Fare sistema tra Pordenone e gli altri capoluoghi

16 febbraio 2021 · Tempo di lettura: 5 min
Capolouoghi

Prima del Covid la città di Milano esercitava una grande forza centripeta su tutta Italia. Moltissimi capitali e risorse umane affluivano verso il capoluogo lombardo. Quella capacità attrattiva era simile a quella che, da molto ormai, conduceva in tutto il pianeta ad una espansione delle aree metropolitane rispetto al resto dei territori.

Se prima era la grande industria ad attrarre, nei due decenni pre-Covid sono stati la finanza, i grandi centri formativi e culturali, gli stili di vita di una società a volte più immaginata che reale, ad attrarre. Mentre l’industria, nel ‘900, si era collocata dove c’erano uomini di genio e buone disponibilità di energia e forza lavoro, consentendo il decollo anche in piccole città come Pordenone, la finanza, gli studi superiori, un certo tipo di attività culturali e le mode hanno altre logiche, spingono ad aggregarsi in pochi grandi centri.

Questa forza centripeta crea, attorno alle città, anche grandi problemi sociali, di cui è ad esempio rivelatore il controllo di mafia, ‘ndrine, camorra e organizzazioni criminali immigrate su importanti zone dell’hinterland milanese.

È aperto un interessante dibattito sulle conseguenze che la pandemia in atto avrà su tutto questo: continuerà il processo che conduce all’espansione delle grandi città che drenano il territorio? L’economia contemporanea ha nel mercato che si sviluppa nelle metropoli il suo cuore. Una regressione delle grandi città innescherebbe, e ne sarebbe ulteriore causa e vettore, una crisi simile a quella che il vaiolo innescò nell’impero romano, conducendolo secondo Kyle Harper (Il destino di Roma, Einaudi) alla fine e a un drammatico declino delle città nell’area mediterranea, che sarebbe durato un millennio.

È perciò prevedibile che meccanismi economici e sollecitazioni statali vadano da un lato a sostenere le città, dall’altro a trasformarle.

Prima della pandemia si è assistito, nel vicino Veneto, all’avvio di un serio tentativo di contenere l’attrattività milanese: l’idea di costruire un’area metropolitana fra Padova, Treviso e Mestre-Venezia. Ho studiato i progetti elaborati dai nostri vicini: sostanzialmente si vogliono mettere in comune i servizi (salute, università e formazione, promozione d’impresa, gestione del territorio, strumenti amministrativi complessi, sviluppo dell’immagine e dell’attrattività dell’area, reperimento di risorse …), per trarre da una razionalizzazione le risorse per adeguarli e qualificarli creando funzioni comuni, sull’esempio policentrico vincente dell’Istituto Oncologico Veneto (che per inciso dovrebbe far riflettere molto sul futuro del CRO).

L’altro grande capitolo è la connettività di quell’area, sia fisica che digitale. Tutto ciò dovrebbe fare da volano e attrarre investimenti e conoscenze. Ovviamente questo processo avrà, se come credo continuerà, bisogno di organismi politici e tecnici di indirizzo e controllo. Che effetto avranno queste politiche su Pordenone e sul Friuli Venezia Giulia? Non sono certo l’unico a vedere una grave crisi delle nostre città, firme autorevoli ne hanno parlato sul Messaggero Veneto. Se è evidente che la nascita di una area metropolitana veneta non basterà a “contenere” Milano e le grandi città europee, avrà però sulle deboli città della nostra regione una forte attrattività, fatta forse eccezione per Trieste, che grazie al porto e alla sua eccentricità può avere una nuova grande occasione.

Serve anche al Friuli Venezia Giulia un progetto per le città, perché o saranno loro a trascinarne la crescita o non ce ne sarà alcuna. Servono scelte e strumenti per la rigenerazione urbana e una nuova idea sulle città del post-Covid a partire dalla loro transizione ecologica, seguendo le indicazioni europee. Serve un salto di qualità gigantesco sulla digitalizzazione e una concezione policentrica dei servizi, che ormai va ben oltre la loro collocazione fisica sul territorio.

Ed è inevitabile: dobbiamo confrontarci tutti con quel che avviene in Veneto e trovare accordi che ci rendano utili a loro e loro a noi. Tutto questo deve nascere da intese fra le città, com’è nel modello proposto in Veneto. E il progetto dev’essere frutto di un grande ascolto e di una grande partecipazione delle menti migliori e dei portatori d’interesse, chiedendo a tutti di guardare avanti, con fiducia. La Regione deve aiutare Udine, Pordenone, Gorizia, Monfalcone e Trieste, non sostituirsi: il centralismo non è utile, ma anzi sempre fattore di ulteriori difficoltà per il Friuli Venezia Giulia.

Sono finiti i decenni in cui la capacità e la qualità della spesa della Regione Autonoma garantiva al Friuli Venezia Giulia non solo una certa salvaguardia ma anche una attrattività. È vero che il Veneto ha una spesa regionale pro capite minore alla nostra, ma con le sue dimensioni e la capacità di “vision” garantita da Luca Zaia, offre servizi che sono oggi per noi fortemente attrattivi. L’assenza di un moderno indirizzo di sviluppo in Friuli Venezia Giulia blocca l’evoluzione dei nostri servizi, non li fa attrattivi né di professionalità qualificate né di utenti. La vera e propria “fuga” di pazienti dall’area pordenonese verso il Veneto per farsi curare chiarisce esattamente questo stato di cose: fino a 15 anni fa succedeva il contrario e già questo fatto dovrebbe far riflettere su quanto siano preziosi i tempi.

L’unità del Friuli Venezia Giulia è stata, a suo tempo, frutto di una discussione, di accordi, di bilanciamenti, del riconoscimento di diversità da rendere utili a tutti. Non è un caso che la Regione autonoma nasca nel 1963 e la Provincia di Pordenone nel 1968: la seconda era conseguenza necessaria della prima. Oggi è inutile centellinare scelte politiche nel vano tentativo di riproporre equilibri che parlano solamente del passato: non ti disturbo sui tuoi doppioni di cardio e neurochirurgia, hai l’università e non ci posso fare niente, salvaguardami il CRO e la Fiera, sulle opere pubbliche un po' ci siamo, grazie Agrusti per l’interporto … Questi sono compromessi (debolissimi per Pordenone) sul qui e ora, non un’idea di sviluppo futuro.

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