• Pubblicato il 14 dicembre 2012

CULTURA A PORDENONE: QUEL CHE E’ EMERSO DAL DIBATTITO DI LUNEDI’ 10 DICEMBRE


Farei così una sintesi dell’incontro promosso lunedì scorso da “il Ponte” nella sala Degan della Biblioteca civica:

  1. Il passato non tornerà, non avremo più, per molto tempo e forse per sempre, la disponibilità di fondi per la cultura e l’associazionismo degli anni scorsi. Ma bisogna chiedere con forza che una parte delle pur magre disponibilità pubbliche alimenti ancora le attività culturali.
  2. Perciò è necessario immaginare novità sia nell’atteggiamento delle istituzioni, che in quello delle associazioni.
  3. Per queste ultime c’è la necessità di lavorare in rete e moltissimo nel web, cosa che per ora pochi fanno ed è uno dei sintomi dell’arretratezza italiana. Bisogna operare con logiche multi e transdisciplinari. Anche le istituzioni hanno la necessità di fare rete: a Pordenone soprattutto il Verdi, con teatri simili di città assimilabili a Pordenone, in Italia ed in Europa, anche per poter partecipare a progettazioni europee e per valorizzare le nostre migliori energie.
  4. Spesso è il nostro provincialismo a farci sottostimare quel che siamo capaci di fare. Un esempio è il caso dei “Tre allegri ragazzi morti” e del loro ultimo CD, che viene giudicato dalla critica uno dei migliori lavori del 2012 ed il gruppo riempie ovunque le sale. Ma lo stesso succede per Anzovino, Claudia Contin-Arlecchino, Theo Teardo ed altri.
  5. Le associazioni non devono aver paura del “mercato”, che non è necessariamente appiattente. Certo: costringe a misurarsi con la domanda, anche per stimolarla. Tutto il lavoro di formazione di questi anni non può non avere contribuito ad innalzare la qualità della domanda di cultura.
  6. C’è un grande tema, sul quale confrontarsi, nelle e fra le associazioni, ma anche con le istituzioni: quale capacità critica, verso la società contemporanea, abbiamo sviluppato in questi anni? Se tutte le attività culturali non hanno saputo sviluppare una capacità di anticipare o perlomeno di riconoscere la grave crisi sociale, economica, istituzionale, non hanno forse mancato ad uno dei loro compiti? Non è il senso stesso delle attività culturali ad essere messo in discussione da questa grave condizione del Paese?
  7. Perché non abbiamo “riconosciuto” la crisi? forse per il tipo di rapporto con le istituzioni cui il sistema della contribuzione ha legato le associazioni e le attività culturali nel loro complesso? Non c’è da sviluppare un rapporto diverso, nuovo, di maggiore autonomia? Non è che un rapporto troppo “stretto” con le istituzioni soffoca anche la creatività?
  8. Quanti gestiscono il potere istituzionale, comprendono questo elemento? Capiscono che bisogna cambiare il sistema della contribuzione perlomeno per questo motivo: per liberare energie e sviluppare una critica allo stato delle cose presente che è indispensabile alle dinamiche democratiche? Anche per questo bisogna passare da un sistema di contribuzione ad uno di finanziamento di progetti.
  9. Bisogna che anche in altro le istituzioni cambino: a che servono tre musei cittadini gestiti come succede ora? A nulla. O si da una svolta, si immette molta didattica nei musei e li trasformiamo in un “pezzo” del sistema educativo, oppure sono morti. Invece la Biblioteca civica è un modello diverso di relazione possibile con la città, per la sua chiara utilità sociale.
  10. C’è un esempio concreto delle possibilità aperte in questa fase difficile: in uno dei palazzi del centro oggi liberi (Badini potrebbe essere il migliore), portiamo l’associazionismo musicale e le scuole di musica, rendendolo vivo ed aperto. In cambio chiediamo alle associazioni interessate di intervenire nell’estate in città ed organizzare incontri e concerti durante tutto l’anno, aperti alla cittadinanza.
  11. Ovviamente c’è ancora molto altro, ma questi temi sono emersi con forza.
  12. Infine le due pagine dedicate dal “Messaggero” di mercoledì all’incontro sono un’ottima cronaca e valorizzano i tanti contributi portati al dibattito.

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  • Pubblicato il 16 maggio 2012
maxxi_roma99

Un articolo molto interessante sullo stato della cultura

Si riferisce a una ricerca fatta in Germania ma contiene molti spunti interessanti anche per l’Italia e la nostra realtà locale.

