• Pubblicato il 08 agosto 2011
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Io penso che stia soprattutto nelle donne l’equilibrio del futuro della Mongolia

Cosa è rimasto di 70 anni di socialismo in Mongolia? A prima vista parrebbe solo poche macerie, lutti, distruzioni. Poi scavando si scoprono due cose significative: una istruzione media positiva, che viene garantita ancor oggi e si esprime in una grande attenzione per i bambini. Anche nel Gobi, sia nei comuni storici e che non sono soggetti ad alcun nuovo sviluppo, sia nelle new town della ricerca dell’oro e di altri minerali preziosi, ci sono le scuole e tutte hanno all’esterno un po’ di giochi per i bimbi e un tentativo di verde. L’alfabetizzazione è evidente e nelle gher sembrano per ora chiare sia la solidità delle famiglie che l’investimento affettivo ed economico verso i figli. In vista di un gruppo di gher, in una zona megalitica incontrata nel lungo trasferimento verso le cascate di Orkhon, bella da fare invidia alle più celebrate della Bretagna, sita ormai ai margini estremi del deserto, dove la steppa piano piano si trasforma in prato, mentre fotografavamo il paesaggio siamo stati raggiunti da un capoclan e dal suo figliolo maggiore, che studia in una università americana. Possiedono migliaia di capi di bestiame (capre, pecore, cavalli, vacche) ed investono sulla formazione di quel figlio, che dice di volersi laureare e tornare in Mongolia per dirigere l’azienda di famiglia. Mi è venuto da pensare che se avessimo un ottimo sistema universitario questi ragazzi potrebbero venire da noi e l’Italia divenire un ottimo partner per le imprese che costruiranno. Ma oggi un capoclan mongolo spende 50.000 dollari all’anno negli USA per l’alta formazione del figlio e noi italiani non abbiamo nulla da offrirgli che abbia la stessa qualità e costi meno. Del resto, in Mongolia l’Italia non ha nemmeno un’ambasciata o un console, neppure onorario: solo qualche pizzeria e un numero crescente di turisti. Così se perdete il passaporto o ve lo rubano, dovete rivolgervi all’ambasciata di Pechino, con guai che mi hanno assicurato enormi.

A Ulaan Baator c’è l’unica università mongola. È giusto così, per due milioni e mezzo di abitanti una unica università basta. Da Ulaan Baator si va poi per il mondo ad ampliare e perfezionare le conoscenze.

Ma l’elemento socialmente più rilevante e facilmente riscontrabile della Mongolia sono le donne. Sono la parte più intraprendente e forte della società mongola, proiettate verso il futuro.

Hanno una cultura media più elevata dei maschi, mi sono state descritte come molto libere. Si vestono all’occidentale, minigonne e hot pants spopolano: sembra di essere a Londra nel 1970. Curano molto l’aspetto, si truccano bene e molte sono davvero belle anche per i nostri canoni occidentali. Sono molto educate e rispettose. Ma tutto questo è solo quel che ognuno può percepire a Ulaan Baator e nelle altre città. In realtà, se si guarda alle prime 100 società quotate in Borsa per capitalizzazione, 80 hanno Amministratrici delegate donne. Non sono società da nulla: oro, metalli e pietre preziose hanno dimensioni internazionali. Questo spiega anche perché il listino a Ulaan Baator registri negli ultimi anni aumenti rilevanti.

Che questo ruolo delle donne non sia cosa recente, è testimoniato dalle donne mature ed anziane: ne ho incontrate alcune ad un matrimonio ed era bellissimo vederle eleganti nei loro costumi tradizionali, pronte a far cerchio fra loro, fumatrici appassionate, pari visibilmente ai mariti, dispostissime a dialogare per quanto possibile con ospiti stranieri.

