Il potere e l'ignoranza

11 aprile 2021 · Tempo di lettura: 3 min
Gianni Zanolin

Stamane sul Messaggero Veneto l’assessora ai lavori pubblici e all’urbanistica, la dottoressa Cristina Amirante, taccia l’opposizione di essere “ignorante”. Fosse rivolta a me, la cosa non creerebbe alcun problema: sono certo di essere ignorante fin dalla più tenera età e più invecchio più sono consapevole che la quantità di notizie e saperi che questo piccolo pianeta e perfino questa microcittà racchiudono è talmente grande e in divenire, da rendere impossibile a me (e probabilmente alla grande parte degli umani) non essere “ignoranti”. Anzi: incredibilmente ignoranti.

Sono stato anch’io, per una fase della mia vita, assessore. In quegli anni mi divenne chiaro che la possibilità di stare dentro meccanismi di potere istituzionale offriva particolari opportunità di conoscenza. Però mi accorsi che quel potere generava anche e contemporaneamente ignoranza. Di questo secondo aspetto della vicenda la dottoressa Amirante non è ancora cosciente, ma prima o poi ci arriverà, la vita è inesorabile.

Chi sta dentro il potere (istituzionale, economico-finanziario, sociale, culturale, religioso, criminale: qualsiasi potere) ha strumenti privilegiati di conoscenza, può farsi forte delle competenze, della forza e dell’uso di coercizione e violenza (legale o subita) di apparati e soprattutto di un fattore clamorosamente importante: la volontà di perpetuarsi, di avere continuità personale e di gruppo.

È un meccanismo potente, che della realtà tende a far emergere solo gli aspetti che si padroneggiano. Tutto il resto non è realtà, perché il soggetto istituzionale avverte di non poterla “usare” a piacimento.

Succede così che la parola “ignoranza” assuma per chi la usa dentro logiche di potere significati diversi da quelli normalmente riconosciuti; non più “assenza di conoscenza” ma soprattutto “assenza e esclusione dal potere”. Quando chi dispone del potere istituzionale usa quella parola insomma dice al suo avversario “tu sei senza potere” e, nel suo cuore, sente un rassicurante calduccio: lei/lui invece il potere ce l’ha qui e ora, l’avversario no.

Recentemente il sindaco Ciriani ha detto di me che vivo “su Marte”: a pensarci bene è un altro modo per sostenere la stessa tesi dell’assessora Amirante. Significa che vivo fuori dalla realtà, cioè dalla “loro” realtà, che è il potere istituzionale. Confermo, è così.

Il problema è nella vastità del conoscibile e nell’estrema eterogeneità delle persone, che rendono enormemente ampio il sapere possibile. Le conoscenze di chi il potere non ce l’ha sono in parte diverse ma non meno importanti di quelle di chi maneggia il potere e lo detiene (cioè rinchiude e perciò separa, escludendo gli altri). Perché? Perché quanti hanno il potere istituzionale escludono conoscenze che paiono loro inutili. Parte della loro forza sta nella determinazione con cui limitano l’ambito di conoscenza a ciò che ritengono sia per loro vantaggioso e utile e lo impongono alla popolazione. Chi cerca di subentrare cerca invece di ampliare le conoscenze di cui dispone e tanto più quanto più si ponga l’obiettivo di rappresentare una parte potenzialmente maggioritaria della popolazione: quella esclusa dal potere istituzionale.

Nello scegliere il sapere che gli è utile, qualsiasi potere tende a pietrificarsi e nel farlo assume inevitabilmente tratti psicotici. Si spinge cioè a creare una realtà a propria somiglianza e ad avvertirla come “la” realtà, l’unica.

Sono atteggiamenti ed errori che, eletto sindaco di Pordenone, tenterò di non ripetere; so che per evitarli è necessario aprirsi e dialogare con tutti, soprattutto con chi di potere non ce n’ha e non ne sente la mancanza. Come disse un grandissimo: “Se sbaglio, correggetemi”. Su questo vi rassicuro: se mi direte “Attento!”, capirò.

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