Gianni Zanolin

Chi sono

Sono nato 65 anni fa a Pordenone, dove vivo ancor oggi. Mio padre era di qui, mia madre di Zoppola, sono figlio unico. Mi sono sposato nel 1982, ho un figlio. Avevo sei anni quando mio papà, bancario, fu inviato a lavorare a Cordenons e lo seguimmo. Tornammo a Pordenone nel ’65. Qui in città ho fatto le scuole medie e il liceo scientifico, il Grigoletti.

Mi sono laureato in storia a Trieste, un corso che allora era quinquennale, con una tesi sul processo di internazionalizzazione del gruppo Zanussi. Nella vita ho fatto tanti lavori e mi sono piaciuti: impiegato, libraio, dirigente e presidente di alcune aziende, docente universitario e, infine, scrittore.

A me la politica è sempre sembrata un dovere civico. Mi sono iscritto giovanissimo al Partito Comunista Italiano e ne ho fatto parte fino allo scioglimento, nel febbraio del 1991. Nel 1975 sono stato eletto per la prima volta in Consiglio comunale a Pordenone, avevo solamente 20 anni. In quelle liste sono stato rieletto altre due volte e debbo al PCI le mie prime esperienze di amministratore comunale. Far parte di quel partito mi ha permesso di conoscere molte persone e di imparare a valutarle. Di quegli anni a me rimane soprattutto la lezione di Enrico Berlinguer, la propensione a cercare sempre l’unità e l’accordo fra le forze politiche come condizione per tenere unito il nostro Paese, soprattutto nei momenti gravi, come fu quello del terrorismo di ogni colore e oggi l’epidemia. È stata un’esperienza che non rinnego ma che oggi è lontana anche dal mio modo di pensare e vivere. Non ho più fatto parte di alcun partito, ho partecipato esclusivamente al movimento civico di Pordenone.

Dal 1991 al 2001 mi sono dedicato esclusivamente al lavoro. Per alcuni anni ho favorito la nascita e il consolidamento di cooperative sociali al sud, in Sicilia in particolare, a partire dalle ottime esperienze fatte a Pordenone. È stata un’esperienza straordinaria: l’isola superava le stragi di mafia e il maxiprocesso di Palermo dava la sensazione che lo Stato ci fosse, la giustizia non era più un’utopia. Una nuova stagione di speranze si apriva e condividerla con molti giovani siciliani è stato impegnativo ma mi ha regalato soddisfazioni e molte amicizie. Ho imparato tanto in quegli anni su che cosa siano davvero l’Italia e le istituzioni del nostro paese.

A parte la famiglia e le mie relazioni, l’unica esperienza che mi legava a Pordenone in quel periodo era la Fiera, di cui sono stato per due mandati vicepresidente. Renzo Tondo mi chiese di esserne anche il Commissario straordinario, un’esperienza che durò un anno, durante il quale approvai il progetto del padiglione centrale: la nuova costruzione si ispirava all’architettura del Cotonificio Veneziano di Borgomeduna.

Nel 2001 Sergio Bolzonello mi propose di costruire assieme una lista civica per le elezioni comunali. Per me quella fu una doppia occasione: per rientrare nella mia città e stare di più in famiglia ma anche per tornare a impegnarmi in politica. Lui fu eletto sindaco e mi volle in giunta. Scelsi di fare l’assessore alle politiche sociali: da molto mi occupavo di povertà, disabilità, terzo settore e imprese sociali, ero disposto a mettere quelle esperienze a disposizione della mia città. Ho fatto l’assessore fino al 2011, un periodo in cui la città ha registrato una grande ondata immigratoria regolare, che era insieme un problema e una opportunità. L’abbiamo affrontato costruendo pazientemente consenso e comportamenti civici positivi. Per riuscirci, chiesi allora l’aiuto in primo luogo della Chiesa cattolica e di tutte le confessioni religiose, lavorando al dialogo e alla comprensione fra la nostra tradizione religiosa e quelle di quanti arrivavano a Pordenone. Fu allora una scelta non semplice, che contribuì a far dialogare e incontrare la città.

Rappresentando Pordenone e i comuni della provincia in quel periodo ho condotto dure battaglie per ridurre la distanza fra la spesa per la salute fisica, mentale e sociale di Pordenone e quella di Trieste e Udine. Allora ho ottenuto risultati positivi soprattutto in campo sociale, che negli anni successivi sono stati annullati e l’iniquità verso Pordenone è tornata ad aumentare. Sono stato anche vicepresidente di una rete di città accreditate alla Commissione europea. In quegli anni ho anche insegnato all’Università di Trieste, nella Facoltà di Scienze della Formazione, il corso che laurea le/gli assistenti sociali. Lavorare con i giovani è stata una bellissima esperienza.

Un altro tema che ho affrontato facendo l’assessore, è stata la tutela degli animali, domestici e no. Fu mio padre a donarmi consapevolezza e piacere per l’ambiente naturale e la sua protezione. Una delle cose che ho imparato da lui è andare a funghi, una passione che ho coltivato e mi è rimasta.

In quei dieci anni nell’amministrazione comunale ho lavorato molto, è stato un periodo felice per me e penso molto buono per Pordenone.

Nelle elezioni comunali del 2011, con una lista civica di 40 amici, raggiunsi il 9 per cento dei voti, abbastanza per condurre coerenti battaglie di opposizione. Una deludente esperienza politica e amministrativa contribuì alla sconfitta del centrosinistra nel 2016 e purtroppo aprì la porta alla vittoria dell’estrema destra.

Nel 2013 è iniziato il mio secondo periodo di distacco dalla politica. Tra l’altro in quegli anni ho perso i miei genitori e non è stata un’esperienza semplice. Libero da impegni politici, ho avuto tempo per coltivare due vecchie passioni, la scrittura e i viaggi. Avevo già scritto con altri una storia illustrata di Pordenone rivolta ai ragazzi delle scuole medie e altri libri, collaboravo con quotidiani nazionali e locali e riviste. Ho pubblicato il mio primo romanzo nel 2013 e altri 5 fino all’anno scorso. Ho scritto anche diari e storie di viaggio, in Mongolia, Messico e in India, un Paese quest’ultimo che è la mia grande passione e in cui, prima dell’epidemia, sono ritornato ogni anno. Nel 2021 uscirà un nuovo romanzo. Pordenone è spesso sfondo e protagonista dei miei libri e molti in Italia hanno conosciuto o approfondito la conoscenza della città grazie alle mie storie.

Nel 2016 la mia famiglia ha dato vita alla Fondazione Ottone Zanolin e Elena Dametto, di cui sono presidente. L’ente ha come scopo principale aiutare e premiare ragazze e ragazzi di Pordenone e del territorio che frequentano l’Università a Trieste.

Nell’estate del 2020 alcune liste civiche, il PD e il M5S mi hanno chiesto di candidarmi a sindaco. Ho voluto che mi presentassero le loro idee per la città di domani e che fossero disponibili a un confronto aperto, senza pregiudiziali. Nella mia vita ho sempre cercato di capire quale sia il futuro delle cose, delle persone, della nostra società e penso che prepararlo sia il primo compito di un sindaco, oltre che gestire il presente. Le forze politiche hanno accettato e così, anch’io, la loro proposta.

Ho dato un indirizzo alla mia vita: l’assunzione di responsabilità, verso me stesso, la mia famiglia, gli altri. Sono un uomo serio, capace di riconoscere i propri errori. Esploro continuamente i miei limiti e le mie capacità e possibilità. Chiedo consigli e so lavorare assieme alle altre persone.

Se la mia città lo vuole, sono convinto di poterla aiutare a crescere.