Da che cosa deriva questa cosa così positiva? Certo dal buddismo, dal riconoscimento, valorizzazione e armonizzazione delle differenze insito nello ying e nello yang. Certo dalla ribellione alla situazione pre-rivoluzione comunista, nella quale metà dei maschi finiva nei monasteri e si faceva mantenere ovviamente dal lavoro durissimo di madri e sorelle. Ma non c’è dubbio che il regime comunista abbia qui molto piuù che altrove cercato nelle donne le basi del consenso, riconoscendo loro un ruolo da cui evidentemente non sono disposte affatto a retrocedere. L’impressione è che tutto questo si traduca in una ricerca della maternità come scelta responsabile: non ho visto in Mongolia i nugoli di bambini che ti seguono nelle città dei paesi poveri: quelli che incontri, anche nei piccoli centri del deserto, hanno ciabattine e scarpe, sono curati per come si puo’ se l’acqua non è corrente nelle case, sono vestiti, i capelli generalmente a posto, le bambine spesso deliziose. Nessuna bambina e nessun bambino mi ha chiesto mai l’elemosina in questo lungo viaggio.

Io penso che stia soprattutto nelle donne l’equilibrio del futuro della Mongolia: a loro temperare gli eccessi dello sviluppo ed accompagnarlo coi necessari ed oggi assenti servizi sanitari e sociali, soprattutto per porre mano alla questione alcolismo che, dopo il proibizionismo comunista, stà colpendo moltissimi mongoli a seguito dell’urbanizzazione violenta e diventerà un terribile peso per il futuro del paese. Sta soprattutto alle donne ribadire quella ricerca di armonia fra gli umani ed il pianeta e convincere gli uomini a seguirle. È il cuore della loro religione e cultura, che spero perdurino a lungo, perché, intimamente legate ai loro paesaggi straordinari, sono un bene prezioso di tutta l’umanità.

 

Da ultimo mi preme ringraziare chi mi ha guidato in questo viaggio, una persona davvero d’eccezione come Roberto Ive, credo il miglior conoscitore italiano della Mongolia.

Un saluto ed un ringraziamento a tutte le persone (Giusi, Lia, Susi, Maurizio, Gianfranco) del gruppo di cui ho fatto parte. Un ringraziamento a tutti i mongoli che ho conosciuto, così ospitali e gentili ed in modo particolare ai nostri due “sherpa”, Jambaa e Bazaka.

In questi scritti molte delle idee enunciate corrispondono a riflessioni personali, che ovviamente non possono essere mai oggettive.

Infine ho usato una translitterazione molto libera dai suoni percepiti: puo’ essere che in alcuni casi ne siano uscite parole che non corrispondono alla traduzione “canonica”: me ne scuso coi lettori.

 

 


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  • Pubblicato il 05 agosto 2011
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Ma oggi la Mongolia cambia tumultuosamente.La storia, la cultura nazionale e soprattutto quella religiosa, l’ambiente naturale sono le vittime designate.

Ancor oggi molti mongoli vivono in una “gher“, la classica tenda delle famiglie di pastori.

Le gher sono bianche o grigie, sempre perfettamente circolari. I materiali usati per realizzarle sono legno, feltro di lana, cotone, poco cuoio. Hanno un’unica apertura rotonda sulla sommità: una sorta di finestra del diametro di un metro, che può essere facilmente chiusa dall’esterno facendo scorrere un telo.

Due pali reggono la finestra, da cui si dipartono 108 bastoni dipinti, come fossero raggi: 108 è un numero magico per i mongoli. Sul bordo esterno della gher i bastoni si appoggiano ad un reticolo estensibile in legno, molto simile a quelli che ho visto usare nelle nostre case per dividere uno spazio dall’altro in una stanza o per far crescere dei rampicanti. Una stufa, posta al centro della gher, usa l’unica finestra per far uscire il tubo del camino.

La struttura è coperta con uno spesso strato di lana infeltrita, racchiusa in una sorta di sacco di cotone bianco. Come tutte le case dell’antichità, anche le gher hanno un carattere sacro. La forma circolare, i raggi, le perfette geometrie interne, il lavoro per realizzarle richiamano la ragione umana nella lotta per adattarsi alle difficili condizioni di vita. Ma i due pali che sorreggono l’apertura in sommità lasciano due piccoli cerchi interni alla circonferenza della gher, dentro la quale si confrontano e collaborano i poli maschile e femminile della famiglia. La gher insomma richiama perfettamente il simbolo dello ying e dello yang, la ricinoscibilità delle differenze che unendosi creano vita ed armonia. Trovate il simbolo dello ying e dello yang nella bandiera mongola, a richiamare la scelta di fede nel buddismo compiuta ormai da centinaia di anni, come riaffermà  il Gran Khan a Giovanni del Pian del Carpine che gli portava la proposta di Innocenzo III di diventare cristiani e di strappare Gerusalemme ai musulmani.

