imitarli? Non credo. E sono solo due esempi.
Quella che si aprirà nel 2013 sarà la legislatura regionale delle scelte e della razionalizzazione, per necessità. Meglio sarebbe stato se avessimo scelto prima, ma i meccanismi di costruzione del consenso politico non lo consentono e fosse anche solo per questo dovremmo riformarli.
Udine e Trieste debbono presentarsi all’appuntamento o molto forti per scontrarsi, o avendo già un accordo nel cassetto testimoniato da una/un candidato Presidente. Il fatto che Cosolini abbia vinto a Trieste rende non banale a Tondo presentarsi come quel tipo di candidato e nel contempo pone a pordenonesi e goriziani un serio problema: tentare di far gruppo attorno ad uno dei due contendenti per garantirsi alcune cose in vista della trattativa finale fra i due, oppure fare altro? E che altro? Coltivare il sogno di una candidatura forte che finalmente spezzi il duopolio? Dico subito che quest’ultima a me sembra una grande ingenuità senza progetto. Però, per carità, se qualcuno vuol tentare faccia pure.

Dunque trovare un accordo. Per il nostro territorio, trovare un accordo oggi significa tentarlo con Udine, francamente non vedo alternative. Per questo mi pare che la questione università sia cruciale.
Ho visto che i soci del Consorzio per l’Università chiedono la presenza di tre dipartimenti universitari a Pordenone. Poiché ogni dipartimento dell’Università di Udine, secondo il punto b del comma 2 dell’articolo 2 della legge Gelmini, deve avere almeno 40 docenti incardinati, si capisce che abbiamo fatto una legittima ed importante richiesta, che passa però attraverso una riconsiderazione generale dell’Università di Udine, in particolare sul tema delicatissimo sulla sua strutturazione policentrica. Questo tema è decisamente politico ed ha di certo conseguenze anche sulle risorse. L’ispirazione generale della Legge 240 del 2010 e dei provvedimenti che l’hanno preceduta tende a ridurre corsi e sedi decentrate. Dunque università policentrica significa anche correre il pericolo di avere in alcune sue strutture un rapporto troppo basso fra numero di docenti e numero di studenti e perciò di non ricevere i finanziamenti statali per quei corsi. Il territorio assicurerà (giudiziosamente) all’università le risorse necessarie? Garantirà un numero elevato di studenti? Questo è davvero un tema non semplice da dipanare, ma molto politico. Se l’Università di Udine diventasse nei fatti l’Università di tutto il Friuli, questo sarebbe un fatto politico rilevante. Tanto più che il passo immediatamente successivo, lo si voglia o no, è la federazione, o la fusione, fra le due università regionali. Non si giustificano due atenei in una regione di un milione e duecentomila abitanti, è evidente a tutti e credo che sarà più forte in quel processo l’ateneo che si presenterà con il rapporto più strutturato col territorio regionale. Trieste ha fatto qualche passo serio verso Gorizia ed ha chiuso con Pordenone, vedremo ora cosa farà Udine.
Se Udine divenisse un ateneo policentrico e noi pordenonesi sostenessimo questa scelta, altre questioni importanti si porrebbero.
Chiunque conosca un poco la sanità regionale sa bene quale rapporto abbia con l’Università. Le due cliniche universitarie si sono fuse con gli ospedali generali di Trieste e Udine, le due università hanno un rapporto importantissimo con gli ospedali e li condizionano.
Noi pordenonesi vogliamo un nuovo ospedale. Ma io non credo affatto che potremo realizzare a Pordenone un ospedale generale e non credo che nemmeno Trieste e Udine potranno mantenere in vita due ospedali generali, in cui si fa tutto, dal pronto soccorso fino ai trapianti, con due equipe di cardiochirurgia e neurochirurgia per ogni ospedale. I tre ospedali di Udine, Triste e Pordenone, assieme, dovranno garantire una unica funzione di “general hospital” per i cittadini del Friuli Venezia Giulia. È in funzione di questo sviluppo, che giudico inevitabile, che va progettato il nuovo ospedale di Pordenone e la cosa più deludente di questi anni, nel rapporto fra Pordenone e la Regione autonoma, non è che non si siano trovati ancora i soldi, ma è che non c’è stata alcuna vera progettazione che ci dicesse sia quel che a Pordenone davvero si dovrebbe fare che quel che avremo diritto a ricevere a Udine e Trieste. In questa incertezza, che i nostri migliori clinici e chirurghi se ne vogliano andare, mi pare ovvio.
Altro tema decisivo di rapporto e possibile alleanza con Udine e l’Università è il CRO, che ha certamente diritto e dovere di cercare alleanze con tutti i centri di ricerca del mondo. Io però non credo proprio che il CRO possa prescindere da un rapporto fortissimo con l’università che ha più vicina, quella di Udine.
Dunque le risposte che verranno sull’università possono aprire il campo ad altri, importanti accordi, dai quali il nostro territorio non prescinde. È evidente che sia quanti trattano per Pordenone che la professoressa Compagno hanno alle spalle problemi di consenso, coi territori, le istituzioni, il Senato accademico. La mia speranza è che ciononostante un accordo si trovi e che apra la strada per farne altri: sarebbe un fatto politico molto importante per il futuro di tutta la regione.


