• Pubblicato il 03 agosto 2011
gobi

L’acqua del deserto

Il deserto copre oltre un quarto della superficie della Mongolia e “Gobi” significa proprio “deserto”. È un’enorme area, quasi due volte l’Italia, caratterizzata da molte catene montuose, lunghe lingue di sabbia finissima che crea dune in continuo movimento, estesi altipiani, zone vulcaniche basaltiche, altre vastissime dove il granito la fa da padrone, spesso alternandosi a pianure argillose che, erose dal vento e dall’acqua, danno luogo a paesaggi straordinari, talvolta rivelando altri strati geologici, dentro i quali i paleontologi cercano e trovano tracce le più antiche della vita nel pianeta. Il deserto “cresce”: gli uomini lo abbandonano per inurbarsi, i pozzi rinsecchiscono, meno animali lo fertilizzano, la parte maleducata dei turisti e purtroppo la gran maggioranza dei mongoli lo inquinano abbandonando lungo le piste rifiuti di ogni tipo.

Il Gobi però è ancor oggi bellissimo proprio per i fenomeni di erosione: il freddo intensissimo ed il ghiaccio spaccano, il vento secco sfrega, muove e sposta le dune, l’acqua trascina con sé ed il sole caldissimo consolida momentanamente questo movimento continuo. Nel Gobi una enorme forza è sempre all’opera e gli umani non riescono a contenerla e costringerla, ma possono solo adattarsi ed utilizzare una parte dei suoi effetti.

Ma ciò che sorprende nel Gobi è la presenza dell’acqua. Quest’anno in particolare è piovuto molto, per molte centinaia di chilometri erbe profumate e fiori, specie quelli violacei di una varietà nana di aglio selvatico, coprono il deserto. Soprattutto negli altipiani queste condizioni atmosferiche hanno consentito un pascolo finalmente ricco a milioni dI capre, pecore, cavalli e cammelli. Ma l’acqua, sono sicuri i mongoli, non manca nel deserto, basta saperla cercare: nel fondo di molte valli delle tante catene montuose, nelle vaste pianure alluvionali, dentro a falde spesso nient’affatto profonde.

Il letto di molti dei fiumi che scendono dalle montagne è spesso punteggiato da pozze dove gli animali vanno a bere. Ma una vera e propria travolgente piena di un torrente ci ha impedito di arrivare a Bogd Somon: nel Gobi puoi darti una meta ma non è detto che tu possa raggiungerla.

L’enormità del deserto, lo scatenarsi della misteriosa forza della natura e la sua imprevedibilità non potevano che creare negli umani un universo spirituale che aiutasse, corroborasse, giustificasse il loro adattarsi al deserto.

Per questo ogni monte, ogni sorgente, ogni pianura, ogni albero contorto, ogni vento ha un suo spirito, verso il quale mostrare rispetto, al quale chiedere benevolenza.

La Mongolia ed il Tibet hanno in comune proprio queste condizioni estreme nelle quali vivere. I mille e mille spiriti naturali si sono sommati e confusi con le moltissime manifestazioni del divino del buddismo, fino a creare l’approccio particolare, direi quasi naturalista, al buddismo che è proprio del lamaismo: all’uomo è necessario raggiungere ciò che in occidente definiremmo un’armonia fra sé ed il pianeta. Questo sentiero di armonia è lo strumento per superare la sofferenza umana ed interrompere il ciclo delle reincarnazioni che sono manifestazione di dolore. Così l’intensa spiritualità del buddismo si coniuga con l’antico sciamanesimo. Le manifestazioni di questa “coniugazione” sono continue: ad esempio gli “ovoo” che si trovano all’incrocio fra due piste nel deserto, in cima a tutte le innumerevoli montagne sacre della Mongolia ed in luoghi di grande fascino, come la cascata di Orkhon. Si tratta di cumuli di sassi e rocce, ai quali i viaggiatori aggiungono nuove pietre, generalmente tre, che vengono depositate sul mucchio ad ogniuno dei tre giri rigorosamente in senso orario che si compiono per chiedere benevolenza e fortuna agli spiriti dei luoghi che saranno attraversati e per ringraziare gli spiriti che li hanno assistiti benevolmente fino a quel momento. Molti lasciano fra i sassi anche denaro, cibo, immagini sacre, preghiere stampate su stoffa, pietre semipreziose, simboli del bene ricevuto, come le stampelle che non si usano più grazie alla salute invocata e ritrovata. Poiché il cavallo è sacro per i mongoli, ecco spesso comparire sugli ovoo crine e piccoli cavalli intagliati nel legno, quasi giochi per bambini. Ma soprattutto sugli ovoo trovate le “khadag”, le sciarpe azzurre che si acquistano nei monasteri e che agitandosi al vento del Gobi ripropongono continuamente il colore dei suoi cieli più tersi ed infiniti, come preghiere.