Nella gher si entra chinandosi e ci si muove in senso orario. Fra i due pali non si passa, porta sfortuna: è lo spazio dedicato al confronto-incontro fra il polo maschile e quello femminile e non sarebbe saggio intromettersi…

Il buddismo dunque ha recepito antiche culture ancestrali ma ha anche creato cultura ed ha innervato la vita nella Mongolia in profondità.

Ma oggi la Mongolia cambia tumultuosamente. Ogni anno Ulaan Baatar (“eroe rosso”, la città mantiene il nome che gli fu dato per ricordare Suke Bator) cresce di almeno 30.000 abitanti, in un paese immenso che ne conta in tutto 2 milioni e mezzo. L’urbanizzazione è selvaggia, senza piani urbanistici veri. Inquinata, percorsa da migliaia di automobili che non rispettano alcun codice della strada, centro della produzione siderugica pesante con altiforni vicini alle case, la capitale è un piccolo cuore dell’impetuoso sviluppo asiatico, con abbondanza di manodopera e bassissimo costo del lavoro con nessuna tutela per i lavoratori, molte materie prime a disposizione, nessun costo del terreno, forte sviluppo dei consumi. La gente lotta duramente per conquistare il benessere dell’occidente e vuole rimuovere ogni ostacolo che la freni. La storia, la cultura nazionale e soprattutto quella religiosa, l’ambiente naturale sono le vittime designate.

Il buddIimo lamaista è in grado di raccogliere questa sfida e dare un senso a questo sviluppo che apparentemente sembra andare in una direzione a lui opposta? È difficile rispondere, nulla è scontato. Certo i quasi settanta anni di regime socialista, con le terribili stragi di monaci e la distruzione di centinaia di monasteri, incidono molto ancor oggi sul movimento religioso mongolo. L’impressione che si  ha è che nulla di quanto è  riuscito a fare Sua Santità il Dalai Lama con i tibetani qui sia stato possibile. L’esilio ha costretto i tibetani a confrontasi col mondo che cambiava, li ha indotti a rinnovarsi ed oggi quello tibetano appare come un movimento vitale, intellettualmente in grado di affascinare l’occidente, autorevole, con un capo che gode di grande prestigio internazionale. Ma questa via, l’esilio, non era possibile ai lama mongoli, nel cui destino restava o l’obbedienza al regime o la morte. Oggi esiste una generazione di monaci nuovi, cui è affidata la speranza di un futuro importante per se e per il paese. Ne ho visto uno in azione in un incontro con una piccola comunità in un un monastero alle porte di Karakorum mi è parso una persona piena di energia, di grande fascino. Ha davanti a se la sfida del consumo compulsivo di merci, che mette ogni cosa in un rapporto di disponibilità e soggezione agli umani. Scompare tutta l’antica spiritualità che attribuiva sacralità ad ogni montagna, agli alberi, all’acqua, alle pianure, al vento. Grandi compagnie americane e canadesi stanno sventrando montagne per cercare oro, sulle montagne sacre sie abbandonano rifiuti: l’equilibrio spirituale scompare. La fine della proprietà comunitaria della terra, con l’accaparramento di piccole e grandi superfici da parte di privati, porta un colpo mortale a queste idee, come già era avvenuto per gli indiani d’America. Passeranno molte decine di anni prima cche si desideri e ristabilisca un equilibrio. Nel frattempo inevitabilmente si porranno nuove questioni sociali, com’è evidente a Ulaan Baator. Dentro queste contraddizioni si inseriscono nuove fedi, come quella cristiana, portata qui da missionari evangelici americani, che sanno dare risposte ai nuovi problemi e giustificano la competizione, esaltando l’affermazione sociale. A nord ovest permane la presenza musulmana kazaka e si costruiscono nuove moschee, una molto grande anche nella capitale.

