• Pubblicato il 12 settembre 2011
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Webromanzo – capitolo 2

2

Respiro profondamente. Devo riprendermi, calmarmi. Mi allontano, faccio esercizi di respirazione, cerco di non vomitare. Dopo qualche minuto il senso di nausea mi ha lasciato. Torno all’auto.

Se qualcuno fosse vivo? Quello al posto di guida no di certo. Osservo gli altri due: non danno segno di vita, nessun respiro, nemmeno minimo. Devo ricordarmi di non toccare niente ed anche i passi che faccio attorno alla macchina li devo pensare, non lasciare nulla al caso, nessun Cogne 2.

Ora cosa faccio? Ad Aviano ci sono i carabinieri, li avviso? A Pordenone tre morti ammazzati non ci sono mai stati. E poi li ho scoperti io, quasi un segno del destino: è meglio che facciamo noi. Prendo il BlackBerry e vedo se c’è campo. Ce n’è quanto voglio. Chiamo Michele, il mio vice. Non sono nemmeno le otto e perciò lo sveglio.

“Michele?”
“….cazzo vuoi?”
“Alzati e vai subito in ufficio. Ho trovato tre morti ammazzati in Castaldia”
“…cosa hai trovato? Dove?”
“Tre morti sparati, in Piancavallo”
“Ma è Aviano, chiama i carabinieri e non rompere i coglio…”
Non lo faccio finire.
“Vai subito in ufficio, è un ordine!”, mi tocca gridare. Lui mette giù il telefono. Lo richiamo.
“Ho capito, cazzo, mi lavo e vado”
“Avverti Romano, non mi frega niente dov’è e con chi. Deve stare in ufficio con te. Vi chiamo man mano che ho bisogno. Non prendete impegni personali”. Chiudo.

Chiamo il 113.
“Questura”.
Riconosco la voce, è Nicolosi, un agente cui dopo un cancro non affidiamo più compiti operativi.
“Nicolosi, sono Tonelli. Ascolta: c’è un’emergenza in Piancavallo. Mandami subito due volanti qui con tutto il necessario per isolare la zona. Digli che mi chiamino mentre salgono, così gli dico dove sono. Ok?”
“Ok. Avverto la dottoressa Marinelli?”
“Faccio tutto io, tu mandami le due volanti. Chi c’è di turno stamattina?”
“Santarossa, Salvador, Grizzo e Caputo sulle volanti”
“Va bene, mandameli subito. Nico, ascolta: se dici ai giornali che sta succedendo qualcosa in Piancavallo prima che siano passate due ore, ti faccio nero. Chiaro?”
“Chiarissimo”

Chiamo Katia Marinelli, una delle prime donne ad essere nominata Questore, mandata a Pordenone perché ancora non si fidano delle donne e questa è una piccola città tranquilla, dove non si fa carriera, non si va in televisione. È una bella donna, più giovane di me.
“Buongiorno dottoressa, sono Tonelli”
“Di sabato mattina presto? Cos’è successo?”
“Ho trovato tre morti ammazzati in Piancavallo”
“Tre morti ammazzati? Pazzesco. E li ha trovati lei! Andava a funghi?”
“Lei ormai mi conosce”
“È zona dei carabinieri”
“Tre morti ammazzati è roba delicata. E li ho scoperti io”
“E va bene, glielo spiegherò. La raggiungo?”
Non deve aver nulla da fare, stamattina. Però è una brava persona, mi fa piacere se viene.
“Venga. Quando arriva in Castaldia giri a destra. È la strada che porta a Col Alto. Mi trova facilmente”.
“Si faccia mandare due volanti e la scientifica”
“Certo”
“Avverte Lei il sostituto di turno”
“Subito. L’aspetto”. Chiudo.

“Buongiorno dottore, sono Vitale Tonelli. È lei di turno?”
Sono al telefono con il dottor Enrico Tassan Zanin, un giovane magistrato, gran passione per la vela.
“Buongiorno Tonelli. Sì, sono io di turno, stavo per andare in ufficio. Mi dica”
“Ho trovato tre morti ammazzati in Piancavallo”
“Tre morti ammazzati? In Piancavallo? Sopra casa mia! Dove esattamente?”
Giusto cazzo, Tassan Zanin è di Aviano, abita qui sotto.
“In Castaldia, dove il sentiero che sale dal Bornass si incontra con la strada che porta a Col Alto”
“Conosco bene. E chi li ha scoperti?”
“Io. Stavo andando a funghi…”
“Incredibile. Io sono qui sotto, salgo subito. Lei è molto esperto, sa che non deve toccare niente, lasciamo tutto ai rilievi della scientifica. Va bene?”
“Non dubiti. L’aspetto”
“Arrivo” e chiude.