 

L’infarto della cultura
Vincenzo Trione
Corriere della Sera – La lettura 13/5/2012
Il collasso del sistema dell’arte: il manifesto-choc di quattro docenti tedeschi
Musei, teatri, biblioteche: è l’ora di chiudere chi produce soltanto costi

Il titolo è efficace: Der Kulturinfarkt. Ovvero, «L’infarto culturale». Il tono è da pamphlet e, insieme, da inchiesta giornalistica: un incrocio tra la saggistica militante e le ricognizioni sui mali culturali. Ne sono autori Armin Klein (professore di management a Ludwigsburg), Stephan Optiz (professore di management culturale all’Università di Kiel), Dieter Haselbach (direttore del «Centro di ricerca sulla cultura» di Bonn) e Pius Knüsel (Direttore della Fondazione Pro Helvetia). Un feroce j’accuse, che ha suscitato accesi dibattiti in Germania. Der Kulturinfarkt descrive un collasso: l’offerta cresce sempre di più, mentre la domanda diminuisce. Il settore culturale è a un passo dall’infarto: «Ci sono troppe cose e sono quasi ovunque le stesse». Inutile avere nostalgie o rimpiangere stagioni lontane. Occorre muovere da una verità: si sta inaridendo il flusso di denaro pubblico che, per decenni, si era riversato su musei e teatri, fondazioni e convegni, rassegne e associazioni. Cosa fare? Continuare a pretendere i benefit del passato? O protestare? Oppure fingere di non vedere i sintomi dell’agonia in atto? Servono le maniere forti, per gli autori di Der Kulturinfarkt. La ricetta è drastica. Tagliare gli interventi dall’alto, per ridistribuirli secondo nuovi criteri. Ci si deve portare al di là dell’assistenzialismo. Abbandonare la politica delle sovvenzioni. «Affaticare» il sistema nel suo insieme: solo in questo modo sarà possibile immaginare una ripresa. Il discorso di Klein, Optiz, Haselbach e Knüsel muove dalla Germania. Un Paese virtuoso, che ha un ricco tessuto di infrastrutture: 6.000 musei, 140 teatri, 8.000 biblioteche. Dopo aver a lungo «supportato» questa pluralità di presenze, lo Stato deve compiere scelte impopolari. Non ricorrere a tagli miopi, che non tengano conto delle specifiche situazioni (come aveva proposto qualche ministro in Italia). Ridurre i sussidi, affidandosi a metodi più seri e rigorosi. Non dare ascolto alle pressioni delle singole «realtà», dedite per lo più a difendere privilegi consolidati, cristallizzate, autoreferenziali, prive di flessibilità. E non farsi neanche ingabbiare dentro un intellettualismo di tipo adorniano. Insomma, evitare la pratica degli aiuti a pioggia. Privatizzare o addirittura «eliminare» istituzioni che hanno scarsa tendenza all’autofinanziamento: chiudere la metà dei musei, dei teatri e delle biblioteche. E destinare i sussidi rimanenti a un numero ristretto di istituzioni. Per favorire il «passaggio» del 25% dei fondi pubblici a imprenditori indipendenti sensibili al mercato globale e impegnati per incrementare il consumo interno dei prodotti culturali. E, poi, ad artisti, a start up creative e digitali, a università nelle quali si studino le discipline «estetiche». Si devono potenziare quelle iniziative che, progressivamente, potranno raggiungere l’autonomia, l’«autarchia». Dunque, più qualità meno quantità. Per consentire allo Stato di concentrarsi sulla tutela del patrimonio artistico e storico, che va considerato non come un salvadanaio da svuotare, ma come un giacimento etico e civile; non come un archivio di idee senza tempo, ma come una «materia» che si trasforma continuamente. I monumenti, i musei, il paesaggio, secondo Klein, Optiz, Haselbach e Knüsel, appartengono a tutti, ed è dovere di chi governa conservarli e valorizzarli, aprendosi all’aiuto da parte dei privati, con agevolazioni fiscali e con altre strategie di sviluppo: una chance potrebbe consistere nella creazione di piattaforme di crowd-funding (promosse da normali cittadini). Pur attento solo al contesto tedesco, Der Kulturinfarkt affronta tematiche che potrebbero essere agevolmente «riambientate» nel nostro Paese. Che, tra la seconda metà degli anni Novanta e oggi, ha vissuto due fasi. Si pensi al fenomeno dell’«invasione» dei musei d’arte