Giovanni Polizzi

Gianni Polizzi

La candidatura di Gianni Zanolin a sindaco di Pordenone per un cambiamento politico che promuova la ricostruzione post-pandemia.

Alcune settimane fa, nel corso di un dibattito trasmesso da una televisione locale, il candidato-sindaco del centrosinistra Giovanni Zanolin ha illustrato le linee-guida del programma con cui si presenterà alle elezioni comunali di Pordenone, previste per la prossima primavera. Il primo, e più importante, aspetto da rimarcare è il modo in cui Zanolin si è rivolto ai cittadini pordenonesi chiedendo loro - ancor prima che un sostegno (o una delega) per la sua coalizione e per la sua persona - un impegno diretto a occuparsi, tutti insieme, del futuro della città. Solo partendo da questa premessa, secondo Zanolin, sarà possibile rilanciare e valorizzare il ruolo di Pordenone, anche in ambito regionale e nazionale. Il candidato-sindaco ha sottolineato le potenzialità che la città possiede e che ha saputo esprimere al meglio in altre stagioni più felici, e meno drammatiche, della sua storia recente. Potenzialità imprenditoriali, culturali, sociali che ne hanno fatto un esempio di integrazione e di crescita inclusiva e tollerante e che, però, sotto la guida del centrodestra, sono rimaste in ombra, accantonate, quasi dimenticate. Certamente anche a Pordenone si è avvertito, e si avverte, l’enorme disagio provocato dalla crisi sanitaria ed economica ma è altrettanto vero che da parte di chi dirige attualmente la comunità non si è fatto appello alla solidarietà e al dovere di reciproco sostegno e si è preferito, piuttosto, assecondare sentimenti di diffidenza, rivendicazioni particolari, in un clima di contrapposizione e di sterile polemica.

Si tratta di questioni che vanno al di là dei confini comunali, perché hanno a che fare con gli orientamenti culturali della società e con il divenire del senso comune. A questo riguardo si può dire che le culture politiche di destra – ben rappresentate nell’attuale amministrazione comunale di Pordenone - hanno dimostrato di essere in piena sintonia con una visione esasperata ed astratta del diritto alla libertà e alla realizzazione di sé. La cultura iperliberista, in particolare, è riuscita a diffondere e radicare un atteggiamento di sfiducia verso l’idea stessa di agire collettivo, a cui ha contrapposto un’esaltazione dell’autonomia personale e lavorativa. L’autonomia, che è un valore, è diventata però, in molti casi, una facciata dietro cui sono cresciute forme di lavoro precarie e prive di tutele. L’idea che ogni singolo lavoratore, liberandosi da vincoli associativi, valorizzi al meglio il proprio ruolo si è scontrata con l’esperienza concreta dei soggetti più deboli, costretti ad affrontare in solitudine le difficoltà legate alla crisi economica e al dilagare della disoccupazione. E anche l’autonomia “di successo”, quella dei soggetti forti, ha spesso assunto un carattere di autosufficienza, di autarchia, che ha indebolito il tessuto sociale. Il venir meno di politiche solidali adeguate, con l’acutizzarsi della crisi, ha accresciuto il disagio sociale che alcuni soggetti politici, per lucrare un facile consenso, hanno indirizzato verso nemici di comodo o, addirittura contro le istituzioni democratiche.

Individualismo esasperato e xenofobia sono facce della stessa medaglia, forme di egoismo - individuale o di gruppo cambia poco – che hanno originato un pauroso indebolimento del capitale sociale: una risorsa di cui scontiamo la scarsità nel momento in cui ne avremmo maggiormente bisogno.

Questi fenomeni di chiusura particolaristica, più di recente, sono stati rafforzati dall’avvento delle nuove tecnologie digitali le quali, paradossalmente, hanno offerto a ogni singolo individuo un surplus di socialità, con la possibilità di collegarsi in modo istantaneo, e apparentemente senza filtri, con molte altre persone. La rete è diventata, così, lo spazio pubblico per eccellenza, ma ciò non ha prodotto una socialità migliore, non ha favorito una vera partecipazione e un allargamento del dibattito democratico quanto, piuttosto, il formarsi di vere e proprie bolle, di comunità virtuali, in cui domina il radicalismo delle convinzioni ed è assente del tutto il senso del limite che solo il contatto diretto con l’altro rende possibile.

Zanolin ha più volte menzionato, nel suo intervento, il senso di comunità e la necessità di rivitalizzarlo in una fase, come quella che abbiamo di fronte, di ricostruzione della vita sociale ed economica, partendo proprio dall’ambito cittadino, dal Comune appunto. Va detto che la comunità da lui evocata non ha niente in comune con l’idea regressiva di un “noi” compatto e gregario costruito su basi identitarie oppure utopiche, secondo modelli ideologici di cui la storia del secolo scorso ha mostrato l’illusorietà. Ciò a cui si guarda è, invece, la comunità compiutamente democratica, che cresce e si rafforza rispettando tutte le differenze che contiene dentro di sè, plurale (e anche conflittuale) ma, nello stesso tempo, capace di costruire, nella vita reale e non nella realtà virtuale, una visione del bene comune e una pratica che le corrisponda. La proposta politica di Zanolin è, inoltre, in sintonia con questo particolare momento e con l’esigenza di costruire relazioni sociali più consapevoli e mature. Non si tratta di negare la logica economica, la logica di mercato, secondo cui ciascun agente è legittimato a perseguire il proprio vantaggio, ma di congiungerla con il senso di responsabilità verso gli altri, senza cui gli stessi scambi economici difficilmente possono prosperare. I vantaggi del libero-scambio – crescita produttiva, innovazione – hanno bisogno di integrarsi con gli input del gioco politico, con le istanze della giustizia e della coesione sociale.