C’è però in Mongolia una grande forza di cui ancora non ho parlato: le donne. Sarà il tema del mio quarto ed ultimo pezzo di questo diario di viaggio.

 

 


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  • Pubblicato il 03 agosto 2011
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L’acqua del deserto

Il deserto copre oltre un quarto della superficie della Mongolia e “Gobi” significa proprio “deserto”. È un’enorme area, quasi due volte l’Italia, caratterizzata da molte catene montuose, lunghe lingue di sabbia finissima che crea dune in continuo movimento, estesi altipiani, zone vulcaniche basaltiche, altre vastissime dove il granito la fa da padrone, spesso alternandosi a pianure argillose che, erose dal vento e dall’acqua, danno luogo a paesaggi straordinari, talvolta rivelando altri strati geologici, dentro i quali i paleontologi cercano e trovano tracce le più antiche della vita nel pianeta. Il deserto “cresce”: gli uomini lo abbandonano per inurbarsi, i pozzi rinsecchiscono, meno animali lo fertilizzano, la parte maleducata dei turisti e purtroppo la gran maggioranza dei mongoli lo inquinano abbandonando lungo le piste rifiuti di ogni tipo.

Il Gobi però è ancor oggi bellissimo proprio per i fenomeni di erosione: il freddo intensissimo ed il ghiaccio spaccano, il vento secco sfrega, muove e sposta le dune, l’acqua trascina con sé ed il sole caldissimo consolida momentanamente questo movimento continuo. Nel Gobi una enorme forza è sempre all’opera e gli umani non riescono a contenerla e costringerla, ma possono solo adattarsi ed utilizzare una parte dei suoi effetti.

Ma ciò che sorprende nel Gobi è la presenza dell’acqua. Quest’anno in particolare è piovuto molto, per molte centinaia di chilometri erbe profumate e fiori, specie quelli violacei di una varietà nana di aglio selvatico, coprono il deserto. Soprattutto negli altipiani queste condizioni atmosferiche hanno consentito un pascolo finalmente ricco a milioni dI capre, pecore, cavalli e cammelli. Ma l’acqua, sono sicuri i mongoli, non manca nel deserto, basta saperla cercare: nel fondo di molte valli delle tante catene montuose, nelle vaste pianure alluvionali, dentro a falde spesso nient’affatto profonde.

Il letto di molti dei fiumi che scendono dalle montagne è spesso punteggiato da pozze dove gli animali vanno a bere. Ma una vera e propria travolgente piena di un torrente ci ha impedito di arrivare a Bogd Somon: nel Gobi puoi darti una meta ma non è detto che tu possa raggiungerla.

L’enormità del deserto, lo scatenarsi della misteriosa forza della natura e la sua imprevedibilità non potevano che creare negli umani un universo spirituale che aiutasse, corroborasse, giustificasse il loro adattarsi al deserto.

Per questo ogni monte, ogni sorgente, ogni pianura, ogni albero contorto, ogni vento ha un suo spirito, verso il quale mostrare rispetto, al quale chiedere benevolenza.

La Mongolia ed il Tibet hanno in comune proprio queste condizioni estreme nelle quali vivere. I mille e mille spiriti naturali si sono sommati e confusi con le moltissime manifestazioni del divino del buddismo, fino a creare l’approccio particolare, direi quasi naturalista, al buddismo che è proprio del lamaismo: all’uomo è necessario raggiungere ciò che in occidente definiremmo un’armonia fra sé ed il pianeta. Questo sentiero di armonia è lo strumento per superare la sofferenza umana ed interrompere il ciclo delle reincarnazioni che sono manifestazione di dolore. Così l’intensa spiritualità del buddismo si coniuga con l’antico sciamanesimo. Le manifestazioni di questa “coniugazione” sono continue: ad esempio gli “ovoo” che si trovano all’incrocio fra due piste nel deserto, in cima a tutte le innumerevoli montagne sacre della Mongolia ed in luoghi di grande fascino, come la cascata di Orkhon. Si tratta di cumuli di sassi e rocce, ai quali i viaggiatori aggiungono nuove pietre, generalmente tre, che vengono depositate sul mucchio ad ogniuno dei tre giri rigorosamente in senso orario che si compiono per chiedere benevolenza e fortuna agli spiriti dei luoghi che saranno attraversati e per ringraziare gli spiriti che li hanno assistiti benevolmente fino a quel momento. Molti lasciano fra i sassi anche denaro, cibo, immagini sacre, preghiere stampate su stoffa, pietre semipreziose, simboli del bene ricevuto, come le stampelle che non si usano più grazie alla salute invocata e ritrovata. Poiché il cavallo è sacro per i mongoli, ecco spesso comparire sugli ovoo crine e piccoli cavalli intagliati nel legno, quasi giochi per bambini. Ma soprattutto sugli ovoo trovate le “khadag”, le sciarpe azzurre che si acquistano nei monasteri e che agitandosi al vento del Gobi ripropongono continuamente il colore dei suoi cieli più tersi ed infiniti, come preghiere.