“Franco?”. Franco Santarossa detto Santa, è uno dei “miei” agenti, ottima persona, passione per le auto, corre e sa farlo bene. Appassionato di funghi, qualche volta ci andiamo assieme. Mi fido di lui come di me stesso.
“Siamo partiti, commissario”
“Ascolta Santa, non servono sirene, non fate casino. Ma salite veloci, vi voglio qui subito. Quando siete in Castaldia prendi la strada che porta a Col Alto. Io sono dove sbuca il sentiero che sale dal Bornass”
“Conosco il posto”. Vero, c’è stato con me.
“Vi aspetto”.

Mario Mazzariol è il collega che è a capo della scientifica.
“Mario?”
“Vidal! Che succede?”
“Tre morti sparai, in Piancaval”
“Ostia! Roba nostra?”
“Bianchi de sicuro. Siccome no go tocà niente, no so se i xe nostri o altro. Li go trovai mi”
“Te ‘ndavi a funghi, me imagino”
“Si”
“Rivo subito. Me tocarà sveiar un poca de zente, ma faso presto. Rivo. Ma dove?”
“Ciapa la strada per Col Alto, no te sbagli. Portete il dotor”
“Quel me farà cainar, sarà in giro a fotografar. Rivo”
In effetti trovare Dal Bon significa nel 50 per cento dei casi interromperlo mentre fotografa la città e nel 30 mentre seziona cadaveri.

Silvia, avviso Silvia. La chiamo.
Suona e non risponde, come al solito. “Questa è la segreteria telefonica di Silvia Cogo. Lasciate un messaggio dopo il bip e vi richiamerò appena possibile”. E come no, richiamerai.
“Son Vidal. Ciao amore. Statenta, andavo a funghi e go trovà tre morti dentro ‘na machina. Da no creder. Te pol star sicu…”
Ho visto una cosa incredibile proprio mentre lascio il messaggio a Silvia. È una cosa pazzesca! Mi riprendo.
“Silvia, no vignarò a magnar. Scusa, me toca scampar. Ciao amore mio”.

Sulla parte sinistra dell’auto, nella porta anteriore, c’è una stella graffiata, a cinque punte, dentro un cerchio. A destra una B, a sinistra una R. Brigate Rosse. Pazzesco! E l’ho vista mentre ero al telefono con Silvia! Incredibile!

Cosa devo pensare di quella stella? Una rivendicazione? Che cosa? Ma esiste un gruppo di fuoco delle BR dopo l’arresto della Lioce? Cos’è sta’ roba che mi è caduta fra le mani?

Avviso? Avvertirò Tassan Zanin, decide il magistrato. Apro il blackberry, chiamo Tassan Zanin.

“Sta salendo?”
“Sono in Pra’ de Plana”
“Ho novità”
“Dica”
“Sulla macchina è stata graffita una stella a cinque punte dentro ad un cerchio e sotto hanno scritto un B ed una R maiuscole”
Silenzio. Mi sta ascoltando e non crede alle sue orecchie.
“Arrivo subito”.

Devo concentrami sulla scena.
Osservo con attenzione in terreno attorno alla macchina e vedo che ci sono molte fatte di vacca, alcune sono fresche, altre meno, altre secche. L’auto quando ha parcheggiato è passata sopra alcune merde ed ha lasciato l’impronta dei pneumatici. Controllo se io ne ho pestata qualcuna. No. Ecco un vantaggio dell’andar per funghi, scansi automaticamente le merde delle vacche. Funghi! Cazzo, ho lasciato il cestino vicino alla pietra dove mi ero seduto, fra poco il sole li affloscia. Vado a prenderli e li porto veloce sotto un faggio, al fresco, attento a dove metto i piedi. Poi torno alla macchina.

Lattine di birra Budweiser da mezzo. Molte, attorno all’auto. I ragazzi bevevano e gettavano via le lattine. Budweiser: sono americani? Guardo meglio dentro l’auto. C’è una vecchia copia di USA Today. Sono della base, chissà chi sono, cosa facevano. E c’è un odore acre, che conosco bene: hashish.

