Oltre il futuro dei cotonifici

04 giugno 2021 · Tempo di lettura: 5 min
Oltre il futuro dei cotonifici

Una volta il nostro pianeta sembrava grande: i trasporti erano lenti e insicuri; si conosceva ben poco di quello che davvero accadeva nel mondo; poche persone avevano occasione di studiare.

Eppure nell’Ottocento, grazie a una visione, per noi Pordenonesi tutto è diventato più vicino.

A metà del XIX secolo in questo nostro territorio si sono incontrati interessi e opportunità di una parte importante del pianeta, intrecciando nuovi modi di vivere e pensare.

Tutto questo grazie ai cotonifici: fabbriche molto grandi, nate per servire mercati mondiali. La nostra terra era ricca d’acqua, perciò di energia di facile produzione; la manodopera femminile era numerosa e a buon mercato, adatta a quelle lavorazioni. Per via d’acqua e poi per ferrovia i trasporti delle merci erano possibili.

Per questi motivi a partire dall’Ottocento gruppi finanziari internazionali hanno investito a Pordenone. Hanno fatto venire macchine tessili che per quei tempi erano le più moderne e avanzate del mondo, gioielli delle tecnologie d’allora. Con quelle sono arrivati i tecnici dal nord Europa e dalla Svizzera e il cotone grezzo dagli Stati Uniti. Le operaie hanno cominciato a produrre tessuto e filati per tutta Europa e per il resto del mondo. Quanti milioni di vestiti e di teli sono stati fatti col cotone cresciuto sulle rive del Nilo, del Mississippi, del Gange e filato a Pordenone e dintorni?

Oggi, mentre tutto si ampia, quel mondo dei cotonifici è ritornato piccolo, abbandonato. Solamente grazie ad una nuova grande visione può di nuovo fiorire.

Forse è proprio perché questo nostro pianeta è piccolo e gli esseri umani davvero molti, che le occasioni che si offrono a noi sono tante e continue. Limitarci a piccole economie locali ci farà decadere, diventeremo poco utili e poveri rispetto agli altri..

Tra i ruderi dei Cotonifici, tra quegli edifici caduti, vuoti e abbandonati, possiamo ritrovare una visione.

Le grandi aree dei cotonifici rinasceranno se torneranno ad essere luoghi d’incontro di interessi e persone non solamente del nord Europa e del Mediterraneo, ma ormai di tutto il pianeta.

Ma quali merci si scambiano, oggi? Quali sono le più preziose?

Oggi i beni più ricercati sono la creazione e la socializzazione di conoscenza e informazioni, la loro rielaborazione, le reinvenzioni che possono derivarne, vale a dire ciò che chiamiamo cultura. Merci nuove e vie di scambio mai percorse prima trovano così la loro utilità e incontrano chi le ricerca.

Per far rinascere le aree che hanno ospitato i cotonifici bisogna farle ridiventare luoghi d’incontro: per creare, per elaborare, per scambiare idee, esperienze ed emozioni fra persone di tutto il mondo. Proprio la progettazione delle modalità di incontro e di scambio è oggi il cuore sia dell’economia che della cultura.

Immaginate, dove sorgono l’Amman o gli altri cotonifici, un Istituto della musica e delle arti visive, dove si incontrino il nord-est d’Europa, il Mediterraneo, l’Africa, l’Oriente: un richiamo ai paesi del cotone. Certo, oggi si inventano, producono, ascoltano, osservano e percepiscono musica e arti visive in forme nuove: la digitalizzazione è una fonte continua di creatività. Ma tutto questo rende ancor più affascinante l’opportunità che i cotonifici possono dare alla città: dobbiamo immaginare luoghi di ricerca e libertà, nei quali le tecnologie non siano pensate e usate per controllare l’intelligenza e la sensibilità delle persone, ma per liberarle e farle volare.

Ce ne sono, di cose simili, già realizzate? Sì. Uno degli esempi possibili) è la Goldsmiths University di Londra https://www.gold.ac.uk , nella quale la creatività, la ricerca e le tecnologie sviluppano e mescolano arti visive, musica e studi umanistici e li fanno incontrare con progetti d’impresa. Per la musica è molto interessante anche il Royal College for Music, di Londra. Dobbiamo seguire esperienze che superino di gran lunga la qualità attuale e le rigidità delle università italiane.

Proponiamo di progettare e realizzare un istituto di studio e di ricerca in ambito artistico, dedicato alla musica e agli altri ambiti della creatività e che contemporaneamente abbia nello sviluppo tecnologico un suo punto di grande forza. Il luogo in cui realizzarlo va trovato in uno dei cotonifici, in accordo coi proprietari. Per essere totalmente libero di ricercare e sperimentare, un simile istituto deve essere promosso e gestito da una Fondazione, costituita da enti pubblici e da privati. Non deve cioè essere legato a logiche ministeriali.

Se accanto ad un simile istituto mettessimo il corso sul Design che promuove il Consorzio universitario, il Liceo Artistico e il corso moda dell’IPSIA (quale luogo migliore che un’ex-industria tessile?), le scuole tradizionali potrebbero fare un salto di qualità. Dobbiamo pensare questo luogo dedicato alla creatività anche in funzione delle produzioni delle nostre aziende, con le quali deve essere in continuo contatto e anche promuoverne di nuove.

Serve un progetto serio, condiviso, elaborato assieme con persone esperte e di grande valore. Un progetto di altissimo livello anche nel restauro degli edifici, che coinvolga i privati e trovi forti partnership in altri paesi, da presentare e valorizzare in Europa, perché questa è stata la scala dei cotonifici ed è ancora quella di quelle aree e dei manufatti abbandonati.

Così possiamo allargare gli orizzonti e uscire dall’ombra del campanile. E allora sì che i giovani potranno provare attrazione e anche le/i nostre/i ragazze/i migliori resterebbero a Pordenone e alcuni di quelli che se ne sono andati potrebbero tornare e darci una mano a elaborare e realizzare il progetto! Se facessimo cose di questo livello potremmo attirare giovani da tutto il mondo e non è difficile: ci riesce, qui da noi, da anni, la scuola del mosaico di Spilimbergo.

Per fare queste cose ci vogliono collegamenti nazionali e internazionali. È asfittica la logica di chi sostiene che i soldi arrivano a Pordenone perché il Governatore del Friuli Venezia Giulia è suo amico, non ci porta da nessuna parte. Servono progetti che vadano oltre la normale (e mediocre) amministrazione e siano in grado di gareggiare e vincere in sede di Commissione Europea.

Di nuovo uniti, possiamo farcela. DOBBIAMO CREDERE CHE SIAMO IN GRADO DI FARE COSE STRAORDINARIE, perché l’alternativa ad un progetto innovativo e coraggioso è che tutto rimanga inalterato, che i cotonifici continuino a cadere e a degradarsi, testimoniando che siamo stati incapaci di cogliere queste opportunità.

Ma noi siamo oltre, vediamo chiaramente il futuro. Ce la faremo.