Talvalta, lungo le piste oppure quando si incrociano, al posto di un ovoo si trova una “suvarga“, la tomba di un lama particolarmente importante ed apprezzato. Si tratta sostanzialmente di un sorta di parallelepipedo, sormontato da una nicchia contenente di solito una immagine sacra, spesso del Buddha. Tutto attorno grossi sassi posti geometricamente definiscono uno spazio di rispetto, come si usava nell’atichità per i khan ed ancor oggi per i capiclan importanti. La gente lascia vicino alla tomba gli stessi piccoli oggetti che troviamo sugli ovoo, anche se di dimensioni minori, quasi a non volere distogliere l’attenzione dal lama, dal saggio cioé cui si deve rispetto e venerazione.

Infine, i monasteri hanno un ruolo decisivo. Poiché le preghiere sono in lingua tibetana ed anche scritte nell’alfabeto tibetano, nessun mongolo che non sia un monaco sa pregare. Diviene dunque indispensabile rivolgersi ad un monastero per chiedere che i monaci invochiino un intervento divino a favore proprio o di persone care. Le preghiere dei monaci vengono comperate e costano tanto più quanto più importante è quel che si vuol ottenere. C’è in quest’uso di una lingua sconosciuta per giungere alla saggezza ed al rapporto con ciò che è divino, un elemento misterico ed esoterico, penetrabile solo affidando ai monaci un proprio figlio maschio, perché diventi a sua volta monaco e possa accedere ai misteri. Similmente, per secoli i contadini friulani e veneti hanno ascoltato messe in un per loro incomprensibile latino e solo un figlio prete consentiva di considerarsi davvero partecipi di quei misteri.

Non potendo pregare, nelle visite ai monasteri i mongoli acquistano anche bandiere e bandierine che, stampate, riproducono preghiere. Quelle bandiere, esposte al vento, disperdono all’infinito preghiere incomprensibili di una lingua sconosciuta. Un altro modo per accattivarsi gli spiriti divini è  far girare una ruota di preghiera, un cilindro formato da una lastra generalmente di ottone, sul quale viene incisa una preghiera. Anche quel girare diffonde preghiere nell’aria.

Ma non solo lo sciamanesino ha influenzato il buddismo. Anche quest’ultimo è divenuto parte fondamentale della vita della gente. Basti pensare alla “gher“, la robusta tenda usata dai mongoli, alla sua struttura ed all’organizzazione della vita al suo interno.


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  • Pubblicato il 31 luglio 2011

Il deserto è la chiave per capire la spiritualità del popolo mongolo.

Dopo il crollo dell’impero sovietico, in tutti i paesi che sono stati socialisti, la religione ha assunto un nuovo ed importantissimo ruolo.
Sappiamo bene come nei paesi dell’Asia centrale ex-Sovietica vi sia stato un grande risveglio islamico, fino al caso limite della Cecenia. Molto simile è stato il percorso del Kosovo, in Europa. In Romania ed in Russia le chiese nazionali ortodosse hanno in breve assunto un ruolo molto importante. Quasi sempre, il crollo dei sistemi socialisti ha determinato anche una crisi dell’identità nazionale degli stati, che hanno trovato nella religione una risposta identitaria molto importante.
Ma che cosa è successo in un paese come la Mongolia, nel quale, a parte una minoranza nazionale kazaka ed islamica che vive nelle regioni del nord ovest di questo paese grande sei volte l’Italia, la grande parte della gente si riconosce buddista?