Per terra ci sono troppe lattine, non possono essersele bevute tutte la scorsa notte. Prendo un legnetto da terra, lo infilo nel primo barattolo. Non esce niente. Annuso: quasi non si sente odore di birra. Rimetto giù. Ne alzo un altro: esce un po’ di birra e l’odore è intenso: questa è di ieri sera. Confermato, non era la prima volta.

Sento una macchina che sale. Che siano i miei? Così presto? No, è una BMW nera. Sembra rallentare mentre si avvina allo spiazzo, ma poi riprende la sua corsa. Guardo dentro: è uno solo a guidare. Mi pare di conoscerlo. Passa e guardo la targa: BH846AP. Chi è quel tipo? Io lo conosco. Ormai a Pordenone, dopo tanti anni, conosco un po’ tutti. Chi è quel tipo che ora va in Piancavallo? BH846AP. Sono le 8 e 18 minuti.

“Michele? Voglio sapere di chi è la BMW nera targata BH846AP. Più presto che puoi. Hai trovato Romano?”
“Sta arrivando”
“Ok”

Chi cazzo è quel vecchio? Avrà fra i 65 ed i 70 anni, chi è? Sento qualcosa dentro di me che dice che quell’uomo è importante. Ma chi cazzo è?

“Vidal?”
“Si”
“La BMW è di un certo Michele Quercioli, nato a Milano nel 1943 e residente a Padova”.
Caz… Ecco chi era.
“Vidal?”
“Si, sto ragionando”

“Romano è già lì? Passamelo”

“Romano? Ascolta: nel primo cassetto della mia scrivania ci sono le chiavi di casa mia. Prendile…Trovate? Bene. Adesso tu vai a casa mia, prendi il computer di casa ed il portatile, stacchi tutto e porti tutto in Questura, in ufficio e lasci tutto scollegato. Prima però scolleghi il mio PC dell’ufficio da internet. Chiaro?”
“Chiaro. Perché?”
“Te spiego quando che se vedemo”.
Sono le 8 e 27 minuti.

Michele Quercioli è, o era, un ufficiale dei Carabinieri, in realtà è sicuramente ancora oggi uno dei servizi. Tanti anni fa riuscì quasi a rovinarmi la vita, per fortuna il Questore di Venezia di allora, Dio l’abbia in gloria!, me la salvò. Se mi ha riconosciuto, di una cosa posso star certo: che fra poco i miei PC saranno pieni di immagini pedopornografiche, di messaggi di spacciatori e ricettatori, di estratti conto di banche delle più sperdute isole dei caraibi. E fra qualche minuto il mio BB sarà sotto controllo. Mi avrà riconosciuto? Si aspettava di trovarmi qui? Impossibile! Sa di sicuro che lavoro in Questura a Pordenone, ma che io sia qui prima di lui, impossibile da prevedere. Perché se è qui alle otto del mattino di un sabato di fine giugno, è solo perché sapeva che in un’auto c’erano tre ragazzi americani morti sparati ed una stella a cinque punte graffiata sull’auto. Ma io sono qui per caso, potrebbe non avermi riconosciuto. E se mi ha riconosciuto?

Se vogliono depistare, lo faranno. Cosa posso fare per impedirlo? Foto, più foto che posso. Apro il BB, imposto la camera e via, foto della macchina, foto dei cadaveri, foto dello spiazzo, foto delle merde di vacca, foto dei barattoli. Scatto una trentina di foto e mi metto ad inviarle via mail in ufficio. Mentre smanetto sento Santarossa che sgomma e arriva. Seleziona indirizzo, copia, seleziona immagine, invia…, copia indirizzo e spedisci. Seleziona indirizzo, copia, seleziona immagine, invia…, incolla indirizzo e spedisci. Seleziona immagine, invia…, incolla indirizzo e spedisci. La prima volante arriva alle 8.31. Hanno corso come matti.

“Ragazzi fermi sull’asfalto. Ok? Ora prendete il nastro della Polizia di Stato e isolate tutto lo spiazzo sterrato. Chiaro? Voglio che qui dentro entri solo chi è autorizzato da me. Chiaro? Rispondete cazzo: è chiaro?”
“Chiaro, commissa’!”
“Bravo Caputo! Non voglio curiosi fra i coglioni. Se passa qualcuno, fatelo circolare”.