Talvalta, lungo le piste oppure quando si incrociano, al posto di un ovoo si trova una “suvarga“, la tomba di un lama particolarmente importante ed apprezzato. Si tratta sostanzialmente di un sorta di parallelepipedo, sormontato da una nicchia contenente di solito una immagine sacra, spesso del Buddha. Tutto attorno grossi sassi posti geometricamente definiscono uno spazio di rispetto, come si usava nell’atichità per i khan ed ancor oggi per i capiclan importanti. La gente lascia vicino alla tomba gli stessi piccoli oggetti che troviamo sugli ovoo, anche se di dimensioni minori, quasi a non volere distogliere l’attenzione dal lama, dal saggio cioé cui si deve rispetto e venerazione.

Infine, i monasteri hanno un ruolo decisivo. Poiché le preghiere sono in lingua tibetana ed anche scritte nell’alfabeto tibetano, nessun mongolo che non sia un monaco sa pregare. Diviene dunque indispensabile rivolgersi ad un monastero per chiedere che i monaci invochiino un intervento divino a favore proprio o di persone care. Le preghiere dei monaci vengono comperate e costano tanto più quanto più importante è quel che si vuol ottenere. C’è in quest’uso di una lingua sconosciuta per giungere alla saggezza ed al rapporto con ciò che è divino, un elemento misterico ed esoterico, penetrabile solo affidando ai monaci un proprio figlio maschio, perché diventi a sua volta monaco e possa accedere ai misteri. Similmente, per secoli i contadini friulani e veneti hanno ascoltato messe in un per loro incomprensibile latino e solo un figlio prete consentiva di considerarsi davvero partecipi di quei misteri.

Non potendo pregare, nelle visite ai monasteri i mongoli acquistano anche bandiere e bandierine che, stampate, riproducono preghiere. Quelle bandiere, esposte al vento, disperdono all’infinito preghiere incomprensibili di una lingua sconosciuta. Un altro modo per accattivarsi gli spiriti divini è  far girare una ruota di preghiera, un cilindro formato da una lastra generalmente di ottone, sul quale viene incisa una preghiera. Anche quel girare diffonde preghiere nell’aria.

Ma non solo lo sciamanesino ha influenzato il buddismo. Anche quest’ultimo è divenuto parte fondamentale della vita della gente. Basti pensare alla “gher“, la robusta tenda usata dai mongoli, alla sua struttura ed all’organizzazione della vita al suo interno.


Use Facebook to Comment on this Post

  • Pubblicato il 31 luglio 2011

Il deserto è la chiave per capire la spiritualità del popolo mongolo.

Dopo il crollo dell’impero sovietico, in tutti i paesi che sono stati socialisti, la religione ha assunto un nuovo ed importantissimo ruolo.
Sappiamo bene come nei paesi dell’Asia centrale ex-Sovietica vi sia stato un grande risveglio islamico, fino al caso limite della Cecenia. Molto simile è stato il percorso del Kosovo, in Europa. In Romania ed in Russia le chiese nazionali ortodosse hanno in breve assunto un ruolo molto importante. Quasi sempre, il crollo dei sistemi socialisti ha determinato anche una crisi dell’identità nazionale degli stati, che hanno trovato nella religione una risposta identitaria molto importante.
Ma che cosa è successo in un paese come la Mongolia, nel quale, a parte una minoranza nazionale kazaka ed islamica che vive nelle regioni del nord ovest di questo paese grande sei volte l’Italia, la grande parte della gente si riconosce buddista?