Sono partito per la Mongolia per un viaggio al quale, oltre ad una rapida conoscenza turistica del deserto del Gobi, chiedo di dare risposta a questa domanda.

La Mongolia è un paese particolare, anche per la religione. Qui il buddismo è lamaista, vale a dire riconosce in Sua Santità il Dalai Lama la sua guida e nella più che millenazia tradizione tibetana il suo riferimento spirituale ed intellettuale. Il Tibet, occupato dai cinesi ed oggi rappresentato dalla diaspora dei suoi maggiori esponenti religiosi, e la Mongolia sono gli unici due paesi ad aver assunto questa particolare versione del buddismo come religione della grandissima maggioranza della popolazione. E non si è trattato di una posizione sempre marginale, se si pensa che fra i predecessori dell’attuale Dalai Lama, uno era mongolo.

La Mongolia è stato il secondo del mondo a proclamarsi socialista, alla fine del lungo e sanguinoso confronto armato che nelle steppe asiatiche e fino all’Oceano Pacifico aveva visto contrapporsi gli ultimi reparti lealisti dell’esercito imperiale russo e soprattutto i suoi reparti cosacchi e le guardie bianche all’armata rossa, mentre turchi, inglesi ed americani guardavano interessati a quel che succedeva, cercando di ostacolare i sovietici. Fu un condottiero mongolo, Suke Bator, ad intuire che questo grande gioco avrebbe potuto schiacciare il suo paese ed a schierarsi dalla parte che allora pareva in grado di consentire un nuovo sviluppo al suo Paese.
La Mongolia di allora viveva il lamaismo buddista come una impronta totale alla sua vita. Si calcola che allora i mongoli fossero trecentomila e la metà dei maschi erano monaci. Sostanzialmente il paese lavorava per mantenere gli oltre 200 monasteri che costituivano la colonna dorsale della religione di tutti, che in vari periodi si faceva letteralmente Stato, occupando tutto intero il possibile spazio istituzionale, assumendo nella sua massima guida spirituale anche le funzioni del Khan di tutti i mongoli. L’ateismo dei bolscevichi apparve senza dubbio a Suke Bator la soluzione migliore per uscire da questa situazione.

Ma c’era un’altra questione a spingere i mongoli ad avvicinarsi al comunismo: in Mongolia non esisteva la proprietà privata, un popolo di nomadi non poteva nemmeno concepire che gli enormi pascoli potessero essere appannaggio esclusivo di una persona o una famiglia. Il nuovo stato socialista, dopo una prima fase di tollerenza nei confronti di monaci e monasteri, condusse una vera e propria campagna repressiva, tanto che alla fine ne sopravvissero una decina. Migliaia e migliaia, fino alla seconda guerra mondiale, furono i monaci assassinati, decine i conventi distrutti, i contatti col Tibet resi impossibili.

Quando il primo maggio del 1990, durante la manifestazione del regime, uno striscione inneggiante a Gengis Khan fu accolto da un boato di consenso che bastò a far crollare il socialismo, il buddismo lamaista si presentava debolissimo dinnanzi al Paese. Eppure in breve fu chiaro che quella religione sarebbe stata fondamentale per il nuovo Stato, che proprio nel lamaismo avrebbe trovato la sua identità.

Questa dimensione “di stato” del lamaismo duddista mongolo è oggi facilmente riscontrabile in Mongolia, si vede presente in molti modi. Nel contempo è facilmente visibile la sua debolezza culturale ed intellettuale, dopo tanti anni di persecuzione. Il lamaismo in questo paese ha sempre vissuto un sincretismo rispetto al vecchio sciiamanesimo di cui prese il posto molti secoli or sono. Ebbene, oggi è soprattutto nelle sue manifestazioni legate al riconoscimento alla spiritualità dei luoghi e degli oggetti che possiamo riconoscerlo.
Nel prossimo articolo ve ne riferirò ampiamente. Tenendo conto che proprio il deserto è la chiave per capire la spiritualità di questo popolo.


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