Seleziona immagine, invia…, incolla indirizzo e spedisci. Smanetto come un ragazzino e finisco mentre Tassan Zanin scende dalla sua auto. Sono le 8.39.

“Benarrivato dottore”
“Buongiorno commissario. Posso andare a vedere?”
“Si, faccia da solo, ma stia attento a non calpestare quelle merde di vacca. Secondo me sono importanti”.
“Merda di vacca!”

Il Sostituto si avvicina all’auto. Lascio che si renda conto della situazione e si faccia un’opinione, non voglio mettergli il fiato sul collo. Intanto dico a Santa di avvicinarsi.

“Adesso tu fai una cosa. Prendi una volante e sali in Piancavallo. Vai pianissimo. Devi trovare una BMW nera targata  BH846AP. Ti sei scritto la targa? Bene. Quando la scorgi fai finta di niente, parcheggi lontano, torni indietro a piedi. Togli la sicura dalla pistola e tienila in mano. Cerca un uomo fra i 65 e i 70, fisico asciutto, faccia dura. Non devi farti vedere, capito? Non devi farti vedere! Chiaro? Quello è un figlio di puttana, uno che può ammazzare. Voglio che lo trovi e mi dici se sta con qualcuno. Hai una macchina fotografica?”
“Ho il Blackberry”.
“Ottimo. Fermo lì”

“Dottor Tassan, mi scusi. Potrebbe prestarci la sua auto per pochi minuti? Devo mandare l’agente Santarossa in Piancavallo a comperare una cosa che ci serve e le due volanti le vorrei tenere qui…”
Tassan mi allunga le chiavi senza nemmeno rispondermi.
“Tieni Santa, usa quella del Sostituto. Sarà più difficile riconoscerti. Quando hai finito vai a comperare due rotoli di nastro adesivo e torna qui, restituisci le chiavi e ringrazi. Tutto chiaro?”
“Chiaro commissario!”
“Santa, ricorda una cosa: pru-den-tissi-mo! Chiaro? Vai!”

Vado verso il sostituto. Sono le 8.43.


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  • Pubblicato il 10 settembre 2011
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Senza titolo, webromanzo – capitolo 1

Cari amici,

questo è  il primo capitolo del romanzo (senza titolo) che vorrei diventasse un “webromanzo”.

Poche parole di introduzione. L’io narrante è un commissario della Polizia di Stato. Si chiama Vitale Tonelli. Da ragazzo, mentre frequentava l’Università a Trieste, hanno cominciato a chiamarlo “Vidal” e tutti lo conoscono come Vidal Tonelli.

Come leggerete, per puro caso Vidal giunge per primo sulla scena di un triplice omicidio, destinato a riaprire una vecchia storia, per lui dolorosissima.

Mi aspetto domande e suggerimenti.

A tutti dico che non mi considero affatto uno scrittore e questo romanzo non cerca neppure un editore, visto che lo stiamo già pubblicando sul web. Mi sto solo divertendo a scrivere la sera, dopocena, invece di perder tempo con le solite cose. L’idea di scrivere assieme a tanti amici mi diverte ancor di più.
È chiaro che io ho in mente tutta la storia ed è là che condurrò Vidal. Ma voi mi potete far vedere e capire incongruenze, errori, contraddizioni. Anche sul piano della scrittura mi potete dare una mano, segnalando passaggi poco chiari, aggrovigliati, incongrui, stilisticamente dubbi. Infine, il titolo lo decideremo assieme.
Alla fine del lavoro di scrittura tutti quelli che avranno dato consigli saranno ricordati e leggendo potranno riconoscere il loro contributo.
Bene, si parte: impariamo a conoscere Vidal. Anzi, di più: guardiamo coi suoi occhi, pensiamo con la sua mente, assieme.

1

Salire, in mezzo all’erba: cammino prati antichi ed accarezzo con le mani gli steli più alti. Questo desideravo e sto facendo.

In questo sabato di fine giugno, presto che il sole era appena comparso, lontano, dietro al monte Nero, quando tutto è fresco e nuovo, quasi lavato, l’aria tersa, salgo il sentiero che dal Bornass porta in Castaldia, per sfogarmi con montagna, silenzio, funghi. Soprattutto funghi, in questo posto magico per loro, che siamo in pochi a conoscere ed è difficile da camminare.

