Sul Messaggero veneto di oggi. Ogni commento è superfluo!
| STORIE PORDENONESI |
| ATAP, DAI BUS AL BUSINESS “SCOVASSE” |
| ALTI COMPENSI L’effetto scatole cinesi garantisce al presidente uno stipendio di oltre 200 mila euro l’anno |
| di GIUSEPPE RAGOGNA L’Atap è finita nel mirino delle proteste. I servizi delle corriere sono messi sotto accusa dagli studenti. Gli orari delle corse sono giudicati incompatibili con quelli scolastici: c’è chi è costretto a entrare in classe in ritardo, chi deve uscire in anticipo. Un vero caos. Possibile che non ci sia il modo di dialogare per evitare disguidi? Evidentemente no, ognuno va avanti imperterrito sulla strada della disorganizzazione, senza una regia. Non basta, perché i ragazzi lamentano anche viaggi scomodi: «Stretti come sardine in scatola». Corriere stracolme, autobus vuoti: queste sono le contraddizioni quotidiane. Per non parlare degli anziani, decisamente insoddisfatti dei bus. O della cosiddetta “linea rossa”, gestita con risultati al di sotto delle attese. Evidentemente, qualcosa non funziona. Non ci si può sempre trincerare dietro ai bilanci che comunque fanno utili (una nota positiva in tempi di crisi). E la qualità del servizio? Certo, i soci-padroni, che sono i Comuni e la Provincia, incassano i dividendi. Sono i più soddisfatti, perché con quei soldi possono riequilibrare i loro conti. All’azienda rimangono però poche risorse da investire nelle attività principali. Poi, magari, sono proprio i sindaci a lamentarsi che il sistema dei trasporti è carente. O, meglio, che resta lontano dagli standard di realtà europee, le quali investono nei mini-bus elettrici, e nei servizi navetta, per ampliare le aree pedonali. Che potenziano la rete pubblica per alleggerire il traffico. Noi no. Facciamo il pieno di polveri sottili (una botta di salute), tanto abbiamo un collaudato piano di emergenza, che funziona attraverso l’alternanza delle targhe pari e dispari. Ogni tanto c’è il blocco totale della circolazione delle auto, ma ci sono sempre delle scappatoie. Chiaro, tutti sono contenti, tranne i cittadini. In realtà, l’Atap fa utili, anche se non si occupa più solo di trasporti. Si entra in crisi quando gli studenti, incavolati per le carenze dei servizi, chiedono incuriositi: che cos’è l’Atap? Bella domanda. Ormai l’azienda è diventata una vera e propria “matrioska”. L’effetto è lo stesso del souvenir russo, cioè funziona come un insieme a incastro di bamboline, che si compone di pezzi di diverse dimensioni. E’ difficile spiegare la situazione, senza perdersi tra le varie attività svolte: trasporti, raccolta e smaltimento di rifiuti, operazioni immobiliari. Basta grattare un po’ l’involucro della cassaforte e si scopre la “sostanza”. L’Atap ha quote di Saita (40%), Tpl Fvg (25%), Sti (24%), Marca (23%), Apt (21%), Saf (6%), Atvo (5%). Fin qui nulla da eccepire, perché siamo dentro quello che dovrebbe essere il “core business” della società, cioè i trasporti pubblici. L’anomalia riguarda invece lo spostamento delle attività verso altri settori: dalle “scovasse” al cemento. La società si è infatti ingolosita dell’affare dei rifiuti. E ha investito ingenti somme nell’acquisto del 54% della Snua, del 20% della Bioman e di un altro 20% della Naonis Energia; anche se da quest’ultima azienda si vuole smarcare. Praticamente, una parte cospicua dei contributi pubblici, che incassa dalla Regione in via esclusiva per i trasporti (circa due terzi delle entrate di bilancio), viene impiegata per scopi diversi. Tra l’altro, il business dei rifiuti crea forti intrecci di potere. Per esempio, Tullio Petrangelo, amministratore unico di Gea (rifiuti comunali), è anche presidente della Snua. Cioè lo stesso manager (ben quotato visto che incassa 200 mila euro l’anno) guida di fatto due aziende, che operano nello stesso ramo d’impresa. Oltre a essere amministratore delegato di Hydrogea. Alla catena del controllo Atap, devono aggiungersi il 100% della società Palmanova, dov’è confluito tutto il patrimonio immobiliare, e il 20% della Stu Makò, una società pubblico-privata che ha lo scopo di ristrutturare l’area dell’ex cotonificio di Cordenons. Ma quest’ultima attività è paralizzata per mancanza di finanziamenti. Si capisce che siamo alla presenza di un ginepraio di interessi, che rappresenta uno dei pochi (se non l’unico) casi in Italia. La giustificazione: elevare la redditività. Il fatto evidente è che l’Atap non ha più una “mission” aziendale precisa. D’altra parte, proprio quando si fa aspra la vertenza delle corriere, il presidente Mauro Vagaggini è tutto preso a gestire la più promettente questione dei rifiuti. Non si capisce più nulla. Per la verità, l’unico che non si lamenta di questa situazione ingarbugliata è proprio Vagaggini. E come potrebbe? Il marchingegno della “matrioska” ha fatto lievitare il suo stipendio a 200 mila euro l’anno. Tocca scriverlo a spanne, tenendoci bassi per evitare smentite, perché in barba alla trasparenza non si trova traccia del suo compenso complessivo: né nel sito aziendale ben curato, né in quelli degli altri soci pubblici. Niente di niente, le cifre sono top secret. |
I commenti