  • Pubblicato il 13 gennaio 2012
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La vicina di casa: non resta che andarsene

Da Il Messaggero Veneto


L’ultima beffa sono stati gli auguri di Natale dello studio Colin, che ha progettato l’ecomostro, affissi da qualcuno sui campanelli dei condomini della zona. Quell’immagine della “mascotte” del complesso Punto Cardinale con il cappello di Babbo Natale e le fauci spalancate oggi sembra voler dire “vedete che alla fine non è successo nulla”. «Quando ho visto quel biglietto – afferma Annalisa Furlan, che con una lettera al giornale aveva denunciato il caso dell’ecomostro che ha oscurato la visuale a molti residenti in piazza Costantini e nelle zone limitrofe – volevo chiamare lo studio per capire qual era il senso di questa cosa. Poi ho rinunciato». Perché alla fine, dopo aver visto crescere l’ecomostro, il sentimento è quello della rassegnazione. «Siamo scoraggiati, frustrati – afferma – e non ci resta che la speranza che, prima o poi, ce ne andiamo, ci trasferiamo da qualche altra parte». Alla Furlan non sono andate giù in particolare le parole in consiglio comunale dell’ex sindaco, Sergio Bolzonello. «Ha criticato i palazzoni anni Sessanta e Settanta – sottolinea – mentre salvava l’ecomostro di piazza Costantini. Soltanto che i primi hanno rispettato l’intorno, mentre il complesso in fase di completamento ci ha tolto il sole». Alla possibilità che il Comune disponesse la demolizione dell’abuso la Furlan non ci ha mai creduto, «e in ogni caso sarebbe stato un ulteriore danno, con passaggi di camion, polvere e altro ancora. L’ho detto, ormai siamo rassegnati, quello che è stato fatto non è più sanabile». (ste.pol.)


  • Pubblicato il 12 gennaio 2012
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Conferenza dei capigruppo sull’Ecomostro

Ieri sera la Conferenza dei capigruppo ha ascoltato comunicazioni del Sindaco, dell’Assessore Toffolo e dell’arch. Jus sull’ecomostro. Vi ho partecipato su delega del mio collega Pasut.

A)    gli abusi sono stati riscontrati. E’ stato realizzato un progetto difforme da quello presentato: nella sagoma complessiva, nelle altezze, nella cubatura edilizia, negli spazi interni. Dunque, in moltissime cose l’ecomostro è difforme dal progetto presentato.

B)    questi abusi possono essere sanati con una oblazione di poco più di 38.000 euro, poiché non si configurano come violazioni al Piano, dentro le previsioni del quale rientrano. I 38.000 euro derivano da calcoli imposti da leggi regionali. Quella cifra non ripaga il Comune nemmeno dei costi sostenuti per tutte le verifiche compiute.