Ho lasciato la golf davanti all’osteria del Bornass quando ancora tutti dormivano, alle cinque e mezzo. Calzati gli scarponi, preso il cestino, controllo di avere chiavi, coltellino, portafoglio con dentro il permesso per raccogliere funghi e telefono. Prendo il bastone da pastore ereditato da mio padre, mi incammino. Passo davanti alla fontanella, mi metto in bocca un poco d’acqua e la sputo: troppo fredda a quest’ora. Poi, riempita una bottiglia da mezzolitro, mentre imbocco il sentiero che, subito, arrampica duro, ripenso a quel che spero.

Quando e quanto è piovuto nell’ultima settimana? Come siamo con la luna? Qual è stata la temperatura? Risposte confermate: mercoledì c’è stato un gran temporale, poi due giorni di sole, oggi è il terzo. Si è fatta la luna. La temperatura è calda di giorno, la notte non va sotto i dieci gradi. Tutto come dev’essere.

Dunque cos’avrei dovuto trovare? Molti porcinelli, neri e rossi, scaber e rufus, sotto le betulle ed i noccioli. Molte russole, i verdoni, russola virescens, vicino alle querce, fra l’erba. Qualche porcino, il boletus aestivalis, fra le querce, ai margini del piano formato dal bosco di betulle. Poi salendo, quando il bosco lascia posto ai prati, avrei trovato i prataioli, psalliota campestris, con le loro lamelle rosa e rosse quando sono giovani, nere quando, maturi, non mette conto raccoglierli. Ma da due giorni io sognavo di trovare i funghi più belli del mondo: i boleti appendicolati, boletus appendiculatus. Hanno la classica forma dei porcini, ma il manico e la spugna che sta sotto il cappello sono gialli, di un giallo intensissimo. Ed il cappello è rosso e rosa. Qui, in questo sentiero di mezzacosta che sale verso Piancavallo, li ho sempre trovati sotto ai noccioli, fra l’erba. Hanno una forma gentile, bellissima, femminile, quasi commovente per me. Siccome sono gialli, la gente ne diffida e credo di essere l’unico, su questo sentiero, a raccoglierli. Meglio così, sono anche buonissimi.

Io non raccolgo molti funghi. In casa siamo solo in due, li mangio solo io. Mi dico: se stamattina trovassi qualche appendicolatus e due o tre aestivalis, qualche virescens ancora da sbocciare, magari qualche campestris fresco lassù sui prati della Castaldia: dai, sarebbe il massimo.

Ora, che sono a metà fungata, riposo sotto un sorbo, grato per la sua ombra, qui in mezzo al prato, superata la Madonnina dove il sentiero esce dal bosco di betulle.

Guardo, fiero, il mio cestino: oltre le previsioni, fino ad ora.

Avevo iniziato domandandomi se dovessi raccogliere quei piccoli croccanti porcinelli neri, sotto alle betulle che contornano il primo pianoro. No, non riempire il cestino con quelli, poi ti fai prendere e raccogli la qualunque, il “misto” annerisce e non è invitante. Li ho lasciati, mi chiedevo a chi. Fatti i primi due tornanti del sentiero, in piena luce, sono entrato nel bosco. Di nuovo i porcinelli, molti davvero. Ancora il dubbio: li lascio a qualcuno? Lasciali. Poi, dopo una curva, costretto a curvarmi per non offendere un nocciolo, ecco il primo appendicolatus! Un po’ limone, un po’ girasole, un irripetibile rosso bruciato sul cappello e rosa carico sui bordi. Che spettacolo! Ho tolto il blackberry dalla tasca, attivato il sistema per fotografare e immortalato il primo. Ne ho trovati sei, alcuni meno ed altri più belli, il primo era il migliore. E un aestivalis sotto alla grande quercia al limite del bosco di betulle. Cinque virescens sono nel cestino, ma ne ho lasciate indietro tante. Guardo l’orologio: sei e mezzo, la prima ora è volata. Mi alzo, cammino, porto il mio sguardo verso l’alto, dove so che il sentiero si concluderà sullo spiazzo da cui parte la carrareccia che porta alla casera del Medico. Radente, passa la strada asfaltata che porta a Col Alto ed al Piancavallo. Ci vorrà un’ora, poi riposo e discesa, infine meritata merenda al Bornass. Devo stare attento a non sentirmi del tutto appagato: ricordati di guardare se trovi prataioli, mi dico.

