Cosa è rimasto di 70 anni di socialismo in Mongolia? A prima vista parrebbe solo poche macerie, lutti, distruzioni. Poi scavando si scoprono due cose significative: una istruzione media positiva, che viene garantita ancor oggi e si esprime in una grande attenzione per i bambini. Anche nel Gobi, sia nei comuni storici e che non sono soggetti ad alcun nuovo sviluppo, sia nelle new town della ricerca dell’oro e di altri minerali preziosi, ci sono le scuole e tutte hanno all’esterno un po’ di giochi per i bimbi e un tentativo di verde. L’alfabetizzazione è evidente e nelle gher sembrano per ora chiare sia la solidità delle famiglie che l’investimento affettivo ed economico verso i figli. In vista di un gruppo di gher, in una zona megalitica incontrata nel lungo trasferimento verso le cascate di Orkhon, bella da fare invidia alle più celebrate della Bretagna, sita ormai ai margini estremi del deserto, dove la steppa piano piano si trasforma in prato, mentre fotografavamo il paesaggio siamo stati raggiunti da un capoclan e dal suo figliolo maggiore, che studia in una università americana. Possiedono migliaia di capi di bestiame (capre, pecore, cavalli, vacche) ed investono sulla formazione di quel figlio, che dice di volersi laureare e tornare in Mongolia per dirigere l’azienda di famiglia. Mi è venuto da pensare che se avessimo un ottimo sistema universitario questi ragazzi potrebbero venire da noi e l’Italia divenire un ottimo partner per le imprese che costruiranno. Ma oggi un capoclan mongolo spende 50.000 dollari all’anno negli USA per l’alta formazione del figlio e noi italiani non abbiamo nulla da offrirgli che abbia la stessa qualità e costi meno. Del resto, in Mongolia l’Italia non ha nemmeno un’ambasciata o un console, neppure onorario: solo qualche pizzeria e un numero crescente di turisti. Così se perdete il passaporto o ve lo rubano, dovete rivolgervi all’ambasciata di Pechino, con guai che mi hanno assicurato enormi.
A Ulaan Baator c’è l’unica università mongola. È giusto così, per due milioni e mezzo di abitanti una unica università basta. Da Ulaan Baator si va poi per il mondo ad ampliare e perfezionare le conoscenze.
Ma l’elemento socialmente più rilevante e facilmente riscontrabile della Mongolia sono le donne. Sono la parte più intraprendente e forte della società mongola, proiettate verso il futuro.
Hanno una cultura media più elevata dei maschi, mi sono state descritte come molto libere. Si vestono all’occidentale, minigonne e hot pants spopolano: sembra di essere a Londra nel 1970. Curano molto l’aspetto, si truccano bene e molte sono davvero belle anche per i nostri canoni occidentali. Sono molto educate e rispettose. Ma tutto questo è solo quel che ognuno può percepire a Ulaan Baator e nelle altre città. In realtà, se si guarda alle prime 100 società quotate in Borsa per capitalizzazione, 80 hanno Amministratrici delegate donne. Non sono società da nulla: oro, metalli e pietre preziose hanno dimensioni internazionali. Questo spiega anche perché il listino a Ulaan Baator registri negli ultimi anni aumenti rilevanti.
Che questo ruolo delle donne non sia cosa recente, è testimoniato dalle donne mature ed anziane: ne ho incontrate alcune ad un matrimonio ed era bellissimo vederle eleganti nei loro costumi tradizionali, pronte a far cerchio fra loro, fumatrici appassionate, pari visibilmente ai mariti, dispostissime a dialogare per quanto possibile con ospiti stranieri.
Da che cosa deriva questa cosa così positiva? Certo dal buddismo, dal riconoscimento, valorizzazione e armonizzazione delle differenze insito nello ying e nello yang. Certo dalla ribellione alla situazione pre-rivoluzione comunista, nella quale metà dei maschi finiva nei monasteri e si faceva mantenere ovviamente dal lavoro durissimo di madri e sorelle. Ma non c’è dubbio che il regime comunista abbia qui molto piuù che altrove cercato nelle donne le basi del consenso, riconoscendo loro un ruolo da cui evidentemente non sono disposte affatto a retrocedere. L’impressione è che tutto questo si traduca in una ricerca della maternità come scelta responsabile: non ho visto in Mongolia i nugoli di bambini che ti seguono nelle città dei paesi poveri: quelli che incontri, anche nei piccoli centri del deserto, hanno ciabattine e scarpe, sono curati per come si puo’ se l’acqua non è corrente nelle case, sono vestiti, i capelli generalmente a posto, le bambine spesso deliziose. Nessuna bambina e nessun bambino mi ha chiesto mai l’elemosina in questo lungo viaggio.
Io penso che stia soprattutto nelle donne l’equilibrio del futuro della Mongolia: a loro temperare gli eccessi dello sviluppo ed accompagnarlo coi necessari ed oggi assenti servizi sanitari e sociali, soprattutto per porre mano alla questione alcolismo che, dopo il proibizionismo comunista, stà colpendo moltissimi mongoli a seguito dell’urbanizzazione violenta e diventerà un terribile peso per il futuro del paese. Sta soprattutto alle donne ribadire quella ricerca di armonia fra gli umani ed il pianeta e convincere gli uomini a seguirle. È il cuore della loro religione e cultura, che spero perdurino a lungo, perché, intimamente legate ai loro paesaggi straordinari, sono un bene prezioso di tutta l’umanità.
Da ultimo mi preme ringraziare chi mi ha guidato in questo viaggio, una persona davvero d’eccezione come Roberto Ive, credo il miglior conoscitore italiano della Mongolia.
Un saluto ed un ringraziamento a tutte le persone (Giusi, Lia, Susi, Maurizio, Gianfranco) del gruppo di cui ho fatto parte. Un ringraziamento a tutti i mongoli che ho conosciuto, così ospitali e gentili ed in modo particolare ai nostri due “sherpa”, Jambaa e Bazaka.
In questi scritti molte delle idee enunciate corrispondono a riflessioni personali, che ovviamente non possono essere mai oggettive.
Infine ho usato una translitterazione molto libera dai suoni percepiti: puo’ essere che in alcuni casi ne siano uscite parole che non corrispondono alla traduzione “canonica”: me ne scuso coi lettori.
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