C)    se il progettista avesse presentato il progetto realizzato e non quello su cui ha ottenuto la concessione, avrebbe evitato tutto questo. Perché non l’ha fatto? Perché ha elaborato due progetti?

D)    il progetto concesso prevedeva la realizzazione di 19.000 cubi “urbanistici” (U) ma di ben 27.787 cubi edilizi (E). Quello variato arriva a 19.966 cubi U e a ben 30.834 cubi E. Dunque, sarebbero possibili altri 1.034 cubi U e almeno 1.500 cubi E, se venisse rispettata la proporzione attuale fra gli uni e gli altri.

E)    cos’e’ un cubo “urbanistico”? E’ quello che deriva dalla sottrazione dal computo dei cubi effettivamente realizzati di quelli scomputabili in base alla classe energetica dell’edificio o ad altre leggi regionali e nazionali. E siccome l’ecomostro (ironia della sorte!) dichiara di essere classe A e dunque a forte contenimento dei consumi energetici, ecco che l’Amministrazione comunale non calcola solai, vani scale, vani tecnici, muri perimetrali. Dunque, utilizzando una legge “ecologica”, si fa una schifezza urbanistica. Ma se si fa, è per scelta. Se si sapeva che l’applicazione di quelle leggi avrebbe portato ad un aumento possibile del 50% della cubatura, perché non si è modificato il Piano di recupero che concede 21.000 cubi per portarlo a molto meno, in modo che alla fine fossero davvero 21.000 quelli costruiti? In Giunta, di tutto questo, non s’è mai discusso.

F)     l’assessore Toffolo ha sostenuto che tutto era chiaro e prevedibile già nel Piano di recupero e che dell’edificio era stato mostrato un “rendering” (sostanzialmente vedute assonometriche di ciò che verrà costruito) in aula. A me pare incredibile che, allora, la questione non sia stata posta in Giunta ed al Consiglio: “Badate, alla fine risultano 27.787 cubi, sono molti di più di quelli che avete approvato in aula. È possibile che ne derivino problemi politici e ci siano proteste della popolazione, visto che già sono fioccate le osservazioni al Piano di Recupero di moltissimi fra quelli che risiedono e lavorano attorno al palazzo da costruire. Affronterete una contestazione politica, è meglio che lo sappiate prima”. Nulla di tutto questo, si procede, tutto va bene. Per me, lo ripeto, è incredibile. Ma a me pare che il tutto sia stato giocato nell’ambiguità: si stabilisce un limite di 21.000 cubi ma non si specifica che i cubi edilizi possono essere anche il 50 % in più. Si presenta un inviluppo massimo, ma non si dice che dentro quell’inviluppo possono starci 30.000, ma probabilmente 34.000 cubi: tutto il consiglio (ad eccezione credo di pochissime persone) pensa ai 21.000 cubi. Poi, quando costruiscono, si vede che sono una valanga in più. Inoltre, a proposito di “rendering”, mai viene presentata una visione del palazzo dalle finestre di chi abita in quelli già costruiti. Vale a dire che gli interessi dei già residenti non sono considerati. In altre parole, io dico che al Consiglio ed anche alla Giunta non sono stati dati strumenti veri per comprendere quel che si va a fare.

A quali conclusioni sono giunti i capigruppo nella riunione di ieri? Per ora a nulla. Ed è anche giusto così: sono Sindaco e Giunta ad avere l’onere delle scelte, il Consiglio comunale può indirizzarle e vedremo cosa accadrà.

Ieri ho formulato alcune proposte a nome de “il Ponte” e qui le ribadisco:

1)     è necessaria una riduzione generale degli indici territoriali, in modo che costruendo si arrivi al livello massimo oggi previsto anche utilizzando le norme “ecologiche” (che propongo da oggi in poi di chiamare “truffe ekologike”).