contemporanea. Dapprima, c’è stata la stagione dell’effervescenza. All’origine, c’è una felice intuizione dell’ex sindaco di Napoli, Antonio Bassolino, tra i primi ad aver capito che l’arte d’avanguardia può essere un efficace strumento per il rilancio di una città. Anche sulla scia di questa idea, sono nati il Pan e il Madre (a Napoli), Palazzo Riso (a Palermo), il Marca (a Catanzaro), il Man (a Nuoro), il Museo del Novecento (a Milano), il Macro e il Maxxi (a Roma) e tante esperienze a livello locale. Un’ondata che rivela un’autentica sensibilità civile da parte di alcuni amministratori: la necessità di difendere alcuni gesti «audaci» dalle logiche del mercato; il bisogno di rendere più accessibile alla comunità l’arte del nostro tempo; il desiderio di informare i cittadini sul divenire dei linguaggi attuali. Ci sono stati eccessi, sprechi. Così, all’ebbrezza è seguito il riflusso. Alcuni dati di questi ultimi mesi: la crisi del Pan, del Madre e di Palazzo Riso, il deficit del Maxxi, i problemi del Macro. Un declino espresso simbolicamente dall’incendio di alcune opere della collezione del Cam di Casoria. Siamo in piena austerity. Sempre più spesso, a imporsi è la convinzione secondo cui l’arte sia solo un buco che assorbe risorse già scarse, senza produrne altre. Si dimentica, però, che il sistema della produzione culturale, come ha sottolineato Pier Luigi Sacco, non solo è un meta-settore industriale, ma è anche, tra i comparti più grandi e redditizi del terziario avanzato, con un fatturato pari al doppio di quello delle aziende automobilistiche. Eppure, queste verità sfuggono. Si preferisce adottare una prospettiva priva di coraggio e di lungimiranza. Come uscire da questa condizione? Si possono imboccare tante strade. Ad esempio, ci si potrebbe riferire a quanto accade in Francia, dove da anni si stanno sperimentando forme di azionariato diffuso e popolare: con circa 7.000 membri, la «Société des Amis du Louvre», come ha osservato Marc Fumaroli, è «il principale mecenate privato con una media di 4 milioni di euro l’anno». Ogni cittadino può entrare in istituti come questo, avvantaggiandosi della possibilità di detrarre dalle tasse il 66% di quanto regalato al museo (le imprese arrivano fino al 90%).
Inoltre, determinante sarebbe una ridefinizione corretta dei rapporti tra pubblico e privato. Da un lato, il pubblico: deve impegnarsi in ambiti che non garantiscono sicuri margini di profitto, eppure decisivi per alimentare ricerche innovative. Dall’altro lato, il privato: deve sostenere attività affini ai suoi settori d’intervento e fornire capitali per lo sviluppo di segmenti culturali strategici (illuminante la collaborazione tra Bmw e Guggenheim di Berlino). Ma, forse, la questione è più delicata di quanto ritengono molti economisti. Come affermano gli autori di Kulturinfarkt, lo Stato dovrebbe iniziare a dirottare importanti risorse anche sulla formazione: sulle università «artistiche». Perché, in fondo, è proprio questa la scommessa: investire sulla scuola. Ecco la battaglia da combattere. Nell’epoca dell’«intelligenza di massa», la sfida è: alfabetizzare in un’ottica contemporanea, trasmettendo solidi valori morali e intellettuali. A tal proposito, potremmo ricordare quanto ha scritto Alessandro Baricco in un articolo di qualche anno fa: «Smettetela di pensare che sia un obiettivo del denaro pubblico produrre un’offerta di spettacoli, eventi, festival: non lo è più. (…) Quei soldi servono a una cosa fondamentale, una cosa che il mercato non sa e non vuole fare: formare un pubblico consapevole, colto, moderno. E farlo là dove il pubblico è ancora tutto, senza discriminazioni di ceto e di biografia personale: a scuola, innanzitutto».


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  • Pubblicato il 24 aprile 2012
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Zanolin a Jacob: le risorse non bastano La cultura serve ma non sfuggirà ai tagli

Questa la mia risposta all’intervento di Livio Jacob pubblicato sul Messaggero Veneto di qaulche giorno fa e che riporto alla fine del mio intervento.