La pandemia ci ha fatto riflettere sul fatto che l’interazione sociale, soprattutto quella che avviene per il tramite del lavoro, non è riducibile a mero rapporto economico. Abbiamo verificato quanto sia ristretto il criterio che misura la qualità del lavoro esclusivamente sulla “soddisfazione del cliente” (Jeff Bezos docet). Se il lavoro non è anche il mezzo per partecipare alla società, alla sua crescita complessiva, se rinuncia al riconoscimento sociale, perde una parte importante del suo significato. Tutte le attività lavorative richiedono oggi, e richiederanno sempre più in futuro, una doppia apertura: specializzazione e sensibilità politica, competenza tecnica e responsabilità sociale. Per questo non ha molto senso, sul piano politico, contrapporre le professioni centrate sullo scambio privato tra la domanda e l’offerta di merci e servizi alle altre che si svolgono dentro le istituzioni pubbliche - scuola, ospedale, tribunale, uffici statali… - le quali, pur non producendo merci, hanno un valore altrettanto importante per la qualità della convivenza e del benessere collettivo. Alimentare un dualismo, ideologico e controproducente, tra lavoratori del settore pubblico e del settore privato (o tra lavoro autonomo e lavoro dipendente) è un grave errore. Per una vera ricostruzione, dopo la pandemia, bisognerebbe invece sollecitare ciascuna delle parti sociali a riconoscere i meriti e i limiti da superare, propri e altrui. Nessuna categoria può ritenersi depositaria dell’interesse generale: la democrazia partecipativa chiama tutte le articolazioni sociali, tutte le vocazioni, a costruire il bene comune senza primati né esclusioni.
L’invito di Zanolin a un impegno politico comune - a un modo di vivere la democrazia in cui ciascun cittadino, o gruppo sociale, decida di farsi parte attiva di un progetto di governo - indica anche un metodo per affrontare le criticità che esistono, mettendo in campo le proposte migliori per risolverle. Si discute molto sulla “fragilità” della democrazia ma, forse, sarebbe più utile interrogarsi sui fattori che la depotenziano. Uno di questi è certamente l’abitudine dei cittadini di limitarsi a scegliere l’offerta politica come fa il consumatore che deve farsi sedurre dall’offerta del fornitore. La vera forza, la superiorità - non solo etica ma anche epistemologica - della democrazia deriva dal suo essere basata sul confronto, sull’ascolto, sull’effettivo diritto di parola esercitato da tutte le diverse componenti della società. Solo così diventa possibile uno sguardo “comprensivo”, un confronto in cui le difficoltà non vengono nascoste sotto il tappeto (salvo poi esplodere in forme gravi, incontrollabili). La democrazia educa i cittadini al realismo, a prendere sul serio le proprie ragioni ma, anche, quelle degli altri e a ricercare tra di esse mediazioni equilibrate. Alla democrazia si attaglia perfettamente il concetto di “sostenibilità”: la qualità della vita non è, infatti, separabile dalla qualità della convivenza, cioè del rapporto che gli esseri umani instaurano tra di loro e con l’ambiente naturale da cui essi dipendono.

Zanolin - come attesta la sua esperienza politica e amministrativa al servizio della città - rappresenta al meglio quel “civismo democratico” che mette al centro del governo cittadino beni comuni come la tutela del lavoro, la salute (da preservare dai rischi dell’inquinamento ambientale), l’inclusione e la coesione sociale. Per quest’ultimo obiettivo, è fondamentale il rilancio della scuola pubblica, che è lo strumento più idoneo a contrastare l’emarginazione e lo svantaggio culturale: un’istituzione, molto penalizzata nel corso della pandemia, ma già prima oggetto di scarsa considerazione.
La scuola pubblica è il vero fulcro della comunità democratica e, per questo, deve riscoprire la sua irrinunciabile finalità formativa. Anche lo sviluppo della mente obbedisce a principi ecologici: per questo, la crescita delle conoscenze tecnico-professionali non dev’essere separata da quella delle capacità relazionali e neppure dalla creazione di un solido terreno di fiducia interpersonale. Mentre chiede, e impone, la fatica dell’apprendimento, del mettersi alla prova, la scuola deve saper corrispondere al bisogno psichico dei giovani di ricevere tutto il sostegno e la cura necessari affinché questo processo cruciale giunga a un approdo rassicurante. E’ un compito che chiama in causa, oltre a coloro che operano dentro la scuola, tutta la comunità a partire da coloro che la rappresentano.