Siccome i psalliota campestris sono bianchi come sassi, nell’erba non sono difficili da scorgere, se li hai vicini. Qui, di certo, non mancano i sassi. Ogni volta che il sentiero si inerpica, mi volto, fisso attentamente quel che mi sta alle spalle, cerco i punti in cui l’erba è più verde, perché il micelio dei prataioli, per simbiosi, l’ha nutrita e perciò aiutata nella fotosintesi.

Ora non c’è più un albero, le ultime betulle sono alle spalle, salgo, bastone nelle destra, cestino nella sinistra. Vedo ad una decina di metri  un punto dove l’erba è smeraldina. Sarà una “funghera”, come diceva papà? Lascio il sentiero, mi avvicino ed eccoli, grossi come sassi, da confonderli. Ce ne sono tre, due grandissimi, meglio lasciarli a completare il loro ciclo rilasciando miliardi di spore. Ma uno è straordinario, in boccio, peserà da solo tre etti. Lo raccolgo con gratitudine ed emozione, lo pulisco col coltellino, fiero entra nel cestino.

Fumassi ancora, sarebbe il momento per una sigaretta. Ma da 11 anni, prima per aiutare Silvia a smettere e poi perché sentivo di stare meglio, non tocco sigaretta.

Mi siedo in mezzo all’erba, poco importa se mi bagnerò un poco, guardo la pianura. Ecco là prima il Cellina, poi il Meduna, poi il Tagliamento più lontano, tutti coi loro sassi, le loro grave. Il sole accende la montagna, mentre i pendii digradanti si intridono di luce, sull’acqua dei nostri fiumi. E’ quasi un sogno, tra le ghiaie dei greti si slegano dai corsi principali rivoli accesi di luce. Qui, accanto a me, sotto gli intricati rametti di un cespuglio, l’ombra è ancora quasi buio, che se ne sta nascosto. È un momento di pace totale.

Mi chiedo se devo proprio farmi l’ultima mezz’ora di salita o se non sia meglio scendere al Bornass: mi pare di sentire il profumo del caffè e l’idea di una fetta di torta mi stimola la salivazione.

Decido di rispettare il programma, devo arrivare fino alla strada per Col Alto, riposare, bere un sorso d’acqua e tornare giù.

Sono felice. Esistono anche sbirri felici! Salgo leggero anche dove il sentiero tira di più, non vedo l’ora di essere a casa e mostrare i funghi a Silvia, come un bambino che ritorna da scuola e si vanta per un bel voto.

Un ultimo sforzo, già pregusto di riposarmi e sbuco sullo sterrato, quasi una piazza, che affianca il nastro d’asfalto. C’è un’auto parcheggiata, rossa. Mi pare che ci sia qualcuno dentro e decido di passarci lontano, non voglio farmi gli affari degli altri. Distolgo lo sguardo e raggiungo il sasso su cui sono solito sedermi. Volto lo sguardo verso la pianura, ma fra me e la pianura c’è quell’auto, come faccio a non guardarla?

Quello che sta seduto al posto di guida ha un braccio che penzola fuori dal finestrino, immobile. Dorme, penso.

Passa qualche minuto, quel braccio che non si muove mi inquieta. Dorme o sta male? Possibile che non si muova mai? Ha anche il sole in faccia. Guardo meglio, forse quello sta davvero male. Decido di andare a vedere. Certo, sono curioso: uno sbirro deve esserlo. Ma sono anche uno che non si tira indietro, se c’è da aiutare qualcuno in difficoltà.

Quando sono a qualche metro dall’auto parlo, per giustificare quella mia intrusione: “Buongiorno, serve aiu…”

Sto guadando dentro l’auto. Ci sono tre persone Quello al volante ha la testa sfondata da una pallottola, la faccia non esiste più. Gli altri due sono riversi, uno sul divanetto dietro, l’altro sul sedile anteriore, coperti di sangue. Morti anche questi due. Le mosche banchettano.

Questo è il mio lavoro. Guardo l’orologio: sono le 7.31 di sabato 27 giugno. Memorizzo, può essere importante.

 


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