Fa ancora discutere il dibattito sui budget a disposizione della cultura in quest’epoca di crisi. Stavolta è il consigliere comunale Gianni Zanolin a replicare alla lettera aperta inviatagli, sulle pagine del Messaggero Veneto, dal presidente delle Giornate del cinema muto Livio Jacob. * * * Livio Jacob difende con passione le sue “Giornate del Cinema Muto”. Fa bene, è stata una bella manifestazione. Lo fa però come se questa Italia, in cui la gente non sa come giungere a fine mese, fosse la stessa di prima, anche di pochi anni fa, nella quale ci illudevamo che ci fossero soldi per tutto e poi abbiamo scoperto che, per averli, facevamo, noi italiani, debiti che ora non riusciamo più a pagare. Lo fa senza rendersi conto che, dalle indagini congiunturali di Unindustria Pordenone, emerge che gli impianti delle nostre imprese industriali sono utilizzati al 60 % e la tendenza è a diminuire. Il numero di cassaintegrati e licenziati aumenta ogni giorno. In occasione del Bilancio, in Consiglio comunale l’opposizione di destra ha proposto robusti tagli alla cultura ed ad altro per pagare tutti meno IMU. Ho sostenuto, anch’io all’opposizione ma non di destra, che non si doveva tagliare sulla cultura, ma elaborare nuove politiche culturali all’altezza della situazione. L’assessore Mio, presentando il bilancio, aveva costruito una sorta di relazione fra le politiche culturali di un territorio e quel che sul quel territorio si produce di beni e servizi: più alte le prime, migliore il prodotto. Si può essere d’accordo o meno, ma è un parallelo intrigante, che a me sembra un po’ troppo meccanico. Ho proposto all’Assessore Cattaruzza una riflessione. Siamo alla ricerca di mercati di sbocco per merci da realizzare, sia con le vecchie che con nuove aziende da far nascere. Inevitabile pensare a quei paesi del mondo dove si cresce, invece che regredire: Brasile, Cina, India, Sud Africa ed altri. Dobbiamo capire se possiamo essere utili a quei popoli: come ed in che cosa? Per saperlo, dobbiamo comprendere quelle genti, le loro culture, le loro aspirazioni. Basta internet? Basta andare là, girare, parlare, prendere contatto? Possiamo realizzare un grande incontro annuale al quale invitiamo operatori sociali, culturali, economici e politici di uno o più di questi paesi, per comprenderli meglio? È nato così l’esempio delle “Giornate del Cinema Muto”, durante le quali invitiamo (e spesiamo, taluni del tutto, taluni in parte ed alcuni per nulla) molte centinaia di studiosi da tutto il mondo. Ma molte altre idee possono essere messe in campo, da altri più capaci di me. Ma serve “cultura” e servono risorse, che invece sono poche e caleranno. E serve decidere cosa viene prima, cos’è più importante, posto che le risorse per fare tutto non ci sono. Viene prima continuare ad indagare sulla storia del Cinema Muto? Jacob ci spiega di sì. Cattaruzza, in Consiglio comunale, non ha avuto dubbi: difesa a spada tratta dell’esistente e non si cambia nulla. Io scrivo queste righe seduto in riva al Noncello ed aspetto disincantato e triste l’ineluttabile, certo che, non potendo alla lunga difendere l’attuale establishment culturale cittadino, giungeremo inevitabilmente anche a duri tagli alla cultura. Succede così quando si confonde se stessi ed il proprio ruolo con i temi e le questioni. Solo una insignificante cosa vorrei dire per concludere, relativamente alla grande immagine che le manifestazioni culturali proiettano di Pordenone. Siccome mi capita troppo spesso di andare al cinema e dover sentire, ultimo anche da Woody Allen, che Pordenone è la città più buzzurra d’Italia, potrebbero Jacob e gli altri sodali fare un piccolo sforzo nel mondo del Cinema per dire loro “Ma come! Se ci facciamo le Giornate del Cinema Muto!”. Almeno, con quel che spendiamo, limitiamo i danni. Giovanni Zanolin ©RIPRODUZIONE RISERVATA

ECCO L’ARTICOLO DI LIVIO JACOB

Spese per le Giornate del cinema muto Alta tensione tra Jacob e Zanolin

Il Cinema Muto stavolta si mette a parlare, anzi a tuonare. Lo fa attraverso il presidente delle “Giornate”, Livio Jacob, a cui non sono andate giù alcune dichiarazioni rilasciate nell’ultimo…

Il Cinema Muto stavolta si mette a parlare, anzi a tuonare. Lo fa attraverso il presidente delle “Giornate”, Livio Jacob, a cui non sono andate giù alcune dichiarazioni rilasciate nell’ultimo consiglio comunale da Gianni Zanolin circa budget e prestigio della cultura pordenonese. Ecco la sau lettera aperta.