Sono partito per la Mongolia per un viaggio al quale, oltre ad una rapida conoscenza turistica del deserto del Gobi, chiedo di dare risposta a questa domanda.

La Mongolia è un paese particolare, anche per la religione. Qui il buddismo è lamaista, vale a dire riconosce in Sua Santità il Dalai Lama la sua guida e nella più che millenazia tradizione tibetana il suo riferimento spirituale ed intellettuale. Il Tibet, occupato dai cinesi ed oggi rappresentato dalla diaspora dei suoi maggiori esponenti religiosi, e la Mongolia sono gli unici due paesi ad aver assunto questa particolare versione del buddismo come religione della grandissima maggioranza della popolazione. E non si è trattato di una posizione sempre marginale, se si pensa che fra i predecessori dell’attuale Dalai Lama, uno era mongolo.

La Mongolia è stato il secondo del mondo a proclamarsi socialista, alla fine del lungo e sanguinoso confronto armato che nelle steppe asiatiche e fino all’Oceano Pacifico aveva visto contrapporsi gli ultimi reparti lealisti dell’esercito imperiale russo e soprattutto i suoi reparti cosacchi e le guardie bianche all’armata rossa, mentre turchi, inglesi ed americani guardavano interessati a quel che succedeva, cercando di ostacolare i sovietici. Fu un condottiero mongolo, Suke Bator, ad intuire che questo grande gioco avrebbe potuto schiacciare il suo paese ed a schierarsi dalla parte che allora pareva in grado di consentire un nuovo sviluppo al suo Paese.
La Mongolia di allora viveva il lamaismo buddista come una impronta totale alla sua vita. Si calcola che allora i mongoli fossero trecentomila e la metà dei maschi erano monaci. Sostanzialmente il paese lavorava per mantenere gli oltre 200 monasteri che costituivano la colonna dorsale della religione di tutti, che in vari periodi si faceva letteralmente Stato, occupando tutto intero il possibile spazio istituzionale, assumendo nella sua massima guida spirituale anche le funzioni del Khan di tutti i mongoli. L’ateismo dei bolscevichi apparve senza dubbio a Suke Bator la soluzione migliore per uscire da questa situazione.

Ma c’era un’altra questione a spingere i mongoli ad avvicinarsi al comunismo: in Mongolia non esisteva la proprietà privata, un popolo di nomadi non poteva nemmeno concepire che gli enormi pascoli potessero essere appannaggio esclusivo di una persona o una famiglia. Il nuovo stato socialista, dopo una prima fase di tollerenza nei confronti di monaci e monasteri, condusse una vera e propria campagna repressiva, tanto che alla fine ne sopravvissero una decina. Migliaia e migliaia, fino alla seconda guerra mondiale, furono i monaci assassinati, decine i conventi distrutti, i contatti col Tibet resi impossibili.

Quando il primo maggio del 1990, durante la manifestazione del regime, uno striscione inneggiante a Gengis Khan fu accolto da un boato di consenso che bastò a far crollare il socialismo, il buddismo lamaista si presentava debolissimo dinnanzi al Paese. Eppure in breve fu chiaro che quella religione sarebbe stata fondamentale per il nuovo Stato, che proprio nel lamaismo avrebbe trovato la sua identità.

Questa dimensione “di stato” del lamaismo duddista mongolo è oggi facilmente riscontrabile in Mongolia, si vede presente in molti modi. Nel contempo è facilmente visibile la sua debolezza culturale ed intellettuale, dopo tanti anni di persecuzione. Il lamaismo in questo paese ha sempre vissuto un sincretismo rispetto al vecchio sciiamanesimo di cui prese il posto molti secoli or sono. Ebbene, oggi è soprattutto nelle sue manifestazioni legate al riconoscimento alla spiritualità dei luoghi e degli oggetti che possiamo riconoscerlo.
Nel prossimo articolo ve ne riferirò ampiamente. Tenendo conto che proprio il deserto è la chiave per capire la spiritualità di questo popolo.


Use Facebook to Comment on this Post