2)     Vanno fatti controlli fin dall’inizio dei lavori: non solo debbono essere dati i punti fissi, ma bisogna vigilare sui plinti e poi con periodicità nel cantiere, in modo che si realizzi quel che si prevede nel progetto concesso. Su questo, a dire il vero, l’Amministrazione pare già orientata positivamente.

3)     l’assunzione dell’interesse dei cittadini residenti nel luogo in cui sarà realizzato un nuovo intervento deve diventare fondamentale, anche se non esclusivo, per l’Amministrazione comunale: perciò in Consiglio debbono essere presentati i “rendering” degli interventi visti dalle finestre delle proprietà confinanti e l’impatto considerato elemento fondamentale. I rendering non possono essere affidati ai progettisti privati, perché non si può chiedere loro di assumere punti di vista in contrasto con l’interesse dei committenti.

4)     gli inviluppi massimi vanno definiti tenendo conto dei cubi urbanistici attuali, ante riduzione. I punti A e D, applicati a piazzale Costantini avrebbero portato al massimo a 21.000 cubi ed ad un inviluppo molto più piccolo;

5)     gli indici di edificabilità definiscono (anzi: dovrebbero definire) equilibri, sia nella dotazione di servizi del territorio, che rendono possibile, “sostenibile”, l’intervento: pensate alle scuole a Vallenoncello che sono troppo piccole per tutti i bimbi arrivati nei nuovi interventi ATER, o ai palazzi in costruzione nell’area Trentin di via Cappuccini e all’inadeguatezza della rete viaria, oltre che ancora una volta delle scuole. Ma va tenuto conto anche della bellezza del territorio: la relazione fra i volumi costruiti e’ elemento fondamentale di bellezza. Se si stabiliscono indici è anche per cercare una compatibilità estetica dentro cui la città vive: pensate alla mirabile armonia di corso Vittorio. Sconvolgere gli indici con artifizi come quelli “ekologici” significa creare basi di instabilità, distruggere canoni di relazione, abituare la gente a pensare senza regole. Non si può accettare tutto questo.

6)     serve inoltre, con urgenza, un provvedimento che metta in sicurezza la città e blocchi per due anni ogni nuova costruzione. Va superata l’idea che per migliorare e cambiare la città bisogna costruire: al contrario, bisogna lavorare sugli spazi da lasciare liberi e vuoti e sulla ristrutturazione dell’esistente, costruendo meno di quanto oggi già c’è, visto che abbiamo in città una valanga di costruito invenduto e probabilmente invendibile. Saranno questi due anni un tempo in cui discutere di una nuova idea di città, di nuove relazioni, di nuovi stili di vita, tutte cose da testimoniare finalmente con un nuovo Piano Regolatore Generale, quello che l’amministrazione di cui ho fatto parte ha promesso per dieci anni e mai realizzato, mentre a Udine in tre anni l’hanno fatto.

7)     serve una netta separazione, anche nei comportamenti e nelle relazioni, fra la parte politica e tecnica del Comune, i progettisti e le imprese. Non e’ accettabile alcuna “sodalità”.

8)     siamo tutti costretti a tener conto di quel che emerge in tutta Italia: questo e’ ormai un paese nel quale capitali di organizzazioni criminali, derivanti da pizzo, droga, prostituzione, armi, furti e corruzione, cercano luoghi e modi per essere riciclati. E’ evidente che questa esigenza può spiegare il motivo per cui si costruiscono palazzi che si sa bene essere destinati a non essere venduti.

Mi è parso di vedere atteggiamenti positivi rispetto a alcune fra queste nostre proposte del Sindaco nella riunione di ieri. Desidero dire che, in ogni caso, “il Ponte”, il mio capogruppo Pasut ed io, in stretto collegamento con la Lista Del Ben e con l’API di Alberto Rossi, non lasceremo nulla di intentato per fare su questa vicenda tutta la chiarezza necessaria e portare alla luce questioni e fatti eventualmente ancora sottaciuti. Preghiamo anzi quanti hanno qualcosa da dire di prendere contatto.

 

Gianni Zanolin