* * *

Dopo aver appreso dalla stampa locale delle dichiarazioni sulle Giornate del Cinema Muto fatte in Consiglio comunale da Gianni Zanolin (Il Ponte), osservo con dispiacere come, come ancora una volta, il festival venga attaccato per fini che nulla hanno a che vedere con la nostra attività.

Mi sento tuttavia in dovere di replicare, giacché il consigliere, affermando che “paghiamo studiosi di cinema di tutto il mondo che vengono a Pordenone”, lascia intendere che copriamo le spese di alloggio di tutti i partecipanti alla manifestazione. Se così fosse, dovremmo disporre di ben altro budget!

Come noto, le Giornate del Cinema Muto si realizzano grazie al sostegno, oltre che di sponsor privati come la Banca FriulAdria-Crédit Agricole, di enti – Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Friuli Venezia Giulia, Comune e Provincia di Pordenone, Camera di Commercio, Fondazione Crup – cui dobbiamo annualmente e dettagliatamente rendicontare l’utilizzo delle singole sovvenzioni. Ora, le spese di alloggio sostenute dal festival – e si tratta comunque di somme che vengono redistribuite sul territorio – sono quelle relative a organizzatori e staff (inclusi i musicisti che accompagnano le proiezioni dal vivo) e ai collaboratori in senso lato, vale a dire archivisti, restauratori, studiosi e giornalisti che con il loro lavoro contribuiscono alla buona riuscita della manifestazione, trovando film, prestando copie, fornendo le schede per il catalogo, scrivendo recensioni e promuovendo quindi il festival e la città. A questi collaboratori, in una sorta di “do ut des”, le Giornate offrono alcuni giorni di ospitalità. Riassumendo, sul totale dei presenti, organizzatori compresi, l’8% alloggia a totale carico delle Giornate; un altro 32% a carico parziale del festival (da 2 a 5 notti); il restante 60% provvede personalmente al pagamento dei propri costi alberghieri.

Mentre punta il dito su quanto le Giornate costano alla comunità, Zanolin tace sui benefici che esse portano. Eppure, proprio per rispondere alla sua domanda, e cioè se Pordenone possa ancora permettersi “certe manifestazioni”, occorre considerare altri fattori. Non mi riferisco solo al pur importante contributo che le Giornate danno in termini di arricchimento della vita sociale e culturale pordenonese e di veicolazione di un’immagine positiva della città a livello nazionale e internazionale (mi piace ricordare a questo proposito che le Giornate sono conosciute in tutto il mondo come Pordenone Silent Film Festival), ma alla loro ricaduta economica sul territorio. Ricaduta che – sia in base alle nostre elaborazioni, sia in base ad un recente studio condotto dalla Iulm di Milano con l’Afic (Associazione Festival Italiani di Cinema) e con l’istituto di ricerca Makno secondo il quale per ogni euro investito nel settore dei festival cinematografici ne ritornano circa tre nel territorio – possiamo quantificare in oltre un milione di euro.

Un quarto di questa cifra è riferito a costi sostenuti direttamente dal festival. I restanti tre quarti comprendono 400 mila euro di spese di pernottamento sostenute dagli ospiti; 250 mila euro circa di spese di vitto, sostenute sempre dagli ospiti; 125 mila euro di ulteriori spese riconducibili ad altri settori del terziario pordenonese quali farmacie, supermercati, profumerie, negozi di abbigliamento e calzature, librerie, tabacchi, edicole, taxi, ecc. A fronte di un “investimento” inferiore ai 200 mila euro (a tanto ammonta il sostegno complessivo alle Giornate da parte di sponsor ed enti del pordenonese), la ricaduta di un milione di euro non sembra un risultato così negativo. Certamente lo pensava anche Zanolin quando, come assessore della giunta Bolzonello, auspicava il rientro delle Giornate a Pordenone dopo la trasferta di otto anni a Sacile.

Livio Jacob – Presidente delle Giornate del Cinema Muto

©RIPRODUZIONE RISERVATA

21 aprile 2012

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